Partito Comunista Internazionale

La rottura con gli anarchici

Categorie: Anarchism, Party History, Second International

Lotta di Classe, n. 4, 20 agosto 1892

E anche questo è un fatto compiuto ed irrevocabile. Anche questo è un fatto che avevamo preveduto e desiderato e i cui vantaggi pel Partito sono inestimabili. Noi lo salutiamo con gioia.

Il Partito operaio italiano era infatti – per quanto lo negasse – prigioniero dei suoi nemici. Per quanto essi costituissero una infima minoranza di pochi chiassosi, rivestiti di delegazioni di lavoratori il più spesso fittizie, tuttavia quell’infima minoranza, quelle rappresentanze effimere di Circoli effimeri, quel manipolo di pellegrini del disordine e dell’ostruzione che sbucava da per tutto e si frammetteva dovunque ai nostri lavori, era la palla del forzato, era la catena al piede che ci inceppava ogni moto ed ogni progresso.

Ora cotesta catena noi l’abbiamo spezzata.

E a spezzarla una crisi violenta era necessaria. L’indeterminatezza del programma serrava il Partito operaio in un circolo vizioso: per liberarlo dagli elementi eterogenei era necessario il programma: ma gli elementi eterogenei rendevano impossibile il programma liberatore. Così le eterne, inutili, tediose questioni – sempiterno bagaglio degli anarchici – si ripresentavano alla soglia di ogni nostra adunanza, le avevamo sempre fra i piedi, ogni nostra iniziativa veniva da essere frustrata, ogni deliberato era sempre rimesso in discussione, ogni nostro Congresso rimaneva (lo dicemmo più volte) il primo Congresso. Camminare era impossibile: si affogava nell’accademia; e in nome della libertà subivamo ogni altro giorno costrizioni e violenze.

La utopia di voler improvvisare il “partito grande” che accogliesse tutti gli elementi ostili, per qualunque verso, al presente disordine di cose, la illusione di concordie impossibili tra fazioni discordanti nell’indole, nei fini e nei mezzi; un certo sentimento cavalleresco verso alcuni perseguitati in buona fede, tutto ciò aveva spinto la nostra tolleranza al di là di tutti i limiti che sono concessi a un partito, il quale ha coscienza del suo fine e della seria responsabilità della propria condotta. Noi lasciavamo il campo all’equivoco e l’equivoco s’impadroniva di noi e ci paralizzava.

Le condizioni speciali dell’Italia aggravavano questo danno. Paese a mala pena industriale, dove l’organizzazione d’arte e mestiere era più difficile e lenta che altrove, la debolezza del Partito operaio era la forza di coloro che all’organizzazione avevano giurato la guerra. L’ignoranza e la miseria estrema di gran parte del proletariato, unite all’indolenza che è carattere nazionale di noi italiani, davano anch’esse buon giuoco ai disorganizzatori, a tutti quanti congiuravano contro il lavoro ordinato, disciplinato, paziente, veramente fecondo, solleticando le diffidenze, gli odî gli istinti di ribellione incosciente, predicando attentati individuali ripugnanti ed inutili, insurrezioni impreparate, intempestive, impossibili: tutto ciò che in fondo rendeva ai nemici dell’emancipazione proletaria il migliore dei servigi. Ed essi ben sapevano valersene.

Così – per queste condizioni speciali al nostro paese – la gramigna anarchica allignava nel nostro campo tanto più rigogliosa quanto noi meno sapevamo lavorarlo di erpice e di zappa. La tendenza anarchica e la semi-anarchica, quella tendenza puramente negativa che traspariva anche negli inizî del Partito operaio italiano, vigoreggiava fra noi, vivendo della nostra vita, alimentandosi del nostro lavoro ed intristendone i frutti. Silenziosa, inerte dove noi non eravamo, dove noi eravamo essa appariva, cresceva ed ingrossava con noi e a nostre spese: noi portavamo nei nostri visceri il nostro parassita, senza credere quasi alla possibilità di strapparlo.

Ma ormai tutto questo è finito, e finito per sempre. L’Italia s’avvia ogni giorno di più verso il livello – economico e morale – degli altri paesi industriali, ed è appunto dai delegati delle regioni più industrialmente avanzate, dai delegati dell’Alta Italia, dove la questione sociale ha la stessa imponenza ed urgenza che in Francia, in Germania, in Inghilterra e nel Belgio, che era più sentito, e da gran tempo, il bisogno di un distacco definitivo.

Fin dalla prima seduta, anzi dai primi momenti del Congresso, il 14, alla sala Sivori, fu chiaro a tutti che il manipolo dei dissidenti, battuto nella contesa per la nomina dei presidenti con la schiacciante maggioranza di 106 voti contro 46, era nondimeno deliberato di impedire che il Congresso compisse i suoi lavori. La domanda di rinvio della discussione del programma al giorno susseguente, sostenuta con urli e clamori d’ogni sorta contro la volontà ed il voto della grande maggioranza dei congressisti, pose il colmo alla esasperazione dei veri e coscienti mandatari dei lavoratori, i quali per quella discussione principalmente erano accorsi a Genova col mandato e col denaro sudato dei loro compagni, e questo denaro non volevano frodarlo. Fatta impossibile la continuazione di quel Congresso, esso si sciolse, dichiarando la maggioranza di radunarsi il domattina in nuovo Congresso, scevro d’ogni immistione di anarchici

Invano i dissidenti gridarono che ci avrebbero seguiti dovunque. Il domattina le loro Commissioni non furono tampoco ricevute e i lavori procedettero nel modo più spiccio e più cordiale, malgrado la vivacità ed il calore delle discussioni.

Ad evitare ogni appiglio a recriminazioni e rappresaglie il Comitato promotore deliberò – la sera stessa della prima giornata – di ritenere sciolto il Congresso da esso indetto e di tenersi quindinnanzi neutrale.

Qualcuno avrebbe desiderato una procedura diversa. Certo se era difficile alla maggioranza vincere gli ostruzionisti a colpi di votazioni, ciò che, rinnovandosi di continuo gli incidenti, avrebbe ad ogni modo impedito ogni conclusione – non le era punto difficile per converso rispondere alla violenza colla violenza ed espellerli dalla sala. Ma se essa credette più conveniente che nessuno potesse dire di essere stato scacciato e se fu sua unica preoccupazione che si compiesse il lavoro per cui era convenuta, non noi certamente ne faremo carico a chicchessia.

Del resto – malgrado che le condizioni speciali della giornata, essendo chiuse le tipografie per il Ferragosto e per la gita dei tipografi in mare, abbiano impedito di dare al Congresso di Via della Pace tutta la pubblicità desiderabile – ad onta di tutto ciò la grandissima parte dei delegati partecipò al nuovo convegno. Dal Consolato operaio di Milano al Fascio dei lavoratori di Palermo forte di 8000 operai organizzati, dall’Unione dei ferrovieri alle 450 società affratellate rappresentate dal Maffi, tutte le associazioni di qualche entità, comprese le numerose e potenti Cooperative dell’Italia centrale, diecine di migliaia di braccianti organizzati rappresentati da Agnini e Prampolini ecc. ecc., aderirono alla nostra riunione e la presenziarono, formando così la cellula vitale, il nucleo omogeneo di un partito che ormai non ha più nulla a temere da interni nemici.

Questo ben sentivano i dissidenti: essi sentivano che il Congresso di Genova era decisivo, che il partito si sarebbe formato ad ogni costo e che questa era la loro sentenza di morte. Di qui il loro accanimento, anche troppo spiegabile.

E quel che doveva essere fu. La scissione di Genova ha rimesso ciascuno a suo posto. Lo spettacolo degli scandali e delle collisioni brutali fra delegati che si dicono militi di una stessa battaglia, gli sprechi enormi di forza, di tempo, di dignità che ci hanno tarpato fino a ieri ogni slancio, tutto ciò di cui la borghesia si allegrava e traeva profitto, è cosa che appartiene al passato.

La borghesia porrà le gramaglie. Noi sventoleremo fidenti la nostra bandiera.