Partito Comunista Internazionale

Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari? Pt.2

Categorie: German Revolution, Russian Revolution, Union Question

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Le dissertazioni più importanti, più sapienti, più rivoluzionarie dei comunisti tedeschi di «sinistra» su questo tema – cioè che i comunisti non possono e non devono militare nei sindacati reazionari, che è permesso di rinunciare a questa azione, che bisogna ritirarci dai sindacati e organizzare necessariamente dei «sindacati operai» tutti nuovi, bene propri ben gentili (e, il più sovente giovanissimi) – non possono non sembrargli lo stesso un ridicolo infantilismo.

Il capitalismo lega inevitabilmente al socialismo le vecchie distinzioni professionali e corporative edificate dai secoli fra gli operai, e dei sindacati che non possono svilupparsi che molto lentamente nel corso di anni e che si svilupperanno in sindacati industriali più larghi e meno corporativi (inglobanti delle industrie intere e non più delle corporazioni, dei corpi di mestiere e delle professioni).

Per mezzo di questi sindacati industriali si compirà la soppressione della divisione del lavoro fra gli uomini. Si passerà all’educazione, all’istruzione e alla formazione di uomini universalmente preparati e sviluppati, di uomini che sapranno fare tutto. È a questo che va, che deve andare, e che verrà il comunismo, ma nel corso di un gran numero di anni. Tentare di oltrepassare, fin da oggi, questo risultato futuro del comunismo arrivato al termine del suo completo sviluppo, della sua semplificazione assoluta, del suo sbocciare integrale e della sua maturità, equivale a voler rendere madre una ragazzina di quattro anni.

Nel migliore dei casi, è uno scherzo imbecille o una ragazzata stupida; nel peggiore, un’azione mal propria e un delitto.

Noi dobbiamo (e noi possiamo) intraprendere l’edificazione del socialismo non con del materiale umano che noi avremo specialmente formato a questo scopo, ma con quello che ci è lasciato in eredità dal capitalismo. Cosa incontestabilmente «difficilissima», ma in ogni altro modo il compito è così poco serio che non merita neppure di essere discusso.

I sindacati hanno marcato un formidabile progresso della classe operaia all’inizio dello sviluppo del capitalismo, [parola illeggibile] tanto che passaggio degli operai divisi e impotenti ai primi raggruppamenti di classe. Quando la forma superiore dell’unione di classe dei proletari, (il Partito rivoluzionario del proletariato, che non meriterà questo nome fino a quando non saprà legare i capi con la classe e le masse in tutto indissolubile) ha incominciato a svilupparsi, i sindacati hanno manifestato un certo carattere reazionario, una certa strettezza corporativa, una certa tendenza a un’attitudine apolitica, una certa inerzia, ecc.. Ma lo sviluppo del proletariato non si è effettuato e non ha potuto effettuarsi in nessun paese del mondo, che per mezzo dei sindacati e della loro azione concertata con il Partito.

La conquista del potere politico è un formidabile progresso del proletariato considerato come classe, ma non appena che essa è conquista, è un fatto compiuto, il Partito si trova tanto più obbligato e dai vecchi metodi, e dai nuovi, ad applicarsi all’educazione dei sindacati, a dirigerli, senza dimenticare, nello stesso tempo, che essi restano e resteranno lungamente l’indispensabile «scuola del comunismo», la scuola preparatoria dei proletari, per la realizzazione della loro dittatura, l’associazione indispensabile degli operai per il passaggio definitivo di tutta l’economia, prima nelle mani della classe operai (e non di professioni isolate), poi di tutti i lavoratori.

Un certo spirito «reazionario» dei sindacati, nel senso indicato è inevitabile sotto la dittatura del proletariato. Non lo comprendere è dar prova di una totale incomprensione delle condizioni fondamentali della transizione del socialismo al comunismo. Paventare questo «spirito reazionario», sforzarsi di ignorarlo, di passar oltre, è una sciocchezza immensa, giacché è trovare troppo pesante questo compito dell’avanguardia del proletariato che consiste a educare, rischiarare, istruire, attirare a una vita nuova gli strati più ritardatari e le masse della classe operaia e contadina. D’altra parte, rimettere la realizzazione della dittatura del proletariato fino al momento in cui non resterà più un solo operaio di stretto spirito sindacalista, più un solo operaio che non abbia più dei pregiudizi corporativi e trades-unionisti, sarebbe un errore ancora più grande.

L’arte della politica (e la comprensione dei comunisti dei loro doveri) consiste precisamente nel valutare esattamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato potrà impadronirsi del potere, dove essa potrà a questo fine e, questo fatto, ricevere un appoggio sufficiente dagli strati profondi della classe operaia e delle masse laboriose non proletarie, dove essa saprà dopo sostenere, rinforzare, allargare il suo dominio, educando, istruendo e attirando ad essa una quantità sempre più grande delle masse lavoratrici.

Più lontano. Nei paesi più avanzati che la Russia, un certo spirito reazionario dei sindacati si è fatto, e doveva farsi sentire, incontestabilmente più violento che presso di noi. In Russia, i menscevichi trovano (e trovan ancora in un piccolo numero di sindacati) un appoggio in mezzo agli organizzati, precisamente grazie a questa strettezza corporativa, a questo egoismo sindacalista e a l’opportunismo. In occidente, i menscevichi si son molto più solidamente «installati» nei sindacati e una «aristocrazia operaia» sindacalista, stretta, vanitosa, avida, cupida, piccolo-borghese, [parole illeggibili] e corrotta dall’imperialismo è apparsa ben più potente che presso di noi.

È indiscutibile [parole illeggibili]

Bisogna menare questa lotta senza pietà e spingerla, come l’abbiamo spinta, fino a coprire l’onta e a cacciare dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del social-sciovinismo. È impossibile di conquistare il potere politico (e non bisogna neppure tentarlo) fino a quando questa lotta non sarà stata spinta fino a un «certo» grado, che nei differenti paesi e in condizioni diverse non può essere identico, e che quindi solo i dirigenti politici capaci, sperimentati, competenti del proletariato possono nei singoli casi valutare. In Russia, il grado del successo raggiunto da noi, fu dato soprattutto dalle elezioni dell’Assemblea Costituente nel novembre 1917, qualche giorno dopo la rivoluzione proletaria del 25 ottobre 1917. In queste elezioni i menscevichi furono letteralmente schiacciati, non avendo ricevuto che settecento mila voti – 1 milione ed un quarto di voti, comprendendovi quelli delle regioni del Caucaso – contro nove milioni di voti raccolti dai bolscevichi.