Partito Comunista Internazionale

Il sindacalismo fascista

Categorie: Fascism, Union Question

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[v. introduzione all’articolo del 2019 in Il Partito Comunista n.394 N.d.R.]

L’offensiva fascista ha avuto inizio nelle vaste province agricole della valle del Po: L’Emilia fu infatti la prima provincia conquistata e sottomessa. Ivi le organizzazioni di classe avevano raggiunto il più grande sviluppo, e si può affermare con sicurezza che la percentuale degli organizzati vi raggiungeva il 100%.

Questo meraviglioso sviluppo sindacale aveva origini antiche, esso influenzava fortemente anche la produzione. Gli uffici di collocamento e di distribuzione della mano d’opera, le cooperative agricole, il lavoro collettivo, le cooperative di produzione e di consumo avevano infatti imposto un ritmo nuovo a tutta la vita sociale della regione.

Ma il proletariato aveva un punto debole e vulnerabile: la grande dispersione delle sue forze nelle campagne e nei villaggi. L’offensiva fascista colpendo successivamente i diversi centri di organizzazione proletaria non durò molta fatica a vincerli. Nello spazio di pochi mesi le leghe contadine e le cooperative furono distrutte, e l’assassinio e gli incendi garantirono il successo completo della reazione.

Ma, distrutta l’antica organizzazione delle masse operaie, il fascismo vincitore si trovò in presenza di una vita sociale complessa, di una organizzazione del lavoro, dei trasporti, del commercio, degli scambi, del reclutamento e della ripartizione della mano d’opera che poneva delle questioni numerose e difficili a risolversi. Era stato molto più agevole sostituire sui comuni le bandiere tricolore alle bandiere rosse e ridurre in cenere le case del popolo; ma non si poteva egualmente modificare la situazione reale senza attentare gravemente agli interessi dei proprietari che vi si erano adattati.

Quando nel 1921 i fascisti, non avendo ancora compreso il rapporto necessario tra la produzione e l’organizzazione sindacale, distrussero i locali operai e assassinarono i più noti militanti, i proprietari fondiari si trovarono danneggiati dalla distruzione della vita sindacale. L’agricoltura ne sentì gli effetti dannosi, furono perduti dei prodotti, tutto un meccanismo finanziario perse il suo equilibrio. La miseria generale che ne risultò indebolì invero più ancora i lavoratori che i proprietari, ciò che consolò un poco questi ultimi.

Ma per impedire il rinnovarsi di simili contraccolpi, il fascismo si è dato un programma sindacale tendente a conservare l’organizzazione della mano d’opera, dominandola, ben inteso. Non si avrà che una cosa sola di mutato: l’organizzazione operaia servirà gli interessi dei padroni.

Ecco come si è iniziato il lavoro per la creazione del sindacalismo-fascista. In tutte le località i fascisti, che non erano altri che i proprietari di terre, hanno imposto con la forza l’adesione alla nuova lega contadina costituita coattivamente. I contadini restii alla persuasione, furono uccisi a dozzine. In alcuni luoghi dove i fascisti si mostravano incapaci o ignoranti in materia di organizzazione tecnica del lavoro, essi forzarono il segretario della Lega rossa disciolta, sotto la minaccia di morte o del bando dal paese, di impiegarsi nella loro lega patriottica. Con questi mezzi in alcune province agricole si è ricostituita tutta una intera organizzazione sindacale.

Ma dell’antica essa non ha conservato che il nome, essendo divenuta uno strumento di dominio della classe padronale che con la fame ed il terrore aspira a militarizzare il lavoro. Il sindacato fascista è in realtà una armata formata con l’arruolamento obbligatorio e che si distingue dal partito fascista per il fatto che quest’ultimo costituisce un’armata di volontari. Nelle province di Ferrara e di Rovigo, per esempio, è materialmente impossibile non affiliarsi al sindacato fascista; perché significherebbe la perdita di ogni possibilità di lavoro, e la massa operaia dopo alcuni mesi di esitazione vi è costretta.

L’effetto immediato di questo cambiamento di direzione e di programma dei sindacati ricostituiti sotto l’egida del fascismo è stata una diminuzione sensibile e generale dei salari e un aumento della disoccupazione, dovuta, questa, all’abolizione del “perticato” che imponeva ai proprietari l’impiego di un minimo di giornalieri per una superficie determinata di terra coltivata (pertica).

L’esistenza di un potente centro sindacale, militarmente inquadrato e disciplinato col terrore, offre al fascismo delle province non ancora completamente conquistate grandi possibilità di azioni strategiche. Meglio, i sindacati fascisti costituiscono una riserva di materiale umano. Infatti, per esempio, i contadini del Ferrarese, ridotti ad una vera schiavitù, sono importati (questa espressione commerciale è la sola indicata) nella provincia di Bologna, per spezzarvi gli scioperi e combattervi le organizzazioni rurali resistenti ancora dopo due anni a tutte le violenze. (Si cerca attualmente di vincerle con la disoccupazione e la fame).

I sindacati fascisti compiono il loro reclutamento soprattutto nelle campagne. Fra gli operai i fascisti non sono riusciti a raggruppare degli effettivi neppure mediocri. Queste affermazioni sono rese evidenti dalle statistiche ufficiali dei sindacati nazionali.

Corporazioni (sindacati) nazionali: 9; sindacati locali: 2.126; effettivi: 458.284; dei quali: 277.084 nei sindacati agricoli; 72.000 nei sindacati industriali; 31.000 impiegati di commercio; restano 78.000 organizzati ripartiti fra le altre sei corporazioni (sindacati).

Nei sindacati agricoli 45.000 iscritti circa appartengono alla federazione di Ferrara e 25.568 a quella di Rovigo; cosicché in due province sole, sulle 76 che conta l’Italia, si trova il sesto di tutta la forza sindacale del fascismo.

Queste cifre sono vecchie di tre mesi e dobbiamo aggiungere che le ultime grandi offensive militari della reazione fascista hanno provocato una affluenza di nuovi iscritti nei sindacati nazionali.

Il grosso degli effettivi degli operai aderenti ai sindacati fascisti è formato di salariati dipendenti dalle amministrazioni pubbliche, ferrovie e telegrafi specialmente.

Nell’industria queste organizzazioni gialle rispondono a necessità tattiche diverse da quelle dell’agricoltura. Nessuna grande città industriale è stata veramente conquistata dal fascismo, che ha potuto compiere nei centri operai azioni militari in grande stile accompagnati da massacri e distruzioni sistematiche, ma non vi si è potuto installare come dominatore armato per ragioni sia materiali che psicologiche. Si può dire che il fascismo non pretende infine di installarsi nelle città e si contenta di seminarvi il panico nella classe operaia.

Nelle grandi città industriali non si è verificato il fenomeno dell’assorbimento dei sindacati rossi nei sindacati fascisti. Il reclutamento di questi ultimi, è stato, al contrario minimo.

Così come sono, però, i ridicoli sindacati nazionali servono agli industriali per pretendere di sostituirli alle vere organizzazioni operaie e per legittimare ogni rinunzia proletaria. Lo Stato ha accordato al sindacato dei ferrovieri ed a quello dei postelegrafonici fascisti, malgrado il numero insignificante dei loro aderenti, una rappresentanza uguale a quella delle potenti organizzazioni rosse, in tutti i comitati e in tutte le commissioni. In caso di sciopero, il sindacato fascista serve a garantire un servizio ridotto.

Inoltre i fascisti organizzati adempiono nelle fabbriche e nelle officine al compito di delatori, di poliziotti, per il quale sono ricompensati con privilegi e favori. Malgrado le promesse di vantaggi fatte dalla reazione agli operai aderenti ai sindacati fascisti è certo che esse non riusciranno mai a prendere una consistenza reale.

Un aumento notevole degli effettivi sindacali fascisti s’è avuta nel dominio del lavoro non qualificato. Per esempio, presso i lavoratori dei porti, presso tutti gli scaricanti organizzati di preferenza sotto forma di Cooperativa di Lavoro. Questo spostamento di forze s’è prodotto ad Ancona, Venezia, Genova, Savona in seguito alle grandi offensive fasciste, tentando i lavoratori di salvare dalla distruzione il patrimonio materiale delle loro Cooperative (i mobili, macchine, mutualità).

Ma tutte le volte che in queste città la massa irreggimentata sotto le bandiere del fascismo ha l’occasione di manifestare il suo pensiero, lo spirito della lotta di classe prevale. Lo si è visto a Genova in quest’ultimi giorni nelle elezioni dei rappresentanti operai alla commissione di riorganizzazione della Società del Porto, sciolta dai fascisti; ivi la lista rossa, ebbe l’unanimità dei voti.

Il programma dei Sindacati Nazionali Fascisti è basato sulla collaborazione di classe: gli interessi dei lavoratori devono essere subordinati agli interessi superiori della patria, vale a dire della prosperità industriale e commerciale; a questo principio se ne aggiunge un altro, nazionalista, che si oppone allo stabilirsi delle relazioni internazionali: il proletariato è così incatenato allo Stato borghese.

Nella pratica il sindacalismo fascista sottoscrive a tutte le pretensioni padronali, giustificate dall’interesse della ricostruzione economica, condanna gli scioperi generali nei servizi pubblici e sostituisce la bandiera tricolore alla bandiera rossa, abolisce la festa del I Maggio, sostituendola colla festa del Natale di Roma (21 aprile), si rifiuta di aderire ad alcuna internazionale. Al principio dell’unità di classe è sostituito il principio corporativo, che divide il proletariato in gruppi e categorie.

La nostra pratica quotidiana, c’insegna che il fascismo impone ai suoi Sindacati la volontà della borghesia con una volontà di ferro. Che non ci si lasci ingannare da episodi isolati nei quali si può notare soltanto la manifestazione di uno spirito di classe incosciente, quali il grande sciopero del I Maggio a Ferrara, l’uso della violenza contro gli agrari nella provincia di Siena, l’occupazione di qualche fabbrica in seguito a dei litigi. Questi son fatti isolati rarissimi, con l’aiuto dei quali i fascisti han cercato di risolvere qualche situazione locale critica attirandosi effimere simpatie delle masse lavoratrici.

Non si può parlare di crisi del fascismo, né invocare a questo proposito l’apparizione della lotta di classe nel suo seno in seguito all’adesione a questi sindacati delle masse lavoratrici. Non se ne può parlare perché queste adesioni, imposte con la violenza a salariati tenuti nella schiavitù, sotto pena di morte, vengono da un partito formato in grandissima maggioranza da elementi borghesi. Il giorno in cui il Partito fascista vedrà sfuggirsi i sindacati non esiterà del resto a sbarazzarsene. Finché vi saranno dei sindacati fascisti essi saranno rigorosamente dominati dal Partito. Il giorno in cui le masse operaie avranno ripreso forza, s’inquadreranno nei sindacati rossi e la masnada dei codardi che si sarà schierata sotto le bandiere degli schiavisti non conterà più niente nel destino del proletariato in lotta.

La costituzione delle Corporazioni fasciste è venuta ad arricchire di un nuovo colore la policroma gradazione dei Sindacati italiani; ai neri anarchici, ai rossi social-comunisti, ai bianchi cattolici essi si sono aggiunti agitando freneticamente il tricolore nazionale.

Le organizzazioni preesistenti hanno dovuto rapidamente orientare il proprio atteggiamento di fronte a quelle sorgenti; e ciò esse fecero in dipendenza delle proprie attività e delle proprie tradizioni.

Ogni sindacato dipende in Italia direttamente da un partito politico; più ancora, ogni sindacato è sorto per opera e per emanazione di un partito il quale ha teso così a costituirsi un inquadramento di aderenti che, se pure meno saldo e fedele del partito, desse però una certa garanzia di sottomissione. Il partito socialista fu il fondatore delle organizzazioni che, riunite poi nella Confederazione Generale del Lavoro, gli offrirono le grandi masse di manovra per le sue battaglie e le sue azioni; gli anarchici dettero vita e dominano l’Unione Sindacale; il partito repubblicano dirige l’Unione Italiana del Lavoro; il popolare (cattolico) muove a sua volontà l’Unione del Lavoro; le Corporazioni nazionali sono le esecutrici degli ordini del partito fascista. Si può notare a questo proposito che il solo partito Comunista, fra i partiti proletari, non ha proceduto ad organizzarsi un proprio movimento sindacale ma, con tattica opportuna e saggia, è mosso alla conquista per mezzo del noyautage nei Sindacati sovversivi esistenti.

Il fatto di questa stretta dipendenza fa sì che ove i partiti che dirigono i Sindacati sono in lotta fra di loro, anche questi assumono reciprocamente un atteggiamento di profonda avversione; quando invece rapporti ed intese sono possibili e si realizzino fra i partiti, anche i sindacati unificano la loro azione su un comune programma.

Il primo caso si è verificato sempre, per il passato, rispettivamente fra cattolici e socialisti e fra Confederazione Generale del Lavoro ed Unione del Lavoro. Per parecchi anni in Italia vere grandi lotte furono combattute fra queste due diverse forze che si opponevano sia nel campo delle competizioni strettamente politiche che su quello dell’azione sindacale, e gli odii più feroci si accendevano nelle masse organizzate sotto le due bandiere ed esplodevano in violenti e sanguinosi conflitti. Solo da un anno a questa parte, e successivamente alle tacite alleanze parlamentari dei due partiti, i sindacati socialisti e cattolici hanno segnata la tregua e l’accordo, ed uniscono le loro schiere, sia pure saltuariamente ed in forma contingente, per la difesa di alcuni diritti elementari dei lavoratori.

Si comprende facilmente come la norma costante suaccennata, regolante i reciproci rapporti vigenti tra organismi sindacali, applicata alle nuove Corporazioni fasciste non potesse che imporre il loro schieramento in ostilità aperta e dichiarata di fronte ai Sindacati sovversivi. I partiti proletari infatti, sia pure variamente atteggiando la loro tattica verso il fascismo, gli si dichiarano nemici decisi senza possibilità di pace; così i comunisti che organizzano e conducono la lotta armata contro i fascisti, come i socialisti che, pure firmando i patti di pacificazione, dichiarano di soggiacere facendo in tal modo alle dure necessità della guerra che li obbligano a piegarsi di fronte agli avversari più forti; così i repubblicani, anche se in alcune provincie agrarie, dove il loro partito recluta quasi esclusivamente contingenti borghesi, copiano contro i lavoratori i sistemi e la tattica fascista; così i popolari nonostante che il loro gruppo parlamentare abbia dato ministri a tutti i Ministeri che protessero e favorirono lo svilupparsi del fascismo. Tutte le organizzazioni sindacali popolari, repubblicane, social-comuniste ed anarchiche, rispecchiando in sé e riflettendo l’azione dei loro partiti si sono di conseguenza schierati nettamente contro le Corporazioni Nazionali.

Ma se anche fosse mancata questa causa ad un atteggiamento antifascista sul terreno sindacale da parte delle organizzazioni rosse, esso sarebbe stato provocato ed imposto da un’altra ragione: dal contenuto antitetico del loro programma e della loro tattica. Tutti i sindacati sovversivi (social-comunisti, anarchici e repubblicani) seguono le direttive della lotta di classe e sanciscono nelle loro affermazioni di principio l’abolizione della proprietà privata ed il mutamento del regime. Anche i Sindacati cattolici, pure mancando naturalmente di questo contenuto programmatico di carattere rivoluzionario, seguono nella loro attività quotidiana una tattica schiettamente classista la quale assume a volte aspetti veramente rivoluzionari: le lotte eroiche dei contadini cremonesi guidati dal deputato popolare Miglioli che giunsero fino all’occupazione armata delle terre ed alla costituzione di specie di Soviet rurali ne sono un esempio, ammirevole e recente.

Abbiamo già reso noto lo spirito animatore e gl’intenti delle Corporazioni fasciste le quali, fondandosi sul principio della collaborazione di classe, tentano riunire su di un piede di parità e nello stesso organismo i salariati ed i datori di lavoro. Un’intesa sia pure transitoria, per la risoluzione di una situazione contingente, è perciò assolutamente impossibile fra sindacati e corporazioni le quali interdicono e vietano ogni forma di azione diretta e di massa. È noto, infatti, che la risoluzione delle controversie che sorgono fra imprenditori e lavoratori viene raggiunta dalle corporazioni con una specie di arbitrato interno (ed ognuno comprende quanto imparziale ed a favore di chi) in quei luoghi in cui la unione di costoro si è verificata nelle file dell’organizzazione fascista; ovvero con l’entrata in funzione delle squadre armate fasciste contro agrari ed industriali, ove questi, per caso, non accettino gli ordini del partito fascista. I lavoratori, secondo la concezione che regge la vita delle corporazioni, non hanno alcun diritto di perseguire direttamente, coll’uso delle loro forze, il raggiungimento delle loro conquiste; ma ogni vantaggio che essi ottengono deve giungere loro in forma di concessione deliberata di chi per capacità e privilegio ha nelle mani le redini della società. È questo il concetto della gerarchia che si precisa ogni giorno più come il credo politico e sociale del partito fascista e che annulla quindi anche il principio asserito della collaborazione sostituendolo con l’altra della sottomissione di classe.

Ogni possibilità di accordo fra Corporazioni Nazionali e Sindacati si presenta dunque illusoria ed impossibile: e la guerra aspra e senza tregua è l’unica legge che possa regolare i rapporti fra le due diverse specie di organizzazioni.

Come si realizza questa lotta? Essa non può assolutamente assomigliare alle normali e tradizionali battaglie fra sindacati di opposte tendenze, condotte per mezzo di una ampia propaganda a favore del proprio programma e della propria capacità di azione e di una critica aspra del programma e dell’azione avversaria; e neppure può tendere alla graduale e progressiva attrazione nei proprii quadri degli operai già militanti nelle file contrarie da esse strappate colla persuasione e l’incitamento. Che simile metodo di lotta sottintende la contemporanea esistenza nello stesso luogo delle due organizzazioni avversarie e concorrenti le quali si contendono l’influenza sulla maggioranza dei lavoratori nonché una relativa libertà di riunione, di parola e di stampa; ciò è impossibile a verificarsi nell’attuale situazione creata in Italia dal fascismo, nella quale la lotta fra Corporazioni e Sindacati Rossi si riduce all’applicazione di questa formula elementare, «O l’uno o l’altra».

La Lega fascista non sorge infatti che nel paese già conquistato, armata mano, dalle squadre fasciste: essa è veramente come l’erbaccia parassita che cresce e prospera sulle macerie delle case diroccate. Non vi è dubbio che un concentramento in una città è seguito dall’incendio e dalla distruzione della Camera del Lavoro e dall’uccisione o dal bando dei capi sindacali locali; e non vi è da esitare nell’affermare che questa razzia costituisce l’atto pregiudiziale e necessario per la fondazione di una sezione della Corporazione alla quale col bastone e col revolver si fanno iscrivere tutti già aderenti alla distrutta organizzazione rossa. Questo sistema di organizzazione sindacale si è fino ad oggi metodicamente ripetuto ovunque il fascismo ha vinto; il che significa ovunque la Corporazione Nazionale è sorta e costituisce una forza che i Sindacati rossi devono valutare e tenere in considerazione. Tutte le sezioni delle corporazioni che sono nate in altro modo, cioè senza battesimo di sangue e di fuoco (e ciò si è verificato nei centri ancora liberi dalla dominazione terroristica del fascismo) sono miserande e senza importanza, tali per cui l’unica tattica da usare nei loro confronti è la beffa e la noncuranza.

Come deve dunque condursi la lotta contro le Corporazioni fasciste? Combattendo l’organizzazione armata del fascismo e cercando di liberare dal terrore e dalla dominazione violenta le regioni ch’esso ha invase. Le masse proletarie spinte a forza, come mandrie terrorizzate, nelle organizzazioni sindacali tricolori non possono altrimenti essere riconquistate al movimento classista; esse restano nei quadri nazionalisti sotto la minaccia spaventosa del “manganello” fracassatore di crani; ma certamente non appena sentissero allontanarsi la minaccia, esse abbandonerebbero la forzata milizia che costa loro rinunce di libertà, di salari e di diritti.

Bisogna escludere senz’altro la possibilità di una vittoria indiretta sulle Corporazioni fasciste da raggiungersi con un’azione interna di conquista della maggioranza e quindi dei posti di dirigenza. In realtà non la maggioranza, ma la unanimità dei loro iscritti è contraria fin da oggi alle loro direttive; così come lo schiavo è contrario naturalmente agli scopi ed ai progetti del suo padrone; ma nessuno può, pena la sua sicurezza personale, azzardarsi ad esporre od a fare valere i proprii concetti e le proprie opinioni. Un progetto di noyautage nei Sindacati fascisti significherebbe la condanna a morte di coloro che tentassero tradurlo nella pratica. E tutto quanto già esponemmo del modo di formazione e di funzionamento delle Corporazioni deve fare ognuno convinto della verità di questo asserto.

Nei Sindacati fascisti vi è certamente grande numero di comunisti, di anarchici, di socialisti, di repubblicani lavoratori di paesi colonizzati dalla guardia bianca e nell’impossibilità di sottrarsi alla leva forzata ordinata dagl’invasori, ma essi devono bene evitare di cercare di informare l’azione dell’organizzazione alle loro convinzioni, essi non possono costituire delle frazioni o delle tendenze sia pure soltanto differenziantesi su problemi sindacali. Il giorno in cui nei sindacati fascisti sarà possibile il formarsi di questi raggruppamenti ed il manifestarsi di affermazioni collettive di carattere classista, in tale giorno il fascismo come movimento reazionario armato sarebbe in pieno declivio ed i suoi organismi sindacali crollerebbero di per sé senza più necessità di lotte dall’esterno o di conquiste dall’interno.

I sovversivi iscritti violentemente nelle file delle corporazioni devono limitarsi in tale loro veste ad attendere il maturarsi di una situazione simile che solo permetterà la loro liberazione.

Il partito comunista ha dato ai proprii aderenti e simpatizzanti delle singole località disposizioni dettate dalle precedenti valutazioni: cercare di mantenere in vita fino all’estremo possibile il sindacato rosso; al momento dell’arruolamento generale nel Sindacato Nazionale non esporre la vita per sottrarsi all’imposizione ma eseguirla solo quando la lega sovversiva sia sciolta e scomparsa; raggrupparsi immediatamente nell’interno del Sindacato fascista in gruppi costituiti esclusivamente di compagni fidati e sicuri dato l’enorme pericolo di una delazione o della scoperta del gruppo e delle sicure terribili conseguenze di un tale fatto.

Questi gruppi devono esclusivamente curare la creazione di una rete di collegamenti in quelle regioni in cui il dominio fascista ha distrutto e resa impossibile l’esistenza dì una rete organizzativa del partito comunista e devono rappresentare i primi nuclei pronti a riformare la tessitura del partito al momento in cui una tale ricostruzione si presenterà come possibile.

L’esecuzione di questo piano elementare di lavoro è già stata pagata colla vita da molti lavoratori e militanti comunisti ma esso ciononostante va realizzandosi con sicurezza, se pure lentamente ovunque, e con esso si compie il massimo di ciò che i partiti ed i Sindacati rossi possono fare oggi giorno nei confronti dei Sindacati fascisti.

Questo articolo non potette trovar posto nel numero precedente della rivista, sicché viene ad essere un po’ superato dagli avvenimenti che si sono svolti nei giorni scorsi; specie la parte ultima che riguarda la tattica del P.C. di fronte al fenomeno dei sindacalismo fascista, ma quello che e l’esame obbiettivo del fenomeno, le sue cause e il corso del suo sviluppo, e il pensiero comunista in merito restano immutati.