A proposito del trattato di pace social-fascista
Categorie: Fascism, PCd'I, Social Democracy
GLI INTERPRETI
Abbiano sotto gli occhi il comunicato della Direzione del Partito Socialista riguardante la notizia data dai quotidiani di un patto di pace concluso con i fascisti, e la pubblicazione di tale patto. Dal comunicato emergono due circostanze.
1) «Effettivamente sono corse pratiche, in merito al patto, fra alcuni fascisti e socialisti».
2) «La Direzione del P.S.I. non s’è rifiutata di accordare il chiesto consenso a quei compagni i quali si sono ritenuti in dovere di iniziare quelle pratiche risolutive e di cui sono state date notizie inesatte».
Da queste due circostanze si desume che gli organi centrali del P.S.I. non sono alieni del trattare con gli organismi dirigenti del fascismo.
La Direzione del P.S.I. aggiunge ancora che «intende operare – secondo i principii e le tradizioni del Partito Socialista Italiano – anche in questo momento al ripristino della vita nomale che garantisca il libero svolgimento delle lotte civili».
Che i principi attuali del P.S.I. siano volti al ripristino della vita normale che garantisca il libero svolgimento delle lotte civili è lanciare una bestemmia al marxismo, e che mal cela un profondo mutamento di indirizzo nella mentalità e nella tattica del socialismo italiano; ma dire che le tradizioni del P.S.I. giustificano un tale mutamento equivale a mentire grossolanamente. Le migliori tradizioni del P.S.I. è vero, le abbiano portate con noi staccandoci dal vecchio partito. Noi siamo i continuatori logici della sinistra marxistica che combatté nel Partito socialista, volta a volta, le battaglie per l’intransigenza, contro il bloccardismo, contro la massoneria, e che – prima – vide nella rivoluzione russa non già un episodio isolato nella storia ma l’inizio della Rivoluzione mondiale dei lavoratori. Ma il passato del P.S.I. appartiene in buona parte a noi.
A noi, considerati appunto quali continuatori di un movimento di opposizione al riformismo. Ebbene: noi diciamo che il P.S. non ha mai chiesto il ripristino della vita normale, principio che è antisocialista per eccellenza, giacché presume l’accettazione di un concetto di normalità antisociale, ed antistorico da un punto di vista scientifico e filosofico, inconciliabile con la dialettica di Marx e dei marxisti. Il Turati del ‘98 ed il Serrati del ‘17 non chiedevano il ritorno alla vita normale; la normalità – volgarmente intesa – è ordine sociale; e noi abbiamo ripetuto che la società borghese non può garantire che un ordine apparante, poliziesco, mentre i rapporti economici e morali tra i quali essa vive sono illogici, ingiusti e caotici. Il ritorno alla vita normale, per cui i socialisti oggi danno mano agli assassini del proletariato, è la rinunzia definitiva ai principi rivoluzionari affermati a Zimmerwald e a Bologna, ed apre un nuovo compito politico al partito che fu già interprete della volontà d’emancipazione delle classi lavoratrici. Il P.S.I. intende anche ripristinare il libero svolgimento del le lotte civili. Quanto le parole abilmente usate possono ingannare le masse più arretrate!
Ripristino della vita normale e del libero svolgimento delle lotte civili. Ripristino. Sembra, dunque, che ieri i socialisti godettero una normalità di vita sociale borghese, il libero svolgimento delle lotte civili. Accanto all’eresia marxistica i massimalisti ribadiscono il concetto negatore della rivoluzione proletaria, il concetto bernsteiniano (Kautsky è assai più a sinistra) della gradualità antirivoluzionaria del socialismo, che oggi ha portato Bonomi al governo d’Italia e ieri portò Scheidemann ed Ebert, Adler e Renner, alla direzione degli Stati borghesi del Centro Europa. Lotta civile bisogna intenderla, qui, per lotta legale. Il termine civile, è nel nostro caso, derivato da civiltà, nel senso meno ampio di educazione, e, non già da civis. Tantoché lotta civile non si traduce in guerra civile.
Ed è appunto perché il concetto di lotte civile equivale a competizione legale di partiti nazionali nell’orbita delle istituzioni dello stato borghese che la borghesia non può non accettarlo e farlo suo. Il C.C. dei Fasci di combattimento, infatti, «non respinge in linea di massima il generoso proposito di un ritorno alla normalità della vita politica nazionale, ritorno reso possibile dalla fondamentale modificazione della coscienza pubblica e dal sostanziale cambiamento di tono e di opera del partito socialista ufficiale».
È nel cambiamento di tono e di opera del partito socialista che il fascismo (vogliamo dire la borghesia) vede la possibilità di un ritorno alla normalità della vita politica nazionale. E per la borghesia la normalità ha un preciso e ben chiaro significato.
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Nella formazione del trattato di pace che gli organi dirigenti fascisti e socialisti stanno per stipulare, i capi socialisti si dicono interpreti della volontà delle masse lavoratrici. È bene che noi diffidiamo in tempo i socialisti dinanzi alle masse e dinanzi agli organi del fascismo.
Quei capi socialisti che inizieranno ed – eventualmente – condurranno a termine trattative di pacificazione con il fascismo non rappresentano per nessuna ragione la volontà delle masse. Marxisticamente noi possiamo dimostrare che essi sono nemici della classe proletaria della quale non possono interpretare né i bisogni né le aspirazioni. Ma se anche i più semplici che in questi giorni sentiamo parlare eccessivamente, volessero sostenere che gli eletti socialisti dai suffragi elettorali interpretano il pensiero del proletariato e possono decidere delle sorti del proletariato, noi abbiamo il diritto di ricordare che la campagna elettorale combattuta dai socialisti, nella maggior parte delle circoscrizioni (in qualche circoscrizione si ebbe un ravvicinamento social-fascista) fu combattuta sulla piattaforma dell’antifascismo. Neghiamo, quindi, che i capi socialisti possono interpretare, in questa contingenza specialmente, il desiderio delle masse.
Appena ieri a Grosseto si è scatenata la furia degli irregolari bianchi e i nostri morti sono ancora insepolti. È davvero tragico il destino dei lavoratori, indifesi, invendicati, mercanteggiati, come schiavi. Dalle fosse ove riposano i morti proletari si elevano urla di maledizione contro i pavidi pastori che mercanteggiano insieme agli ideali che furono dei morti, la vita e l’avvenire dei vivi.
Ma i vivi non accederanno all’invito subdolo, alla contrattazione infame. Il comunicato dei Fasci ha dichiarato di ritenere che «al fine di non rendere vano, transitorio ed effimero un tentativo pacificatore esso deve essere concluso e soprattutto applicato in accordo con tutti i dirigenti autorizzati e responsabili anche di quelle organizzazioni politiche d’estrema rivoluzionaria a cui vanno attribuite o a cui artatamente si attribuiscono in questi giorni le responsabilità delle infinite superstiti violenze sporadiche ed individuali antifasciste».
Tal prosa da piccolo ghetto è intonata al pensiero stesso dei socialisti. Daremo di ciò altra volta la prova. Della quale non ci sarebbe bisogno per quanti hanno seguito in questi ultimi mesi la condotta politica dei socialisti e l’opera di delazione che fino a ieri, auspice il pacificatore-spia onorevole Ellero, ha inseguito i comunisti. Scrivevamo il 13 febbraio scorso: «Fin da oggi noi facciamo comprendere al proletariato italiano la necessità di combattere fascisti e socialisti, i difensori di oggi e di domani della classe borghese, gli antilegalitari di oggi ed i legalitari di domani in casacche di guardie gialle».
Il pensiero dei socialisti è, oggi, questo: gettare ponti al fascismo e tentare la pacificazione. Ma poiché i fascisti non sono certo più minchioni dei socialisti; e poiché i comunisti non solo rifiutano il loro concorso alla mercazione, ma iniziamo un attacco a fondo contro i socialisti, i soliti traditori da bassofondo, i fascisti hanno il diritto di rompere le trattative. Ma i socialisti non vogliono perdere al giuoco.
E noi assisteremo alla ratifica da parte dei rappresentanti fascisti e degli interpreti (con questi interpreti dovremo fare lunghi conti) socialisti di un trattato nel quale sarà fermata la clausola poliziesca che impegna i contraenti ad accoppare (e nelle migliori ipotesi ad affidare alla giustizia) i responsabili delle violenze individuali e sporadiche, o – come l’Avanti! li chiama – gli smobilitati affetti da psicosi di guerra.
La guerra al comunismo, da parte della coalizione socialfascista, è virtualmente dichiarata. Attendiamo l’ultimatum? Macché! Noi non abbiamo nulla da attendere. Combattiamo socialisti italiani e borghesia coalizzati da parecchi mesi, e perciò colpiamo gli uni o gli altri indifferentemente.
Il 30 scrivevamo: «Se gli organi del fascismo oggi si mostrano avversi ad una eventualità simile (ad un esperimento socialdemocratico di governo) gli è perché i socialisti debbono ancora meglio chiarire la loro posizione, debbono rinnegare tutto il passato rivoluzionario, debbono scendere al piano comune e civile di competizione politica». Nel luglio 1921 i socialisti – dicono i Fasci – hanno «sostanzialmente cambiato di tono e di opera». E perciò i signori Zaniboni ed Ellero ed i signori Acerbo e Giurati possono firmare il trattato di pace e le condizioni di resa imposte dal fascismo. E Mussolini parafrasava Turati: «O si finisce o si va al disastro nazionale».
Il fascismo, cioè la borghesia, ha vinto.
E noi siamo soli, contro le forze dello Stato, contro l’armamento della classe avversa, contro il socialismo passato al nemico.
Viva il comunismo! Viva la rivoluzione proletaria!
Abbasso i rinnegati, i mercantucci da piccolo ghetto!