Partito Comunista Internazionale

La lotta di classe moderna

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Da “La Lotta di Classe”, numero unico delle “Associazioni Operaie Democratiche Socialiste di Milano” per le Elezioni Amministrative, 18 giugno 1892.

1° – Lotta dichiarata!

Si; la classe operaia italiana ha finalmente inalberato anch’essa la nuova e fulgente bandiera.

Anch’essa comincia a intendere e a proclamare il principio che muterà la faccia del mondo e farà di mille madri di schiavi un popolo solo di liberi.

Questo fatto – per quanto ancora agli inizii – è senza discussione il fenomeno più importante che sia avvenuto nella vita italiana dopo il sorgere dei Comuni del medio-evo. Più importante d’assai dello stesso cosiddetto risorgimento politico, della stessa liberazione dai papi, dagli stranieri e dai duchi, perché questa fu rivoluzione borghese, fatta e sfruttata a beneficio di una sola classe – mentre la redenzione del proletariato, ultimo porto della lotta odierna, sarà al tempo stesso la redenzione dell’umanità tutta quanta.

E invero, se la servitù abbrutisce e corrompe il servo, essa non corrompe meno il padrone e i suoi sgherri; ed è una triste e rovinosa vita per tutti, quella in cui la ingiustizia e la violenza danno ai pochi la ricchezza e il benessere, e di società – nel vero senso della parola – non rimane più altro che il nome.

Di questo male morirono le civiltà antiche, fondate sul dispotismo e sul dispregio della umana dignità – e l’ha costatato la storia. Di questo male morranno le moderne democrazie, se non sapranno trasformarsi a tempo e radicalmente – e anche questo la scienza ha preveduto ed è fatale come il destino.

2° – Quel che fu nel Passato

Che cos’è la lotta di classe? È la lotta – rispondono – di coloro che non posseggono nulla, contro quelli che posseggono tutto; degli sfruttati contro gli sfruttatori; delle vittime contro i parassiti.

Ed è vero. E se consultiamo la storia, questa lotta noi la troviamo in tutti i tempi e presso tutti i popoli. Dacché la proprietà privata riuscì ad imporsi, a monopolizzare la terra, che è il retaggio di tutti, e i mezzi della produzione e dello scambio, che sono il prodotto delle attività consociate – dacché essa riuscì ad impiantarsi nella legge ed a organizzare sul suo modello e al suo servizio lo Stato, la Chiesa, l’educazione e perfino le teste della stessa popolazione che ne soffre e che è indotta a crederla inevitabile ed eterna – da quel giorno, tuttavia, la società non rimase senza convulsioni. E la lotta dei miseri contro gli abbienti, degli oppressi contro i dominatori, animò con varia vicenda ogni movimento della civiltà.

Nei tempi bui dell’antichità e del medio-evo la vita della società diventò una specie di duello, un combattimento di fiere per ghermirsi a vicenda il boccone contrastato. Le classi al potere, sospinte da avidità e da paura, non rifuggirono da alcun mezzo per disarmare, per avvilire, per estenuare i possibili ribelli – decimando dei migliori, dei più valorosi, le schiere assoggettate, comprando o ricattando le intelligenze, intimidendo le velleità generose, corrompendo con ogni sorta di frottole religiose l’intelletto e il cuore delle masse.

Sotto l’influenza di tali artifici non fu cosa forte e gentile che potesse resistere. La stessa fede – nata dalla sete di ideale, e in tempi in cui la scienza bambina male rispondeva a codesto eterno bisogno umano – fu convertita in istrumento di servaggio e di degenerazione, impiegata a mantenere nei cervelli l’ombra e lo sgomento. Il timor di dio fu speso a rinforzare i catenacci agli scrigni dei potenti, impinguati dal sudore dei popoli, e il sacerdote fu chiamato a fare il paio col birro per assicurare la tranquillità alle orge dei signori del mondo.

3° – Quel ch’è Oggi

Ma se, sotto quest’aspetto, una lotta di classi si può dire che dura da millenni ed ebbe esito vario a seconda delle circostanze e dei tempi, ben altra cosa è la lotta di classe moderna – quella che oggi noi combattiamo.

E invero essa sarebbe cosa ben meschina se si limitasse a voler capovolgere il mondo e farcelo ritrovare poi tale e quale – a voler porre una classe in luogo dell’altra – a voler creare, mutate solo le persone nuove falangi di padroni e nuove sterminate schiere di servi.

Che anzi, se molti episodii di codesta lotta, nel passato, ebbero esito infelice e non condussero a nulla, si fu perché mancava in essi un concetto morale superiore, al quale le circostanze permettessero di realizzarsi – di cui le circostanze esigessero anzi il realizzamento.

La lotta di classe moderna per questa sarà vittoriosa e sarà redentrice: perché essa è concepita dal pensiero quale è richiesta ed è voluta dai fatti. Perché essa è vera ed è giusta dentro dell’uomo che la pensa e che essa spinge ad agire, e fuori di lui, nelle condizioni fatali della produzione moderna; perché la meta, a cui essa tende, è voluta non solo dal pensiero, ma anche dalla storia.

4° – Le sue Cause

La lotta di classe moderna è nata collo sviluppo dell’industrialismo moderno. Come tale essa ha a mala pena un secolo di vita.

Finché la produzione fu individuale, e dominò la piccola industria, e il lavoratore era padrone del suo campiello o della sua bottega, vi poterono essere angherie, soprusi, ma non vi era – non vi poteva essere – la lotta di classe nel senso moderno.

Fu soltanto quando l’economia medioevale venne capovolta; quando – specialmente per l’applicazione delle macchine e l’allargarsi dei mercati – la produzione divenne collettiva e il padrone non fu più il lavoratore più abile o più anziano, ma diventò uno straniero, un parassita della produzione – fu allora che l’appropriazione individuale del prodotto del lavoro di tutti o delle grandi maggioranze, a favore di un solo o di pochi e specialmente degli oziosi, diventò un flagrante controsenso.

La proprietà, invece di essere la condizione ed il compenso del lavoro, diventò una semplice tassa, un pedaggio gravosissimo, succhiante il sangue del lavoratore, a cui in compenso non diede più nulla – neppure la sicurezza del domani. E chiamò ipocritamente “libertà del lavoro” la libertà dello sfruttamento ad oltranza, il diritto dell’oppressione senza limiti, il più fiero e il più invincibile di tutti i dispotismi.

Il monopolio delle terre, delle miniere, degli strumenti di lavoro, diventati ormai grandi capitali, o del loro equivalente in moneta – monopolio acquistato collo sfruttamento, coll’usura, colla frode di cui vive il commercio, coll’eredità, col servilismo e con altri mezzi da cui è disgiunta ogni moralità ed ogni merito personale – diventò la condizione imprescindibile dell’arricchimento e del benessere. Il lavoro, la virtù, il risparmio non ebbero più altri compagni che la miseria eterna e senza speranza.

La concorrenza dei capitalisti fra loro, necessaria per sopraffarsi a vicenda e dominare il mercato, non permise più ad essi di essere umani, buoni, pietosi: e i più grossi e i più fortunati divorando sempre i più piccoli, le schiere del proletariato si andarono ogni giorno ingrossando colle rovine della classe possidente. Quanto più al vertice della piramide si concentrava il lusso e la felicità, tanto più alla base si ammucchiava la fame e la disperazione.

La stessa causa, l’assenza di ogni concetto regolatore della produzione, produsse le crisi, la disoccupazione, l’ingombro dei magazzini insieme alla impotenza dei produttori di diventar consumatori e di diminuirlo; lo sfruttamento del lavoro dei miseri diventò a dirittura forsennato, e invano le leggi, per la salute della razza umana, tentarono a volte di frenarlo.

La casa del lavoro diventò simile all’ergastolo, e dopo avere inghiottito il padre di famiglia, inghiottì la donna ed il fanciullo, senza rispetto ad età né a debolezza, scagliò la donna ed i fanciulli – strumenti meno costosi – a strappare il pane di bocca al marito ed al padre – esaurì coi lunghi orari e col cottimo le forze e la salute dei lavoratori, ai quali fu disertato il focolare, furon tolte la famiglia e la patria. Le epidemie, la delinquenza spaventosamente crescente, la prostituzione che dilaga, il fermento dovunque della ribellione e dell’odio, la giustizia fatta scudiera delle loro Maestà l’oro e l’argento, lo smarrimento d’ogni fede e d’ogni ideale sociale e morale furono le conseguenze di uno stato di cose che rammentava – peggiorate – le decadenze di Babilonia, di Bisanzio e dell’antica Roma.

5° – Il suo significato

A reazione e a difesa contro questa decadenza e questo dissolvimento, sorge il movimento operaio, si desta la coscienza operaia.

Essa capisce che essendo il proprietario divenuto un peso morto sulla produzione, affatto inutile ad essa, il prelevamento che esso fa sul prodotto al quale non coopera, per pagarsi il lusso od i vizî, per mantenere la burocrazia e gli eserciti a sua esclusiva difesa, per corrompersi e per corrompere il mondo, cotesto enorme prelevamento è diventato a sua volta un assurdo: che collettiva essendo ormai la produzione, collettiva dev’essere la ripartizione dei valori, a misura dei meriti e dei bisogni di ciascuno; che, chi potendo, non lavora, non ha diritto di mangiare, e che chi vive del sudore altrui non ha diritto di vivere.

La coscienza operaia ha capito che la ricchezza, la forza, il sapere dei potenti del mondo, non son fatti che del lavoro e degli stenti dei lavoratori: e che se vasti ceti di professionisti, di impiegati, di operai del pensiero sono al servigio di quei pochi contro i moltissimi, è perché i pochi seppero armarsi e, perché tali, rimasero i più forti. Ma la forza delle forze, pur di saperla impiegare, sta pur sempre nella virtù del lavoro, e solo chi tutto produce può distruggere tutto perché saprebbe tutto riedificare.

Ha capito che chi detiene le ricchezze, nel mondo industriale moderno, detiene indirettamente ogni altro potere; che la libertà è un nome vano e un’ironia feroce per chi nulla ha e nulla può.

Ha capito che gli sforzi dell’operaio isolato, per emanciparsi, sono altrettanto folli come il voler scuotere da soli e senza leva un enorme macigno – e che solo l’unione illuminata e cosciente e la volontà ferrea, compatta, pertinace degli interessati può spostare l’asse della costituzione sociale.

Ha capito infine che nulla più si oppone a che il mondo industriale – questa geenna infernale – ridiventi un paradiso terrestre, una grande cooperativa di soci e di fratelli, interessati non a divorarsi e a svaligiarsi a vicenda, ma ad amarsi ed a aiutarsi – nulla più si oppone a questo, tranne l’ostacolo che impedisce appunto il fiorire delle cooperative – la mancanza cioè, nei lavoratori, del possesso collettivo dei capitali – e che i capitali bisogna prenderli dove sono, dove il lavoro di tutti da migliaia d’anni ha cooperato a crearli.

Ed ha inastata, a questo scopo, la bandiera della lotta di classe.

6° – La Conquista del Potere

Ma i primi passi di questa lotta ravvisò un altro ostacolo, potente fra tutti, e che prima non aveva sospettato.

Vide cioè che la classe appropriatrice, la borghesia capitalista, aveva organizzato il suo potere nelle leggi e nelle istituzioni amministrative e politiche; si era accampata nei comuni, nello Stato, nella scuola, nel tribunale, ecc. ecc.; e di questi istituti si serviva a tagliar le gambe al movimento operaio.

E allora – ammaestrata da dolorose esperienze – la classe operaia capì che bisognava seguire la medesima via.

Capì che la violenza improvvisa, se può servire ad un mutamento semplicemente politico, a detronizzare un principe od a sbaragliare momentaneamente un esercito, non riescirà però mai, da sola, a mutare profondamente la struttura economica d’una società, mentre offre ottimi pretesti ai dominatori per salassare i popoli e snervarne le migliori energie.

Capì che i Parlamenti, i Comuni, tutte le istituzioni organizzate erano strumenti potentissimi di dominazione – che difficilmente si potevano distruggere – ma dei quali si poteva invece impossessarsi e servirsene.

Capì che il voto, questo arnese d’inganni e di intrighi, questo strumento di vanità e di cupidigie finché era maneggiato unicamente dai dominatori o dato loro a pro dei loro fini e per le loro contese, poteva invece – maneggiato dai lavoratori ai fini loro propri e per le loro proprie battaglie – diventare, non solo un mezzo di reclutamento del partito e di schierarne e di contarne le forze – ma altresì la più sicura delle armi per acquistare un ascendente sempre maggiore nella vita pubblica, ed acquistatolo, poterlo conservare.

Per tutto ciò la classe operaia si organizzò in partito politico indipendente e, sulla bandiera inalberata della lotta di classe, ha scritto: LA CONQUISTA DEL POTERE.

7° – Il grande Ideale

Con questa bandiera, per questa via, il proletariato militante cammina, lento, ma sicuro, alla meta luminosa, traendo seco la folla innumerevole, fra lo sgomento dei tiranni pubblici e privati – sfidando la calunnia e il sarcasmo dei nemici, la congiura incosciente degli imbecilli e dei vigliacchi – arruolando nelle sue file ogni giorno nuove reclute, sia nel campo del lavoro manuale, sia in quello del pensiero; attraendo a sé i ceti a lui vicini, che il moto vorticoso del capitalismo va precipitando nel suo seno o che sentono ormai inevitabile il loro tracollo. Cammina e diventa la fiumana che s’ingrossa e s’avanza maestosa, che travolge gli ostacoli, che spazza e che feconda il terreno.

Per questa via il proletariato – che fu nulla – sente che diventa qualcosa e che domani sarà tutto; ma colla vittoria non sarà più il proletariato, la classe dei reietti, sarà invece l’umanità tutta intera laboriosa e redenta. Fuori del suo seno, che avrà radunate tutte le forze utili alla società, non ci saranno più che i parassiti ostinati, gli elementi corrotti – condannati a trasformarsi o a perire.

Così la lotta di classe avrà raggiunto il suo fine ultimo e grandioso: l’abolizione delle classi, l’armonizzamento degli interessi nella “giustizia pia del lavoro”.

Allora, per la prima volta dopo tanti secoli, una “società umana” di fatto e non di nome sarà alfine instaurata.

La lotta di classe moderna, animata da questo grande ideale, aiutata da tutte le forze materiali dell’evoluzione sociale, incarnata nella grande maggioranza degli interessi e dei voleri, non potrà fallire la sua meta. Essa si presenta restauratrice della proprietà sulla sua base legittima, il lavoro, contro gli spoliatori e gli usurai – redentrice della famiglia dissolta e mercantilizzata ai danni della specie – restitutrice di una patria terrena all’immenso popolo che più non ha patria e che è burlato colla patria celeste – realizzatrice della libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza che il dominio borghese ha insultato e deriso – abolitrice della guerra e degli odii nazionali e di classe – fondatrice, nel violento disordine borghese, della pace e dell’ordine.

Essa sola – la lotta di classe – può infiammare ancora di un santo ardore le anime generose, sostituire le religioni crollanti, restituire alla vita il valore e l’ideale smarriti.

Essa è la demolitrice della barbarie – La Salvatrice della pericolante civiltà.