Partito Comunista Internazionale

Colonialismo storico e colonialismo termonucleare (Pt. 1)

Categorie: Colonial Question, National Question, Self-Determination, Stalinism

Articolo genitore: Colonialismo storico e colonialismo termonucleare

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Dalla fine della seconda guerra mondiale, anzi fin dal corso di essa, stiamo assistendo, si dice ormai dovunque, alla “fine del colonialismo”. In effetti, quello che sta tramontando sotto i nostri occhi è solo una forma del colonialismo.

Il colonialismo è ben più antico del capitalismo, le sue cause essendo riposte nella ineguaglianza dello sviluppo storico e nella divisione in classi della società. Ora tali condizioni obiettive preesistono al capitalismo; perciò si sono avuti un colonialismo schiavista e un colonialismo feudale, oltre al colonialismo borghese. Nella sua essenza economica universale, il colonialismo è l’aggregazione a un’economia superiore di un’economia arretrata, cioè il punto d’incontro di economie a diverso studio di sviluppo storico e il travaso violento dell’economia antiquata in quella sviluppata. In ogni epoca storica il pianeta è stato sede di diversi e disparati modi di produzione: nel suo significato generale il colonialismo ha rappresentato adunque una forma della diffusione nello spazio geografico dell’economia predominante in un determinato periodo storico. Se bene si considerano i fatti, la storia della civiltà mediterranea, per fare un esempio, è la storia del succedersi di diverse colonizzazioni: fenicia, greca, romana.

Di conseguenza, se si accetta il principio basilare del marxismo che la successione delle epoche storiche viene determinata dalla successione rivoluzionaria dei modi di produzione, bisogna riconoscere che il colonialismo ha funzionato come una “molla” del progresso storico, imponendo il superamento di vecchi rapporti produttivi e promuovendo in tal modo la diffusione del modo di produzione più avanzato. Ogni tipo di società di classe si è sforzato di fare il mondo a sua immagine e somiglianza. Il colonialismo è appunto la manifestazione di tale tendenza, comune ad ogni forma di Stato, cioè di potere politico e militare basato sulla dominazione di classe.

In tali condizioni il colonialismo non poteva essere dissociato dall’impiego della violenza. In una società di classe, sia essa di tipo schiavistico o di tipo capitalista, la diffusione del modo di produzione al di fuori dei confini dello Stato non può avvenire che nelle forme della conquista violenta. Tutti i critici non marxisti del colonialismo sono partiti da questo dato: l’impiego della violenza e la soggiogazione dei popoli conquistati, per formulare le loro maledizioni. Per tutti costoro, il santo ideale della rivolta anticolonialista è la “liberazione” dei popoli soggetti. Ora accade oggi, come è accaduto già in altre epoche storiche, che le ex colonie che riescono ad ottenere la cacciata dell’occupante colonialista e a darsi uno Stato indipendente, si mettano di gran lena, non a cancellare i rapporti produttivi “importati” e imposti con le armi dai conquistatori, ma sibbene a diffonderli più che questi non facessero, e a rafforzarli ulteriormente nello spazio.

L’affermazione che il colonialismo, nonostante lo spargimento di sangue e le forme drastiche di soggiogazione razziale, ha svolto una funzione positiva, favorendo la diffusione del modo di produzione dominante, suonerà come empia bestemmia agli adepti della religione anticolonialista, la religione politica di moda. Se poi si aggiungerà, traendo una logica conseguenza, che la guerra coloniale è l’unico mezzo di cui dispone lo Stato di classe per la diffusione geografica della economia predominante, si otterrà soltanto di tirarsi addosso una valanga di accuse, tra cui quella di pensarla alla stessa stregua degli arrabbiati razzisti borghesi.

Ora è incontrovertibile che le rivoluzioni nazional-democratiche che hanno dato alla luce i nuovi Stati indipendenti afro-asiatici (è di questi giorni la fondazione del primo Stato negro, la repubblica di Ghana) tendono ad operare il trapasso dagli arcaici rapporti feudali localmente predominanti al moderno industrialismo capitalista – poco importa se privatistico o statalistico – in quanto si prefiggono appunto di portare avanti dei megalomani piani di industrializzazione. Le rivoluzioni afro-asiatiche costituiscono, per quanto possa sembrare paradossale, una prosecuzione dialettica del colonialismo. A che portava, infatti, il colonialismo bianco se non ad imporre nei territori d’oltremare un minimo dei rapporti capitalistici vigenti nelle metropoli?

Le rivoluzioni democratiche e nazionali di Nehru, di Mao-Tse Tung, di Sukarno e colleghi non approdano, dal punto di vista del modo di produzione e dell’organizzazione sociale, a traguardi diversi da quelli ai quali giunsero, sotto la copertura di ideologie diverse, i capi colonialisti alla Cecil Rhodes.

Altra orrida bestemmia per gli orecchi dei santoni dell’anticolonialismo! Costoro costituiscono una chiesa abbastanza eterogenea, se a lato del gandhiano Nehru si schierano il neo-nazista Nasser e lo stalinista Mao-Tse Tung, per non parlare di re Saud d’Arabia, i cui principii politici sono rimasti al livello Ottomano. Ma tutti costoro non tendono certamente a ripristinare lo status quo economico e sociale che fu in parte sovvertito dalla conquista coloniale, ma si sforzano tremendamente di favorire la diffusione di forme produttive che da un paio di secoli almeno vigono nelle metropoli ex colonialiste: gestione capitalista dell’agricoltura (produzione di derrate destinate al mercato, oltre che al consumo della famiglia agricola), monetarizzazione dello scambio mercantile, lavoro associato salariato, macchinismo industriale.

È senza importanza che tali programmi siano contraddistinti, in India, col marchio del “socialismo democratico”, o, in Cina, con quello del “comunismo”. La loro essenza storica è prettamente capitalista e tale resterà finché la rivoluzione proletaria non tornerà a rombare nel cuore del capitalismo occidentale. È socialismo tutto ciò che si allontana dal lavoro salariato e dal mercantilismo, che costituiscono, invece, il traguardo verso cui corrono le rivoluzioni afro-asiatiche.

La tesi che l’imperialismo colonialista trovava il suo interesse nella conservazione pietrificata del feudalesimo, o addirittura dei tipi ancora più antiquati di organizzazione sociale, che i conquistatori coloniali avevano trovato nei territori d’oltremare, è uno dei cento luoghi comuni dei riformisti pseudo-marxisti. Costoro dimenticano che alla base dello sfruttamento capitalista c’è l’appropriazione del plusvalore. La razzìa che il capitalismo compie a danno della società è del tutto diversa dalle razzìe che le orde barbariche compivano nelle regioni dell’impero romano o, per stare al nostro tempo, dalle scorrerie che i predoni beduini del deserto perpetrano ancora oggi a danno degli abitanti delle oasi. La economia capitalista è la più predace delle economie fin qui esistite: al suo confronto i saccheggi su vasta scala operati nella storia dai popoli nomadi diventano imprese da ragazzi. Ciò non toglie che lo stupido cliché del colonialismo rappresentato come una calata di saccheggiatori intenti solo a spogliare i territori, lasciandone intatte le economie, anzi impedendone ogni mutamento, cade in frantumi appena si considera la vera essenza del modo di produzione capitalista che non può mai fermarsi, né lasciare che forme prestabilite si fermino.

In altre parole, l’imperialismo bianco non avrebbe mai potuto sfruttare le colonie se non avesse trasportato in esse, e imposto con la forza delle armi, un minimo di rapporti capitalistici. Cioè, se non avesse trasferito nelle colonie, immerse nelle forme della sparpagliata produzione feudale o legate addirittura alle primitive tecniche produttive della tribù selvaggia, le forme del lavoro associato salariato. E cos’è il lavoro associato salariato se non la base sulla quale i nuovi regimi afro-asiatici tendono a costruire moderne macchine produttive?

Quando si è compreso ciò, ci si avvede come il preteso abisso che separerebbe i nuovi Stati anti-colonialistici e l’imperialismo bianco si risolva in una differenza di grado. Lo Stato tenuto a battesimo dal Pandit Nehru, come quello santificato dal “compagno” Mao-Tse Tung, si fondano sullo stesso principio sul quale si accumulò, attraverso i decenni, la smisurata potenza degli Stati imperialistici di Occidente: il lavoro salariato, fonte insostituibile del profitto capitalista. Perché scandalizzarsi, allora, se diciamo che le rivoluzioni afro-asiatiche sono, dal punto di vista del modo di produzione, la prosecuzione dialettica del colonialismo? E perché scandalizzarsi se affermiamo, alla luce di innegabili fatti, che il colonialismo ha svolto una funzione positiva, beninteso, se lo si guarda dal punto di vista del processo di diffusione del capitalismo nel mondo?

In effetti, il colonialismo bianco agiva da forza di conservazione soltanto in quanto tendeva a perpetuare la sovrastruttura politica propria del feudalesimo, cioè le forme dispotiche e personali del potere politico, legate a rapporti economici primitivi nelle campagne, mentre in un primo tempo era frenato (ma solo frenato) nell’erosione delle vecchie strutture artigiane dall’esigenza di aprire un mercato ai prodotti finiti della metropoli da scambiare contro materie prime locali. Molto istruttivo il caso dell’India, dove il potere era diviso tra la Corona britannica, che controllava direttamente solo una parte dell’Impero indiano, e una miriade di principi vassalli che governavano assolutisticamente i loro sudditi. Una struttura politica similare e tuttora in vigore in Malesia, per restare all’Asia.

Nei calcoli dei reggitori degli imperi coloniali, la diarchia feudale-capitalistica avrebbe dovuto assicurare la conservazione del colonialismo bianco, il potere delle vecchie caste dominanti del feudalesimo asiatico dovendo funzionare come un apparecchio ausiliare del potere centrale emanante dalla metropoli. I fatti hanno dimostrato che simili calcoli erano sbagliati. A lungo andare, le arcaiche forme giuridiche si sono rivelate impotenti a contenere le nuove forze produttive erompenti, sicché sono saltate in aria appena è venuto a mancare, per effetto della seconda guerra mondiale, l’appoggio esterno dei poteri imperialistici.