Conferenza di Como
Categorie: PCd'I
Da «Lo Stato Operaio» del 15 maggio 1924.
LE TRE MOZIONI
La mozione della maggioranza del C.C.
La maggioranza del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia, nel momento in cui s’inizia la discussione sulla tattica e sulla situazione interna del Partito allo scopo di precisare la sua posizione:
1 – Dichiara di sentirsi di essere continua attrice dell’azione dei gruppi i quali, creando in Italia il Partito Comunista, hanno posto le basi per la risoluzione del problema storico imposto alla classe degli operai e contadini d’Italia dalla sconfitta dalla disgregazione del movimento che per più di trent’anni aveva fatto capo al Partito Socialista Italiano;
2 – Riconosce che dopo il Congresso di scissione di Livorno tutta l’azione del partito ha dovuto tener conto che ha subito le conseguenze del bisogno di risolvere, in linea pregiudiziale, il problema di radicare nella coscienza delle masse la necessità della esistenza del Partito Comunista, dal bisogno di dare al Partito Comunista una personalità ed una fisionomia precisa e dal bisogno di creare un completo e solido apparato organizzativo e politico che gli permettesse di adempiere in modo normale ai propri compiti;
3 – Quanto alle divergenze sorte tra il Partito che l’Internazionale, afferma che esse non sono state conseguenza di contrasti sull’apprezzamento della situazione generale italiana, a suo riflessi che le misure proposte dalla Internazionale avrebbero avuto sulla costituzione interna del Partito, sul suo processo di formazione e svolgimento e sulla posizione che esso veniva lentamente conquistando nella coscienza delle masse lavoratrici italiane nei confronti degli altri partiti proletari o sedicenti tali;
4 – Ripete che le tesi del Congresso di Roma furono notate come un indirizzo della discussione al IV Congresso e non come programma di azione, e che nel votarle la maggioranza del Partito tenne conto della necessità di mantenere unito il Partito intero attorno a suo nucleo fondamentale, evitando ogni distinzione che avrebbe diminuita e forse annullata la sua capacità di sviluppo e di azione. E ciò tanto più perché al Congresso di Roma già era apparsa in seno al Partito l’esistenza di tendenze liquidatrici, raccolte nelle forme di una fittizia e improvvisata minoranza;
5 – Riconosce che sin dal IV Congresso e dall’Esecutivo Allargato di giugno si è iniziata da parte della maggioranza del Partito un’opera di revisione e rielaborazione e ciò che ha permesso al Partito, come tale, di applicare lealmente e disciplinatamente le decisioni del Comintern. Affermo che oggi, ha superato il periodo della più forte depressione in cui ogni azione doveva essere condotta per ridurre al minimo alla dispersione delle nostre forze il Partito è in grado di dare del suo passato un giudizio spassionato e sereno, riconoscendo gli errori e le deficienze che nell’azione sua vi sono stati. Ritiene però è assai dannoso sarebbe un simile giudizio dell’opera e degli atteggiamenti del Partito il quale fosse andato senza tener conto di quelle che nel passato sono state le necessità e le esigenze della vita del nostro organismo. Solo in questo modo l’esame del passato potrà essere una preparazione alla elaborazione di un programma politico per l’avvenire. Il profondo errore politico dei compagni che all’Esecutivo Allargato si presentarono a capo del cosiddetto gruppo di minoranza sta appunto, secondo noi, nell’aver espresso giudizi con i quali essi si mettevano rimanevano al di fuori dalla continuità di vita del nostro organismo e favorivano le tendenze liquidatrici di esso;
6 – Nel confronto di quei compagni quali non hanno accettato di collaborare all’applicazione in Italia della tattica della Internazionale Comunista e delle sue particolari applicazioni a rapporti tra il Partito Comunista d’Italia e il P.S.I., fa appello a questi compagni perché recedano dal loro attuale atteggiamento e senza il dovere di collaborare con l’attuale maggioranza del Comitato Centrale nella dirigenza del Partito e afferma che la collaborazione con essi deve avvenire sulla base dell’accettazione completo ideale del programma della Internazionale Comunista sia per quanto si riferisce alla tattica del fronte unico sia per quanto riguarda l’azione che il Comintern viene svolgendo per dare una solidità organizzativa, una coscienza teorica e un indirizzo comune di azione alle sezioni della Internazionale concepita come Partito Mondiale della classe lavoratrice rivoluzionaria;
7 – Si augura, perciò, che proseguendo la lotta contro tendenze e individui i quali mettessero ancora praticamente in dubbio i principi fondamentali e quali il Partito Comunista si deve attenere nel suo lavoro e sono riluttanti alla sua disciplina di pensieri di azione, si elimina la formazione di ogni frazione in seno al Partito Comunista e prosegua sotto la guida del Comitato Esecutivo Internazionale l’opera di rafforzamento di sviluppo di un grande Partito di masse che abbia la capacità di condurre gli operai e contadini d’Italia alle lotte dalle quali dipende la loro liberazione.
EGIDIO GENNARI – PALMIRO TOGLIATTI – MAURO SCOCCIMARRO – ENNIO GNUDI – VITTORIO FLECCHIA – ISIDORO ASSARIO – CAMILLA RAVERA – ALFONSO LEONETTI – ANTONIO GRAMSCI – UMBERTO TERRACINI –
La mozione della “sinistra ” del P.C.
1 – Il gruppo dei compagni che nel periodo dopo il Congresso di Livorno diresse il Partito, considera la necessità di rendere precisa e completa la coscienza teorica e politica del Partito, è ben definita e solida da organizzazione di esso, non come un compito preliminare e occasionale ma come una necessità permanente per i Partiti Comunisti, che non può essere in contrasto con la esplicazione della migliorazione tattica, così come questa non deve venire in contraddizione con quella; secondo i criteri ampiamente formulati nelle tesi sulla tattica del Congresso di Roma, che di quel gruppo rappresentano fedelmente le opinioni.
2 – Le divergenze sorte tra il Partito Comunista d’Italia e la Internazionale Comunista ebbero la loro base in una diversa valutazione dei problemi inerenti alla tattica, alla organizzazione interna, al lavoro di direzione della Internazionale nel suo complesso, e solo come particolare aspetto della divergenza generale si tradussero nella valutazione della situazione italiana ed è il compito del P.C.I.
3 – Il vecchio Esecutivo del P.C.I. poté applicare la linea d’azione che corrispondeva le sue vedute fino allo sciopero dall’agosto 1922. Tale sciopero con tutta l’azione che adesso condusse equivaleva ad un esempio di applicazione della tattica della conquista delle masse attraverso il fronte unico, così come era delineata nelle tesi di Roma; e la situazione che in esso culminò, con la disfatta del proletariato di cui erano responsabili degli altri partiti e gruppi che allo sciopero partecipavano e che lo diressero, doveva essere ulteriormente sviluppata, pur nella ritirata generale della classe operaia italiana, con un periodo di azione del tutto autonoma del P.C.I che denunziasse nel modo più esplicito come incapaci di azione classista tutti gli altri partiti e gruppi suddetti, facendosi il centro della resistenza e riscossa proletaria contro la trionfante offensiva capitalista.
4 – In tale momento culminante sembrò alla Internazionale Comunista che la via della conquista di una maggior forza in Italia fosse data invece dalla scissione il P.S.I. con la fusione dei massimalisti e del nostro Partito. Da quel momento la Internazionale, come era suo diritto incontestato, avocò praticamente a sè la direzione dell’azione in Italia, che inspirò al nuovo obiettivo. Fin da allora i dirigenti del P.C.I si sentirono e si proclamarono incompatibili alla direzione di tale politica, da essi non condivisa. Al IV Congresso dopo aver ancora una volta sostenuto nelle commissioni il loro punto di vista, essi, nel rinunciare a parlare contro la nuova politica nel Plenum del Congresso, precisarono il loro atteggiamento impegnando la più assoluta disciplina di tutto il Partito e di loro stessi come i militi del partito medesimo, ma esplicitamente ne declinarono il compito di direzione politica.
5 – La questione più importante che si presenta in questo campo dopo il V Congresso, nonché quella del sabotaggio del P.C.I alle decisioni dell’Internazionale Comunista. I feti dirigenti e conservarono lealmente la linea ora indicata, che non consisteva nel rendersi responsabili bella effettuazione della fusione, che si credevano pregiudizialmente dannosa e subordinatamente impossibile, ma nel reclamare la loro immediata sostituzione. La fusione non avvenne per il contegno dei massimalisti, ed in ogni modo la Internazionale poteva, come l’avesse creduto, procedere alla richiesta sostituzione dei dirigenti del Partito prima dell’Esecutivo allargato del giugno 1923. Nessun atto contro la fusione può essere citato a carico dei vecchi dirigenti come i documenti stanno a provare.
6 – Da esperienza dell’azione del Partito nel nuovo periodo, ossia dopo l’agosto 1922 – se è indiscutibile che il mutamento di rotta è avvenuto in un momento tale da rendere problematico il giudizio sui risultati della vecchia della nuova politica – mentre non presenta un bilancio di rapina conquista di nuovi effettivi e posizioni politiche, se non nella linea progressiva propugnata dei vecchi dirigenti, e non ha condotto a nessuna elaborazione organica, di una nuova coscienza e pratica politica; con le oscillazioni di attitudini nei rapporti del P.S.I. e della sua sinistra, con il rendere indistinto il limite tra le forze comuniste le altre, col creare doppi organismi politici, di stampa, ecc., dimostra che al metodo in questione corrisponde un allentamento della precisa orientazione e disciplina organizzativa del Partito e che esso conduce ad uno stato innegabile di malessere e di malcontento dei compagni; mentre le possibilità di azione fortunata non mancano di presentarsi al Partito, che nel materiale che lo compone e nella sua vecchia ossatura non cessa di dimostrare le sue capacità rivoluzionari, in contrasto con le continue, spesso errate di fatto, talvolta fatue e poco serie, critiche con le quali si crede di insegnargli la via migliore.
7 – I problemi dell’azione del P.C.I. non possono essere risolti se non sulla base di discussioni decisioni internazionali su tutto l’indirizzo della I.C. La sinistra del P.C.I può formulare un programma di azione del Partito per il presente e l’indomani, ma basandolo sul presupposto che prevalgano nei consessi internazionali le sue opinioni sulla tattica, la organizzazione, la direzione dell’ Internazionale Comunista, mantenendone nel pieno vigore i classici postulati programmatici come le recano scolpiti i documenti di costituzione dovuti a Lenin, e ispirati alla più vigorosa linea del marxismo rivoluzionario.
8 – Solo se in una tale discussione sia raggiunto un insieme di vedute concordi nella sinistra del P.C.I. si venga trovare sul terreno della maggioranza dell’I.C. nelle deliberazioni relative, potrà la sinistra stessa partecipare alla nuova direzione del Partito.
9 – La minoranza del P.C.I ossia la sua destra, corrisponde in parte alla tendenza che si pone sul terreno tattico attuale dell’I.C., ma in parte rappresenta la sopravvivenza di elementi immaturi e conservanti la mentalità centrista. Tale gruppo potrebbe assumere compiti ” liquidatori ” della tradizione del Partito, ove s’incontrasse con l’azione di gruppi liquidatori per la gloriosa tradizione politica della I.C.; contro questo pericolo la sinistra del P.C.I sarà nella lotta alla più energica la più decisa.
10 – È indiscutibile che nella Internazionale, funzionante come Partito Comunista Mondiale, la centralizzazione organica la disciplina escludono la esistenza di frazioni gruppi che possa non meno addossarsi la direzione dei Partiti nazionali, come ora avviene in tutti paesi. La sinistra del PC è per il più rapido raggiungimento di quest’obiettivo, ma considera che esso non si realizza con decisioni e imposizioni meccaniche, bensì assicurando il giusto sviluppo storico del Partito Comunista internazionale, che deve essere parallelo nella precisazione della ideologia politica, non nella equivoca la definizione della tattica e nel consolidamento organizzativo. La Internazionale senza frazioni sarà quella in cui prevarranno i criteri di salvezza e continuità politica che rendono incompatibili le doppie organizzazioni locali, le fusioni, ossia ammissioni di militi non con le garanzie statutarie, ma con l’improvviso conferimento di funzioni direttive importanti attraverso negoziati e compromessi, i blocchi politici, le agitazioni con rivendicazioni poco chiare e che possono venire in contrasto con il contenuto del nostro programma, come quella del Governo Operaio, e via di seguito. Ove la Internazionale minacciasse di evolversi in senso opposto, il sorgere di una opposizione internazionale di sinistra sarebbe un’assoluta necessità rivoluzionarie comunista. La sinistra del P.C.I confida che questa eventualità dolorosa sarà, da chiare decisioni dell’imminente Congresso, inequivocabilmente esclusa, per ragioni di principio come per lo stesso significato delle più recenti esperienze dell’azione comunista internazionale, e i comunisti continueranno senza attenuazioni e manovre di una illusoria diplomazia politica, la lotta contemporaneamente spietata contro la reazione borghese e l’opportunismo che in tutte le forme viene ad annidarsi tre lavoratori, al lato naturale necessario della prima.
AMADEO BORDIGA – BRUNO FORTICHIARI – RUGGIERO GRIECO – LUIGI REPOSSI –
La mozione della minoranza del C.C.
La minoranza del Comitato Centrale addita la grande importanza della discussione che sta per aprirsi all’interno del Partito il quale è chiamato per la prima volta dalla sua costituzione a pronunziarsi su problemi essenziali del movimento comunista internazionale italiano;
ritiene che in tale discussione debba trovare la sua soluzione organica e razionale lo stato di disagio e di grave danno derivato all’attività del Partito e alle sorti del movimento proletario in Italia dal dissidio tra il passato C.E. del Partito e in generale tra la maggioranza affermatasi al Congresso di Roma e l’Internazionale Comunista;
addita la responsabilità dell’attuale maggioranza del C.C. che, pur non essendo d’accordo con le tesi di Roma, ha diretto nello spirito di essere tutta l’opinione del maestro iniziale partito anche quando taluni suoi membri, a quanto in seguito poi affermavano, non l’avevano in tutto condivise, e ne ha fatta la base della sua posizione politica al IV Congresso, continuando così ed aggravando un’artificiale ed arbitrario dissenso tra il Partito Comunista italiano e l’Internazionale Comunista e riducendo l’efficacia dell’azione del partito nelle masse;
afferma che in tale discussione il necessario esame dell’attività politica d’organizzativa del Partito Comunista in Italia e della tattica da esso seguita negli anni 1921-1924 deve essere compiuto -in collegamento all’esame della situazione delle varie sezioni dell’Internazionale Comunista -nello spirito e nell’intento di sviscerarne gli insegnamenti per la fissazione della tattica futura e del futuro programma di lavoro del Partito.
ANGELO TASCA – GIUSEPPE VOTA – ANTONIO GRAZIADEI – GIOVANNI ROVEDA