Partito Comunista Internazionale

La democrazia e il Partito Operaio socialista

Categorie: Parliamentarism, Party History, Second International

Da “Lotta di Classe”, n. 6, del 3 settembre 1892.

Ci domandano: – Quale sarà il nostro contegno nelle future elezioni, di fronte ai partiti cosiddetti affini e specialmente di fronte al partito radicale?

Chi abbia nel cuore, profondamente, il nostro programma e le ragioni per cui siamo costituiti in partito indipendente, non ci pare possa nutrire alcun dubbio in proposito. I partiti non acquistano forza che affermandosi: ora affermarsi vuol dire distinguersi, non vuol dire confondersi, allearsi, transigere, fare il gioco degli altri.

Ma e dove – ci obiettano – ci sia impossibilità di riuscire da soli? Questa condizione è – per oggi – la nostra condizione nella gran maggioranza dei Collegi d’Italia.

Ma che cosa intendono costoro con la parola riuscire?

Noi sappiamo benissimo tutti che il mandare qualche deputato di più o di meno alla Camera, oggi, per il nostro partito, non è cosa di grande e vitale rilievo. I successi elettorali non sono anche oggi da sprezzarsi, perché, segno di forza, impressionano amici ed avversari e specialmente gli indecisi, e perché inoltre gli eletti hanno mezzi speciali di propaganda a loro disposizione, sui quali può far conto il partito. Ma non è l’aver piuttosto sei che tre deputati socialisti alla Camera che ci darà – nella Camera – qualche vittoria. Il Parlamento sarà senza dubbio da prendersi d’assalto coi nostri, e quando, non diciamo la maggioranza, ma una forte e decisa minoranza dei nostri avrà voce là dentro, si vedrà mutare ben presto l’andamento delle cose. Non soltanto guadagnerà la propaganda, ma l’azione legislativa e governativa, l’azione complessa dello Stato si volgerà a favorire molto più intensamente quei movimenti d’emancipazione operaia, che ora i governanti lusingano a parole e comprimono in fatto.

Ma a questo scopo non si arriva che rinforzando il partito. E il partito non si rinforza colle candidature di coalizione. L’esperienza ne fu fatta e s’è visto che, piuttosto, s’indebolisce.

Perciò quando i radicali, per esempio, come fa ora un Comitato di Roma, mandano fuori dei Bollettini dispensando candidature a destra e manca e, per attirarsi i voti dei lavoratori, fanno intendere che, giacché ci sono nel paese e non si può sopprimerli, concedono qualche posto negli elenchi anche a qualcuno dei nostri, purché siano, ben inteso, socialisti serii, socialisti simpatici, socialisti che possono contare su grandi suffragi; noi a queste sollecitazioni, anzi solleticazioni, dobbiamo semplicemente rispondere – senza spavalderia, ma con fermezza – che noi apparteniamo ad un partito indipendente e diverso dal loro, che della serietà dei nostri candidati è solo giudice competente il nostro partito e che quindi non abbiamo ragione né di accettare, né di rendere il servizio che ci si propone.

Ci siamo staccati dagli anarchici perché crediamo diversi i loro fini e disastroso il loro metodo di lotta. Abbiamo lasciato in asso quei pochi corporativisti in ritardo che – coll’aiuto degli anarchici in quanto compiono un lavoro dissolvente e retrivo – innalzano oggi la bandiera dell’organizzazione operaia senza principî e senza ideali, del gran calderone operaio senza altra distinzione che la blouse, di un partito che non è un partito, bandiera abbandonata dal proletariato di tutto il mondo. E ciò facendo credemmo di rinforzarci come partito e non ci arrestò lo stolto timore di rimanere un po’ più pochi.

Dovremmo tenere diversa via di fronte ad un partito che ci è ancora più lontano di questi, al partito delle “armonie sociali”, dei diritti della proprietà quiritaria, delle leggi sociali somministrate in dose irrisoria, delle frasi – nient’altro che frasi – dalla legge elettorale in poi – a favore delle rivendicazioni popolari?

Perché allora avremmo inalberato un programma? Perché allora ci saremmo costituiti in partito indipendente?

Per sognare affinità che non esistono ed alleanze impossibili, bisogna non solo avere poca fede nell’avvenire delle forze socialiste: bisogna, pare a noi, non capire, o almeno non capire abbastanza, che cos’è il socialismo, che cos’è la lotta di classe, che cos’è l’essenza e il carattere di questo grande movimento di emancipazione sociale che scuote la presente società e che, accrescendosi, per fatalità economica e morale, secondo la legge del moto accelerato, la farà capitolare più presto di quel che altri non creda.

Bisogna insomma essere o democratici o confusionari – che assai spesso fanno una cosa sola – e non già essere socialisti.

Noi concediamo al Malagodi, di cui pubblichiamo un articolo più innanzi, che in troppi Collegi ancora non sarà forse possibile o conveniente al nostro partito porre candidature proprie. In questo caso farà bene ad astenersi, per non rinforzare coi propri voti l’opinione che altri hanno della loro forza. L’astensione, in questi casi, è già una battaglia.

Ma dove pure, per eccezione, opportunità locali consigliassero i nostri amici a portare i loro voti sulla persona di un candidato radicale, essi non dovrebbero farlo se non a patto che questi accettasse francamente ed esplicitamente di sostenere almeno queste riforme:
– le otto ore di lavoro
– il disarmo
– l’indennità ai deputati.

Sono riforme che fanno paura alla borghesia, ma che alcuni potrebbero accettare anche non essendo socialisti. E se si impegnano a sostenerle, sarà tanto, per noi, di guadagnato.

Ma molto meglio – sempre che si possa – andar avanti noi, coi nostri, a bandiera spiegata, o si vinca, oggi, o si perda, il che poco monta. Perché noi siamo degli “ambiziosi” che vogliamo bensì la conquista dei poteri, ma vogliamo che la conquista la faccia il partito, che al potere ci arrivi la classe, nella quale e per la quale combattiamo.

Delle conquiste e delle salite individuali ci infischiamo profondamente.