Partito Comunista Internazionale

L’anticolonialismo e noi (Pt. 1)

Categorie: Africa, Asia, Colonial Question, Middle East and North Africa, National Question, Self-Determination

Articolo genitore: L’anticolonialismo e noi

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È dalla fine della seconda guerra mondiale che si discute sul colonialismo. La crisi di Suez ha costretto persino il governo americano a prendere posizione, sul terreno dei principii prima che su quello della politica internazionale. Già prima che la vertenza per il Canale sfociasse nella abortita spedizione anglo-francese, alla fine della scorsa estate, Foster Dulles espose il “credo” anticolonialista degli U.S.A. L’avere al fianco i banchieri di Wall Street e i generali del Pentagono innervosisce la stampa russo-comunista, per la quale il santuario dell’anticolonialismo non può essere che l’URSS. Ma le reiterate votazioni all’ONU di mozioni di censura contro Inghilterra e Francia sul banco degli accusati hanno offerto l’edificante spettacolo di americani e russi fraternamente uniti contro i rappresentanti del colonialismo della vecchia Europa.

Dunque, l’America, la suprema roccaforte della conservazione capitalista, il gendarme atomico della controrivoluzione, è anch’essa un baluardo dell’anticolonialismo? La stampa russo-comunista mal digerisce il repentino, ma non imprevisto, capovolgimento di fronte operato dagli americani, i quali, scacciando gli anglo-francesi da Porto Said, hanno strappato alla diplomazia russa il monopolio del filo-arabismo. Meno che mai essa acconsentirebbe a rispondere affermativamente a tale quesito. Noi, invece, non abbiamo difficoltà a farlo. Gli Stati Uniti, la super-potenza dello imperialismo, non fingono di essere, ma sono effettivamente nemici del colonialismo storico. Finché l’anticolonialismo americano era soltanto predicato per bocca di Foster Dulles si poteva avere qualche dubbio in proposito; non più quando accade che gli Stati Uniti, prendendo alla gola i governi di Londra e Parigi, li obbligano a vomitare le residue influenze di cui godevano nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti anticolonialisti non sono un paradosso. Quello che la stampa orchestrata da Mosca non dice è che si può essere borghesi e fautori dell’indipendenza dei popoli coloniali, imperialisti e anticolonialisti, allo stesso modo che non basta abbracciare le ideologie anticolonialistiche sbandierate dai Paesi di Bandung per essere marxisti.

Sul piano ideologico, l’anticolonialismo è la versione negativa del nazionalismo borghese, è l’ideologia di classe delle borghesie che lottano per la conquista dello Stato nazionale nelle condizioni determinate dall’occupazione del territorio da parte di potenze d’oltremare. La formula sociale delle rivoluzioni anticoloniali è la stessa delle rivoluzioni democratiche d’Europa: allo stesso modo la loro ideologia anticolonialista non è che il vecchio principio nazionale propugnato dai filosofi e dagli agitatori delle rivoluzioni borghesi degli ultimi due secoli. Il suo carattere particolare è determinato dalla necessità di adattarsi a condizioni storiche in cui arcaici rapporti sociali, propri del feudalesimo o addirittura del pre-feudalesimo, si appoggiano alle forze di conservazione rappresentate da apparati burocratici e militari di potenze straniere. Carattere particolare, non originale. Infatti, la ideologia anticolonialista dei nuovi Stati afro-asiatici e dei movimenti insurrezionali delle colonie è agevolmente assimilabile, sempre sul piano dei principii generali, alle ideologie rivoluzionarie delle borghesie che in altri tempi dovettero lottare con le armi per enucleare la Stato nazionale dal corpo di imperi plurinazionali.

Comunque la si consideri, la critica all’imperialismo imbastita dai movimenti rivoluzionari afro-asiatici giunge a risultati diametralmente opposti a quelli cui perviene la critica marxista dell’imperialismo. Più in là del principio della sovranità nazionale e della non-ingerenza negli affari dello Stato, essa non arriva. Ma a tal punto erano già approdati gli ideologhi della rivoluzione borghese di Europa e di America.

Sul piano storico, il colonialismo è un rivolgimento politico e sociale che segna l’incontro fra gli interessi delle borghesie ex coloniali e gli interessi della grande produzione capitalista, la quale tende permanentemente ad allargare il mercato mondiale. In quanto tale, esso favorisce e non ostacola la conservazione dell’imperialismo. Il colonialismo, cioè l’inserimento nella sfera di produzione capitalista di territori e forze produttive di oltremare, rappresentò, negli ultimi decenni dello scorso secolo, un potente fattore di sviluppo del capitalismo monopolista determinando nelle metropoli la polarizzazione del potenziale economico-produttivo e politico, e quindi permettendo la formazione di mostri statali, baluardi della conservazione capitalista.

Ma, a mano a mano che la vecchia Europa colonialista perdeva il primato industriale e militare, i grandi imperi coloniali divenivano un intralcio allo sviluppo delle forze produttive capitaliste. La concentrazione del capitale raggiungeva livelli altissimi in Paesi (Stati Uniti, Germania, Giappone e, finalmente, Russia stalinista) che non possedevano imperi coloniali, e ben presto i nuovi arrivati eguagliarono, e infine superarono, le vecchie potenze coloniali: Inghilterra, Francia, Olanda, Portogallo, Belgio. Si creava così una situazione storica contraddittoria: da una parte, agguerriti potenziali industriali tendenzialmente capaci di espansione illimitata e, dall’altra, potenze economicamente in declino che disponevano di enormi spazi geografici e sociali ma erano incapaci di trasformarli in mercato capitalista. In altre parole, la perpetuazione del colonialismo storico accresceva le contraddizioni interne della sfera di produzione capitalista del pianeta, mentre accumulava un non meno pericoloso esplosivo rivoluzionario entro le vecchie strutture feudali o semifeudali sopravviventi nelle colonie. Acutizzava i morbi della iper-produzione capitalista, non alleviava quelli della ipo-produzione precapitalista.

Le successive guerre mondiali hanno corretto il profondo squilibrio. Ciò è avvenuto a tutto vantaggio della conservazione borghese, checché ne dica la stampa russo-comunista che da anni va presentando le rivoluzioni anticoloniali come un surrogato delle rivoluzioni proletarie. Gli enormi blocchi imperiali – si pensi che il Commonwealth britannico conteneva ¼ della superficie delle terre emerse e quasi ¼ della popolazione mondiale – andavano a pezzi. Immensi aggregati sociali, tenuti chiusi in rigide barriere protezioniste, si sezionavano secondo linee di divisione etniche e nazionali, dando vita agli Stati di India, Pakistan, Birmania, Ceylon, Indonesia, Vietnam, Egitto, Sudan, Tunisia, Marocco.

Secondo le interpretazioni del falso comunismo moscovita, questi Stati, sorgendo, hanno inferto gravissimi colpi all’imperialismo. Ciò è vero solo se si considera un aspetto particolare dell’imperialismo: il colonialismo storico dell’Inghilterra, della Francia, dell’Olanda. Invece, dal punto di vista dell’interesse generale del capitalismo, ogni movimento indipendentista afro-asiatico pervenuto alla vittoria ha spezzato uno dei lacci che minacciavano di strangolare la produzione capitalista, cioè la sfera della produzione mondiale che soggiace alle leggi economiche del capitalismo. Con l’affacciarsi alla storia dei nuovi Stati nazionali, il mercato mondiale capitalista si è virtualmente allargato, sono saltati gli argini che si opponevano all’inondazione di merci eruttate dalle macchine produttive dei Paesi di compiuto capitalismo.

Gli anni venturi mostreranno come la scomparsa del colonialismo storico abbia rappresentato una iniezione corroborante nel decadente capitalismo occidentale. Già disponiamo dell’esempio del Medio Oriente. Tutti possono vedere come la ritirata dell’influenza delle vecchie potenze imperialistiche dalla Regione (ultimo avvenimento la denuncia del Trattato anglo-giordano da parte della Giordania) abbia permesso al capitale americano di investirsi nella produzione di petrolio col risultato che gli indici produttivi dei pozzi sono saliti a livelli mai raggiunti. Se si pensa che l’economia dell’Europa occidentale è subordinata ai rifornimenti di prodotti petroliferi del Medio Oriente, si comprende come agli interessi generali della conservazione borghese giovi la sostituzione del capitale americano a quello anglo-francese nel Medio Oriente, visto che Inghilterra e Francia non dispongono della potenza finanziaria necessaria alla gestione dei pozzi petroliferi.