Partito Comunista Internazionale

Manifesto ai Lavoratori d’Italia

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Proletari italiani!

Nessuno di voi ignora che il Partito Socialista Italiano, al suo Congresso Nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in due Partiti.

I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri, sui centosettantamila che hanno partecipato al Congresso, si sono allontanati, e in un primo Congresso, hanno costituito il nuovo Partito: il nostro Partito Comunista.

I rimasti nel vecchio Partito hanno conservato l’antico nome di Partito Socialista Italiano.

Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d’Italia, dalla nuda cronaca di questi ultimi giorni; ma tale nuova, che non appare ben chiara nelle ragioni che ne furono la causa a molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e commentata dagli interessati sotto una luce artificiosa e sfavorevole.

È perciò che il I Congresso del nuovo Partito ha sentito come suo primo dovere, la necessità di rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi ragione del sorgere del nuovo Partito, perché vi stringiate intorno ad esso accogliendolo come il solo e vero istrumento delle vostre rivendicazioni, come il vostro Partito.

Richiamiamo, quindi, tutta la vostra attenzione su quanto abbiamo il compito di esporvi nel modo più chiaro, onesto e preciso.

I Partiti socialisti nella guerra mondiale

Vi fu detto per molti anni che coloro i quali lavorano e sono sfruttati dalla minoranza sociale dei padroni delle fabbriche, delle terre, delle aziende tutte, devono tendere, se vogliono sottrarsi allo sfruttamento e ad ogni sorta di miserie, a rovesciare le istituzioni attuali che difendono i privilegi degli sfruttatori. Vi fu detto, a ragione, che questo scopo poteva raggiungersi solo col formarsi di un Partito dei lavoratori, di un Partito politico di classe, il quale doveva condurre la lotta rivoluzionaria contro la borghesia, contro i suoi Partiti, contro i suoi istituti politici ed economici.

Ma già prima della guerra in molti paesi, ed anche in Italia, i capi dei Partiti proletari avevano cominciato a transigere colla borghesia, ad accontentarsi di ottenere da essa e dal suo Governo piccoli vantaggi, e sostenevano che, a poco a poco e senza una lotta violenta, sareste, così, giunti a quel regime di giustizia sociale che era nelle vostre aspirazioni.

Questi uomini erano anche nel Partito Socialista Italiano. Alcuni come i Bissolati e i Podrecca, ne furono allontanati; altri, però, come i Turati, i Treves, i Modigliani, i D’Aragona, ecc., vi rimasero, capi incontrastati nell’azione parlamentare e nelle organizzazioni economiche, anche dopo che la maggioranza del Partito dichiarò erronee le loro teorie riformistiche.

Guidata da costoro, o da altri meno sinceri, ma in fondo simili ad essi per pensiero e per temperamento, l’azione del Partito non corrispondeva alle aspettazioni delle masse e alle esigenze della situazione. Venne la guerra del 1914. Come voi sapete, in moltissimi paesi i Partiti socialisti, diretti da quei capi riformisti e transigenti di cui abbiamo detto, anziché opporsi alla guerra, divennero i complici del sacrificio proletario per gli interessi borghesi.

Ciò dipese soprattutto dal fatto che essi non capirono che la guerra era una conseguenza del regime capitalistico, che rappresentava il crollo di esso nella barbarie, e creava una situazione in cui i socialisti avevano il dovere di spingere le masse ad un’altra e ben diversa guerra, alle lotte rivoluzionarie contro la borghesia imperialistica.

Voi, proletari italiani, ricordate anche che il Partito socialista in Italia tenne un contegno migliore di quello degli altri Partiti socialisti europei: attraversammo un periodo di neutralità, durante il quale avemmo l’agio di meglio comprendere quale enormità era l’adesione dei socialisti alla guerra.

Ma quando si trattò di passare, da una opposizione verbale, all’azione effettiva contro la borghesia italiana impegnata nella guerra, ad una propaganda in senso rivoluzionario, allora gli uomini della destra del Partito ed altri ancora – anche e soprattutto quando il territorio italiano fu invaso – dimostrarono col loro contegno esitante tutta la loro avversione al metodo rivoluzionario.
 

La III Internazionale comunista

La nuova Internazionale infatti, soprattutto ad opera dei comunisti russi, si costituiva a Mosca tenendovi nel marzo 1919 il primo suo Congresso mondiale.

Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben presto di delineò una minaccia per la nuova Internazionale: l’invasione nelle sue file da parte di elementi equivoci, usciti dalla Seconda Internazionale, ma non completamente aderenti alle direttive comuniste.

Per ovviare a tale pericolo si riuniva a Mosca, nel luglio 1920, il II Congresso Mondiale il quale stabilì che ogni Partito desideroso di entrare nella Internazionale Comunista dovesse, per essere accettato, dimostrare che la sua composizione e la sua attività corrispondessero al programma ed al metodo comunista.

A tale scopo il Congresso stabilì una serie di condizioni d’ammissione nelle quali sono contenuti i criteri a cui i Partiti che entrano nella Internazionale devono corrispondere.

Queste condizioni si applicano a tutti i Partiti senza eccezione. Poiché, mentre la Seconda Internazionale lasciava arbitro ogni Partito aderente di seguire la tattica che meglio credeva – e fu quest’autonomia la causa principale della sua rovina – la III Internazionale è invece fondata sulla comunanza di Partiti di tutti i paesi delle fondamentali norme di organizzazione e di azione, le quali appunto figurano nelle ventuno condizioni di ammissione.

Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in ogni paese l’azione rivoluzionaria può presentare problemi speciali. Ma mentre nelle 21 condizioni è fissato il contegno dei Partiti di fronte ai problemi più importanti che si presentano in tutti i paesi, il Secondo Congresso stabiliva anche le tesi sui compiti principali dell’Internazionale, di cui la terza parte tratta delle modificazioni della linea di condotta e parzialmente della composizione sociale dei Partiti che aderiscono o vogliono aderire alla Internazionale.

In queste condizioni si parla di ciascun paese partitamente ed anche dell’Italia che presentava questo speciale problema: la esistenza d’un Partito che essendo stato contrario alla guerra ed avendo aderito a gran maggioranza alla III Internazionale dimostrava con i fatti un’evidente incapacità rivoluzionaria.

La situazione politica italiana nel dopo guerra

Abbiamo detto quale immenso valore abbiano avuto per i proletari di tutti i paesi gli insegnamenti della Rivoluzione russa. Quale utilizzazione se ne è fatta finora nel movimento proletario italiano?

In Italia si è molto parlato della Rivoluzione Russa, della dittatura proletaria, di Soviet, della III Internazionale. Ma furono, in realtà, quegli insegnamenti, verso i quali si protendeva ansioso il nostro proletariato, efficacemente intesi ed applicati? Tutt’altro. Il Partito Socialista Italiano accettò nel suo Congresso di Bologna il programma comunista, aderì alla III Internazionale. Si era nell’agitatissima situazione del dopoguerra, che dura tuttora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre in realtà il Partito non aveva mutato dopo la guerra, né mutò col Congresso di Bologna, i caratteri tradizionali dell’opera sua che seguitò a basarsi nel campo economico sulle piccole conquiste graduali e corporative, nel campo politico nella pura azione inspirata da finalità elettorali. Né attraverso la guerra, né per effetto del Congresso di Bologna, fu cambiato quello stato di cose per cui l’azione politica ed economica del Partito era affidata alla destra riformista, e le conseguenze potettero essere contestate nell’andamento della campagna elettorale politica e di quella amministrativa, come nella piega che presero tutte le grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato italiano. Il Partito, benché diretto da massimalisti, non fece nulla per togliere il monopolio della Confederazione del Lavoro ai D’Aragona, Baldesi, Buozzi, Colombino, Bianchi ecc., la cui opera spesso si presentò come un indirizzo politico apertamente opposto a quello del Partito, e praticamente si svolse attraverso continui compromessi colla borghesia, culminando nella famosa derisoria concessione giolittiana del controllo operaio.

Il P.S.I. in conclusione rimase sostanzialmente quello che era prima della guerra, ossia un Partito un po’migliore di altri Partiti della II Internazionale ma non divenne un Partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive della Internazionale Comunista.

L’azione e la tattica dei Partiti comunisti a questa aderenti devono essere ben diversi. I Partiti comunisti hanno come loro finalità la preparazione materiale e ideale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere. Come mezzi per la loro propaganda, agitazione ed organizzazione essi si servono dell’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei Parlamenti, ma non considerano affatto le conquiste che si realizzano con queste azioni come fine a se stesse. Il P.S.I. invece, lasciando dirigere queste azioni agli uomini dell’ala destra od anche ad uomini della sinistra che da quelli si differenziano soltanto per affermazioni verbali senza essere capaci di intendere la nuova tattica rivoluzionaria, non fece utile opera di preparazione rivoluzionaria, ed il suo massimalismo condusse soltanto a quella serie di insuccessi e di delusioni ben noti a tutti i lavoratori, di cui la destra del Partito, infischiandosi dell’impegno assunto di essere disciplinata a quello indirizzo che la maggioranza aveva stabilito, si servì per deridere audacemente il metodo massimalista.

Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo mezzo: eliminare dal Partito i riformisti basandosi sulla loro avversione di principio al programma comunista, per poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli innanzi a tutto il proletariato italiano come avversari della rivoluzione e della III Internazionale, come equivalenti italiani dei menscevichi russi e di altri controrivoluzionari esteri.

In questo modo la situazione italiana e l’andamento della lotta di classe tra noi vengono a confermare quelle esperienze internazionali su cui si basano i comunisti per liberare il proletariato dai suoi falsi amici social-democratici.

Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra del Partito che andarono sempre meglio organizzandosi sul terreno del pensiero e del metodo comunista ed intrapresero la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal Partito.
 

Dal Congresso di Mosca al Congresso di Livorno

Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu espresso dal Congresso di Mosca e sancito nelle sue deliberazioni, richiedendosi che il Partito italiano si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma così nella tattica, nell’azione e nel nome un vero Partito comunista. Intanto i riformisti italiani, sempre più imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo che aveva apparentemente trionfato a Bologna si erano organizzati in frazione “di concentrazione socialista” col loro convegno di Reggio Emilia dell’ottobre 1920.

Tutti i comunisti italiani che, al disopra di singoli apprezzamenti tattici, accettavano la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si costituirono in frazione, e nel convegno d’Imola del 28-29 novembre 1920 decisero di proporre al Congresso del Partito una mozione, che oltre al comprendere l’applicazione di tutte le altre decisioni del Congresso di Mosca, stabiliva che il Partito si chiamasse comunista, e che tutta la frazione di “concentrazione”dovesse essere esclusa.

L’organo supremo dell’Internazionale Comunista, ossia il Comitato Esecutivo di Mosca, approvò ed appoggiò tale proposta.

Intanto nelle file del Partito da parte di coloro che tanto facilmente si erano proclamati massimalisti e che avevano inneggiato a Mosca quando si trattava di andare ai trionfi elettorali si organizzò una corrente unitaria, venendo così a costituire una frazione di centro che si opponeva alla divisione tra comunisti e riformisti.

I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che essi hanno dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti e ai controrivoluzionari, come Turati e D’Aragona, che ai comunisti e alla Terza Internazionale, riesce evidente che essi costituiscono la peggiore specie di opportunisti. Infatti costoro nel recente Congresso di Livorno, capitanati da G.M. Serrati, hanno respinto le precise disposizioni del Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista, trascinando la maggioranza del Congresso a decidere che i riformisti restassero nel partito, tutti senza eccezione.

Tale atto inqualificabile – voluto da pochi capi che hanno saputo speculare sulla inesperienza dei gregari – ha preparato questa logica conseguenza: la espulsione del P.S.I. dalla Internazionale Comunista.

Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha senz’altro abbandonato il Congresso ed il Partito, ed a deciso di costituirsi in Partito Comunista d’Italia – Sezione della Internazionale Comunista.

Così i sedicenti “comunisti” della frazione unitaria serratiana, per restare uniti ai quindicimila riformisti dell’estrema destra, si distaccano dall’Internazionale Comunista, ossia dal proletariato rivoluzionario mondiale, e da sessantamila comunisti iscritti al Partito, con i quali è solidale tutto il movimento giovanile, forte di più di quindicimila iscritti.

A voi, lavoratori, giudicare il contegno di costoro, a voi il dire quanto essi siano comunisti, quanto abbiano a cuore le sorti della rivoluzione proletaria.
 

La politica della Internazionale e le false asserzioni dei fuorusciti

Gli unitari hanno tentato di far apparire dovuto ad altre sciocche ragioni il loro distacco dall’Internazionale Comunista. Essi affermano che noi avremmo avuto il torto di volere applicare troppo rigidamente gli ordini di Mosca che, secondo loro, non corrisponderebbero alle esigenze della situazione italiana.

A ciò noi rispondiamo che l’Internazionale sarebbe una vana parola e nulla più, se non fosse organizzata sulla base della disciplina. Come le Sezioni di un Partito devono essere disciplinate alla direzione centrale, così i Partiti devono esserlo rispetto alla Internazionale. In secondo luogo non si tratta degli ordini personali di Lenin o di altri capi del movimento russo, ma delle decisioni di un Congresso al quale hanno partecipato rappresentanti di tutto il mondo, tra cui cinque italiani, quattro dei quali hanno accettato le decisioni relative all’Italia colla opposizione del solo Serrati.

Quei compagni, come tutti i comunisti italiani, come tutti quei lavoratori italiani che ogni giorno sentivano affievolirsi la loro fiducia nel vecchio Partito, pensavano che le decisioni di Mosca rispondessero ad un maturo esame ed alle varie esigenze della situazione italiana.

Se i comunisti (?) unitari pensano che quelle decisioni non sono convenienti per l’Italia, è perché essi hanno un concetto della rivoluzione che contraddice alle direttive di principio del comunismo internazionale, al pensiero di tutti i veri comunisti del mondo, siano essi italiani, americani o cinesi. Esistono in tutti i paesi coloro che pensano come gli unitari italiani, asseriscono, cioè, di essere per il comunismo e per la Terza Internazionale ma nella pratica rifiutano di eseguire le decisioni della Internazionale, col pretesto che non sono applicabili alle condizioni particolari del loro paese. E sono appunto questi gli avversari più insidiosi della Internazionale.

Un’altra bugia degli unitari è l’asserzione che le concessioni a loro rifiutate nell’applicazione delle 21 condizioni siano, invece, state accordate dalla Internazionale ai compagni di altri paesi e soprattutto della Francia. La verità è del tutto opposta. Il Partito Socialista Francese nel recente Congresso di Tours si è dichiarato nella sua maggioranza per la adesione a Mosca, però la mozione della maggioranza conteneva alcune riserve, tra cui quella di conservare nel Partito la minoranza centrista. È falso che il Comitato Esecutivo della Internazionale abbia accettato queste riserve. Al contrario, esso inviò al Congresso di Tours un energico telegramma richiedente l’espulsione dei centristi e la applicazione integrale delle condizioni di ammissione. La maggioranza del Congresso accettò disciplinata il contenuto del messaggio dell’Esecutivo. Invece gli unitari italiani si sono ribellati alle disposizioni dell’Internazionale, alla quale, a differenza dei francesi, già erano aderenti. Abbiamo avuto così il primo caso d’un Partito che abbandona l’Internazionale dopo esservi entrato a bandiera spiegata: negli unitari italiani la Terza Internazionale può così registrare i primi suoi rinnegati.

Costoro accampano ancora il proposito di ricorrere al Comitato Esecutivo ed al Congresso prossimo dell’Internazionale Comunista, per ottenere di essere riconosciuti come tuttora aderenti. Poiché in ogni paese non può esservi che un solo Partito aderente a Mosca, l’Internazionale dovrebbe per riconoscere gli unitari ripudiare il nostro Partito e sconfessare l’atteggiamento da noi tenuto, cosa evidentemente assurda e stranamente contraddicente alla famosa affermazione degli unitari che noi siamo esageratamente attaccati alla volontà espressa da Mosca.

Il nostro Partito Comunista è e resterà l’unica sezione italiana della Internazionale Comunista. Chi non è col nostro Partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio Partito Socialista, è fuori ed è contro la Terza Internazionale. I membri del vecchio Partito che, con mille menzogne, sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria, ai quali si è promessa l’unità del Partito nella Terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la situazione. L’unità del Partito non esiste più avendo esaurito la sua ragion d’essere, ed essi si troveranno fuori dalla Internazionale Comunista, dalla famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi del Partito Socialista.
 

Come è costituito il Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori, come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la rivoluzione proletaria.

Questo Partito comprende in sé le energie rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve rapidamente organizzarsi come l’avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principi ed il suo programma vi dicono che il Partito Comunista sta sul terreno del pensiero marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto il movimento della Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono invece coloro che lo hanno falsificato.

Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste – pure considerando i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i social-democratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.

Il Partito Comunista d’Italia si compone dunque di coloro che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principi rivoluzionari della Internazionale Comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti dell’antico Partito; esso continua storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo Partito che lottò in prima linea contro il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma anche in seno al Partito contrastò tenacemente il passo a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transizioni colla borghesia.

È vero che restano nel vecchio Partito taluni che in certa epoca furono estremisti, magari più estremisti di noi, ma costoro o sono esemplari del vecchio fenomeno d’involuzione politica degli individui, o rappresentano i massimalisti che s’improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nell’ipotesi più benevola, sono individui che si credettero comunisti quando ancora non avevano inteso quali siano le differenze vere tra il Comunismo e i pregiudizi borghesi e piccoli borghesi.

L’azione del Partito comunista

Il Partito Comunista d’Italia ispira il suo giudizio tattico alle deliberazioni dei Congressi Internazionali, e quindi intende avvalersi dell’azione sindacale, cooperativa, elettorale, parlamentare, come d’altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale.

Attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dalla insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito Comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

Colla rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito Comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al Partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque, partecipano ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il Partito che assicurerà la loro azione d’insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche e contingenti, come le Leghe, le Cooperative, le Camere del Lavoro, per trasformarle in istrumenti della azione rivoluzionaria diretta dal Partito.

Il Partito Comunista intraprenderà, così, fedele alle tesi tattiche della Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad una implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.

Il Partito Comunista non invita, quindi, i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che s’inizia contro i dirigenti. Non è certo questo breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla parte dei d’Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio Partito Socialista. Ma appunto per questo il Partito Comunista fa assegnazione sull’aiuto di tutti gli organismi proletari sindacali che conducono all’esterno la lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, per sloggiare i contro-rivoluzionari con una risoluta e vittoriosa azione comune.

I membri del Partito Comunista, rivestiti di cariche direttive nei Comuni, nelle Province e nel Parlamento, restano al loro posto con mandato di seguire la tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso Internazionale, e con subordinazione assoluta agli organi direttivi del Partito.

Una parte dei giornali del vecchio Partito resta al Partito Comunista, tra questi i quotidiani “Ordine Nuovo”, di Torino e “Il Lavoratore”, di Trieste.

Organo centrale del Partito sarà “Il Comunista”, bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato Esecutivo del Partito.

Questo, nelle grandi linee, è il piano d’azione che il Partito Comunista si propone, e per la esplicazione del quale conta sulla adesione entusiastica della parte più cosciente del proletariato italiano.
 

Lavoratori italiani!

Gli avvenimenti attraverso i quali il Partito Comunista d’Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile dell’azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale l’unico organo capace di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana. Il programma di lotta del Partito Comunista dimostra che esso soltanto potrà applicare, nell’azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di classe come le deliberazioni dell’Internazionale Comunista. Il vecchio Partito Socialista, al Congresso di Livorno, ha perduto nello stesso momento le energie e l’audacia della parte più giovane, ed il miglior contenuto dell’esperienza delle sue lotte passate, che si riassume nella affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante è il Partito Comunista.

Il vecchio Partito ha fatto un gran passo verso destra, sulla via fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione. Esso è squalificato dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d’ora innanzi, a vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva attorno ad esso. È il Partito in cui la destra, con i suoi Modigliani ed i suoi D’Aragona, è moralmente padrona, e gli intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, di ieri recitano la parte di servitori del riformismo.
 

Lavoratori italiani!

Il vostro posto di battaglia è col nuovo Partito, è nel nuovo Partito. Attorno alla sua bandiera, che è quella dell’Internazionale, dei lavoratori rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo sfruttamento capitalistico.

Il Partito Comunista d’Italia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione mondiale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori di tutto il mondo inviando alla Internazionale Comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e dei comunisti italiani.

Contro tutte le resistenze del sistema sociale borghese, contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, a fianco dei comunisti del mondo intero.

    Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
    Viva la III Internazionale Comunista!
    Viva la Rivoluzione Comunista mondiale!

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia.