Vicende coreane
Categorie: Korea, North Korea, Stalinism
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Che cosa sta succedendo in Corea del Nord, già «santuario della intransigenza anti-capitalistica e anti-imperialistica»? Che cosa è successo al «rivoluzionarismo indiscriminato» di Kim Il Sung, a suo tempo eroe preferito dei “posters”?
I mercati della Corea del Nord si aprono al vecchio nemico, il Giappone; Kim II Sung tende la mano a Seul dove fino a poco tempo fa voleva esportare il suo “socialismo”; come se non bastasse, chiede di entrare a far parte delle Nazioni Unite, prima denunziate come vile strumento dell’imperialismo… Tutti questi avvenimenti ci stupirebbero solo se facessimo parte della vasta schiera di “gauchistes” che hanno voluto vedere nella rivoluzione coreana una rivoluzione proletaria e nel suo sistema economico un sistema socialista. Per noi, quanto sta accadendo non appare invece né come una “svolta moderata” della politica rivoluzionaria, magari dovuta alla… senescenza di Kim, né come un tradimento del “socialismo coreano”: è l’inevitabile traguardo al quale la Corea del Nord doveva approdare nella sua natura di giovane stato capitalista. Il tradimento del Partito comunista coreano era un fatto scontato fin dai tempi della guerra contro il Giappone, allorché esso si fece promotore di un fronte unico di lotta accantonando ogni problema di classe col pretesto di risolvere prima quello nazionale. Al termine della guerra mondiale, gli USA si preoccuparono soprattutto di riportare al potere le vecchie classi dirigenti: ma, avendo la guerra stessa accelerato il processo di trasformazione dell’economia asiatica, «facendo acquistare importanza agli elementi borghesi e capitalistici del luogo, che necessariamente chiedevano un profondo rinnovamento del regime in vigore» (come scrivevamo nel n. 14/1950 del nostro quindicinale), l’URSS ebbe buon gioco nel fornire appoggio al capitalismo nascente e nel dare una mano alla rivoluzione borghese. Al termine della lotta interna, la Corea, si trovò divisa in due: il Nord, più industrializzato, sotto l’influenza URSS; il Sud, agrario, sotto l’influenza USA; l’unica forma di capitalismo che si poté sviluppare nella parte settentrionale fu una specie di capitalismo di Stato: infatti, «per la particolare forma di arretratezza produttiva di questa zona, per la scarsità di capitali iniziali, per la difficoltà dell’accumulazione privata — scrivevamo ancora —, il sistema capitalistico introdotto dai russi con la suddivisione dei grandi fondi, e con l’accumulazione e gli investimenti regolati dallo Stato, è quanto di meglio si poteva augurare alla situazione asiatica, e perfettamente coincidente con le esigenze dell’economia borghese nel luogo e nel momento dato». Ciò spiega perché la storia della Corea del Nord dal 1950 ad oggi ricalchi — fatte le dovute proporzioni — le tappe già percorse dalla Cina. Si trattava nell’immediato di iniziare il processo di accumulazione grazie agli aiuti e «crediti socialisti (!!!)» russi ed altri (nel 1953-56, 1 miliardo e 37 milioni di dollari; nel 1954, pari al 33,4% delle entrate di bilancio), e l’enorme balzo avanti conseguito in tale periodo fu interpretato ancora una volta come uno dei tanti “miracoli” del “socialismo” alla Stalin. Il piano quinquennale per il periodo 1957-1961 previde poi un aumento del 260% della produzione industriale (il 300% per la siderurgia e il 330% per l’industria leggera). Ora, a parte che, come al solito, i dati sono relativi alla misera situazione di partenza e non dicono nulla sulla effettiva forza industriale del paese; a parte che mancano cifre sicure sui risultati finali raggiunti, il “miracolo” non esisterebbe (né sarebbe da attribuire al “socialismo”) neppure se l’incremento reale fosse stato il più modesto ma pur sempre elevato 200 o magari 100%, essendo la regola, nella storia dell’accumulazione capitalistica, che un paese appena uscito dal feudalesimo presenta — a parità di condizioni — un ritmo di industrializzazione enormemente più forte che un paese a capitalismo già maturo: era un bel risultato, certo, dal punto di vista storico ma… il socialismo non c’entrava!
Il processo di accumulazione non si arrestò in seguito al voltafaccia della Russia nel 1956; per eventuali appoggi militari, restava la carta della Cina, e, aiuti economici o no, bisognava andare avanti: Kim II Sung organizzò folli squadre di lavoro vezzosamente, denominate «squadre del cavallo alato» che, come a suo tempo in Russia, lavoravano a ritmi frenetici grazie a stimoli morali prima, e a premi pecuniari ed incentivi poi. Puntualmente, dai soliti ambienti si ineggiò al “socialismo” — come se la frusta (morale o fisica) non fosse l’arma secolare degli sfruttatori… La «rivoluzione tecnologica» venne più tardi, quando la Corea, avendo già capitali, potè cominciare ad introdurre macchinari più moderni. Lo scodo, ancora una volta, era quello dell’accumulazione di capitale, accumulazione di merci. Lungi dal diminuire le sue squadre di lavoro, Kim II Sung le ampliò: «nel 1963 ne fanno parte 213.000 operai e impiegati, 232.000 contadini, 140.000 studenti; nel 1965, i componenti superano il milione». E gli operai — si dirà — non si accorsero che, “salariati” e “incentivati” dallo Stato, restavano degli sfruttati; che anzi il processo intensivo di accumulazione aveva accresciuto il loro tasso di sfruttamento? Il fatto è che Kim II Sung aveva imparato bene la lezione: aveva scoperto anche lui la «rivoluzione culturale», che consiste appunto nell’abbindolare o, come dice Kim (e con lui tanti altri “socialisti”), nel «responsabilizzare» il lavoratore a mezzo dell’autogestione. «Rivoluzione culturale e tecnologica», come seippre parallele, completeranno così il quadro idilliaco di un “socialismo” che ricalcava a passo certo più veloce le tappe percorse da ogni paese capitalista.
Questa la storia della Corea fino al 1965, periodo “caldo” anche per il suo «rivoluzionarismo esterno», giacché il Nord industrializzato era profondamente interessato al Sud, dove i capitali americani cominciavano a loro volta a far miracoli. Dal 1965 al ’69, Kim II Sung suscita bensì tensioni, lancia ripetuti attacchi verso Seul, ma infine è costretto a battere il passo: alle sue spalle non c’è più la Cina, che adagio adagio si svincola dall’impegno coreano e nel ’71 lascia il paese, invischiatosi nell’affare cingalese, a sbrigarsela da sola: «l’amichevole» di ping-pong con gli USA batte alle porte. Ecco, allora, Kim proporre a Seul un patto di non aggressione, che significa nello stesso tempo allacciamento di relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali col Giappone: siamo nel ’72, e il memorandum sottoscritto per un arco di cinque anni prevede l’espansione del-Tintercambio da un minimo di 59 milioni di dollari a un massimo di 520 milioni di dollari. Do ut des: la Corea del Nord si è assicurati i capitali occorrenti; il Giappone, un nuo.-vo mercato. Non basta: il patto di non aggressione con Seul prevede un accordo con gli USA, che potranno rimanere nel Sud fino alla stipulazione formale di un trattato di pace fra le due Coree (inutile dire che in precedenza la richiesta di prammatica agli USA era lo sgombero immediato) ed è facile prevedere che questo sarà un primo passo verso l’apertura di scambi mercantili.
L’ha fatto Mao: perché non Kim? Di intellettuali pronti a dimostrare che tutto questo è socialismo, e che Washington è ormai a due passi dalla fossa proprio per gran virtù dei maestri in “rivoluzione culturale”, ce ne sarà sempre in abbondanza. La Corea del Nord, frattanto, si è guadagnata i galloni nell’arena della politica e del commercio mondiali. Ecco la breve storia del “socialismo di Kim”.