Partito Comunista Internazionale

Appello del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista a tutti i membri del Partito Socialista italiano e dei sindacati italiani

Categorie: Italy, Third International

In base ad un accordo concluso nel 1918 tra i sindacati italiani e il Partito socialista, il partito avrebbe assunto la direzione degli scioperi “politici” distinti da quelli economici. Il consiglio nazionale della Confederazione sindacale, riunitosi nel settembre 1920, decise che l’”occupazione delle fabbriche” non costituiva un movimento politico; i datori di lavoro, ansiosi di riassumere il controllo delle fabbriche, acconsentirono alla negoziazione di contratti collettivi, e ad una vaga formula che concedeva una partecipazione sindacale nella gestione dell’industria.

Al terzo congresso del Comintern, Trotski attribuì il fallimento degli scioperi proclamati in Italia nell’autunno 1920 all’influenza della destra nel Partito socialista. La risoluzione sulla relazione del C.E.I.C. adottò la stessa linea. I dirigenti del Comintern esageravano tanto l’estensione quanto la forza del movimento. In un discorso fatto due anni dopo, qualche giorno prima della marcia su Roma, Trotski disse: «Nel settembre 1920 la classe operaia italiana aveva praticamente ottenuto il controllo dello Stato… ma non c’era un’organizzazione capace di consolidare la vittoria… e da allora la classe operaia italiana ha continuato a battere in ritirata». Alla fine di settembre si riunì a Milano il Comitato Centrale del Partito socialista italiano; pur essendo d’accordo ad accettare le 21 condizioni d’ammissione al Comintern, era diviso sulla questione dell’espulsione della destra. La destra allora si riunì separatamente a Reggio Emilia, la sinistra ad Imola ove si decise di rompere con i riformisti al successivo congresso del partito. Il gruppo centrista di Serrati, riunito a Firenze, intendeva applicare le 21 condizioni a tempo opportuno in relazione alle “circostanze storiche prevalenti”.

Da “Die Kommunistische Internationale“, dicembre 1920

Il C.E.I.C. sta seguendo ogni passo della vostra lotta eroica con attenzione instancabile. I comunisti di tutto il mondo vedono in voi una delle migliori e delle più tenaci pattuglie della rivoluzione proletaria internazionale. La rivoluzione proletaria bussa alla vostra porta. Siete più vicini alla vittoria di quanto lo siano i lavoratori di qualsiasi altro paese. In Italia esistono praticamente tutti i requisiti indispensabili per una rivoluzione proletaria vittoriosa. La classe operaia è unanime nella sua disponibilità ad abbattere il capitalismo. Una parte notevole di contadini è al vostro fianco, buona parte dell’esercito è con voi. Fino all’ultimo la borghesia è stata messa in crisi. L’Intesa non avrà le forze per mantenere un blocco contro l’Italia rossa. E se ci proverà si spezzerà l’osso del collo. La Russia sovietica garantisce il grano all’Italia rossa. Anche i lavoratori francesi garantiscono il proprio fervido e fraterno appoggio ad un’Italia sovietica.

I requisiti indispensabili per la vittoria ci sono praticamente tutti – tutti eccetto uno; ed è il livello di organizzazione tra di voi. Non diciamo che non siete organizzati. La classe operaia italiana è organizzata. Ma le vostre organizzazioni non sono omogenee. Vi hanno trovato rifugio i riformisti, cioè gente che in fondo non condivide le opinioni del proletariato comunista ma quelle della borghesia liberale. L’influenza dei riformisti nelle organizzazioni operaie italiane è quello che più frena il vostro movimento, la maledizione che lo opprime…

È ovvio che l’occupazione delle fabbriche e delle officine senza che si impegni contemporaneamente una battaglia per la dittatura del proletariato non basta a procurare la vittoria della classe operaia. Ma era uno splendido inizio da cui poteva svilupparsi un movimento di massa schiettamente rivoluzionario. La vittoria era in mano vostra. Chi ve l’ha strappata? I riformisti. La borghesia era impotente ad intraprendere una lotta aperta. Giolitti fu costretto a ricorrere al metodo della “ritirata strategica”, come disse la stampa borghese italiana…

Attraverso i propri agenti la borghesia iniettò il veleno del riformismo nelle organizzazioni operaie italiane, soprattutto nei sindacati… I riformisti che stavano a capo dei sindacati italiani portarono avanti la parola d’ordine delle commissioni composte di rappresentanti dei “dirigenti” operai e di capitalisti su base paritetica per elaborare i principi ed i metodi di controllo della produzione. Questo fu il funerale di lusso predisposto dai riformisti per il vostro movimento rivoluzionario… I capitalisti italiani furono tratti in salvo grazie agli sforzi di D’Aragona, Turati, Modigliani, Dugoni ed altri agenti del capitale. La borghesia italiana ottenne una proroga d’esistenza.

Ora che D’Aragona e soci hanno fatto il proprio lavoro… la borghesia ha incominciato ad arrestare centinaia dei migliori dirigenti della classe operaia italiana. Riempie le prigioni con i nostri militanti migliori. Introdotto lo scompiglio nelle nostre file per mezzo dei suoi agenti riformisti, ora la borghesia pensa di essere abbastanza forte da ricorrere alla violenza.

L’immediato futuro, ne siamo convinti, dimostrerà che sta sbagliando di grosso nel ritenere che la terapia cruenta sia adatta ai suoi mali. La chirurgia controrivoluzionaria si ritorcerà contro la borghesia italiana. Ma, compagni, cionondimeno dobbiamo imparare dai nostri errori, dobbiamo essere in grado di trarre le conclusioni pratiche dalle grandi lezioni del vostro movimento.

Qual è la lezione del movimento d’autunno? Che finché ci saranno dei riformisti e dei semiriformisti nelle nostre file, finché tollereremo dei borghesi travestiti a capo dei sindacati, la nostra vittoria sul capitalismo sarà impossibile.

In Italia, recentemente, sono saltati fuori “fautori dell’unità” d’ogni sorta, a spaventarvi e a convincervi che una rottura coi riformisti ci avrebbe indebolito. È un’assurdità. Non tutte le scissioni sono dannose alla classe operaia. La scissione dagli agenti del capitale per noi non è un danno ma un vantaggio…

Tempo fa il partito italiano ha raggiunto un accordo con la Confederazione del Lavoro sul fatto che nel corso degli scioperi ed altri movimenti rivoluzionari la Confederazione avrebbe riconosciuto la leadership del partito. Ma abbiamo visto che al momento buono i riformisti, interpretando alla lettera l’accordo, di fatto l’hanno violato. Ciò accadrà ogni volta che ci saranno in gioco delle questioni importanti. Dobbiamo estromettere inesorabilmente dal partito e dai sindacati i dirigenti riformisti. Solo allora sarà possibile pensare seriamente alle battaglie decisive contro la borghesia.

Per realizzare la rottura con gli agenti del capitale, per sostenere con onestà e sincerità le decisioni del secondo congresso dell’Internazionale comunista, i nostri amici italiani si sono organizzati in corrente comunista. I loro giornali più importanti sono l’”Avanti!” di Torino e il periodico “Il Comunista” pubblicato a Bologna. Tutti i leali e coerenti partigiani del Comintern sono invitati ad appoggiare questa corrente, e soltanto questa corrente. A tutte le altre correnti diciamo: chi non è con noi è contro di noi.

Compagni, se la borghesia italiana ora è passata con tanta rapidità dalla difesa all’attacco, è perché fa assegnamento sull’opera demoralizzatrice dei riformisti… La nostra risposta dev’essere la seguente: combattendo come prima contro i capitalisti con una mano, coll’altra dobbiamo, senza perdere un attimo, portare a termine quell’epurazione dei riformisti e dei semiriformisti dalle nostre organizzazioni senza la quale esse non possono divenire organi delle masse proletarie.

Gli azzeccagarbugli riformisti, che occupano tanti seggi nel gruppo parlamentare del Partito socialista italiano… stanno cercando di presentare tutta la controversia con l’Internazionale comunista come se vertesse su questioni organizzative. Questo è il metodo preferito di tutti gli opportunisti. Vi ricorsero anche i rinnegati socialisti fra gli Indipendenti di destra in Germania. Compagni, non credetegli. Queste sono ben di più che questioni organizzative. L’Internazionale comunista non si intromette nell’autonomia dei singoli partiti operai, è perfettamente consapevole del fatto che c’è un ampio spazio in cui ogni partito deve agire in modo indipendente. Più d’una volta ha affermato che essa prende delle decisioni vincolanti soltanto rispetto a questioni in cui tali decisioni sono possibili. La nostra controversia con i riformisti ed i semiriformisti non verte sulla necessità o meno di accettare le 21 condizioni, o di accettarne 18, o due e mezzo. Il nostro scontro con i riformisti verte sulla questione se il nostro partito debba essere l’avanguardia militante del proletariato nella sua lotta per il comunismo, o se invece debba rimanere, come pensano i riformisti, un balocco nelle mani dei rappezzatori piccolo borghesi nel regime capitalistico.

Non sono pure e semplici divergenze organizzative quelle che ci separano dai riformisti e dai semiriformisti. No, si tratta di due concezioni filosofiche, due tendenze, due classi, due programmi…

Facciamo appello a tutti i membri del Partito socialista italiano e dei sindacati… le nostre file debbono essere liberate dalla piaga del riformismo. Bisogna farlo il più in fretta possibile, e ad ogni costo. Con i dirigenti, se vogliono; senza i dirigenti se esitano o indietreggiano; contro i dirigenti se ostacolano il compimento di quest’opera da parte nostra.