Prime Critiche
Categorie: PCd'I, Union Question
I dirigenti delle cinque più importanti organizzazioni sindacali in cui si trova ad essere scisso il proletariato italiano, si sono dunque messi d’accordo per la costituzione di un Comitato nazionale unico che dovrà avere il compito di attuare un programma di azione concordata sulla base dei postulati minimi che sono la sostanza connettiva più elementare della organizzazione operaia.
“L’Alleanza del lavoro” così costituita rappresenta un innegabile progresso sulla prima concezione che voleva farla consistere in una coalizione oltre che delle varie organizzazioni sindacali anche dei vari partiti cosiddetti sovversivi, facendo nascere in Italia una mostruosa contraffazione del Labour Party inglese. Essa, però, nonostante questo progresso, rappresenta per noi comunisti solo il passo iniziale verso l’attuazione del programma del fronte unico.
Che i capi ufficiali del movimento sindacale si mettano d’accordo e decidano di dare al loro accordo una organizzazione permanente istituendo un Comitato nazionale unitario, è un fatto storico di cui non vogliamo per ora esaminare per l’Italia l’importanza: ma a che varrebbe l’accordo se esso non si basasse ferreamente sull’accordo delle masse che riempiono i quadri delle organizzazioni?
Nel caso specifico si è verificato che dalla riunione costitutiva di Roma, e probabilmente quindi anche dal Comitato attuale di Roma (e probabilmente quindi anche dal nuovo Comitato che verrà eletto) sono state escluse tanto la minoranza della Confederazione del lavoro che la minoranza dell’Unione sindacale italiana, come i sostenitori dell’una e dell’altra della adesione rispettiva alla Internazionale sindacale rossa.
L’organizzazione del Comitato verrà quindi ad avere questo colore: 5 riformisti per la Confederazione; un riformista ed un anarchico per il Sindacato ferrovieri; 2 anarchici per l’Unione sindacale; 2 sindacalisti per l’Unione italiana del lavoro; un riformista ed un sindacalista per la Federazione dei porti; l’ “Alleanza del lavoro” sarà quindi costituita da 7 riformisti, 3 anarchici, 3 sindacalisti.
I comunisti che nel movimento operaio italiano rappresentano masse certamente superiori a quelle rappresentate dagli anarchici e dai sindacalisti, non avranno nessuna rappresentanza nell’ “Alleanza del lavoro”. I riformisti, invece, avranno la maggioranza sin dal primo giorno. Una razionale distribuzione dei mandati, secondo i risultati dei congressi, dovrebbe dare invece 5 riformisti, 2 comunisti, 2 anarchici e 4 sindacalisti.
L’accordo dei capi anche per il fatto che ha determinato una situazione di tal genere, non può dunque essere che l’inizio, il primo passo per attività organizzativa che dovrà avere per coronamento la costituzione del fronte unico proletario. All’accordo dei capi deve seguire l’accordo delle masse: ciò che è avvenuto nelle sfere dirigenti deve riprodursi in basso nel seno del proletariato, in tutti i centri dove la classe operaia e contadina lotta per la sua esistenza e la sua libertà.
Il Comitato nazionale dell’ “Alleanza del lavoro” deve, se vuole vivere e svilupparsi, cercare la sua base organica in un sistema di Comitati locali eletti direttamente dalle masse organizzate nelle varie centrali sindacali. Solo la formazione di questo nuovo sistema organizzativo in cui tutte le tendenze ideologiche che hanno vita nelle masse lavoratrici possono trovare una eco e una rappresentanza, costituirà la base storica del fronte unico proletario.
Per raggiungere questo fine che è posto alla loro attività sindacale dalle tesi che il Comitato centrale del Partito presenterà al prossimo congresso, i comunisti lavoreranno con tutta la loro energia di propaganda e di organizzazione.
Quanto al programma di azione che viene indicato nel deliberato costitutivo dell’ “Alleanza” lo sciopero generale nazionale appare in esso come un mezzo “che non si esclude”. Nella proposta di fronte unico dei comunisti, e anche, pare, nei criteri direttivi esposti dai rappresentanti dell’Unione Sindacale, lo sciopero generale nazionale era chiaramente indicato come l’arma unica che il proletariato può opporre alla offensiva che contro di esso conduce la classe padronale. Solo nella propaganda e nella preparazione di esso la lotta per il fronte unico può diventare una cosa concreta, mentre rimane una astrazione inconsistente fino a che lo sciopero generale, cioè la concorde e unita controffensiva proletaria, rimane un mezzo impiegabile solo quando… i sette riformisti non abbiano più la maggioranza su gli altri sei membri del Comitato.