Partito Comunista Internazionale

Il perché di questo giornale

Categorie: Party History

Lotta di Classe, n. 1, 30 luglio 1892

Dacché, sgominato dai casi della vita il nucleo dei suoi redattori, è morto il Fascio Operaio – il giornaletto battagliero che tenne per tanti anni acceso, a traverso tante persecuzioni e tanti abbandoni, il fuoco della idea emancipatrice – la voce dei lavoratori dell’Alta Italia era rimasta silenziosa. Un grande ammutolimento, una specie di paralisi pareva che pesasse sulla classe lavoratrice della parte più industriale del paese. Le fila del partito, che qui aveva avuto la sua culla, che qui aveva affrontato le prime e forse le più amare battaglie, si erano – per effetto di quella paralisi – come rallentate dapprima, indi disperse.

Invano dalle varie città di provincia, invano dal seno delle singole arti, giungevano i piccoli giornali locali e speciali dei lavoratori e dei loro amici – giornali spesso redatti con coscienza, infiammati dal coraggio e dalla fede che non abbandonano mai gli apostoli delle nobili cause. Certo quei giornali impedivano che la fiamma si estinguesse, che l’apatia, questo immenso spegnitoio, si estendesse più oltre. Essi sono grandemente benemeriti della causa operaia, e si deve ad essi se l’ambiente è caldo tuttora e se noi possiamo oggi, con lena e con fiducia rinnovate, riprendere lietamente il nostro vecchio posto di battaglia.

Ma, per fatalità di circostanze, le loro voci disunite e lontane l’una dall’altra, non riescivano, non potevano riuscire a dominare l’ambiente rumoroso della vita borghese. Sforniti di unità d’indirizzo, preoccupati in prevalenza da questioni affatto locali o da questioni di dettaglio, quei fogli erano bensì la voce di alcuni lavoratori, di alcune associazioni; non potevano essere la voce dei lavoratori in generale – e perciò, commilitoni utilissimi, attissimi a parziali scaramucce, da soli non bastavano a far breccia nella pubblica opinione, a impegnare battaglie campali e decisive. Nulla, né gli scioperi, né le conferenze, né i Congressi e neppure quella grande propaganda dei fatti che nasce dal continuo sviluppo del sistema borghese, che pone – a dispetto dei ciechi e dei sordi – formidabile e gigante, sul tappeto della storia,la questione sociale; non potevano supplire a quella mancanza. Milano, capitale industriale d’Italia, doveva essere per ciò stesso il centro dell’organizzazione operaia. Il silenzio della classe lavoratrice in Milano, era quasi il silenzio della classe lavoratrice dell’intera nazione.

Perocché a torto, accennando più sopra al defunto Fascio Operaio, dicevamo che esso rispecchiava il movimento e i bisogni dei lavoratori dell’Alta Italia. L’azione sua, il suo spirito valicavano i monti ed i fiumi, si spingevano ben oltre i confini d’una sola regione. Esso infatti era nato nel nome di un grande partito, nel nome e con l’insegna del partito operaio italiano, e quest’origine, questo battesimo, li portava, a così dire, nelle proprie carni e nel proprio sangue. Quando esso tacque, i primi a dolersi furono i redattori degli altri giornali operai, i nostri cari compagni della provincia, i quali, più di chiunque, sentivano come la mancanza di quel focolaio di propaganda centrale affievolisse, isterilisse, quasi la loro propaganda. Essi ci dicevano ad ogni tratto: – e voi, da Milano, che fate? – Ed era giusta rampogna e ci metteva nell’animo il rimorso come d’un dovere tradito.

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E invero il significato, il valore, l’importanza del vecchio giornale del Partito operaio, per cui esso – malgrado gli errori in cui poté incorrere – rimarrà documento glorioso del primo risveglio del proletariato italiano, il suo significato stava appunto in questo: esso affermava che la questione operaia non è questione locale, questione limitata ad un’arte o ad una federazione di arti, questione di rapporti fra Tizio padrone e Sempronio operaio, questione di orari, di salari, di regolamenti; la questione operaia è innanzi tutto una questione sociale. Come tale, essa ha bisogno, per essere risolta idealmente, di tutto il concorso della scienza contemporanea; per essere risolta nei fatti, dello sforzo di tutta la massa dei lavoratori, resi coscienti e concordi da un unico e supremo ideale rinnovatore. Gli scioperi, le società di resistenza, le cooperative, ecc. sono ottimi strumenti d’agitazione, ottimi mezzi per reclutare ed agguerrire l’esercito; ma guai al movimento operaio, guai all’avvenire della classe lavoratrice se essa riponesse in quei mezzi ogni sua speranza e ne facesse gli ultimi fini! Logorato dalla lotta del più debole contro il più forte, consunto in un eterno e vano lavoro di Sisifo, il movimento dei lavoratori finirebbe per dover riconoscere la propria impotenza.

La radice di tutte le angherie, di tutti i soprusi pei quali il salariato è una forma nuova, e forse peggiorata, dell’antica schiavitù, consiste nel monopolio dei mezzi della produzione e della direzione sociale in mano dei privilegiati. La socializzazione di quei mezzi è la sola soluzione del problema. Perduto di vista questo fine, la questione operaia rimane una questione borghese, una piccola questione di accordi fra servi e padroni. È la questione come interessa ai padroni di considerarla.

Ma non interessa ai lavoratori di considerarla così. Essi non intendono di lasciar decapitare il loro movimento pel piacere degli avversari. Dacché gli studi faticosi, le esperienze dolorose della lotta hanno aperto i loro occhi, e i loro congressi hanno proclamato la necessità di formare un partito di classe per socializzare i mezzi del lavoro – da quel giorno il partito operaio, in Italia come all’estero, diventò una forza temuta, una forza sicura, che ha per sé molta parte del presente e tutto l’avvenire.

La questione meramente operaia nel suo senso meschino, nel suo senso borghese, venne abbandonata per sempre; si capì che la questione operaia, separata e tenuta lontana dall’idea socialista, è un nonsenso: che il movimento operaio e il socialismo sono le due facce di un fenomeno istesso: il primo è il fatto, il secondo è la coscienza, l’anima del fatto; separarli è distruggerli. Fonderli insieme è render ad entrambi l’organismo e la vita.

Quest’opera di fusione, di elaborazione cosciente, quest’opera di educazione e di vivificazione del partito, non può compiersi alacremente se al lavoro parziale e minuto dei giornali speciali, non si aggiunge – ad integrarlo e riassumerlo – il lavoro di un organo centrale, giornale non di questa o quella città, di questa o quell’arte – giornale del partito medesimo. Il lavoro è dunque da riprendersi dove il Fascio Operaio lo lasciò interrotto – profittando delle maggiori esperienze maturate in questi anni in Italia ed all’estero, che aggiunsero determinatezza alle idee, coscienza e precisione alla tattica e permetteranno di procedere innanzi più sicuri e più rapidi.

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Si capisce perciò, senza molte parole, come allorquando, nell’agosto scorso in Milano, al Congresso Nazionale Operaio venne proposto l’impianto d’un giornale, che fosse l’organo centrale del Partito dei lavoratori italiani in quell’occasione solennemente riaffermatosi – si capisce, diciamo, che l’idea fosse accolta con entusiasmo. Era, a così dire, la proposta di tutti i convenuti, quella che tutti avean portato nel cuore – sulla quale non potevano nascere dissidi. E infatti non nacquero.

Il Comitato centrale del Partito venne incaricato dell’attuazione. Ma la somma prevista nel deliberato del Congresso come necessaria all’impianto non essendosi potuta raccoglier – prima che il giornale uscisse, e parendo vergognoso presentarsi al nuovo Congresso senza nulla di fatto, una rappresentanza del Comitato, coadiuvata da alcuni dei più fidi amici della causa operaia, pensò non essere il caso di indugiare più oltre.

Invero la necessità del giornale si faceva ogni giorno più urgente. Nella stessa Milano le questioni operaie, la crisi, la disoccupazione, il grande sciopero dei meccanici ed altri minori, la fondazione della Camera del Lavoro, il movimento elettorale schiettamente socialista-operaio esplicatosi per la prima volta, e via via una quantità di fatti e di bisogni operai che invadevano perfino le colonne, per quanto renitenti, dei giornali borghesi, sempre disposti ad irriderne l’importanza, o a falsarne il significato – tutto ciò reclamava a gran voce l’esistenza di un giornale operaio, di una piattaforma operaia sulla quale si potessero portare alla gran luce della pubblicità tutte le nostre questioni, discutere le nostre idee, liberarci dai nostri pregiudizi, chiarire i malintesi, illuminarci, organizzarci, difenderci, affermarci, farci valere. Far valere quella potenza che noi possiamo essere, che noi dobbiamo essere nella vita moderna – che ci è anche riconosciuta a parole – ma che ignoranza e scetticismo di molti di noi e l’opposto interesse degli avversari non ci permettono ancora di far valere nei fatti.

Ed ecco perché e come nacque il presente giornale. – Esso è dunque – salva la sanzione definitiva che non potrà essere chiesta che al Congresso di Genova, al quale rimetteremo interamente l’opera nostra – il giornale acclamato e voluto dal Congresso di Milano. Ed è perciò che a dirigerlo fu invitato e quasi sforzato – malgrado la sua modestia lo facesse esitante e peritoso – il compagno Camillo Prampolini, direttore da tanti anni della valorosa consorella reggiana la Giustizia: quegli cioè che già nel Congresso di Milano veniva da tante voci designato come colui che doveva dare a quest’opera la sua inesauribile attività, la sua capacità caratteristica, la sua provata devozione al partito. Della quale è novella prova l’aver egli accettato l’incarico – grave certo di fatiche e di responsabilità più che ricco di materiali compensi – e ciò mentre tanti vincoli lo legano ai suoi cari ed operosi compagni di propaganda nell’Emilia, alla quale dovrà ancora per qualche mese – dividendosi fra Reggio e Milano – dedicare una parte del suo tempo e del suo lavoro.

Ed ora ai compagni – che son capaci d’intenderci – coadiuvare e render fecondo il nostro lavoro!

Il Consiglio di Redazione