Partito Comunista Internazionale

Devono i rivoluzionari militare nei sindacati reazionari? Pt.3

Categorie: German Revolution, IWW, Third International

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Noi lottiamo contro «l’aristocrazia operaia» in nome della massa operaia e per metterla al nostro fianco; combattiamo i capi socialisti opportunisti e socialpatrioti per conquistare la classe lavoratrice. Questa verità elementare è d’altronde così evidente, che non può essere misconosciuta. È precisamente l’errore che commettono i comunisti tedeschi «di sinistra», i quali dal carattere reazionario delle piccole aristocrazie sindacali traggono argomento per uscire dai sindacati, per rinunciare a lavorare in essi e per formare nuove organizzazioni operaie preconcette.

Errore imperdonabile, che equivarrebbe ad un grande servizio reso alla borghesia. Poiché i nostri menscevichi, come tutti i capi sindacali opportunisti della tendenza di Kautsky, non sono che agenti della borghesia nel seno del movimento operaio (come noi non abbiamo mai cessato di dimostrarlo in Russia), e cioè: «commessi operai della classe capitalista», secondo l’espressione profondamente esatta dei discepoli americani di Daniele de Léon. Rinunciare all’azione nel seno dei sindacati retrogradi, vuol dire abbandonare le masse arretrate sotto l’influenza dei capi reazionari, dell’aristocrazia operaia, degli operai imborghesiti (consultare a questo riguardo la lettera di Engels a Marx sui lavoratori inflese, 1852).

L’assurda teoria della non partecipazione dei comunisti al movimento sindacale di spirito reazionario dimostra precisamente con quale leggerezza i comunisti di «sinistra» considerino l’importante questione dell’influenza sulle masse, e come abusino del nome di «massa»! Per venire in aiuto alla massa, per acquistare la sua simpatia ed il suo appoggio, non bisogna temere le difficoltà, le trappole, gli insulti, le persecuzioni dei capi (che, opportunisti o socialpatrioti, sono soventemente in relazione diretta con la borghesia e con la polizia) e lavorare necessariamente dove va la massa. Bisogna saper affrontare sacrifici, superare i danni più grandi, dedicarsi ad una propaganda sistematica, aderente, perseverante, paziente, anche nel seno delle organizzazioni più reazionarie – ovunque vi sono masse proletarie o semi proletarie.

Ora, i sindacati e le cooperative sono organizzazioni di questo genere, in Inghilterra, se dobbiamo credere ad un giornale svedese (del 10 marzo 1919), il numero dei membri delle trades-unions è aumentato dalla fine del 1917 alla fine del 1918 da 5.500.000 a 6.600.000, vale a dire del 19%. Alla fine del 1919 questo numero saliva a 7.500.000 inscritti.

Non ho sottomano le cifre corrispondenti per la Francia e la Germania, ma fatti assolutamente indiscutibili confermano l’aumento considerevole del numero dei lavoratori organizzati nei sindacati in questi paesi.

Questi fatti dimostrano, chiaramente, ciò che migliaia d’altri sintomi confermano: l’aumentar dello spirito d’organizzazione, l’accrescersi della coscienza operaia negli strati profondi degli operai, fra le masse arretrate. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania passano, per la prima volta, dall’inorganizzazione alle forme elementari (le più semplici e le più accessibili) dell’organizzazione, a quelle del sindacato; e gli assurdi comunisti tedeschi di sinistra, pur non cessando di parlare di «masse», si rifiutano di militare nei sindacati, col pretesto ch’essi sono reazionari; essi inventano, nuova di zecca, ben appropriata, innocente dei peccati borghese-democratici – ma colpevole all’incontro dei peccati del corporativismo e delle limitazioni professionali – l’Unione operaia, che sarà (che sarà!), essi dicono, generosa, e per l’adesione alla quale non si domanderà (non si domanderà!) che il riconoscimento dei Soviety e della dittatura del proletariato.

Non si può concepire un più grande errore, un più pericoloso torto fatto alla rivoluzione da dei rivoluzionari di «sinistra». Certamente, se nella stessa Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie sulla borghesia russa ed alleata, noi ponessimo come condizione d’ammissione ai sindacati il riconoscimento della dittatura del proletariato, commetteremmo un errore, diminuiremmo la nostra influenza sulle masse, faremmo il gioco dei menscevichi. Poiché tutti i compiti dei comunisti consistono nel convincere gli [parola illeggibile] lavoratori, di saper lavorare fra di essi e non separarsi da essi per «nostri» ed infantili pretesti.

Non vi è [parola illeggibile] bisogno di dubitarne, i signori Gompers, Henderson, Jonhaux, Legien, sono assai riconoscenti a questi rivoluzionari di «sinistra» che, come quelli dell’opposizione di principio tedesca (ci liberi il cielo da simili principi!), o come certi militanti americani dell’Associazione dei Lavoratori Industriali del Mondo (I.W.W.) predicano l’uscita dai sindacati reazionari e si rifiutano di lavorare in essi. Senza dubbio i capi dell’opportunismo avrebbero ricorso a tutte le risorse della diplomazia borghese, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti l’entrata nei sindacati, per cacciarceli, per render loro la situazione insostenibile. Bisogna saper resistere a tutto questo, disporsi a tutti i sacrifici, usare occorrendo tutti gli stratagemmi, di astuzia, adottare metodi illegali, tacere se del caso, perfino fare violenza alla verità, pur di entrare nei sindacati, di restarvi, di compiervi, malgrado tutto, il proprio lavoro di comunisti.

Sotto l’antico regime zarista, fino al 1905, noi non avemmo alcuna possibilità d’azione legale; ma quando il poliziotto Zonbatof organizzava le sue riunioni e le sue associazioni di operai reazionari, noi vi mandammo per combattere la reazione e selezionare i rivoluzionari, dei membri del nostro partito (e io mi ricordo fra quelli che assolsero questa missione, dell’operaio pietroburghese Babouchkine, fucilato nel 1906), nostri incaricati per il collegamento con la massa, e che si sforzavano ad agitare ed a sottrarre la massa all’influenza della gente di Zonbatof.

Agire nello stesso modo è naturalmente molto difficile nei paesi dell’Europa occidentale, saturi di pregiudizi costituzionali, democratico-borghesi, legalitari. Ma occorre riuscirvi e procedere in questo senso sistematicamente.

Il Comitato Esecutivo della III Internazionale deve, a mio giudizio personale, condannare e proporre al prossimo Congresso dell’I.C. di condannare la non partecipazione al movimento sindacale in generale (motivando la sua decisione, con la dettagliata dimostrazione dei danni che una consimile attitudine causa alla rivoluzione), e che, nel caso particolare, l’agire dei militanti olandesi della Tribuna che – in modo diretto od indiretto, di forza o di sbieco, apertamente o meno – sostengono questa politica. La III Internazionale deve rinunciare ai procedimenti tattici della II, e non eludere le questioni difficili o urgenti, ma posarle, al contrario, molto nettamente.

Noi abbiamo detto, in faccia, tutta la verità agli indipendenti (Partito socialdemocratico Indipendente di Germania); noi la diremo ugualmente ai comunisti di «sinistra».

NICOLA LENIN