I Comunisti e l’Alleanza del Lavoro
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Non vogliamo qui fare la «speculazione» sulla parte che spetta a noi nell’aver creato o contribuito a creare lo stato d’animo del quale è nata l’«Alleanza del Lavoro». Se mai, ciò faremo in altra occasione. A chiunque spetti il merito di aver compreso la necessità della unione delle forze proletarie organizzate, noi siamo grati per aver affrettato il processo di avvicinamento alla vera comunità di organizzazione.
L’«Alleanza del lavoro» è stata creata dagli organismi che la compongono, per ragioni contingenti, di azione immediata. Noi sosteniamo che essa debba rimanere l’organo veramente dirigente del proletariato organizzato italiano (chi prenderà, infatti, la responsabilità – ormai – di uccidere l’«Alleanza»?) e che, perciò, devesi invocare il Congresso Nazionale dell’«Alleanza». Ma anche se volessimo rimanere a discutere su quanto l’«Alleanza del lavoro» ha fatto dalla sua nascita ad oggi, dovremmo concludere che essa non si mai posta nessun problema concreto da risolvere «praticamente» (evviva la pratica dei poveri comunisti teorici sulla base di un piano d’azione) anche parlamentare (bisogna accontentare la bonne bouche riformista) ma specialmente diretta di massa, di piazza.
I comunisti, dunque, compro due specie di azioni, nell’«Alleanza del lavoro» nella quale essi sono minoranza:
1) dimostrano che l’«Alleanza del lavoro» (diretta da repubblicani, sindacalisti, socialisti, anarchici) non ha programma d’azione immediata, su problemi urgenti che interessano la massa e per la soluzione dei quali l’«Alleanza» dicesi creata; e sostengono un proprio programma d’azione che presentano nelle assemblee di massi, e che quasi dovunque viene approvato per acclamazione;
2) dimostrano la necessità che l’«Alleanza» diventi l’organo unitario del proletariato organizzato italiano, raggiungendosi in tal modo la vera e da tutti (?) sospirata ed attesa unità di organizzazione, la vera unità proletaria.
Non nascondiamoci che taluni capi confederali e sindacalisti vedono con terrore una eventualità simile, nella quale l’unità di organizzazione si è imposta dalle masse. Lo scetticismo confederale verso l’«Alleanza» deriva appunto dalla previsione di un tale pericolo. I sindacalisti già dicono «di essere stati giuocati» (poverini!) e se ne vorrebbero uscire per il rotto della cuffia denunziando il «riformismo» confederale ed abbandonando l’«Alleanza». Chi non sa che Armando Borghi è un bluffista, un povero istrione che sfrutta il gesto (la «mossa») e la «parrucca»? La prima grande organizzazione che uscirà dall’«Alleanza» dovrà rispondere chiaramente dinanzi alle grandi masse del suo gesto. Fuori dell’«Alleanza» le organizzazioni sindacali «rivoluzionarie» possono fare assai poco. I risultati notevoli dell’azione delle masse si ottengono a condizione che le organizzazioni siano unite.
L’«Alleanza» deve vivere come l’ambiente nel quale il proletariato rivoluzionario può portare il suo pensiero, può agitare la sua propaganda. I comunisti questo importante dovere adempiere: difendere il concetto unitario del quale è nata l’«Alleanza».
Ma l’«Alleanza», dunque, non è la «fine di ogni polemica», la «tregua fra organizzazioni appartenenti a diverse scuole sindacali»? Ma non ci mancherebbe altro! Ciò sarebbe la morte per etisia dell’«Alleanza». Nell’«Alleanza» deve predominare «un pensiero, una direttiva, una linea tattica», cioè deve svolgersi un dibattito continuo di giorno in giorno. Ed è assiomatico che il dibattito sarà sostenuto da coloro che rappresentano partiti e tendenze politiche i quali abbiamo un programma sindacale. L’ambiente dell’«Alleanza» è un ambiente di contraddittorio.
Noi abbiamo assistito in questi ultimi tempi a delle «scene» curiosissime ed anche disgustose, alle quali – può darsi – qualche nostro compagno più ingenuo si è dilettato. In taluni comizi indetti dall’«Alleanza del lavoro» e nei quali erano oratori anche dei comunisti, i presidenti socialisti delle adunate, o gli stessi socialisti presenti, hanno infiorato di aggettivi lusinghieri (oh, troppa gentilezza; grazie, grazie!) i compagni che dovevano parlare. In qualche parte, personalità socialiste che godono di una certa influenza, si sono «abbassate» a fare salamelecchi ai nostri oratori. La rudezza tipica (ormai tutti gli avversari la chiamano villania) dei nostri compagni non si è fatta mai giuocare dalla stucchevole gentilezza socialista. Ma quale lo scopo di «questi buoni modi»? Evidentissimo e dichiarato: La «Alleanza del lavoro» non è stata creata, forse, per una tregua nelle lotte fra i partiti? «Non ha fatto più male al proletariato la scissione (ma che cosa c’entra la scissione?) che la furia del fascismo»? No, amici: la lotta delle tendenze e dei partiti di classe non è in contraddizione con un’opera continua che questi facciano volta alla unificazione della classe proletaria, nei quadri delle sue organizzazioni di resistenza, dei suoi sindacati. Se i comunisti sapessero di non poter portare il loro pensiero in ogni adunata di masse, essi combatterebbero la «finzione unitaria». Così dicasi – ci si perdoni di allontanarci per un istante dall’argomento – per quanto riguarda la concezione dell’intesa fra i partiti politici di classe (fronte unico politico). I compagni che la sostengono dichiarano che essa ha valore soltanto in quanti comunisti possono portare il loro pensiero in polemica, possono smascherare i traditori, dinanzi alle più grandi masse. Ripetiamo, dunque, che l’«Alleanza» non è l’abbracciamento con successiva lieta bicchierata tra i «capi« sindacali, ma deve diventare la reale fusione delle forze organizzate proletarie, ove i sindacalisti, i comunisti, i riformisti (non sappiamo quale sia il programma sindacale dei socialisti massimalisti!), i repubblicani, i … cattolici sostengono i loro concetti di tattica sindacale.
Ci si accusa di «speculazione» perché sosteniamo tali concetti. E dire che noi siamo minoranza (Buozzi direbbe: una esigua minoranza; «Battaglie Sindacali» direbbe: «Si fa intorno ad essi sempre più vaste vuoto!». I nostri avversari pensano, dunque, come noi, che comunisti, seguendo tale tattica, possono diventare maggioranza, attirare a sé la maggior parte del proletariato organizzato! Ché se un tale timore essi non hanno, dimostrino (senza pericolo) di essere per la unità effettiva e reale del proletariato, non solo per quanto riguarda i problemi immediati di questo, ma anche per il raggiungimento della sua unità organizzativa.