Mentre i deputati fascisti nelle discussioni parlamentari impiegano la rivoltella dovrebbero gli operai negli scioperi generali servirsi del ramoscello d’ulivo?
Categorie: Antifascism, Democratism, Fascism, Parliamentarism, PCd'I
[Seduta parlamentare del 9 agosto 1922]
Alle ore 17,30 la seduta è ripresa.
Facta ed i ministri Alessio, Taddei, Soleri, Anile, Bertone, Dello Sbarba e De Vito.
L’aula è sempre affollata.
Il PRESIDENTE rivolge preghiera a vari gruppi di designare un solo oratore per la discussione sulle comunicazioni del Governo.
COCCO-ORTU – Aderisce alla proposta del presidente, però, per renderne pratica l’attuazione, propone di rinviare la seduta a domani (rumori).
Da varie parti si rumoreggia. Il Presidente scampanella e domanda ai primi due iscritti, onorevoli Lupi e Celesia, se essi intendono parlare a nome dei rispettivi gruppi.
Articoli di Mussolini riletti da Lupi
Avutane risposta affermativa, dà la parola all’on. Lupi.
LUPI – L’ultima crisi, contro la volontà degli uomini, ha avuto una importanza storica, perché attraverso di essa si è potuto fare il processo di chiarificazione delle forze che agiscono nel tumulto della vita nazionale.
Due forze oggi si contendono la conquista dello Stato e due mentalità diverse.
Esistono due forze, delle quali una squisitamente volitiva e giovane, che non vuole ritorni dittatoriali e reazionari ma soltanto lo svolgimento evoluzionistico graduale; l’altra in aperto e dichiarato fallimento. Il collaborazionismo dovrebbe salvare soltanto la crollante oligarchia socialista.
Se è vero che una nemesi storica esiste, i socialisti scontano, oggi, con la loro impotenza, il grave errore e la grave colpa di aver offeso i combattenti. (Applausi a destra).
MAFFI – Non è vero!
LUPI – L’andata al Quirinale dell’on. Turati non è il risultato di una onesta trasformazione delle coscienze. (Approvazioni a destra).
Di errore in errore, i socialisti hanno provocato lo sciopero generale, che ha prodotto lutti e sangue al Paese. (Applausi a destra).
MATTEOTTI – Lo avete versato voi il sangue.
GIUNTA (ai socialisti) – State zitti! Sono fantasie queste!
LUPI rileva la contraddizione fra la andata al Quirinale e lo sciopero generale, definito legalitario, che è stato invece una pugnalata alle spalle della Nazione. (Applausi a destra).
O lo Stato assorbirà il fascismo come linfa nuova, che lo rinnovi, o il fascismo si sostituirà allo Stato.
Siamo – continua l’oratore – contro lo Stato democratico che combattiamo; ma non siamo rivoluzionari.
Il nostro movimento aderisce alla realtà e non nega la lotta di classe ma vuole superarla.
Occorre una radicale revisione della funzione dello Stato nel tragico periodo che il nostro Paese attraversa. Per risolvere la crisi occorre affrontare e sgominare tutti coloro che hanno propositi antinazionali. Il governo deve avere gli occhi aperti nel Paese non nel piccolo mondo montecitoriale: deve ascoltare la voce possente che viene da fuori. Se i governanti non sapranno provvedere, i fascisti nulla lasceranno di intentato per assolvere il compito nazionale affidato loro da Dio e dal destino. (Applausi a destra, rumori all’estrema sinistra)
ROCCO A. – A nome del gruppo nazionalista, invita il Governo a prendere severi provvedimenti contro i responsabili dello sciopero dei servizi pubblici. Domanda che siano presi provvedimenti contro coloro i quali offendono la bandiera nazionale e i simboli della Patria.
Dichiara che i nazionalisti accorderanno voto favorevole al Governo, nella speranza che vorrà fare una politica conforme alla volontà ed all’interesse nazionale.
Il discorso del comp. Repossi
A questo punto prende la parola l’on. REPOSSI e dice:
La crisi ministeriale che si è svolta in questi giorni, e molto più lo sciopero generale e le lotte a cui questo ha dato luogo, mettono oggi qui tutti in condizione di perplessità. Tutti i gruppi si avvolgono e si dibattono in un equivoco, assai più di quanto or sono tre o quattro settimane quasi tutti avevano già dovuto confessare.
Noi, comunisti, sentiamo di avere soltanto da continuare sulla diritta via del nostro programma e della nostra azione. Programma, che più volte abbiamo esposto da questa e da altre tribune alle masse proletarie e agli avversari stessi, azione che deve essere riconosciuta nella generosa battaglia che i lavoratori di tante città italiane hanno saputo condurre negli ultimi giorni a difesa di sé stessi e delle loro idealità di classe.
Dirò poche cose della crisi, qualche altra su argomento in cui occorre essere rudemente sinceri: sullo sciopero generale, sulle sue cause e nei suoi effetti. Nel momento in cui si rinfacciano e palleggiano responsabilità non credo che non si vorrà qui dentro ascoltare la dichiarazione di quelle che noi fortemente e nettamente assumiamo.
Crisi di regime
Che la crisi sia crisi di regime politico non vi è chi possa più negare. Lo si riconosce oltre che dalla parte nostra, anche dalla estrema destra che conduce una crociata contro la vigente costituzione dello Stato. È evidente che questa non offre più la piattaforma di una qualunque possibile amministrazione degli affari pubblici. Ma poiché non vi è crisi di forme politiche senza che le sue origini si riscontrino nei rapporti sociali e nel regime della proprietà, noi non abbiamo molto a temere che la stabilità dell’assetto borghese che noi combattiamo possa essere salvata con una soppressione di date garanzie liberali e parlamentari. Non vi è posto per una soluzione di destra che ponga un punto fermo alla crisi dello Stato italiano. Se il fascismo, che dice di trovarsi al bivio, fra un riformismo di destra ed un rivoluzionarismo di destra, possedesse una simile soluzione, da attuarsi sia col suo estendersi come partito parlamentare che col colpo di stato, esso dovrebbe mostrarci le premesse programmatiche di ordine amministrativo ed economico.
Il fascismo al bivio
Noi contestiamo, perché i fatti contestano, che il movimento fascista, innegabilmente forte militarmente e capace di colpire rudemente i suoi avversari, contenga una simile potenzialità programmatica. I suoi atteggiamenti riformisti e sindacali non ci danno nulla di nuovo, se non la concomitanza di mezzi di conservazione che prima agivano separati: la repressione violenta e la illusione del miglioramento per i lavoratori nei quadri dell’assetto capitalistico. Il fascismo in questo campo non sfuggirà al dilemma: o ricadere nella sfatata demagogia del gradualismo sindacale per cui non vi è più posto né nella situazione economica né nella esperienza politica della collettività, o lavorare sia pure a non breve scadenza per noi: per la rivoluzione dei salariati e la espropriazione degli imprenditori. Un movimento, per legittimarsi innanzi alla storia, non può contentarsi di essere in grado di distruggere, di stroncare e di incendiare, e nel caso di imporre una dittatura delle sue armi. Esso deve poter aprire con questi mezzi la via a nuovi sviluppi della organizzazione sociale, se non vuole crollare sotto il peso delle sue armature. Ed è per questi motivi che solo attraverso l’armamento di uno squadrismo rosso si potrà arrivare alla rottura del bubbone che è costituito dalla presente decomposizione sociale.
E se le forze che possono dare un tale inquadramento sono ancora limitate, questo prova soltanto che il percorrere tutto il processo costerà più caro, ma più caro a tutti.
I partiti tradizionali
Messo in questi termini l’equivoco in cui si muove il fascismo, che pur rappresenta il tentativo di creare una nuova via ed un nuovo metodo, non vale la pena di indugiarsi sulle capacità e le risorse di un governo come quello di cui Facta ci ha data la seconda edizione, e che si riattacca alle scolorite e parassitarie clientele personali formante le così dette democrazie e l’agonizzante liberalismo. Né uomini né gruppi su cui questa o altre combinazioni vengano a poggiare possono essere menomamente considerati in grado di tracciare nuovi indirizzi: meno di tutti quelli che fanno capo alle ambizioni dei solleticatori del collaborazionismo socialista, mostratisi poi così pronti a buttarlo a mare come zavorra pericolosa nelle tempeste dei giorni scorsi: e questi sarebbero poi i capitani da cui le masse dovevano attendere la crociata contro il fascismo!
Gli operai ne sanno abbastanza per giudicare, da vecchie e nuove imprese, queste volpi già corrive ad offrire alleanza ai lupi, essendo la loro avidità pari alla loro viltà.
Le contraddizioni dei popolari
Di poco su questa morta gora dei partiti tradizionali si eleva il partito popolare. Su di essi ha il vantaggio di una organizzazione politica, come ha il fascismo quello di una organizzazione militare: ma ogni potente organizzazione mal vive se non possiede una ideologia feconda storicamente, che si traduca nel saper muovere con metodo sicuro e completo verso i punti di arrivo, o se si vuole di tappa, della storia. Ed anche il partito popolare si avvolge in contraddizioni ed equivoci, neanche esso possiede la ricetta per assumere con novità di successi il governo del paese, ed ha a suo carico la sua impotenza a difendere dai colpi della reazione quelle masse contadine su cui dovrebbero appoggiarsi. Queste, dalle organizzazioni cattoliche o fasciste, dovranno un giorno affluire in un tipo di inquadramento che, sulla base di un intelligente programma di rivoluzione agraria che pur non sia ancora una rivoluzione comunista, si alleerà con l’insopprimibile movimento del cessante [?] alla fiamma della agitazione sovversiva. La organizzazione e la preparazione del partito popolare, che sono indubbiamente notevoli come serietà e come tecnica, non hanno dunque costituito né costituiranno, la tavola di salvezza del regime.
I comunisti rivendicano le loro responsabilità
Resta da dire del partito socialista. Questo argomento, che più da vicino ci interessa, si combina con quello dello sciopero nazionale ultimo. Prima di dirne come esperienza dei metodi della lotta di classe, mi sia lecito rivendicare la riuscita del movimento contro le falsificazioni che sono state diffuse. Dovunque la disposizione di sciopero è stata data in tempo e con decisione i lavoratori hanno abbandonato il lavoro e dovunque l’attacco avversario è venuto, se si è ceduto spesso a forze superiori, non è mancata la confortante dimostrazione di un risveglio di combattività nelle masse. Noi rivendichiamo di essere stati gli agitatori tra le masse della idea dello sciopero nazionale contro la reazione, che presentammo e sostenemmo in modo chiaro e completo. Fu il nostro partito a ottenere che le masse premessero irresistibilmente sui capi della Alleanza del Lavoro, perché un tale programma fosse attuato con la partecipazione di tutte le forze proletarie.
Fu in nome del principio del fronte unico che noi tra il consenso delle masse invano chiedemmo che non si lasciassero soli i metallurgici, i lavoratori del novarese, quelli di Romagna, impegnati in lotte che non erano se non aspetti episodici delle lotte di tutte le categorie e di tutte le zone.
La propaganda del partito comunista è l’artefice e la responsabile dello sciopero generale e delle sue ardite manifestazioni, e questo qui dichiariamo senza riserve. Ma questo non ci toglie di dire alle masse che da altre parti la nostra propaganda fu combattuta. Le masse non potevano immaginare che sarebbe stato proclamato lo sciopero nazionale, quando sapevano delle aspre polemiche condotte contro di noi, delle critiche di principio allo sciopero dei pubblici servizi. Si sapeva che la dirigenza della massima organizzazione operaia, che deteneva malgrado ogni nostra protesta la maggioranza assoluta della Alleanza del Lavoro, e che faceva e che ha fatta la politica di essa, era fieramente avversa ad uno sciopero generale nazionale, come aveva sempre affermato nei dibattiti dei convegni proletari.
Gli errori dei capi riformisti
Ecco perché i comunisti, che hanno il merito di aver diffusa fra le masse la idea dello sciopero generale, devono separare le loro responsabilità da quelle di chi ne ha avuta la direzione, ne ha scelto il momento, ne ha dettate le direttive ne ha infine deliberata quando non si doveva la cessazione prematura.
Lo sciopero doveva essere innestato allo sviluppo reale dell’azione proletaria. Avrebbe dovuto essere proclamata la decisione e la preparazione e forse lo stesso ordine di inizio, e nel tracciare gli obiettivi dello sciopero si doveva dire apertamente che esso non poteva non essere accompagnato da una lotta diretta ed armata, che se non poteva essere la vittoria finale rivoluzionaria, doveva essere la conquista di una posizione di sicuro appoggio per altre lotte.
L’on. Giunta interrompe con la rivoltella in pugno
MISURI – Ma questa è apologia di reato!
FINZI, GIUNTA, CIANO ed altri fascisti – Basta! Basta! Non deve parlare più. È apologia di reato!
DE NICOLA scampanella energicamente, ma i fascisti sono ora tutti in piedi, si agitano nervosamente e urlano: Basta, basta!
L’on. GIUNTA eccitatissimo porta la destra nella tasca posteriore dei pantaloni e fa il gesto come di estrarre un’arma. (Taluni affermano che il deputato fascista non solo ha fatto il gesto, ma ha effettivamente estratto la rivoltella che rimise subito nella tasca laterale dei pantaloni). Ma parecchi colleghi lo trattengono e tentano di calmarlo.
Il deputato fascista però continua ad urlare: – Se continua qui si spara!
Una voce dai banchi di destra urla per tre volte nel tumulto: sparo, sparo, sparo!
La seduta è sospesa
Appena queste frasi giungono alle orecchie del PRESIDENTE, questi sospende la seduta e si allontana dall’aula.
I popolari rimasti impassibili durante l’incidente scattano in piedi ed applaudono.
Le tribune vengono sgombrate, ma l’agitazione nell’aula è sempre intensissima.
Si formano vari capannelli.
A destra attorno all’on. Giunta sono gli on. Sarrocchi, Misuri, Cavazzoli, Sacchi, Federzoni ed altri. Il deputato fascista continua a discutere animatamente.
L’on. Finzi avvicinatosi ai banchi ove siedono i popolari urla: – Quando si bestemmia in quel modo tutta la Camera dovrebbe uscire.
I popolari ascoltano impassibili il deputato fascista. Poi alcuni di essi si mettono a discutere con lui.
Perrone ed altri deputati di vari gruppi, presso il banco delle commissioni, commentano vivamente l’accaduto.
L’on. Torre investe i popolari.
Il compagno Repossi assiste alla bufera e l’affronta serenamente. Non ostante che la seduta sia sospesa l’operaio metallurgico milanese rimane in piedi con le cartelle del suo discorso nelle mani pronto a continuare a svolgerlo. Intorno a lui un gruppo di socialisti tentano di persuaderlo a modificare nella sostanza il contenuto politico delle sue dichiarazioni. Ma Repossi senza grandi gesti afferma esplicitamente (lo comprendiamo attraverso i suoi gesti dalla nostra tribuna) che non muterà una virgola di quanto ha stabilito di dire alla Camera, apertamente e senza reticenze il pensiero del Partito Comunista.
L’on. Arpinati prepara un “agguato”
Mentre queste discussioni si svolgevano l’on. Arpinati si recava sui banchi dell’estrema sinistra sedendosi proprio alle spalle del compagno Repossi con aspetto inquietante.
L’improvviso spostamento del deputato fascista sui settori dell’estrema sinistra è stato notato dal questore on. Rondani, e dagli on. Rossini, Paolucci, Pietravalle ed altri.
Secondo quello che poi ci ha narrato lo stesso on. Rondani, che è venuto nella nostra tribuna, il questore socialista si è avvicinato all’on. Arpinati e gli ha domandato – Perché lei è venuto su questi banchi.
ARPINATI – Perché, quando sono stati uccisi dei fascisti, non possiamo permettere che si inciti alla violenza.
RONDANI – Scusi, lei, parlando da gentiluomo a gentiluomo: è armato?
ARPINATI – Perché mi domanda questo? Lei chi è?
RONDANO – Sono Rondani, questore della Camera.
Anche l’on. Rossini, dubitando che l’Arpinati fosse armato, lo ha esortato a consegnargli l’arma. Dapprima l’on. Arpinati si è dimostrato riluttante, ma poi, alla preghiera dell’on. Paolucci, il deputato fascista bolognese si è arreso alle esortazioni ed ha consegnato una rivoltella, che è stata portata alla Presidenza della Camera.
L’episodio dimostra chiaramente che l’on. Arpinati premeditava di assassinare il deputato Repossi nell’aula.
I deputati socialisti ritornano, a poco a poco, a rioccupare i banchi di estrema; ma dalla loro bocca non esce una parola di protesta. I fascisti sono anch’essi ai loro posti. I settori del centro e della sinistra sono quasi completamente vuoti.
La calma è ritornata nell’aula.
Forse è dipeso dal tatto dell’on. Rondani se un turpe delitto è stato oggi evitato al Parlamento italiano.
Dopo circa un’ora e mezzo di sospensione – sono le ore 20,20 – il PRESIDENTE ritorna al suo posto e riapre la seduta.
Al banco del governo siedono quasi tutti i ministri: i settori rapidamente si popolano; anche le tribune si affollano.
L’on. Repossi termina il discorso
FACTA dichiara che durante la discussione sono state pronunciate frasi che non ha udito…
DE NICOLA – On. Presidente, io non posso consentirle di parlare ora. L’on. Repossi ha la parola e deve continuare il suo discorso. Ella potrà parlare dopo. (Rumori a destra).
GIUNTA, TORRE, ed altri – Non parlerà, non parlerà!
DE NICOLA – Io sono qui per far rispettare il regolamento! (Applausi al centro ed a sinistra, rumori a destra).
GIUNTA – Contro di noi, in occasione analoga, si agì diversamente!
DE NICOLA – Ricordi che io non volli sospendere la seduta! (Rumori a destra)
I fascisti continuano a rumoreggiare gesticolando verso l’estrema e gridando che l’on. Repossi non deve parlare. Ad un tratto per impedire che il deputato comunista possa far udire la sua voce i fascisti cominciano a cantare il loro inno: “Giovinezza, giovinezza”.
Questo non sconcerta affatto l’oratore comunista che prosegue fra i grandi clamori della Camera a svolgere il suo discorso. I rumori [sono] così assordanti che gli stessi stenografi della Camera non riescono a raccogliere le parole del compagno Repossi.
Egli dice:
Invece si è innestata l’azione proletaria agli svolgimenti degli intrighi della politica parlamentare.
Quando il piano collaborazionista, malgrado le ultime dedizioni minacciava di fallire e le estreme profferte erano respinte, si è voluta seguire una tattica che combinasse i metodi antitetici della lotta di classe e della collaborazione: le masse hanno ricevuto una parola incomprensibile e contraddittoria, poiché quelli che avevano combattuto il metodo dello sciopero generale con l’argomento che esso non può essere che il preludio dell’apocalisse sociale, pretendevano di imprimergli le insegne della legalità costituzionale e monarchica.
E quando, malgrado le incertezze determinate da una così assurda attitudine, i lavoratori guidati dal sacro istinto della lotta di classe e della propria difesa, si erano lanciati nella battaglia, siccome al tempo stesso era avvenuto quello che solo un cieco poteva non aver previsto, che cioè la borghesia chiudeva le porte in faccia ai questuatori di compromessi, allora, solo perché il raggiungimento dell’obbiettivo collaborazionista diveniva impossibile, si è fermato il movimento, abbandonando i più generosi gruppi proletari impegnati più a fondo, alle rappresaglie del fascismo che ha potuto fare a suo comodo gli opportuni spostamenti delle sue forze, non più costrette ad una lotta generale.
La funzione del Partito socialista
Con questi elementi decisivi di recentissime esperienze, è possibile dire della funzione politica del partito socialista. Esso era ieri al bivio fra due metodi. Quello preconizzato dalla destra può dirsi liquidato dagli avvenimenti: per fare un compromesso bisogna essere in due e la più spinta buona volontà collaborazionista rimane sterile quando è unilaterale. D’altra parte checché valga il metodo riformista, il partito socialista ha la responsabilità fondamentale di essersi reso inadatto al riformismo e alla rivoluzione, e alla sua destra che ha voluto condurre all’ultimo il gioco della sua politica all’ombra della più accesa demagogia, va fatta anche la colpa di aver mancata, per voler troppo sfoggiare di abilità, la sua stessa missione.
Quanto al programma della sinistra socialista, a cui guarda ancora con simpatia parte del proletariato, esso sembra finora assommarsi nella negativa della collaborazione. Ma il processo al riformismo va fatto non per la sua velleità di collaborazione parlamentare, cui rinunzierà senza alcun merito e con infinito rimpianto, ma per il suo atteggiamento nelle organizzazioni, nella Alleanza del Lavoro, nello sciopero generale.
La sinistra socialista si pronunzierà essa sul problema della organizzazione e della direzione dell’Alleanza del Lavoro, in modo concreto e preciso, e non con vaghi appelli ad una concordia platonica, cattivo surrogato di una [parola illeggibile] vigorosa su sicure linee di azione?
Lo sciopero generale non è che un’arma che bisogna saper adoperare e che non deve affidarsi a chi ha mostrato di afferrarla per la punta.
Da esso non ci attendevamo il miracolo, ma la piattaforma su cui poteva realizzarsi un avviamento alla formazione di altre risorse indispensabili della lotta proletaria. Malgrado tutto questo si è realizzato in una certa misura, se la disastrosa esperienza dei metodi opportunisti condurrà ad una revisione degli stati maggiori e dei piani di guerra del proletariato. Qui il centro del problema della riscossa.
Se lo sciopero che i suoi responsabili ufficiali chiamarono legalitario e collaborazionista non ha dati i risultati che si attendevano, deve intensificarsi la preparazione dello sciopero non collaborazionista ma classista e libero dalle pastoie attuali.
Portata violentemente fuori dalla illusione di una difesa della sua causa fatta nei quadri delle istituzioni, anche la parte più incerta del proletariato verrà ad unirsi alle avanguardie rivoluzionarie, dopo aver guardata in faccia la situazione. Questa presenta difficoltà tremende e ci prospetta un ben duro cammino, ma quegli che dubitasse della vittoria non meriterebbe di aver militato un sol giorno sotto la rossa bandiera del socialismo.
Il partito comunista assume in base a questi concetti la sua posizione. In un dibattito su un indirizzo di governo esso, dopo aver mostrato con la sua critica la impotenza dei programmi degli altri partiti non può che denunziare alle masse come ingannevole ogni promessa che l’apparato statale agisca altrimenti che contro di esse, ogni illusione che i diritti e le conquiste proletarie possano essere garantiti da una altra forma di potere che non sia un governo poggiato sulle classi degli operai e dei contadini.
Facta può parlare
Allora il PRESIDENTE dà facoltà di parlare al Presidente del Consiglio.
FACTA – Non ho udito le parole pronunciate dall’on. Repossi, perché in quel momento parlavo con l’on. Agnini.
Mi fu riferito che l’on. Repossi ha fatto l’apologia dello sciopero.
Io non ho che a riferirmi alle parole pronunziate oggi stesso affermando che lo sciopero dei pubblici servizi è la rovina della nazione (Applausi della destra, dei popolari e delle sinistre). Nessuno può dubitare che io non abbia sentito la dignità del mio ufficio. (Applausi replicati).
CORGINI – Abbasso Cagoja! A morte Cagoja. (Applausi dei fascisti, rumori sugli altri banchi)
IMPUDENZA
[L’organo centrale del Partito Comunista d’Italia premetteva alla cronaca del dibattimento parlamentare il seguente, breve, ma significativo cappello redazionale]
Alcuni giornali borghesi, tra cui La Tribuna e Il Mattino di Napoli hanno affermato che il compagno Repossi alla ripresa della seduta, di fronte alle minacce dei fascisti avrebbe rinunciato alla parola.
Rileviamo l’impudenza di questa affermazione perché non è lecito estendere anche al gruppo comunista la fama di acquiescenza e di viltà che ormai pesano sui gruppi parlamentari degli altri partiti impotenti a reagire, anche nell’aula di Montecitorio, alle intimidazioni fasciste.
L’on. Repossi, non sconcertato né dal tumulto, né dalle minacce ha pronunciato fino all’ultima parola il suo discorso.
OTTIMO ARGOMENTO
[Ma ancora più importante è l’articolo in cui si commenta l’incidente, limpido esempio di quel parlamentarismo rivoluzionario, sebbene attuato dal Partito Comunista d’Italia solo per disciplina internazionale alle direttive di Lenin]
Un saluto cordiale alla rivoltella parlamentare del deputato fascista Giunta.
Che cosa voleva dimostrare la dichiarazione comunista di Repossi? Che le garanzie della libertà e della legalità costituzionale non offrono nessuna utile via all’azione proletaria, e che questa deve essere diretta ed armata.
Per questa tesi esiste un argomento di più, poiché nel Parlamento, il Palladio delle istituzioni, il tempio della libertà, si stroncano le discussioni per far parlare le rivoltelle.
Peccato, on. Giunta, che non avete tirato! Il partito comunista avrebbe visto realizzarsi in pieno la sua tattica parlamentare. Perché dei diritti e delle garanzie per gli avversari, abbiamo l’onore di dirvi che ce ne fottiamo quanto e più di voi. Se avessimo le vostre forze, allora sì che il baraccone sarebbe già saltato, e chi vi esibisce le sue libidini antiproletarie sarebbe per sempre ridotto al silenzio!
Repossi non ha ceduto a pressioni e a minacce, e ha parlato malgrado voi, e ha confermato la parola del nostro Partito ai lavoratori: armatevi!
Ma di questo noi siamo lieti non perché sia stato rispettato un diritto parlamentare, ma perché si è dimostrato che i comunisti non cedono alle imposizioni e non nascondono il proprio pensiero, e non sfuggono alla proprie responsabilità.
E il colmo del ridicolo è questo: il calcio che avete tirato nel sedere onoratissimo delle istituzioni, l’avete motivato non con una simpatica formola di forza, ma con una espressione piattamente legalitaria, da avvocatonzoli di pretura, da quacqueri della lotta sociale, degna di un rammollito come il principe del fòro pinerolese, oggi presidente del Consiglio: apologia di reato! – avete gridato a Repossi.
Superfluo dirvi: l’apologia di reato la fate voi ad ogni cinque minuti. Questo argomento lo svolgono i pennaioletti di colui a cui avete gridato: Cagoia! E di cui ci freghiamo.
Superfluo dimostrarvi che la legge stessa della borghesia la conoscete… quanto la lingua nazionale. Si potrebbe opporvi che la frasi di Repossi, “in quel momento” era esattamente: “si doveva dire che lo sciopero non poteva non essere accompagnato da una lotta diretta ed armata”. Dunque una constatazione obbiettiva che i fatti hanno provata: scoppiato lo sciopero dalle due parti si è fatto uso delle armi. Secondo noi bisognava farlo prevedere alle masse.
Si capisce che a voi faccia comodo la tattica dei capi riformisti della Alleanza del Lavoro, che hanno detto alle masse: fate uno sciopero dignitoso e civile; nessuno verrà a provocare ed usare violenza contro di voi.
Si potrebbe aggiungere che quella legge che avete invocato concede ad un cittadino assalito con le armi il diritto alla difesa colle armi, e poiché purtroppo la iniziativa della lotta armata è oggi vostra, non vi è reato né apologia di esso a sostenere la legittima difesa.
Ma se questo vi si spiegasse voi potreste credere che si vuole attenuare il nostro pensiero, mentre si tratta di dimostrarvi che non capite niente e tirate sassi in Piccionaia, quando commettete un reato qualificato, dal punto di vista borghese, puntando le rivoltelle sul deputato che parla in forza del suo mandato legale.
Perché in realtà il nostro pensiero è che la violenza del proletariato armato deve essere offensiva e deve andare contro la legge, poiché appunto tende a spezzare la impalcatura della legale autorità dello Stato.
Perché sottolineando il nostro grido alle masse: Armatevi! Armatevi! Voi ci avete reso un clamoroso servizio col forte tiraggio dei vostri giornali che ampiamente ripetono l’incidente.
Perché in realtà il nostro pensiero, che non si è potuto raccogliere completamente dalla voce di Repossi coperta dalla gazzarra, è che i dirigenti dello sciopero dovevano fare la propaganda e la organizzazione della lotta diretta ed armata, spiacesse questo sia ai vulcanici campioni del fascismo che ai podagrosi magistrati messi a custodia della legalità.
E di qui la nostra osservazione: perché dunque non avete tirato?
Che non significa che se domani si revolverasse – coraggiosamente: alla schiena, e mentre brandisce… un fascio di cartelle – un rappresentante del proletariato comunista, tutto finirebbe lì, come se aveste tirato il collo a un pollastro.
Sarebbe molto comodo, che aveste sempre a che fare con chi recita la parte gloriosa di quel tale personaggio della vecchia commedia il cui ruolo era di prenderle sempre, e non darle mai!