La nostra strada
Categorie: Parliamentarism, Party History, Second International
Da “Lotta di Classe”, n. 7, dell’11 settembre 1892.
Quale sarà l’esito delle prossime elezioni politiche è facile prevederlo: la nuova Camera sarà pressoché identica a quella che sta per essere sciolta.
Infatti, la Camera dei deputati rispecchia sempre, necessariamente, le condizioni del paese che la elegge. Ora, dal 23 novembre 1890, cioè dal giorno delle ultime elezioni generali ad oggi, le condizioni politiche dell’Italia sono rimaste presso a poco le stesse: le città e le campagne oggi pure, come allora, sono dominate quasi esclusivamente dai grandi elettori borghesi; e per conseguenza anche la nuova Camera sarà in grandissima maggioranza composta di uomini più o meno destri o sinistri, ma tutti però rappresentanti della borghesia – soprattutto dell’alta borghesia (banchieri, grandi industriali, grossi proprietari, ecc.) – precisamente come la Camera attuale.
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Se questa previsione è esatta – e non si può dubitare – come è sostenibile l’opinione di chi pensa che nell’imminente lotta elettorale il partito operaio socialista dovrebbe allearsi coi democratici, per la vecchia ragione che non è possibile progredire a salti e che anche i democratici propugnano molte delle riforme che figurano nel nostro programma minimo?
La elezione di cinque o dieci o venti radicali di più, quale utilità reale potrebbe arrecare al nostro Partito? Come mai potrebbe valere ad affrettare l’attuazione delle nostre idee?
Si risponde: – Quei deputati sosterrebbero anch’essi, per esempio, l’abolizione dell’esercito permanente, che voi pure ritenete vantaggiosa…
E sia! Ma noi sappiamo già che alla Camera essi potrebbero fare soltanto dichiarazioni più o meno eloquenti, dopo le quali l’esercito continuerebbe a “permanere” quanto e forse più di prima; noi sappiamo già che la grande maggioranza della Camera non si lascerebbe commuovere dalla parole dell’oratore radicale, accompagnandole probabilmente ad urli e fischi. E ciò perché questa maggioranza rappresenterà, come si è detto, la borghesia. Sarà borghese essa medesima di condizione come di opinioni e quindi decisa avversaria dell’abolizione dell’esercito permanente.
La borghesia non ignora e non nega che gli eserciti permanenti siano un gravissimo peso per le nazioni. Ma intanto questo peso essa non lo sente, poiché non le si impedisce affatto di godere più che largamente di tutti gli agi della vita. Essa sente invece che questo esercito – che a lei non costa alcun sacrificio – oggi le è più che mai necessario, non tanto per difendersi dai cosiddetti nemici esterni, quanto per mantenere all’interno quell’ordine beato che le permette di vivere riccamente e di arricchire sempre più senza far nulla, a spese di chi lavora.
Come! Abolire l’esercito, armare la nazione, quando i lavoratori – sobillati dagli eterni arruffapopoli – vanno diventando incontentabili ed intrattabili al punto, che loro non bastano neppure tutti i benefici della civiltà odierna ed accampano un preteso diritto all’intero frutto del loro lavoro?
La cosa, per la borghesia, è talmente assurda che, nelle nazioni dove non esiste l’esercito permanente – questa benefica forza che, in caso di scioperi o di rivolte, le può rendere e le rende di fatto così segnalati servigi! – essa già parla di istituirvelo. In una Camera borghese – quale sarà indubbiamente la Camera ventura – l’azione di un deputato abolizionista dell’esercito permanente non può dunque, nella migliore ipotesi, oltrepassare i limiti di una sterile protesta.
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E così pure che vale se anche i democratici portano scritto nel loro programma l’istruzione laica ed obbligatoria, la giornata legale di otto ore, gli ispettori del lavoro, l’imposta unica progressiva, l’indennità ai deputati ed altre simili riforme?
Noi tutti, di qualunque partito, siamo ben certi che non una di queste riforme sarà votata dalla Camera futura. Spaventata dal crescente movimento operaio ed animata da un cieco istinto di conservazione, oggi la borghesia – che, ripetiamolo, anche nella nuova Camera avrà ad ogni modo una maggioranza schiacciante – teme l’istruzione popolare, l’indennità ai deputati e tutto quanto può diminuire la sua potenza economica e politica ed accrescere quella del proletariato.
A convincere ed a vincere i suoi fedeli rappresentanti alla Camera non basterebbero certo i discorsi parlamentari di quel piccolo manipolo di radicali che entrassero in Montecitorio mercé il nostro aiuto. E quando pure qualche leggina sociale dalla nuova Camera fosse votata, essa – come quella sul lavoro dei fanciulli – resterebbe poi lettera morta se contraria agli interessi borghesi; poiché i borghesi continuerebbero tuttavia ad essere nel paese i padroni, i grandi elettori… E tutti sanno che un governo parlamentare che non voglia suicidarsi, naturalmente, si guarda bene dal disturbare i suoi grandi elettori.
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La nostra alleanza coi democratici non servirebbe dunque a far progredire di un passo neppure l’attuazione del nostro programma minimo. Anche le riforme che questo programma contiene e che favorirebbero ed affretterebbero l’emancipazione dei lavoratori urtano direttamente contro l’interesse della borghesia dominante e non possono venire attuate se prima non sorge nel paese un partito capace di opporsi vittoriosamente alla borghesia stessa.
La formazione di questo partito – che evidentemente non può trovare la propria forza che fra gli aventi interessi opposti alla borghesia, che cioè non può essere che il partito dei lavoratori, dei salariati, degli sfruttati – è dunque la meta prossima cui devono oggi mirare quanti realmente aspirano al progresso.
Ed essa è appunto la nostra meta: questo è il lavoro che si sono proposti di compiere coloro che a Genova, in via della Pace, proclamarono costituito il Partito dei lavoratori italiani. Ingrossare questo partito che ha dato ora il primo segno di vita e che ha la sua ragion d’essere nell’antagonismo economico esistente fra borghesi e proletari; chiamare a raccolta sotto la sua bandiera tutti i lavoratori, tutte le vittime necessarie dell’attuale sistema economico, tutti coloro che sono direttamente interessati a mutare dalle fondamenta questo sistema – dove i lavoratori sono fatalmente servi e sfruttati e dove le piccole fortune sono destinate ad essere inghiottite dalle grosse; creare per tal modo nel paese una forza risolutamente avversa alla borghesia imperante e tale che finirà per togliere alla borghesia il potere politico ed amministrativo – questo è il nostro compito attuale, questo il lavoro urgente cui gli stessi democratici dovrebbero dedicarsi, se veramente vogliono che le riforme indicate nei loro programmi non restino una platonica affermazione, ma diventino un fatto.
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Per noi, oggi, è utile tutto ciò e soltanto ciò che serve al conseguimento di questo scopo immediato. Partecipiamo alle lotte elettorali, ma unicamente per accrescere forza morale e materiale al nostro Partito, perché i nostri consiglieri e i nostri deputati siano gli organizzatori, gli amici delle nostre organizzazioni e i propagandisti delle nostre idee.
Ai deputati legislatori, per ora noi non ci pensiamo; poiché sappiamo che anche la parola dei nostri eletti oggi non può avere alla Camera che un valore di propaganda. Vogliamo invece dei deputati agitatori, che cioè ci aiutino direttamente, energicamente a dare il massimo sviluppo al partito dei lavoratori, a schierare contro la borghesia le grandi forze del proletariato.
Dieci, venti, trenta deputati socialisti che si accingessero con ardore a questo lavoro, certamente potrebbero fare un gran bene. Ma a che servirebbe invece, la elezione di qualche democratico o radicale di più? Se avvenisse coi nostri voti, questa elezione sarebbe anzi evidentemente dannosa: perché noi stessi contribuiremmo colla nostra condotta a mantenere in vita un partito che, secondo le nostre teorie, è destinato a morire ed è bene che muoia; noi stessi ritarderemmo il giorno in cui due soli grandi partiti di classe, manifestazione naturale e logica di due opposti interessi, si contrasteranno il terreno: quello della borghesia e quello dei lavoratori.
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Non dunque per una cieca intransigenza né menomamente per antipatie di persone noi respingiamo ora l’alleanza coi radicali; la respingiamo perché è inutile, anzi mercé essa ritarderebbe lo sviluppo del Partito dei convinti lavoratori, nel quale soltanto abbiamo fede.
Solo quando la borghesia avrà di fronte, organizzati e coscienti dei loro diritti, centinaia di migliaia di lavoratori, soltanto allora diverranno storicamente possibili tutte le riforme che devono condurre all’abolizione del salariato. E perciò oggi il solo programma pratico, positivo è quello appunto che si propone di dar vita e sviluppo a questa forza avversa alla borghesia, ossia di far passare il potere politico dalle mani della borghesia a quelle del proletariato.
Ora questo è precisamente il nostro programma d’azione, questa la strada su cui siamo incamminati. È lunga e faticosa, ma è la sola possibile ed il partito dei lavoratori italiani saprà compiervi i progressi che già vi ottennero i partiti operai degli altri paesi.