Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista e il movimento romano

Categorie: Fascism, PCd'I

L’estensione acquisita dal movimento antifascista iniziato a Roma per opera del Comitato di difesa proletaria e l’importanza nazionale che essa ha assunto per essersi risolto in un’effettiva sconfitta del fascismo, rendono necessario un esame che valga a ben precisare il suo valore e a precisare quindi il valore dell’atteggiamento tenuto in questa occasione dai diversi partiti e gruppi politici del proletariato.

In senso largo la situazione creatasi a Roma dopo le prime provocazioni fasciste e in seguito alla proclamazione dello sciopero può essere definita dicendo che in modo spontaneo e sopra il terreno della difesa dagli attacchi delle squadre dei Fasci si è costituito un fronte unico del proletariato romano.

Insieme col proletariato si sono però mossi degli strati piccolo-borghesi e borghesi, tutta quella parte della popolazione di una grande città che si suole indicare col termine generico di “popolo” e in conseguenza di ciò anche il carattere del movimento non si può dire sia stato schiettamente proletario e classistico. I piccolo-borghesi arrabbiati per aver visto turbato il loto quieto vivere, i popolani insofferenti di prepotenza e pronti a dar prova del loro coraggio personale nei conflitti con i fascisti e nella caccia alle squadre di azione, si sono mossi per motivi che non hanno molto a che fare con quelli che debbono guidare i proletari nella lotta contro le organizzazioni armate della borghesia.

Quello che sta a cuore di queste categorie intermedie è la garanzia della loro libertà; quello che esse pretendono è il ritorno alla legalità per tutti. La loro protesta contro la banda armata che usa prepotenze non può quindi fare a meno di risolversi in un appello al ritorno all’impero della legge, in una protesta contro lo Stato che questa legge non fa rispettare, e in un desiderio di vedere restaurata l’autorità dello Stato stesso, tutore e difensore imparziale di tutti i cittadini contro tutte le violenze.

Sono questi gli scopi che debbono guidare l’azione del proletariato? È possibile che esso pure si inspiri a questi principi? Evidentemente no, perché il proletariato deve sapere che la soppressione della legalità è un fatto strettamente connesso con l’acuirsi dei contrasti di classe, e deve volere, non già porre fine a questa condizione di cose, ma aggravarla, rendendo i conflitti di classe sempre più cuti aperti e palesi. Il proletariato non si muove per ottenere che lo Stato disarmi e allontani i violenti, ma si arma esso stesso, accetta la lotta sul terreno sul quale essa viene portata e soltanto nella propria violenza calcola per ricacciare quella dei suoi nemici. Un fronte unico di difesa proletaria contro il fascismo presuppone dunque la guerra aperta di tutta la classe, presuppone l’esistenza di una solida organizzazione nella quale le forze proletarie possano essere inquadrate a scopo di difesa o di attacco, ma presuppone soprattutto che sia completamente superata la mentalità di colui che vuole difesa la libertà di tutti, in egual modo, da un potere superiore e imparziale. Questa mentalità invece ha dominato a Roma in questi giorni e ad un rafforzamento di essa porta il modo come sono soliti considerare la lotta contro i Fasci i “Comitati di difesa proletaria” e le organizzazioni armate più o meno embrionali che ad essi fanno capo.

L’esempio di Roma è tipico. Roma è la città dove la lotta contro il fascismo ha avuto fin dall’origine questo carattere piccolo-borghese di azione volta a restaurare l’impero della legge, a Roma fanno capo le correnti politiche antifasciste borghesi, in Roma poi la distinzione delle classi non è così netta e marcata come nelle città industriali e nelle zone agricole del settentrionale, dove un movimento contro i Fasci non potrebbe contare che sulle forze strettamente proletarie e dovrebbe quindi risolversi in una guerra di classe. Guerra di classe non è stata invece quella che si è combattuta dal popolo romano con la dichiarazione di sciopero, per quanto siano state le categorie proletarie a muoversi per prime e a trascinare le altre dietro di sé.

Queste considerazioni servono a spiegare anche un altro fatto: il fatto che al movimento è mancata una direzione politica chiara e precisa e una guida ferma e sicura. I partiti social-democratici e piccolo-borghesi non sono riusciti a chiarire a se stessi gli scopi dell’azione loro. I socialisti, in fondo, avevano paura anche della semplice protesta di carattere piccolo-borghese. I repubblicani sono troppo incerti tra la tattica della lotta di classe e quella della vecchia democrazia. Gli anarchici, al solito, non sanno trovar la via che conduce dalle parole ai fatti.

In queste condizioni il Comitato di difesa proletaria si è trovato capace di dare soltanto la parola d’ordine di una resistenza generica e i germi di una azione di carattere schiettamente proletario e classico, che pure esistevano ed erano capaci di sviluppo, non lo hanno potuto avere.

I germi proletari vi erano. Esistono anche a Roma le categorie che hanno una mentalità puramente di classe esistono dei rioni intieri che si prestano a un inquadramento schiettamente proletario, esistono delle grandi categorie di lavoratori la cui azione non può [fare] a meno di rientrare senza residui nel quadro della lotta di classe, ma a questi elementi soprattutto è mancata la guida.

Essi stessi hanno avuto coscienza e tipico è stato l’esempio dei ferrovieri, trascinati spontaneamente ad allargare ed estendere il movimento contro le volontà dei propri capi.

Ecco ad ogni modo la cronaca esatta della parte avuta dal nostro partito negli avvenimenti:

Il Comitato di difesa proletaria sorse a Roma sulla stessa piattaforma che dette origine al movimento degli “arditi del popolo”, e che è quella tratteggiata nelle considerazioni che precedono, indicata dalla stessa espressione di “difesa”.

Vi partecipavano le due Camere del lavoro, quella Confederale e quella dissidente (che si staccò durante la guerra per interventismo) e dei partiti politici solo i repubblicani e gli anarchici. I socialisti si tennero in disparte perché la stessa difesa armata contrastava col loro atteggiamento di disarmo e di pacificazione coi fascisti; i comunisti, benché vi partecipassero attraverso la Camera del lavoro prima da loro diretta, tennero un’attitudine riservata non intendendo sottomettere alle decisioni del Comitato di difesa proletaria quelle del partito, né tampoco confondere colla organizzazione degli arditi del popolo la formazione delle loro squadre comuniste disciplinate al Partito.

In seguito la Camera del lavoro confederale, come è noto, passò per una lieve maggioranza ai socialisti, essendosi astenuti gli anarchici che prima sostenevano i comunisti. Non vi era stato il tempo di chiarire la situazione, non sapendosi nemmeno bene se il Comitato di difesa esisteva ancora o no e chi precisamente vi partecipasse e d’altra parte sperdendosi in continue polemiche tra i dirigenti la organizzazione degli arditi del popolo. Non vi era stata la possibilità di proporre una intesa di altro genere, che potrebbe legare gli organismi sindacali su di un terreno difensivo, lasciando responsabile ogni partito del suo metodo specifico di azione: i socialdemocratici alla pacificazione e alla predicazione quacqueristica, i comunisti alla preparazione rivoluzionaria, gli anarchici a quel metodo rivoluzionario che non vuole fare assegnamento sulla disciplina di una organizzazione.

Tuttavia, iniziato il movimento per lo scatto spontaneo, dei ferrovieri prima e poi di tutti i lavoratori romani, nello stato d’animo che abbiamo descritto di tutta la cittadinanza, i comunisti lo accolsero con entusiasmo e vi parteciparono con tutte le loro forze.

Gli organi del nostro partito mantennero tuttavia un certo riserbo, non volendo cogliere l’occasione di una lotta ingaggiata e bene o male diretta da un comitato che se ne rendeva responsabile col consenso degli organismi proletari, per differenziare il loro speciale punto di vista, né operare nel senso di scavalcarli quando tale attitudine poteva essere interpretata come una rottura del fronte unico stabilitosi nell’azione.

Gli aggruppamenti comunisti e i comitati sezionali e federali del partito parteciparono attivamente, e partecipano, a tutto l’andamento dell’azione proletaria. Poiché d’altra parte si chiedeva che il Partito dicesse ufficialmente quale era il suo punto di vista, una rappresentanza della sezione comunista romana e della Federazione laziale comunista intervenne alla seduta di venerdì sera del Comitato di difesa proletaria, e lesse una sua dichiarazione in cui fatte le riserve sulla costituzione e la funzione di detto comitato, dinanzi all’iniziato movimento, interveniva, oltre che a rinnovare l’impeto [impegno – ?] di parteciparvi in ogni eventualità e con tutte le sue forze, dire il suo parere proponendo la continuazione dello sciopero fino alla partenza da Roma di tutti i fascisti che vi erano concentrati.

Tale proposta influì a far modificare il deliberato del comitato che già aveva votato a maggioranza la ripresa del lavoro, ma che la sera ritornò sulle sue decisioni.

È nota la parte del nostro gruppo sindacale ferroviario nell’ottenere la continuazione dello sciopero ferroviario contro il parere di dirigenti locali e centrali, socialdemocratici o anarchici.

In conclusione il Partito comunista vede con grande simpatia questo movimento che deve servire e servirà a migliorare il livello del morale del proletariato in molti posti sbigottito dalla forza dell’avversario e dalle prepotenze del fascismo, per innestarvi attraverso la sua opera di controffensiva organizzata dalle forze proletarie, sulla piattaforma non più solo di una difesa che tenda a ritornare “all’ordine” ma di una riscossa rivoluzionaria materiata da un programma di conquista.