Partito Comunista Internazionale

Bordiga, sui titoli e le “pastette”

Categorie: Antifascism, Electoralism, PCd'I, Social Democracy

Da L’Unità, 6 maggio 1924

Non ho avuto occasione di vedere che in ritardo l’”Avanti!” del 25 aprile che continua la polemichetta originata dalla mia apologia della pastetta (che si può chiamare paradosso ove sia accettato che paradosso significa una cosa vera e seria ma che tale non sembra ai fessi). Veramente ho per abitudine di lasciar cadere le polemiche quando divengono personalismi, in quei casi cioè in cui più si scaldano quelli cui preme la propria carriera e che trepidano per la quotazione del loro nome alla borsa delle azioni politiche. Avevo alluso alla posizione di Nenni perché offriva un argomento per dimostrare assurdo che il foglio massimalista, finito in quelle mani, parlasse di nostre bestialità e contradizioni.

Che le coglionerie e le contradizioni, more solito, fossero dalla parte dei massimalisti, restava stabilito non per il valore della mia firma ma per quello di ovvie osservazioni. Il resto importa assai poco: perché è verissimo che io non ho alcun titolo, mansione o carica direttiva o di altra natura nel mio Partito e scrivo col diritto di un semplice milite delle file proletarie: quello stesso che si contesta ad un Nenni. Se avessi titoli o meriti troverei ridicolo sciorinarli, anche perché il farlo diventerebbe troppo noioso, potendo avvenire ad ogni lunazione che qualche cane randagio inattesamente uscito da disparate file politiche cada tra i piedi al movimento operaio, e venga a chiederci.. le carte.

Il trafiletto dell’”Avanti!” contro di me può essere rilevato solo perché fornisce altri elementi per definire la sciocca mentalità massimalista. Il frasario scemissimo con cui si fabbricano questi pezzi tra il tragico e il dispettoso non può meritare altra considerazione da chi abbia un inizio di educazione politica rivoluzionaria, e tenga a cuore quella di chi legge.

Infatti: solo il massimalismo può voler giudicare la qualità di marxista dai titoli “accademici”. Costui pensa che le pagine di dottrina e di azione rivoluzionaria si scrivano ad ogni stagione, e si possano poi esibire come i certificati scolastici e i diplomi delle mostre campionarie.

Il massimalista considera la politica classista coi criterii e la misura del successo personale. Perciò per lui sono argomenti decisivi quelli del fallimento, della bocciatura. Le discussioni sulla strategia proletaria sono capite da lui come le prove cui si sottopongono gli aspiranti a posti messi a concorso. Egli pensa che se dovesse avere tanto magri orizzonti per il suo avvenire personale pianterebbe anche il massimalismo. Dominato da criterii di questa sorta, non capirà mai che vi sia chi non vuol passare dalla porta in situazioni in cui egli, il capo massimalista, non esita a ficcarsi dentro dalla finestretta della latrina.

Il massimalista se ne frega di essere bocciato nella sua politica – anzi, di più, di essere bollato come traditore – dai congressi della Internazionale, perché si assicura il compenso nella sua carriera di capo e nella relativa impunità da parte della borghesia: non può capire certo che vi sia chi si contenta e si contenterà mille volte di non andare colla maggioranza, solo perché crede suo dovere difendere le sue non improvvisate opinioni, ad esempio rifiutandosi di ammettere che si possa fare qualcosa di utile di un Partito che è giunto a subire il noto fenomeno nella direzione del suo giornale.

Ancora più incomprensibile per il massimalista è e sarà sempre che dopo un “clamoroso processo politico” non si sappia collocare al cento per cento la relativa pretesa “aureola del martirio”, ottenendone un congruo avanzamento di carriera: che non si pensi neppure a mandare in giro le cartoline con la effige dell’eroe, o ad altra simile speculazioncella.

Nemmeno capirà mai il massimalista che si possa lasciare per ordine del proprio Partito un qualunque posto di capo, senza gettare in faccia e contro il Partito stesso la influenza e la notorietà che si può avere acquistata; senza calpestare i proprii doveri verso di esso per non lasciar menomare, davanti si capisce ai cretini, la propria personalità e popolarità.

Dal suo punto di vista è giusto che il massimalista, in uno sfogo del cuore, trovi coglione chi regola secondo questi criterii a lui così estranei i propri rapporti con la milizia politica cui appartiene. Lui, il massimalista, fautore per la massa della politica più cogliona, coglione non è in quanto concerne i suoi personali interessi e fa assai meglio i proprii affari. È giusto prenderne atto, specie dinanzi alla autorevole, adamantina figura del sig. Nenni, vero esponente supremo di queste virtù caratteristiche del massimalismo italiano. È stata una vera fortuna per l’uno e per l’altro che si siano incontrati, nelle note commoventi ed edificanti circostanze!

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Con altro tono ed altro stile anche il numero precedente del giornale massimalista si occupa di me e della pastetta. La contradizione tra i due polemisti arriva a questo: che io mi trasformo in sole ventiquattro ore dal “ripetitore delle tesi di Mosca” nel “bocciato dell’Università di Mosca”.

Il primo polemista ci tiene a difendere la qualifica di bestialità alle mie affermazioni. Allo scopo ne dice lui altre molte. Mi accusa di valutare la violenza proletaria con “equipollenza morale” (brrr! Ed io sarei il filosofante!) a quella fascista. Mi insegna che il comunismo non è vendetta da compiere ma giustizia sociale da instaurare… Senza perderci più tempo si vede chiaro che il massimalismo, quando gli serve di porsi contro i comunisti, adotta un linguaggio tutto turatiano. È il solito barcollamento da destra a sinistra.

Non si tratta di vendetta, né di porre sullo stesso piano di un metafisico e filosofico giudizio morale le due violenze, bensì di capire che per un certo periodo quella proletaria dovrà essere il capovolgimento di quella borghese, con lo scopo di creare una situazione opposta, ma senza esclusione di mezzi offensivi.

Credere che la distinzione tra l’azione di classe del proletariato e della borghesia si debba tradurre nei mezzi, e non stia invece chiarissima nei fini e nella direzione storica; ecco il solito errore dei socialdemocratici e tra essi dei massimalisti.

La cosa più imbecille è poi che il polemista massimalista sostiene che noi diamo argomenti al fascismo, mentre egli copia tutto un brano delle sue sciocchezze sui miei mattoni, il mio teoricismo, il turpiloquio, etc., proprio da uno dei fogli fascisti che al suo han fatto coro nello scagliarsi sul mio scandaloso articolo.

Io non devo ripetere che per me la violenza e la pastetta elettorale – si intende proprio prima della rivoluzione proletaria – sono, assai più delle cifre dei voti, indici logici e autentici per giudicare dei rapporti effettivi delle forze politiche e di quanto siamo vicini ad un mutamento di essi. Il gioco del fascismo lo fa chi gli fa la propaganda per il monopolio di tenere il coltello per il manico.

Noi abbiamo il diritto di augurare che presto si sia in grado di cominciare ad agire coi suoi stessi mezzi. Resti l’”Avanti!”, per scrupolo di antifascismo… morale, ad aspettare cogli altri fogli democratici il momento in cui, arrossendo per tante prediche, lasceranno il potere in omaggio a un mucchio di quei sudici foglietti che si chiamano schede.