Partito Comunista Internazionale

Previsioni

Categorie: Parliamentarism, Party History, Second International

Da Lotta di Classe n.13, 22 ottobre 1892

Alcuni dicono che sarebbe di grande vantaggio pel partito operaio-socialista se in queste prossime elezioni potesse almeno raddoppiare gli attuali quattro o cinque rappresentanti socialisti alla Camera. Lo sarebbe infatti, e la propaganda ne avrebbe per più versi profitto, se la cosa potesse avvenire; ma non lo crediamo e non ce ne doliamo e spieghiamo il perché.

Il nostro partito traversa un momento critico. Crisi benefica, a parer nostro, crisi anzi da noi provocata, ma pur sempre crisi. Esso lavorò a costituirsi su nuove basi, a determinarsi e quindi ed epurarsi. Ruppe quasi ovunque i legami più o meno saldi e sinceri che l’avvincevano ai partiti sedicenti affini. Per crescere, per diventare forte volle camminare da solo. Proclamò infine la lotta di classe – questa formula così grande e bella per chi la capisce, così antipatica a tutti i confusionari, gli ipocriti, i pusilli e i sentimentali. Ossia dichiarò la guerra al socialismo romantico e spurio per abbracciare il socialismo scientifico, netto, preciso, sicuro, come un teorema d’Euclide.

Ora questa tattica nuova – che è anzi qualcosa di più di una tattica, è una vera affermazione e ricostituzione di partito – se esso godrà i benefizî avvenire, non può ricusare né sfuggire le conseguenze immediate. Esse appariranno un regresso per chi giudica il progresso d’un partito dall’indice dei successi elettorali.

È certo che il partito operaio-socialista, mentre acquistò sulla massa proletaria una forza virtuale immensa che verrà mano a mano sempre meglio esplicando, allontanò però da sé tutti coloro che amoreggiavano seco finch’esso rappresentava l’equivoco. La gente equivoca – ed è legione in ogni borgo d’Italia – è perduta per noi. Costoro erano fieri e felici di dirsi più o meno socialisti, quasi a lusinga del loro amor proprio, finché ciò permetteva loro di vivere d’amore e d’accordo coi democratici, coi progressisti, coi conservatori, colle autorità. Ora non lo ponno più, sono messi al muro, costretti a decidersi; i nove decimi sono ricacciati a forza nelle file dei partiti avversari.

Usiamo una vecchia metafora: come il ginnasta che, per prendere lo slancio di un salto più alto e più lontano, deve prima rinculare; così dovette fare il nostro partito.

Il collegio uninominale ha aggravato gli effetti di questa naturale condizione di cose. Lo scrutinio di lista, colle sue combinazioni complicate, permetteva una certa quale – non diciamo perfetta – rappresentanza delle minoranze. In una grande città dove il partito socialista rappresentasse, poniamo, un terzo della popolazione politicamente militante, otteneva facilmente in una lista di cinque candidati un posto per uno dei suoi. Ciò era fomite di transazioni e mescolanze funeste e al carattere e alla propaganda e noi non rimpiangiamo lo scrutinio di lista. Ma l’effetto apparente era quello.

Il collegio uninominale è assolutamente rigido. La maggioranza vi regna brutalmente. Se i partiti (poiché sono essi, e non la popolazione, che fanno le elezioni) fossero egualmente distribuiti nei collegi del paese, e l’uno dei partiti avesse ovunque la maggioranza di un solo adepto; tutta la Camere risulterebbe [composta] dagli eletti di quel partito.

Ora non c’è forse ancora un solo collegio in Italia – anche là dove la propaganda fece miracoli – in cui i socialisti coscienti ed attivi sieno il partito che ha la maggioranza.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere le condizioni difficili di una organizzazione appena nata. Non intendiamo censurare il nostro Comitato centrale. Esso fece quello che poté, ma quello che poté, come già notava in una lettera il prof. Antonio Labriola, non poteva essere molto. Basti dire che molte società, e non solo di fuori ma perfino tra quelle di Milano, non hanno ancora esaurita la procedura interna necessaria per deliberare l’adesione al partito. Anche il servizio di semplici informazioni è tutt’altro che completo.

Ne venne che la nostra battaglia elettorale non fu punto organizzata. Molti collegi – ove potevamo batterci con successo – in questo torpore generale o non vennero neppure tentati o caddero in mano di altre iniziative. Nessuna distribuzione opportuna e concertata di candidature venne fatta. Alcuni dei nostri e dei più forti sono portati dove hanno certa la sconfitta, mentre altri collegi ove sarebbero vittoriosi, cercano invano un nostro candidato. Altri, oppressi dalla soma di un lavoro mal organizzato e mal diviso, rinunciarono alla battaglia.

Di tutto ciò i nostri avversari – ed è giusto – traggono profitto. Noi potremo trarne soltanto qualche insegnamento.

Ma per conto nostro, quale che sia il responso delle urne, non metteremo lamenti, se anche – invece di guadagnare – noi dovessimo perdere tutti anche quei pochi seggi che abbiamo ora in Parlamento, ce ne stimeremmo largamente compensati dal nuovo e fecondo atteggiamento che il partito ha preso. Gli avversari rideranno oggi, ma non rideranno gli ultimi.

I nostri candidati – dice bene il manifesto – non devono essere legislatori ma agitatori. La stessa battaglia elettorale è oggi sovrattutto un mezzo di agitazione; un mezzo di creare il partito. I successi personali ponno conferire anche essi a questo scopo, ma solo in limitata misura.

Se anche Agnini, Prampolini, Costa, Maffei, Colajanni, rimanessero in terra, non v’è borghese così ingenuo od ottimista da concluderne che il partito socialista è oggi più debole di ieri.

Esso è semplicemente più squisitamente socialista. Fa più paura. Non attira più le compiacenti carezze. Non ha più con sé che dei convinti e dei volenti.

Questo bimbo sta per diventare un Uomo.