Il Capitalismo scoppia di merci e di “Scienza”
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Oggi come mai il capitale scoppia di merci, di cultura e di scienza, eppure borghesia ed opportunismo pretendono di sfuggire all’indigestione proponendo più merci, più cultura, naturalmente pianificate, programmate, razionalizzate (nella loro vuota testa); è una vera e propria dannazione.
«La ricchezza delle società nelle quali domina la forma capitalistica di produzione, si enuncia come una immensa accolta di merci. L’analisi della merce, forma elementare di questa ricchezza, sarà quindi il punto di partenza delle nostre ricerche».
Così esordisce Marx ne Il Capitale, individuando, cartesianamente, la forma semplice, elementare, della società borghese.
A sua volta il capitale, messo crudamente sul banco anatomico dalle mani spietate del proletariato armate del bisturi del materialismo storico e dialettico, si ingegna ad innalzare su questa verità elementare cortine di fumo a base di «linguaggio sublime», sempre più ipocrita quanto più la prassi si fa crassa e schifosa.
L’«immensa accolta di merci» è l’ingombrante cadavere che il capitale trova davanti a sé, è il suo proprio limite, contro il quale non valgono moralismi, belati alla fratellanza, alla solidarietà, all’uguaglianza. Niente, nel modo di produzione capitalistico può sfuggire alla condanna di diventar merce, né la fede, né il sentimento, né gli affetti più o meno zuccherati.
Come nelle mani del re Mida tutto diventa oro, tutto nelle mani della società anonima del Capitale diventa merce, merce da scambiare a tutti i costi perché si tramuti nel vile denaro, sempre più irrimediabilmente carta straccia, che alimenti la riproduzione allargata del ciclo produttivo: se la merce, oltre al suo valore di scambio, la sua connotazione essenziale, conserva ancora un certo valore d’uso, è ormai un mero accidente, capace in fin dei conti di avvelenare in qualche modo l’esistenza dei produttori, specialmente quando si tratta della merce più «sublime», tipo tempo libero, cultura, elevazione dello spirito ecc..
Non sfuggono a questa condanna quelle realtà che l’ideologia borghese si sforza di presentare come «valori assoluti», distinti ed indipendenti dalla «prassi vile e plebea», al di sopra della lotta delle classi e degli interessi, bassa cucina con la quale le «anime belle» si illudono di non avere a che fare.
È il caso dell’arte, della cultura, della scienza, considerate riserva di caccia dai moderni chierici, peggiori di quelli chiesastici e feudali, dal momento che fanno di tutto per nascondere la tonsura, per mescolarsi in vili atteggiamenti pecorecci con «il popolo lavoratore», con la classe operaia. Fanno di tutto per mostrarsi «alla mano» ma ci tengono un mondo a rivendicare l’appartenenza alla sola specie di bestie definita «sapiens».
Scrivevamo (Il Programma Comunista, n. 9 del 1953) «perché la nostra specie di bestie è definita «sapiens»? Non certo perché abbiamo vinto alla «Totocreazione» contro l’asino e il pappagallo (rispettabili, vien fatto spesso di pensare, temibili concorrenti). L’uomo è la sola specie vivente che ha scienza, perché ha lavoro. Ma l’arte non sta in un cielo più alto che la Scienza o il Lavoro, sta proprio tra i due. La classica contrapposizione tra le due energie che ci reggono è Natura ed Arte. La specie animale sugge alla sola Natura, la specie Uomo produce sempre maggior parte di quanto lo fa vivere. Produzione è arte. Se la prima bestia a lavorare fosse stato un immortale e sterile Robinson, che non doveva trasmettere ai compagni e successori le regole del suo tagliare certe piante per farsi una palizzata in giro alla capanna, l’arte non sarebbe stata, in quanto solo avrebbe rilevato l’armonia di quella cintura organizzata rispetto al cespuglio in cui si cela lo sciacallo. Perché Arte e Arto sono la stessa parola? Perché non dal cervello e dall’assoluto spirito venne la immisurabile ricchezza delle umane costruzioni, ma dalla mano che prima modificò il ramo e la pietra in vista della ricerca di alimento. Ultimo arriva lo spirito, altissimo parassita di ignoti e millenari sforzi, ebbrezza superba della vita differenziata e collocata sull’altare di miliardi di immolate vittime in semplici umili atti che resero possibile ogni successivo passo, ogni rudimentale conquista, caldo e illuminato di entusiastiche altezze di cui sconciamente si chiama solo generatore, ignaro di quanto costò la prima fisica scintilla scaturita dal fondo delle gelide savane, a dispetto degli dei, e come era difficile a braccia intirizzite trarre dall’attrito di due legni mossi a velocità impossibile la temperatura di accensione. Quanti e quanti millenni dopo si seppe che occorrono 427 chilogrammetri per ogni caloria? Ma quando si datò la gigantesca conquista? Ed ha essa uno stupido nome?
È ben chiaro che una tale deduzione degli ultimi risultati dell’Arte e più dei massimi che non sono proprio gli ultimi, cade contro la censura spietata dei nostri nemici di partito e di classe, e che le loro concezioni si costruiscono col percorso diametralmente opposto…».
È il percorso contorto e problematico che è stato anche definito «lungo viaggio attraverso le sovrastrutture», la classica scorciatoia sui cui dirupi si sono impigliati fior di opportunisti, sicuramente molto più rispettabili di quelli formato 1975 che secondo la moda dominante si distinguono per il loro linguaggio cifrato e sociologico ipocrita e zeppo di «distinguo». Tocca a loro, più ancora che alla grande borghesia, la quale se non altro per quanto putrescente e balorda porta nelle vene sangue di classe, confermare la scultorea constatazione di Marx «più si sviluppano gli antagonismi tra le forze produttive crescenti e più si compenetra di ipocrisia l’ideologia della classe dominante. Più la vita svela la natura menzognera di questa ideologia, più il linguaggio di questa classe si fa sublime e virtuoso. Il capitale negli anni delle «vacche grasse» ha esaltato le virtù del mercato e del «libero gioco delle naturali forze economiche», al momento della immancabile e più profonda crisi del II dopoguerra mondiale scopre le virtù taumaturgiche della «volontà politica», del razionale dominio degli istinti, pretendendo di «demercificare» il grano, il petrolio, illudendosi di dominare i demoni da esso stesso evocati a colpi di Ukase, di esorcismi per i quali si stanno scomodando tutte le residue chiese volte a riscoprire l’inquietante odore di zolfo del demonio, riverniciato a nuovo ma sempre stranamente presentato nei panni della «sovversione» e dell’inganno. Di fronte ai duri fatti che il terreno materiale dell’economia politica sbatte sulle spalle dei proletari e minaccia la ripresa della lotta di classe, mettendo in risalto quella che un «economista» del campo opportunista ha candidamente definito «la ingovernabilità della forza lavoro», si scimmiottano le presunte scoperte perfino di Mao, a base di «politica al primo posto», di partecipazione, e si rivendica come richiesta capace di svegliare la «soggettività rivoluzionaria» maggior cultura, «ai livelli tecnico-scientifici attuali», fruizione di beni culturali tipo concerti di musica elettronica, ore di studio per i lavoratori rozzi ed ignoranti da erudire e sgrossare, e via di questo passo.
Tutte queste risorse naturalmente vengono presentate come «puri prodotti dello spirito», immuni dal circuito merce-denaro-merce, indipendenti dalla legge del valore.
Ma quando la borghesia è costretta a calare la maschera e a demercificare perfino insostituibili risorse di base come il grano (che principalmente serve a sfamare le famiglie operaie) e il petrolio, che ha fatto versare lacrime a fiumi ai piccolo-borghesi scopritori dell’ecologia e dell’ambiente, allora vuol dire proprio che con la precisione delle scienze naturali, la crescita delle forze produttive non è più contenuta dai vecchi rapporti di produzione, e dunque tanto meno può essere adeguatamente frenata dalle istituzioni politiche borghesi, democratiche o autoritarie, che fanno acqua da tutte le parti. Altro che «politica al primo posto»! Questa è la parola d’ordine democratica ed opportunista che illude la classe operaia promettendole interventi «coscienti e responsabili», proprio mentre si dispiega e si rafforza l’apparato statale e la sia violenza di classe.
L’urto delle forze produttive su vecchi rapporti sociali non risparmia nessuna delle «sovrastrutture», sia di forza che di coscienza. La ieratica è sempre più «illegale» legge si fa spietata quando si tratta di colpire proletari in rivolta e sempre più molle quando si tratta di salvare dall’accusa d’intrigo generali e sbirri assoldati per la repressione di classe. Il cosiddetto «stato di diritto» dimostra di funzionare alla perfezione quando si tratta di proteggere manutengoli di gran lusso che non resistono alla tentazione di fare gli affari loro sfruttando la posizione di «grands commis del capitale», permettendo che raggiungano i lidi dorati di paesi parassiti che vivono di incerti internazionali, e fa la finta di non funzionare quando si tratta di prestar fede ad accordi sottoscritti per pagare quattro baiocchi agli operai defraudati giornalmente di quanto loro spetterebbe, sempre stando alle formule farisaiche della legge. Ma la violenza dei rapporti sociali che si ergono sulla lotta delle classi, come il pretore del diritto romano, non si cura delle quisquilie e svela la mistificazione del diritto con la sua pretesa di regolare la società capitalistica.
I cultori della borghesia illuminata non mancano di evocare i fantasmi della «barbarie» feudale, di auto da fé, di caccia alle streghe ogni volta che la violenza viene dispiegata apertamente, specie quando ciò avviene negli Stati degli altri, pretende di attribuire il tutto a «deplorevoli ritardi di sviluppo», alla mancanza di «cultura», e promette a piene mani più scuole per educare, più ospedali per guarire, più scienza per sapere. Finge di non capire che, al contrario, il marcio e la violenza sono il frutto del capitalismo putrescente, comprese le «atrocità» tribali che vengono perpetrate a danno contadini poveri e di sottoproletari nel cuore dell’Africa, in Etiopia e altrove, comprese le mani mozzate e la «giustizia» amministrata direttamente dal truce Bokassa in aperta piazza per l’esempio di tutti.
Non esiste più, nella fase imperialistica del capitale, vecchio rancore etnico o tribale che non sia subordinato direttamente o indirettamente (cioè in via diplomatica o democratica) alla legge del profitto. Quando la borghesia attribuisce simili guasti ai residui feudali, nel 1975, mentisce spudoratamente, e cerca di nascondere in questo modo la violenza degli apparati statali, dei suoi mezzi di coercizione e di tortura, a petto ai quali i marchingegni del castello feudale, compresi i trabocchetti, sono romanticherie degne d’essere rimpiante. Questa stessa classe che si presentò sulla ribalta della storia come liberatrice e con i meriti di avere spezzato prepotenze e privilegi, inquisizioni e persecuzioni, che aveva avuto il merito di fondare le moderne scienze della natura e della storia, oggi trema davanti alle sue stesse scoperte, e, sul fuoco sprigionato, come è inevitabile, dalla scienza, anche se imprigionata nella camicia di forza del limite capitalistico, getta acqua perché non bruci essa stessa e per assoggettarlo agli interessi della dominazione di classe. Quella borghesia che ha scoperto la scienza del pensiero dialettico, ora si scandalizza del suo stesso genio perché «sotto la sua forma razionate la dialettica diventa scandalo e abominazione per lei stessa, perché nella concezione positiva dell’ordine esistente essa include nello stesso tempo l’intelligenza della sua negazione, della sua necessaria distruzione perché riaffermando il movimento stesso, di cui ogni forma costituita non è che una configurazione transitoria, essa non si lascia fermare da niente ed è essenzialmente critica e rivoluzionaria» (Marx/Engels, L’Ideologia Tedesca).
Ed anche quando sostiene la fine di ogni ideologia, perché velenosa ed astratta, come fa dire ai suoi «ideologi», loro sì imperituri, almeno fino alla abolizione del capitale, ed afferma l’attuale superiorità della «scienza positiva», neutrale e tecnica, non si rende conto che essa stessa «non è mai razionale, od in un certo senso non è borghese, sebbene la borghesia sviluppata e conservatrice sappia presto ridurla in edizioni di classe. La scienza non è che la costruzione spontanea dei risultati della tecnica del lavoro nei suoi procedimenti più vantaggiosi, che è irreversibile in quanto nessuno riuscirà a rinunziarvi per motivi di principio e puramente ideologici. Come il lavoro associato è risorsa che passa oltre ogni frontiera, così lo è la registrazione e descrizione dei processi naturali, una volta rimossi gli ostacoli delle vecchie scuole e cenacoli teologici e non teologici per l’opera della demolizione critica, divenuta abbattimento di poteri statali. Già nel moderno mondo irretito di menzogna ideologica assai più di quello medievale, la tecnica e la scienza della natura non hanno più patria. Non per nulla il Croce le pone fuori della Filosofia, e vuole che questa tenga la umana storia. Quando anche questa sfuggirà alle tenebre del trasumanato spirito, anche la scienza di essa storia non avrà più patria e alla fine non avrà più classe». (da Il Programma Comunista, n. 4 del 1953).
Si scopre così che la stessa «scienza» viene tentata di imbalsamazione o di santificazione al chiuso degli «istituti di ricerca pura», quando al contrario non è che il frutto del lavoro vivo, che nella forma capitalistica di produzione si sente compresso e tende per sua natura a travolgere «torri d’avorio», confini nazionali, di corporazione e di classe. Mentre la borghesia esalta la neutralità della scienza per renderla innocua, un’ultima icona da proporre all’adorazione dei rozzi proletari dopo la ingloriosa fine dell’oppio religioso e dei più vari «valori dello spirito», la teoria rivoluzionaria del proletariato ne coglie la portata dirompente e capace di travolgere il dominio della classe nemica.
Lungi dal riconoscere ad arte scienza e cultura, una vita propria, indipendente dalle contraddizioni di classe, sa riconoscere il loro significato specifico, il loro spessore sociale, la loro potenza dialettica, e dunque non necessariamente e definitivamente asservibili ad una classe e tanto meno neutralizzabili. Ma il giudizio su queste realtà, «sovrastrutture» come le chiama Marx, non può essere improntato al piatto empirismo ed evoluzionismo che si limiti alla constatazione della loro esistenza e si rifiuti di stabilire delle leggi in rapporto alla loro materiale e pratica interazione. Il marxismo consiste in questo: nel riconoscimento storico e incontrovertibile, che «le idee dominanti sono le idee della classe dominante», escludendo la possibilità di conquistare la liberazione di classe attraverso una generica critica delle idee, od una «critica critica», ma individuando nelle forze materiali che governano la società la leva per abolire l’antagonismo nella società. Consiste inoltre nell’esclusione della possibilità di poter costruire un’autonoma «cultura di classe», a meno che non si intenda per essa il possesso della teoria della rivoluzione che non si illude di poter «divulgare» in generiche «scuole serali» o peggio «corsi a livello universitario», ma nel vivo della lotta di classe.
D’altronde la storia insegna: la lotta contro le idee delle forze conservatrici, mentre è dovere rivoluzionario da non disgiungere mai dal vivo della lotta di ogni giorno, è anche il terreno più resistente, che sopravvive alla fine e al declino delle forze sociali che l’hanno prodotto, e non perché dotate di qualità divine e trascendenti, ma in quanto, come è verificato dalle scienze naturali moderne, l’evoluzione stessa della specie umana parte dalla scoperta della mano giunge alla crescita della capacità cranica, sissignori, dai 600 centimetri cubici del pitecantropo ai 1400 circa del più imbecille individuo 1975. È evidente allora che la crescita del serbatoio mentale diviene e freno e stimolo per ogni forza rivoluzionaria: l’inerzia e l’attaccamento alle idee del passato rimane anche quando sono praticamente estinti i rapporti sociali e le tecniche materiali che li hanno prodotti: prova della loro eternità?
Tutt’altro, prova della loro maggiore resistenza, e smentita, se pur ce ne fosse ancora bisogno, della pretesa di cominciare la rivoluzione con le idee, dimenticando che le stesse idee rivoluzionarie sono nate «dopo» l’inizio della pratica rivoluzionaria, anche se incosciente o istintiva. E con questo cadono le velleità idealistiche e piccolo-borghesi di «rivoluzionare le coscienze, di sensibilizzare, di aiutare a capire».
Il marxismo rivoluzionario ha salutato la caduta degli dei e delle idee eterne, ma non con faciloneria e sufficienza: prima ancora di decretare la loro fine, ha raccolto con la precisione delle scienze naturali il loro testamento sociale, la loro eredità, la capacità di sollecitare i vivi, di impedire la loro azione o di renderla più difficile. La negazione che il materialismo storico fa dell’ideologia borghese e delle forze sociali del passato non è puramente ideale, ma dialettica, non fondata sulla testa, ma rimessa in piedi, secondo l’ormai classica definizione di Marx ed Engels. Mentre dunque ancora oggi, soprattutto il piccolo-borghese ed opportunista va in brodo di giuggiole di fronte all’opera d’arte, e si atteggia lui stesso ad artista dimenandosi ed imbrattando, angustiandosi e contorcendosi per l’impossibilità «esistenziale» di poter esprimere se non il «nulla», il marxismo classico ci dà un affresco poderoso e storico, capace di ammirazione per il genio (non individuale) delle civiltà che ci hanno preceduto, compresa, e massime, la grande civiltà borghese (non si è rivoluzionari se non si è in grado di riconoscere il valore rivoluzionario della borghesia stessa), ma anche capace del più profondo disprezzo nei confronti di necrofili incapaci di riconoscere la decadenza e la putrefazione.
«La storia universale non è esistita sempre; la storia come storia universale è un risultato» (Marx, Per la critica dell’economia politica). A maggior ragione le sue specifiche manifestazioni, quelle che per comodità di metodo sono state catalogate dalla stessa ideologia borghese, come le più alte: arte, religione, filosofia.
Né abbiamo mai detto che la cosiddetta Arte, che, come dicevamo, è una stessa parola con Arto, è un prodotto che si identifica meccanicamente con i «prosaici lavori pratici», ma ribadiamo che si eleva da quella base, e non ce ne adontiamo, anzi ci sentiamo esaltati nel riconoscere come la tecnica umana sia capace di perfezionarsi, come prendiamo atto del come, di fronte alla rottura della società in forze antagonistiche, le forze sociali dominanti hanno puntualmente operato la cattura e la difesa strenua egoistica dei frutti del lavoro sociale. Per cui, anche quando oggi la borghesia promette di rendere bene comune a tutti i tesori del lavoro sociale, artistico (che, almeno quello attuale, fa generalmente schifo), scientifico, ancora una volta mente, perché è disposta a concedere semplicemente i sottoprodotti, i rifiuti, le briciole alla classe dominata. Ciò è sotto gli occhi di tutti: promette scuole, ma quelle degli operai, dei sottoproletari sono vergognose, mentre quelle del borghese sono «private» e di lusso, promette salute attraverso la scienza, ma il disgraziato non può neanche essere ricevuto in un buco di ospedale, mentre al furbo è riservata ancora una volta la clinica privata.
Ed allora noi non abbocchiamo, non crediamo alla scienza e alla cultura di una classe che per sua natura non può concedere che illusioni. La scienza ha bisogno di essere strappata dalle sue mani, dal suo scrigno custodito con il ferro, anche quando promette a tutti di poter raggiungere, con la buona volontà ed il sacrificio, «i più alti gradi dell’istruzione».
Non ci lasciamo turbare dal fatto che la classe dominante può illudere gli sprovveduti e gli sciocchi sentimentali, quando non sono interessati e falsi opportunisti, per il fatto che oltre agli strumenti materiali di produzione (e dei prodotti sociali, sia ben chiaro) detiene anche i frutti del lavoro sociale di millenni di lavoro umano e animale (abbiamo da rivendicare, se vogliamo, anche lo sfruttamento dei somari!), detiene la proprietà di tesori che «continuano a suscitare in noi un godimento estetico, e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili», ma, concludiamo ancora con Marx: «un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse della ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, ad un più alto livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità naturale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel momento più bello del suo sviluppo non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti…».
Ecco, i difensori della presunta cultura e scienza attuale, che anzi ne rivendicano di più come se fosse capace di risolvere i mali dello sfruttamento di classe, sono uomini divenuti puerili, purtroppo non più fanciulli rozzi o saputi, ma vecchietti saputi ed infantili.