Discorsi di Zinoviev – Trotski – Kamanev
Categorie: AUCP(b), Third International
Terza Internazionale (Comunista)
Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato
9 dicembre 1926
Discussione sulla questione russa
Premessa del 1989
La VII sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale comunista si aprì il 22 novembre 1926.
Si trattava di riunioni che dovevano preparare i congressi internazionali e quindi svolgere funzione di collegamento e coordinamento internazionale nell’intervallo di tempo da un congresso all’altro. Però, nella misura in cui la situazione mondiale si stabilizzava e le prospettive rivoluzionarie in Europa andavano sempre più allontanandosi, di congressi se ne faceva sempre meno, tanto è vero che alla data del 1926, novembre, si trattava del settimo Plenum, mentre i congressi erano fermi al quinto, conclusosi nel giugno 1924.
Al VI Esecutivo Allargato del febbraio 1926 non era seguito il VI congresso; e non lo lamentiamo come fatto formale, d’ossequio di forme democratiche, bensì del riflesso nell’Internazionale di ciò che ormai era definito in Russia: la vittoria dello stalinismo, esso stesso il riflesso della controrivoluzione europea e mondiale. Da allora in poi i congressi internazionali non serviranno che a ratificare le decisioni prese dallo Stato russo e non saranno finalizzati alla propaganda e all’azione rivoluzionaria mondiale, ma al sostegno della politica estera russa.
Fu nel corso del VII Esecutivo Allargato che la Sinistra russa, finalmente unificata durante il 1926, si decise di dare battaglia contro la politica della destra del Partito e finalmente nella sede giusta, cioè nell’organo dirigente del Partito mondiale. La Sinistra, italiana già al V congresso (giugno 1924), aveva domandato, nonostante il divieto espresso dal Centro dell’Internazionale e la non adesione della stessa Sinistra russa, di sottoporre al congresso internazionale la soluzione del problema russo. Non si trattava certamente di richiedere il rispetto della volontà della maggioranza democratica, ma che il Partito funzionasse come un vero e proprio Partito Internazionale.
Nel periodo 1924/1926 la Sinistra italiana, fino a che la sua voce non fu messa a tacere dagli zelanti applicatori del nuovo credo di Mosca, il socialismo in un solo paese, più che dalla reazione fascista, espresse sempre nelle sue manifestazioni questa posizione fondamentale: dobbiamo salvaguardare i risultati che il movimento comunista ha conseguito nel periodo dell’Ottobre, nella guerra civile e della fondazione dell’Internazionale. Ecco perché anche nelle vicende interne al P.C.d’I non porrà mai questioni nazionali ma sosterrà sempre un punto di vista internazionale giungendo, all’Esecutivo del febbraio 1926, perfino ad auspicare, se non la formazione di una frazione, almeno una resistenza si sinistra al nuovo opportunismo.
Niente di simile al comportamento di altre sinistre, come quella tedesca, pronte a seguire sempre le giravolte del centro di Mosca pur di averne l’appoggio nella loro lotta per la direzione dei Partiti. Se si voleva salvaguardare il nerbo del Partito non era certo con metodi degni della peggior politica della diplomazia borghese. La stessa Sinistra russa, pur non tralignando mai dalle genuine posizioni rivoluzionarie, mantenne fino al 1926 un’ottica nazionale: era convinta di poter risolvere le questioni russe nel partito russo senza rischiare di “rompere” quello che evidentemente riteneva un partito “di serie B”: l’Internazionale. E non fu certamente per caso che la Sinistra russa ritrovò la sua stessa unità ed il più coerente ed organico collegamento con tutte le posizioni del comunismo rivoluzionario quando fece ciò che la Sinistra italiana aveva sempre chiesto, e cioè dare battaglia nell’Internazionale. Purtroppo non si poté realizzare il benché minimo collegamento, perché la corrente centrista in Italia aveva ormai portato a termine la sua nefasta opera di “epurazione” della Sinistra.
Con ciò non vogliamo sostenere che se la Sinistra italiana fosse stata ascoltata fin dall’inizio della degenerazione, che cominciò con il debordamento dalle sane regole tattiche, lo stalinismo non sarebbe passato. Lo stalinismo non fu che la forma russa della controrivoluzione, che fu fenomeno mondiale ed oggettivo. Solo la vittoria della Rivoluzione europea poteva ostacolarlo, ma questa, alla data del 1926, aveva ormai fallito non solo in Italia ma anche nella cruciale Germania.
Perché la difesa delle corrette posizioni rivoluzionarie doveva nuovamente essere fatta controcorrente. In Russia il Partito era profondamente e strutturalmente modificato anche grazie alle famigerate “leve leniniste”, ed era ormai diventato l’apparato addetto al convogliamento del consenso popolare alle forme del potere di uno Stato che stava rapidamente trasformandosi da Stato della dittatura proletaria a Stato della dittatura borghese. Continuare a difendere il comunismo rivoluzionario era possibile solo a repentaglio della propria vita, come difatti avvenne per moltissimi militanti noti e meno noti.
Eppure, più che il rischio della vita, i nostri grandi compagni e maestri, artefici insieme a Lenin dell’Ottobre e della fondazione dell’Internazionale, dovettero sentire nel vivo delle loro carni l’amarezza e il terrore della morte del Partito molto più lacerante di quella dei loro corpi, quando dovettero constatare che i loro magnifichi ed appassionati interventi erano diretti non più a compagni che avrebbero messo a frutto per il bene collettivo ed impersonale del Partito le loro migliori doti e capacità di inquadrare tutte le questioni dell’azione rivoluzionaria, ma ad una “platea” ormai di regime che a tutto pensava fuorché ad assimilare le lezioni da trarre dagli avvenimenti, pur momentaneamente sfavorevoli, ma nella convinzione di doversi preparare per quelli favorevoli che certamente sarebbero ritornati.
Zinoviev, che parlò per primo, ebbe la forza di analizzare teoricamente, rifacendosi a Marx, Engels e Lenin, la questione del socialismo in un solo paese, sviscerandone tutti gli aspetti e dimostrando che si trattava di una “teoria” che rompeva con tutta la tradizione. Ma nel migliore dei casi suscitò nella platea commenti del tipo: la teoria è un conto, ma la pratica è un altro.
Il giorno dopo Trotski dovette chiedere perfino il permesso al Presidente dell’assemblea di poter parlare senza limitazioni di tempo. Gli fu concessa solo un’ora che impiegò in gran parte per sfatare la montatura della esistenza di un trotskismo, alimentata da chi non esitava a far leva sull’ignobile propaganda che Trotski voleva approfittare della morte di Lenin per sostituire il trotskismo al leninismo.
Si ebbe infine, due giorni dopo, l’appassionato fermo e deciso intervento di Kamenev, tutto centrato sulla dimostrazione che l’ottimismo di coloro che avevano abbracciato la nuova teoria del socialismo in un solo paese non era che l’altra faccia del loro pessimismo nei confronti della Rivoluzione Internazionale. A dispetto delle orchestrate e stupide interruzioni della platea giunse a termine del suo discorso tra tumulti e grida, rinfacciando ai “costruttori” che stavano sostituendo la prospettiva rivoluzionaria internazionale di Lenin con una prospettiva nazionale riformista.
Questa limpida battaglia in difesa dei principi fondamentali del marxismo sta sulla linea incorrotta del partito storico, per questo il Partito la rivendica come l’ha sempre rivendicata incondizionatamente. Tuttavia, da tutte le tormentate vicende di quel periodo storico cruciale, abbiamo anche tratto l’assoluta convinzione e certezza che solo nelle posizioni coerentemente e sistematicamente sostenute dalla Sinistra italiana è possibile trovare il giusto metodo del funzionamento del Partito. Ciò ci dà il diritto di affermare che il futuro partito, guida della Rivoluzione finalmente vittoriosa internazionalmente, potrà essere incardinato solo nei nostri teoremi e ci permette nel contempo di ribadire quale deve essere il corretto funzionamento del Partito di oggi, che non è più Terza Internazionale ma Partito Unico Mondiale.
Rimandando per mancanza di spazio al prossimo numero di questa rivista la continuazione dello studio sulla Sinistra in Russia, pubblichiamo intanto in Archivio qui il discorso di Zinoviev al quale seguiranno quelli di Trotski e di Kamenev.
Gli incisi fra parentesi, frutto di non recente meticoloso lavoro di partito, li lasciamo non per sfoggio di tecnicismo ma perché utili riferimenti per studi futuri.
Ricordiamo solo ai lettori, riguardo al penultimo capitoletto del discorso, che il grande dirigente dell’Internazionale non poté del resto sviluppare in quanto gli si stava togliendo la parola, che fin da allora la Sinistra italiana non condivideva la pratica di formare blocchi all’interno dei partiti comunisti membri della Terza Internazionale, al fine del loro controllo politico, fra diverse loro frazioni o gruppi organizzati. Lo ritenevamo strumento, utilmente impiegato anche da Lenin, appunto in casi estremi, come alla vigilia dell’insurrezione, ma propri di una fase non completamente matura dell’organo politico rivoluzionario.
Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista
Dicembre 1926. Discussione sulla questione russa
Discorso di Zinoviev
Compagni! Oggi qui è stata resa nota la decisione del Comitato Centrale del PC dell’Unione Sovietica, che lascia a me di decidere se intervenire qui all’Esecutivo Allargato o meno. Dopo maturo ripensamento mi sono deciso di intervenire.
Esiste veramente il pericolo che il mio intervento qui possa dare l’impulso ad una ulteriore lotta frazionistica? Credo che questo pericolo non sia del tutto escluso. Nel mio intervento eviterò, però, tutto ciò che potrebbe portare a tali risultati. Non voglio nessuna lotta frazionistica, non la condurrò (Thälmann: “Però Lei l’ha condotta!”).
Il compagno Thälmann ha dichiarato in nome della presidenza dell’Esecutivo, nella seduta del 4 dicembre 1926, secondo lo stenogramma, che «il compagno Zinoviev e il compagno Trotski, come membri dell’Esecutivo, hanno il diritto e la possibilità di presentarsi qui in ogni momento ed in ogni ora e, se vogliono, di prendere anche la parola».
Un altro membro della presidenza, il compagno Ercoli, all’obbiezione del compagno Riese che il mio intervento forse potrebbe essere inteso come continuazione della lotta frazionistica, ha dichiarato secondo lo stenogramma, quanto segue: «Io credo che l’argomentazione del compagno Riese non sia plausibile. Com’è noto, anche dopo la loro dichiarazione del 16 ottobre, i compagni dell’opposizione russa hanno sostenuto il loro punto di vista alla 15ª conferenza del partito, e a nessuno è venuto in mente di dichiarare che il loro intervento fosse una rottura degli impegni del 16 ottobre. Al contrario, mai si è pensato che in questo più alto organo del partito russo, la conferenza dei partiti, essi non prendessero la parola. Il problema si presenta a noi esattamente così. Anche dopo la dichiarazione del 16 ottobre essi hanno il diritto di venire qui a difendere il loro punto di vista».
Questo è chiaro e inequivocabile. Questo è stato comunicato anche nella “Pravda”. Se dopo tutto questo io volessi tacere, l’Internazionale Comunista dovrebbe intenderlo come se io stesso non desiderassi intervenire davanti all’Internazionale Comunista.
Il 5° Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista, in un caso simile (benché avvenuto dopo un congresso di partito e non dopo una conferenza di partito del PC dell’Unione Sovietica) ha direttamente condannato un tale silenzio. Nella risoluzione del 5° Congresso mondiale si legge: «Nonostante che l’Internazionale Comunista avesse esortato i rappresentanti dell’Opposizione nel PCR ad esporre e motivare il loro punto di vista davanti al congresso, e nonostante che la delegazione del PCR avesse dato il suo consenso, con un pretesto formale essi hanno rinunciato ad intervenire».
Riferendomi a tutti questi fatti, devo quindi esprimermi davanti all’Esecutivo Allargato. Come vedete, compagni, mi limito solo all’esposizione delle mie concezioni di principio. Io dichiaro esplicitamente: da parte mia non viene fatto alcun appello al Comintern contro le decisioni del mio partito. Io mi sottometto a queste decisioni. Devo, però, alcune spiegazioni al Comintern, ai cui organi dirigenti ho partecipato attivamente sin dal primo giorno della sua esistenza. Il mio partito non mi ha proibito questo.
Dato che la presidenza ha fissato in 1 ora il tempo per il mio intervento, devo modificare il piano originale del mio discorso.
Il socialismo in un solo paese
Prima di tutto sorge la domanda: Marx ed Engels si sono espressi su questo tema? Rispondo: Si, si sono espressi.
La questione principale è la questione della teoria del socialismo in un solo paese. In attesa della rivoluzione operaia in Francia, Marx pose la questione di quale sarebbe la situazione internazionale nella rivoluzione operaia in Francia il giorno dopo la vittoria.
Marx dice che il compito della classe operaia «non viene deciso in Francia, ma in Francia viene annunciato. Da nessuna parte esso è risolvibile nei limiti di confini nazionali».
1. La concezione di Marx era che anche un solo paese può cominciare,
2. Che questo paese non deve essere necessariamente il paese più industrializzato, e
3. Che la rivoluzione socialista può anche essere “annunciata” in un solo paese, ma non può essere “risolta” in un singolo paese.
In altre parole: la rivoluzione socialista può anche conseguire le prime vittorie in un solo paese ed iniziare a costruire il socialismo, ma essa non può vincere definitivamente in un solo paese. «Da nessuna parte essa è risolvibile nei limiti dei confini nazionali». Questa è appunto l’impostazione della questione che, come vedremo più avanti, in seguito, in una nuova tappa storica, Lenin ha dato in forma più elaborata.
In una lettera ad Engels [8 dicembre 1858] Marx scrisse: «Sul continente è imminente una rivoluzione ed assumerà anche subito un carattere socialista. Non verrà essa necessariamente schiacciata, in questo piccolo angolo, dato che su un terreno molto più grande lo sviluppo della società borghese è ancora in ascesa?». Quindi: Marx considera perfino tutto il continente europeo, cioè senza Inghilterra, come un “piccolo angolo” e teme che una rivoluzione sociale possa essere schiacciata dal capitalismo di quei territori dove il capitalismo si sviluppa su una linea ascendente.
Da questo Marx non ha affatto tratto la “conclusione” che sul continente o anche in un singolo paese il proletariato non possa conquistare il potere. Da questo Marx naturalmente non ha tratto la “conclusione” che il proletariato dopo la conquista del potere in un paese non possa avviarsi alla costruzione del socialismo in quel paese. Marx sapeva, però allo stesso tempo che la rivoluzione sociale perfino di tutto il continente in certe condizioni è minacciata dal pericolo di essere schiacciata, qualora «lo sviluppo della società borghese in un territorio incomparabilmente più grande avvenisse su una linea ascendente».
I capi socialdemocratici valutano la situazione attuale del capitale mondiale appunto come uno sviluppo su una linea ascendente. Questo è strettamente legato alla loro valutazione ottimistica sulla stabilizzazione del capitalismo. Appunto per questo sono così disposti ad emettere la sentenza di morte per l’Unione Sovietica. Secondo loro l’Unione Sovietica si trova davanti all’alternativa: soccombere o degenerare.
Noi bolscevichi stiamo sul terreno della valutazione di Lenin dell’attuale capitalismo come capitalismo morente, dell’attuale periodo come vigilia della rivoluzione mondiale. Questo è in relazione con la nostra concezione della stabilizzazione come di una stabilizzazione parziale, oscillante, che non dura a lungo. Questo ci porta alla fede irremovibile nella rivoluzione mondiale e nella vittoria definitiva dell’Unione Sovietica.
Nella Critica al Programma di Gotha [1875] Marx si è espresso nello stesso senso. Engels si è espresso su questa questione in piena concordanza con Marx. Nei “Principi del Comunismo” [la prima bozza del Manifesto dei Comunisti] egli risponde alla domanda: «Potrà questa rivoluzione da sola aver luogo in un solo paese?». «No. Già solo per il fatto di aver creato il mercato mondiale, la grande industria ha posto in un tale collegamento fra di loro tutti i popoli della terra e in particolare quelli civilizzati, che ogni singolo popolo è dipendente da ciò che succede presso un altro».
Da tutta l’esposizione di Engels risulta chiaramente che per lui non si tratta della questione se un paese possa iniziare la rivoluzione sociale. In questo punto Engels indubbiamente era solidale con Marx.
Engels ha elencato dodici dei provvedimenti più importanti che il proletariato vittorioso deve prendere prima di tutto. «Infine, quando tutto il capitale, tutta la produzione e tutto lo scambio è concentrato nelle mani della nazione, la proprietà privata si è abolita da sé, il denaro è diventato superfluo e la produzione è talmente incrementata e gli uomini sono talmente cambiati che possono sparire anche le ultime forme di rapporti della vecchia società».
Credo che da queste parole d’Engels risulti chiaramente quanto è scorretto dire che nell’Unione Sovietica – sotto la NEP – noi abbiamo realizzato questo programma di Engels già per nove decimi. La NEP non è ancora socialismo. Lenin diceva che la Russia della NEP deve ancora essere trasformata in Russia socialista. Nell’anno 1926 questo compito purtroppo non è ancora stato realizzato neanche lontanamente per nove decimi. Proprio dopo queste parole Engels fa seguire la domanda: «Può questa rivoluzione aver luogo da sola in un qualsiasi paese solo?». E la risposta: «No», ecc.
Questo non deve essere dimenticato.
Da tutto questo è evidente che Engels, quando parlava di una rivoluzione socialista simultanea in Inghilterra, America, Francia e Germania, non intendeva affatto che la conquista del potere da parte del proletariato avverrà assolutamente nello stesso momento in questi quattro paesi. Engels non era affatto dell’opinione che uno singolo di questi paesi non possa “cominciare”. Solo dai signori “capi” della II Internazionale la questione viene posta così piatta, i quali con la parola “internazionalismo” cercavano di coprire il loro tradimento, di giustificare la loro inattività, il loro passaggio dalla parte della “loro” patria borghese; Engels invece voleva dire che la vittoria dell’ordine socialista sul capitalismo avverrà solo quando il socialismo si sarà consolidato nei quattro paesi – che allora erano i quattro paesi guida – cosa che, vista in una prospettiva storica, avverrà nel medesimo periodo.
Nel 1885 Engels scrisse: «Solo una rivoluzione in tutta l’Europa, può essere vittoriosa». Quindi nel 1885 Engels considerava questa questione nello stesso modo come nel 1847.
Questo punto di vista è stato difeso da Marx ed Engels nel Manifesto dei Comunisti.
Secondo me è del tutto sbagliata l’affermazione che i pareri sopra riportati di Marx ed Engels sul carattere internazionale della rivoluzione socialista siano sorpassati dato che Marx ed Engels non hanno vissuto il periodo dell’imperialismo.
Lenin scrisse una volta: «Né Marx né Engels hanno vissuto l’epoca imperialistica del capitalismo mondiale, la quale è iniziata solo negli anni 1898-1900. Però una caratteristica dell’Inghilterra, a partire dalla metà del 19° secolo, consisteva nel fatto che vi erano presenti almeno DUE caratteri essenziali dell’imperialismo: 1) immense colonie e 2) profitti di monopolio. Sotto ambedue gli aspetti, l’Inghilterra rappresentava allora un’eccezione fra i paesi capitalistici ed Engels e Marx, che analizzavano quest’eccezione, indicavano chiaramente e decisamente il nesso fra questo fenomeno e la temporanea vittoria dell’opportunismo nel movimento operaio inglese».
La “legge della disuguaglianza”, dalla quale ora vengono tratte tante conclusioni sbagliate, Lenin non l’ha caratterizzata solo come legge dell’imperialismo, ma come legge del capitalismo in generale: «La disuguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo», scrisse Lenin [Opere XIII, 133]. Questa legge era naturalmente ben nota a Marx ed Engels (interruzione: E chi lo nega?). È assolutamente sbagliato affermare che la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo non è nota ai fondatori del comunismo scientifico.
La legge dello sviluppo diseguale – anzi, con ancora più precisione: dello sviluppo contraddittorio, antagonistico – nasce inevitabilmente dall’anarchia della produzione, dal sistema della concorrenza. In Marx si trovano una serie di formulazioni dirette sullo sviluppo diseguale del capitale.
Nelle “Teorie sul plusvalore”, nel capitolo “L’accumulazione del capitale e le crisi”, analizzando la questione della sovrapproduzione Marx prende come esempio la “produzione inglese ed italiana” la “offerta inglese e la domanda italiana”. E Marx dice: «Dato però che solo in certe sfere, in determinate condizioni, la produzione capitalistica può sciogliere le redini, una produzione capitalistica sarebbe addirittura impossibile se si dovesse sviluppare contemporaneamente e uniformemente in tutte le sfere» [Teorie sul Plusvalore, II, 2].
Nell’epoca dell’imperialismo, tutte le premesse oggettive per la socializzazione della produzione si sono realizzate in alcuni paesi progrediti, i quali, su questo terreno, si sono eguagliati; questi paesi progrediti giocano un ruolo decisivo nell’economia mondiale per cui, dopo il consolidamento del potere del proletariato in essi, saranno certamente e incondizionatamente in grado di portare al socialismo i rimanenti paesi, cioè di raggiungere la vittoria definitiva del socialismo in tutto il mondo.
Giustamente Lenin ha smascherato la “teoria” di Kautsky dell’”ultra-imperialismo” come controrivoluzionaria, come inganno verso i lavoratori.
E allo stesso tempo Lenin ha “preso in parola” Hilferding, il quale nel suo “Capitale Finanziario” dimostrava che sotto il capitalismo monopolistico la vittoria della rivoluzione mondiale dal punto di vista economico è diventata molto più facile, che dopo l’abbattimento della borghesia è sufficiente espropriare un piccolo numero delle banche più forti per iniziare il passaggio al socialismo.
Proprio nel lavoro fondamentale di Lenin “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”, leggiamo: «Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l’influenza della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte livellamento in tutto il mondo, e si siano pareggiate nei vari paesi le condizioni d’economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l’America, la Germania e il Giappone; altri il cui capitalismo è antico, e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più lentamente dei primi, come la Francia e l’Inghilterra, e infine un paese, la Russia, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici».
E contemporaneamente Lenin scriveva: «Tre o cinque grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono l’”unione personale” del capitale industriale e bancario, e concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che costituiscono la massima parte di capitali e delle entrate in denaro in tutto il paese. La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezioni, nella sua fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese» [Op. XXII, 298].
Delle giuste conclusioni si possono trarre dalla “legge del capitalismo” solo se non si dimentica neanche per un attimo questo secondo lato del processo, e cioè che imperialismo significa capitalismo monopolistico, che epoca imperialistica non significa solo concentrazione ma anche centralizzazione, che l’epoca del capitale finanziario è l’epoca dell’oligarchia finanziaria, l’epoca della concentrazione dei capitali e dei redditi di denaro nelle mani di pochi.
Le condizioni del capitalismo monopolistico, dell’imperialismo, facilitano al proletariato di un paese la possibilità di far breccia verso il socialismo, la possibilità di battersi fino al potere e di iniziare la rivoluzione socialista anche in un solo paese.
L’imperialismo ha comportato che adesso un numero maggiore di paesi è diventato economicamente maturo per il socialismo di quanti non lo fossero all’epoca di Marx ed Engels. Proprio per questo l’imperialismo rappresenta in generale la vigilia della rivoluzione socialista mondiale.
Il proletariato di un singolo paese non solo può, ma deve prendere il potere, perché noi abbiamo la “convinzione scientifica” che la vittoria può essere assicurata su scala internazionale, che le premesse oggettive per il socialismo in generale sono mature, che su scala mondiale l’industria pesante e lo sviluppo della tecnica sono già sufficienti per assumersi la conduzione dell’economia agricola, che per il proletariato non è più troppo presto per arrivare al potere.
Adesso si pone la domanda: Marx ed Engels allora sono effettivamente “sorpassati” in queste questioni?
Il marxismo naturalmente non è un dogma, bensì una guida per l’azione. Ma nel caso delle tesi sopra riportate di Marx ed Engels non si tratta di parole fortuite, ma della concezione fondamentale del marxismo. Abbiamo qui il nocciolo rivoluzionario del marxismo.
È noto che Bernstein ed altri revisionisti e “seguaci”, per esempio di Charles Andler, iniziarono il loro “lavoro” cercando di “dimostrare” che il Manifesto dei Comunisti sarebbe sorpassato. I marxisti ortodossi, soprattutto Lenin, contro di questo hanno condotto la lotta nel modo più deciso. Questo dobbiamo fare adesso anche noi.
Va da sé che ogni passo reale che favorisce veramente il mantenimento delle conquiste della rivoluzione proletaria vale più di dozzine di tesi e programmi sull’utilità della rivoluzione mondiale “in generale”. A questo riguardo il proletariato internazionale deve imparare nella massima misura da Lenin, primo capo della rivoluzione proletaria vittoriosa. Lenin sostiene pienamente le concezioni fondamentali di Marx ed Engels.
Dopo la presa del potere attraverso i bolscevichi, Lenin è continuamente ritornato sulla questione del socialismo in un singolo paese. Vogliamo riportare qui solo le sue dichiarazioni più importanti: «Una vittoria completa, definitiva a livello internazionale nella sola Russia è impossibile, essa sarà possibile solo, quando il proletariato vincerà in tutti i paesi, almeno nei paesi più progrediti o in alcuni dei paesi più progrediti» [Op. XVI, 61]. «L’ho già espresso ripetutamente: in confronto ai paesi progrediti, per i russi era più facile iniziare la grande rivoluzione proletaria, ma sarà difficile per loro continuarla, condurla fino alla vittoria finale, nel senso della società socialista completa». «Quando mai qualcuno dei bolscevichi ha negato che la rivoluzione può vincere definitivamente solo quando comprenderà tutti o almeno alcuni dei paesi progrediti più importanti?» [Op. XVI, 195]. «La rivoluzione sociale in un tale paese può portare alla vittoria definitiva a solo due condizioni: primo, alla condizione che venga appoggiata in tempo dalla rivoluzione sociale in uno o più paesi progrediti. La seconda condizione è l’accordo del proletariato che realizza la sua dittatura, cioè che tiene nelle sue mani il potere statale, con la maggioranza della popolazione contadina» [Op. XVIII, I, 137].
Per la vittoria Lenin quindi riteneva necessario non una, bensì due condizioni, cioè non solo il collegamento con il contadiname, ma anche la rivoluzione internazionale.
Il noto saggio “Sulle cooperative” termina con le seguenti parole: «Sarei pronto a dichiarare che per noi il fulcro centrale si sposta sul lavoro culturale, se non ci fossero i rapporti internazionali, se non avessimo il dovere di condurre la lotta su scala internazionale per la nostra posizione» [Op. XVIII, II, 144]. «Voi tutti sapete quale potenza internazionale rappresenta il capitale, come sono legate fra loro le più grandi fabbriche capitalistiche, imprese, case commerciali in tutto il mondo. Ne risulta ovviamente con tutta chiarezza che il capitale non può essere vinto definitivamente in un singolo paese» [Op. XX, II, 453]. «Abbiamo sempre dichiarato con determinatezza che questa vittoria non può essere una vittoria stabile se non viene appoggiata dalla rivoluzione proletaria in occidente; che una giusta valutazione della nostra rivoluzione è possibile solo dal punto di vista internazionale» [Op. XVII, I, 321 e XVIII, 189]. «Non abbiamo portato a termine nemmeno le fondamenta per una economia socialista. Queste ce le possono ancora togliere le forze a noi nemiche del capitalismo morente. Bisogna riconoscerlo chiaramente e ammetterlo apertamente, perché niente è più pericoloso delle illusioni (e attacchi di vertigini su alte montagne). E in questo riconoscere l’amara verità non c’è niente di “terribile”, niente che dia motivo giustificato anche solo alla più piccola disperazione, perché noi abbiamo sempre difesa quella verità elementare del marxismo, abbiamo sempre ripetuto che per la vittoria del socialismo sono necessari gli sforzi congiunti degli operai di alcuni paesi progrediti». Questo Lenin lo ha scritto nel marzo del 1922 [Op. XX, II, 487].
Potrei riportare ancora dozzine di tali citazioni da Lenin.
Che cosa è il socialismo? «Il socialismo è l’abolizione delle classi. Per abolire le classi bisogna per primo rovesciare i proprietari fondiari ed i capitalisti. Noi abbiamo eseguito questa parte del compito, ma questo era solo una parte, e nemmeno la parte più difficile. Per abolire le classi, per primo bisogna eliminare la differenza fra operai e contadini e fare di tutti degli operai» [Op. XVI, 351, e XVI, II, 377].
Circa i tempi per la realizzazione dell’ordine socialista in Russia Lenin dice quanto segue: «La via dell’organizzazione è una via lunga, e il compito della costruzione socialista richiede un lavoro lungo, pertinace, ostinato, e reali cognizioni che noi non possediamo in misura sufficiente. Anche la prossima generazione che sarà più progredita di noi, difficilmente potrà compiere il pieno passaggio al socialismo» [Op. XV, 240]. «Il comunismo è uno stadio alto dello sviluppo del socialismo, dove gli uomini lavorano per il bene comune nella coscienza della necessità del lavoro. Sappiamo che adesso non siamo in grado di introdurre l’ordine socialista, auguriamo che quest’ordine venga instaurato ai tempi dei nostri figli, forse anche ai tempi dei nostri nipoti» [Op. XVI, 398].
In altre parti quando tratta i vari stadi dello sviluppo e del consolidamento del socialismo, Lenin indica anche tempi più brevi. Estremamente importante è la seguente dichiarazione di Lenin: «Fino a che la nostra repubblica sovietica rimane una isolata marca di confine di tutto il mondo capitalistico, sarebbe una fantasticheria del tutto ridicola e un’utopia, pensare alla nostra piena indipendenza economica e alla sparizione di questo o quel pericolo» [Op. XVII, 408].
Il compagno Stalin ha citato questo passo nel suo discorso alla 15ª Conferenza del Partito, lasciando via le parole da me sottolineate. Ma proprio in esse sta tutto il nocciolo della questione, e queste parole di Lenin dicono chiaramente che non si tratta solo dell’intervento armato ma anche dell’accerchiamento economico, e cioè che abbiamo da temere che con l’aiuto delle leggi del mercato mondiale ci ruberanno la nostra “piena indipendenza economica”.
A questo sistema ben congegnato delle concezioni di Marx, Engels e Lenin, caratterizzate dalle numerose citazioni sopra riportate da questi classici, di solito viene contrapposto un piccolo frammento da un piccolo articolo di Lenin, scritto il 25 agosto 1915. Guardiamo questo frammento. Nel suddetto saggio, dal titolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, Lenin scrive: «L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione o di più nazioni nella lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, il proletariato. Impossibile è la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli Stati arretrati» [Op. XXI, 314].
Da questo frammento si estraggono solo le parole: “è possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi e anche in un solo paese” e se ne trae la conclusione che la teoria di Lenin è la teoria del socialismo in un paese.
Esaminiamo il passo citato. È del tutto fuori dubbio che le parole “trionfo del socialismo” sono qui intese nel senso della conquista del potere politico da parte del proletariato. Lenin in questo frammento non parla nemmeno della repubblica dei consigli, ma della repubblica democratica.
Ma qui si obbietta che Lenin dice appunto: “Dopo aver organizzato nel proprio paese la produzione socialista” ecc.! Non è quindi chiaro che egli parla qui non solo della conquista del potere da parte del proletariato, me espressamente anche della produzione socialista? No, questo non è chiaro affatto. Chiara è un’altra cosa: “Dopo aver espropriato i capitalisti e organizzato nel proprio paese la produzione socialista” significa qui: dopo aver preso il potere dai capitalisti e dopo essere giunti al punto che le fabbriche e le officine lavorano sotto la direzione del proletariato socialista, cioè quando si sono gettate le basi per la organizzazione della produzione socialista. Non appena si è conquistato il potere politico, si deve espropriare i capitalisti e cominciare l’organizzazione della società socialista, allo stesso tempo ci si deve preparare alla guerra contro gli Stati capitalistici e cercare di attirare a sé le classi oppresse degli altri paesi – questo è in realtà il pensiero di Lenin.
Sarà mai possibile attribuire a Lenin il “pensiero” che egli abbia inteso di espropriare dapprima i capitalisti, poi, per alcuni decenni, di organizzare la produzione socialista, e solo dopo, di scendere in campo con la forza delle armi contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati e di attirare a sé le classi oppresse degli altri paesi? Questo sarebbe puro nonsenso, questo sarebbe equivalente alla credenza stupidamente pacifista e filistea che i capitalisti e i loro Stati sarebbero disposti ad aspettare un decennio, fino a che il proletariato che ha preso il potere in un paese non abbia organizzato e potenziato nel suo paese la produzione socialista, e solo dopo passi alla guerra, contro la borghesia. Oppure non rimane altro che attribuire a Lenin ancora un altro “pensiero”, che abbia cioè ritenuto possibile “organizzare la produzione socialista” secondo la ricetta di un furbacchione nel corso di alcune settimane o mesi. Non c’è altra alternativa per i nostri avversari. Questa e una “interpretazione” sbagliata del pensiero di Lenin.
Per comprendere meglio come il compagno Lenin nel 1915 ha posto la questione della rivoluzione in Russia, è necessario rifarci ai più importanti documenti programmatici che Lenin ha scritto poco prima e poco dopo l’articolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”. Così, per esempio, scrisse Lenin nel noto manifesto del nostro C.C. all’inizio della guerra imperialistica nel 1914: «In Russia, che, data la grande arretratezza di questo paese, non ha ancora portato a termine la sua rivoluzione borghese, i compiti dei bolscevichi devono, come prima, consistere nelle tre condizioni fondamentali di una trasformazione democratica conseguente: la repubblica democratica, la confisca delle terre dei grandi proprietari e la giornata lavorativa di otto ore. Ma in tutti i paesi più progrediti, la guerra rende attuale la parola d’ordine della rivoluzione socialista» [“La guerra e la socialdemocrazia russa” [Op. XXI, 24].
Questo è stato scritto nell’ottobre 1914. Nell’agosto del 1915 è stato scritto l’articolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”. E nell’ottobre del 1915 Lenin scrisse nelle note tesi del nostro organo centrale di allora: «6) Il compito del proletariato russo è di condurre a termine la rivoluzione democratica borghese in Russia allo scopo di suscitare la rivoluzione socialista in Europa» [Op. XXIII, 369].
Nel marzo del 1917, dopo la vittoria della rivoluzione di febbraio nel 1917 in Russia, Lenin scrisse che «queste tesi sono state confermate in modo eccellente e alla lettera dalla rivoluzione».
Quando Lenin dopo la rivoluzione di febbraio lasciò la Svizzera, si rivolse agli operai svizzeri con una lettera che evidentemente era diretta a tutta l’Internazionale. In questa lettera Lenin scrisse: «Con le sue sole forze, il proletariato russo non può condurre vittoriosamente a termine la rivoluzione socialista, ma può dare alla rivoluzione russa un’ampiezza che crei per essa le migliori condizioni, e, in una certa misura, la inizi. Può rendere più facile le condizioni per l’intervento del suo principale, più fedele collaboratore, il proletariato socialista, europeo e americano, nelle battaglie decisive» [Op. XXIII, 369].
Questo non significa affatto che Lenin pensasse anche solo per un attimo di limitare la rivoluzione russa nel quadro di una rivoluzione democratica borghese (interruzione: Come Lei sta facendo!). Già nel mio libro “Il leninismo” ho ricordato ciò: Lenin disse: «Dalla rivoluzione democratica cominceremo subito e direttamente, nella misura della nostra forza, della forza del proletariato cosciente ed organizzato, a passare alla rivoluzione socialista». [Op. VI, 449].
C’è da chiedersi perché proprio Lenin stesso neanche una sola volta, né nel 1916 né nel 1917, né dal 1917-1923 ha interpretato il suo articolo del 1915 [“Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti”] così come viene interpretato adesso? C’è da chiedersi come mai il compagno Stalin stesso fino al 1924 [vedi il suo libro “Lenin e il leninismo”] non aveva notato quest’articolo e aveva interpretato le opinioni di Lenin, sul carattere internazionale della rivoluzione, nello stesso modo come tutti noi?
C’è da chiedersi come mai nel progetto del Comintern, scritto nel 1922 da Bucharin, non vi è alcuna parola sulla “teoria del socialismo in un solo paese” e neanche sul fatto che Marx ed Engels non conoscessero la legge sulla disuguaglianza. Non c’è alcun dubbio che il programma del Comintern, adesso, non potrebbe venir scritto dai seguaci del punto di vista di Stalin che sotto l’angolo visuale della teoria del socialismo in un paese. Proprio questa teoria costituirebbe il punto centrale di tutto il programma. E nel 1923 – vivo Lenin – nel progetto di programma non ne troviamo una parola, una sillaba, un accenno! C’è da chiedersi questo: questo è un caso? C’è da chiedersi infine come mai solo nel 1926 si propone al Comintern per la prima volta la nuova concezione sulla vittoria del socialismo in un paese? Come mai, vivo Lenin, nessuno ha fatto questa proposta al Comintern? Come mai la teoria del socialismo in un solo paese è sorta solo dopo la morte di Lenin?
Noi abbiamo qui interpretato le vere concezioni di Lenin. C’era in esso del pessimismo? No! In esse non c’era e non c’è nessun pessimismo, né tanto meno un non-credere-nel-socialismo. Pessimismo e incredulità verrebbero solo se qualcuno di noi pensasse che l’attuale “stabilizzazione” capitalistica dovesse durare una serie di decenni, che la nostra epoca non fosse già più l’epoca della rivoluzione mondiale, che la vittoria della rivoluzione proletaria mondiale fosse diventata problematica. Ma questo sarebbe appunto una totale revisione delle concezioni di Lenin, soprattutto della sua teoria dell’imperialismo. Noi comunque non ci siamo resi colpevoli di questo.
Mancanza di una prospettiva, passività, verrebbero fuori se noi dubitassimo che si può e si deve lavorare ora alla costruzione del socialismo nel nostro paese, nonostante l’accerchiamento capitalistico, senza stare con le mani in mano, con tutta l’energia, con tutto l’entusiasmo. Ma di questo non c’è neanche da parlare. Noi lavoriamo alla costruzione del socialismo e lo costruiremo con l’aiuto della rivoluzione proletaria negli altri paesi (interruzione: Ma se la rivoluzione ritarda?).
Su questo mi sono espresso in modo approfondito nel mio libro “Il leninismo”. Proprio sotto questo punto di vista noi lottiamo nel nostro partito per l’accelerazione della velocità d’industrializzazione del nostro paese.
In singoli comunisti dell’estero abbiamo notato i seguenti stati d’animo: «da noi la rivoluzione proletaria non viene ancora – quindi almeno essi, i russi, costruiscano presso di sé il socialismo, anche senza il nostro aiuto». Questi sono veramente stati d’animo della passività e del pessimismo. Proprio con simili pensieri saranno d’accordo anche alcuni socialdemocratici. Nel caso di singoli comunisti russi questo è in realtà un’espressione di pessimismo nei confronti della rivoluzione proletaria mondiale e fa sorgere la tendenza incosciente di far passare la NEP per socialismo.
Proprio in questo consiste anche il pericolo della revisione delle concezioni di Lenin sul carattere internazionale della rivoluzione proletaria.
Pertanto la nostra proposta è molto semplice. Noi proponiamo:
1) Di non dichiarare sorpassate le concezioni di Marx ed Engels su questa questione;
2) Di mantenere la concezione di Lenin su questa questione che era comune a noi tutti fino al 1924. Noi non proponiamo nient’altro.
Perché i compagni possano rendersi conto più facilmente su come si sono modificate le concezioni del compagno Stalin, mettiamo a confronto il suo vecchio e il suo nuovo punto di vista sulla questione della vittoria del socialismo in un solo paese: «L’abbattimento della borghesia e la presa del potere da parte del proletariato in un paese non significa ancora la sicurezza della vittoria completa del socialismo. Il suo compito più importante – l’organizzazione della produzione socialista – rimane ancora irrisolto. Si può risolvere questo compito, conquistare la vittoria definitiva del socialismo in un paese senza gli sforzi in comune dei proletari d’alcuni paesi altamente sviluppati? No, questo è impossibile. Per abbattere la borghesia bastano gli sforzi di un paese. Questo ce lo mostra la storia della nostra rivoluzione. Però per la vittoria definitiva del socialismo, per la organizzazione della produzione socialista sono insufficienti gli sforzi di un paese e in particolare di un paese agrario come la Russia. A questo sono necessari gli sforzi dei proletari d’alcuni paesi altamente sviluppati» [Stalin: “Lenin e il leninismo” pag. 48-49]. «Abbattere il potere della borghesia ed instaurare il potere del proletariato in un singolo paese, non vuol dire ancora assicurare la piena vittoria del socialismo. Dopo che il proletariato vittorioso di quel paese ha consolidato il suo potere e legato a sé il contadiname esso può e deve costruire la società socialista. Significa ora questo che con ciò il proletariato avrà raggiunto la vittoria completa, definitiva, del socialismo, cioè significa questo che il proletariato può da solo, con le forze di un singolo paese, consolidare definitivamente il socialismo e garantire in assoluto il paese contro l’intervento e quindi anche contro la restaurazione? No, non lo significa. Per questo è necessaria la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi» [Stalin: “Problemi del leninismo”].
I punti da noi sottolineati mostrano l’evoluzione delle concezioni del compagno Stalin. L’attuale impostazione sulla “vittoria del socialismo in un singolo paese” è sorta solo alla fine del 1924. Comunque, al 14° Congresso del partito i rappresentanti della maggioranza non hanno posto la questione in modo netto. Il 14° Congresso del partito non ha preso alcuna decisione in merito.
Qualche volta si dichiara: anche se la teoria del socialismo in un singolo paese contraddice alla teoria di Marx e Lenin, adesso essa è però politicamente utile perché dà una prospettiva al proletariato russo. Una tale impostazione è estremamente pericolosa. Questo è il peggior tipo d’opportunismo. Dal punto di vista del socialismo scientifico una cosa teoricamente sbagliata non può essere politicamente giusta.
Una prospettiva per la costruzione socialista è assolutamente necessaria. Ma perché questa prospettiva dovrebbe essere nazionale e non internazionale? Qui sta il nocciolo della questione. Se la nostra classe operaia riconosce che la questione della rivoluzione mondiale è per essa una questione di vita o di morte, è una cosa ben diversa dal venir invece educata nella convinzione di costruire il socialismo indipendentemente dall’andamento della rivoluzione mondiale.
Quindi, la nostra prospettiva è la prospettiva della rivoluzione mondiale. Il potere dei soviet non perirà e porterà a termine l’opera del socialismo, primo perché l’alleanza fra la classe operaia e i contadini nell’Unione Sovietica può essere assicurata e, secondo, perché le rivoluzioni negli altri paesi verranno inevitabilmente e, anche se con ritardi, verranno comunque ancora in tempo.
Come vedete non sono pessimista. Nel mio libro “Il leninismo” nel 1925 ne ho parlato in modo particolareggiato. «Noi eravamo ottimisti al 12° Congresso di partito del PCR [1923], nel 1925 c’è ancora più motivo d’esserlo».
Naturalmente non “nego” i grandi successi che il potere dei soviet ha raggiunto, anzi ne sono fiero come tutti i bolscevichi. Non siamo stati gli ultimi fra coloro che si sono affaticati per questi successi. E speriamo, nonostante le divergenze, di lavorare ancora con energia insieme a tutto il partito, all’elevamento dell’economia socialista e della cultura socialista nell’Unione Sovietica.
Rapporti fra proletariato e contadini su scala mondiale
Come uno degli argomenti “più decisivi” contro la nostra posizione nella questione del socialismo in un singolo paese, viene portato in campo l’argomento che anche su scala mondiale i rapporti fra proletariato e contadiname sono pressappoco gli stessi come in Russia, cioè che il contadiname rappresenta la stragrande maggioranza.
Questa argomentazione trascura come minimo le seguenti quattro circostanze:
1) Sono già sufficienti, su scala mondiale, l’industria pesante e lo sviluppo della tecnica, per assumersi la guida del contadiname. Lenin disse: «Ciononostante abbiamo di diritto di dire che su scala mondiale una tale industria esiste. Sulla terra ci sono paesi con un’industria talmente progredita che può, in una sola volta, rifornire centinaia di contadini arretrati. È questo che mettiamo a base dei nostri calcoli» [Op. XVIII, 2, 399].
2) Per vincere non è necessario in assoluto avere dappertutto la maggioranza. È sufficiente averla nei punti decisivi nel momento decisivo. Ricordiamo il noto lavoro sui risultati delle elezioni per l’Assemblea Costituente [1918], nel quale Lenin ha spiegato con eccellente chiarezza come i bolscevichi avevano ottenuto la vittoria, perché nel momento decisivo avevano la maggioranza nei punti decisivi a Pietroburgo, a Mosca, nelle armate principali e nella flotta e presso i contadini poveri, nonostante che i socialrivoluzionari, come dimostrarono le elezioni, avessero in Russia ancora una considerevole maggioranza.
3) Quando si parla di maggioranza dei contadini in tutto il mondo, si pensa anche alla popolazione contadina delle colonie e semicolonie, in generale dei paesi dipendenti. Vi fanno parte le centinaia di milioni di contadini in Cina, in India, in Egitto ecc. Va da sé, che se si tiene conto delle condizioni di queste centinaia di milioni di contadini schiacciati dal giogo dell’imperialismo, è impossibile mettere semplicemente alla pari il ruolo spettante a loro nell’epoca della rivoluzione proletaria, con le condizioni e il ruolo dei contadini europei o americani. È proprio questo che vedeva Lenin, quando parlava della fusione dei grandi moti nazional–rivoluzionari con la rivoluzione proletaria. D’altra parte la liberazione delle colonie attraverso le rivoluzioni proletarie nei paesi dominanti creerà una situazione completamente nuova. La liberazione dei principali paesi coloniali ha proprio come presupposto la vittoria delle rivoluzioni socialiste in ancora due, tre degli Stati imperialistici più forti.
4) Nell’Unione Sovietica, dopo la conquista del potere da parte del proletariato il rapporto fra proletariato e contadini è del tutto particolare. In tutto il resto del mondo vediamo adesso ancora tre classi: il proletariato, il contadiname e la borghesia, la quale piega la schiena sia degli operai sia dei contadini ed ha, con la via dell’inganno, guadagnato a sé una parte degli operai e dei contadini. Noi [l’Unione Sovietica] adesso siamo accerchiati da tutte le parti da Stati borghesi, cioè da Stati nei quali è la borghesia a determinare la politica, nei quali essa tiene in mano l’armata e la flotta, le fabbriche e le officine.
Questo non è affatto lo stesso di quello che sarà domani, cioè quando in tutto il mondo la borghesia sarà stata abbattuta e rimarranno solo due classi: il proletariato e i contadini. Se domani, diciamo, si unisse a noi la rivoluzione proletaria tedesca, e dopodomani quella inglese, cambierebbe immediatamente tutta la situazione. Allora la faremmo finita con il dominio della borghesia in due paesi decisivi per l’Europa. Il reale rapporto fra proletariato e contadini in quei paesi diventerebbe di colpo un altro, nonostante che il rapporto statistico rimanga quello vecchio. E anche su scala mondiale avverrebbe immediatamente un cambiamento decisivo nel rapporto fra proletariato e contadini. Benché in tutto il mondo i contadini continuino ad essere statisticamente la maggioranza, e benché in tutto il resto del mondo la borghesia continui a piegare la schiena sia degli operai sia dei contadini, la situazione cambierà radicalmente.
È per questo che Lenin ha detto, che la vittoria della rivoluzione socialista è assicurata quasi a partire dal momento in cui essa vince almeno in alcuni dei paesi più importanti.
La posizione nei confronti della socialdemocrazia
«Quanto più forte è in un paese la socialdemocrazia ufficiale, tanto peggio vanno le cose per la causa del proletariato. Questo lo si può ritenere adesso un assioma pienamente dimostrato. A condizioni uguali per il resto, è così senza dubbio». Questo l’ho scritto nell’articolo “La socialdemocrazia come strumento della reazione” immediatamente dopo il primo Congresso del Comintern [“L’Internazionale Comunista”, 1919, pag. 181].
Al 5° Congresso del Comintern abbiamo caratterizzato lo strato superiore della socialdemocrazia ufficiale come “terzo partito” della borghesia, come “ala sinistra della borghesia”, come “ala del fascismo”. In sostanza manteniamo anche adesso questa valutazione. Ciò spiega anche il fatto che gli organi di stampa socialdemocratici, compresi quelli dei menscevichi russi, che cercano naturalmente di sfruttare per i loro scopi le nostre divergenze, continuano a scagliarsi contro di noi con il massimo di rabbia e d’odio, nello stesso modo come i più importanti organi di stampa della borghesia mondiale e degli emigrati bianchi.
Si dice che Levi e altri socialdemocratici simpatizzino per me. Vorrei far notare il seguente fatto: al recente congresso della socialdemocrazia austriaca a Linz, in nome dell’organizzazione socialdemocratica di un quartiere di Vienna è intervenuta Kate Leichter, la quale proponeva una modifica al progetto di programma elaborato da Otto Bauer. La modifica chiedeva: lotta per la fusione dei partiti operai su scala internazionale. Nella motivazione questa socialdemocratica diceva: «Crediamo anche che vi contribuisca molto lo sviluppo manifestatosi in questi ultimi tempi in Russia. Comunque si vogliano anche giudicare i metodi dello stalinismo, una cosa è certa: attualmente in Russia ha vinto la tendenza la quale – se prosegue in modo conseguente – porta ad un sempre maggior avvicinamento alla socialdemocrazia».
In questo spirito quasi tutta la socialdemocrazia giudica le nostre divergenze. E tutta la stampa mondiale borghese e gli uomini politici di tutta l’Europa e America vanno ancora oltre.
Il rapporto con gli ultrasinistri e con i destri
L’atteggiamento generale dell’Internazionale Comunista verso gli errori ultrasinistri e destri a mio parere deve essere determinato dalle seguenti direttive di Lenin.
Nella “Malattia infantile” Lenin scrive: «Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio è sorto, si è rafforzato e temprato il bolscevismo?» La risposta di Lenin: «Anzitutto è principalmente lottando contro l’opportunismo, che nel 1914 si è definitivamente trasformato in socialsciovinismo ed è passato definitivamente dalla parte della borghesia contro il proletariato. È stato questo, naturalmente, il principale nemico del bolscevismo in seno al movimento proletario. Esso è tuttora il nemico principale sul piano internazionale».
Nel rapporto al Secondo Congresso dell’Internazionale Lenin diceva «L’opportunismo è il nostro nemico principale. Questo è il nostro nemico principale, e su di esso dobbiamo riportare la vittoria. Dovremmo condurre il presente congresso con la salda decisione di condurre sino in fondo questa lotta in tutti i partiti. Ecco il compito principale. Rispetto ad esso, la correzione degli errori della corrente “di sinistra” in seno al comunismo sarà molto facile» [Op. XXI, 220].
Se si guarda la prassi nelle sezioni più importanti del Comintern negli ultimi mesi, viene in luce che nei confronti dei “sinistri” non è stata adottata la politica della guarigione ma la politica del segare-via: nei confronti dei destri invece è stata adottata una politica troppo morbida.
Il periodo di relativa stabilizzazione del capitalismo sarà inevitabilmente un periodo della crescita dell’opportunismo in alcuni partiti comunisti, un periodo del rafforzamento di gruppi e “capi” destri. Se noi dimentichiamo questo, e se ci butteremo con tutta durezza sugli ultrasinistri, questo recherà un serio danno al Comintern.
Sia fra i destri sia fra gli ultrasinistri ci sono elementi che rompono veramente col Comintern. Non c’è neanche bisogno di dire che colui che non fa agitazione per l’Unione Sovietica non è un comunista. Colui che negli operai socialdemocratici che con le delegazioni vengono nell’Unione Sovietica infonde qualsiasi tipo di sfiducia verso l’Unione Sovietica, compie un delitto nei confronti della rivoluzione proletaria. Gente simile è nemica del comunismo. Contro di essi bisogna combattere come contro i peggiori nemici. Chi ha preso quella via, non è già più un “destro” o un “ultrasinistro” ma è semplicemente passato dall’altra parte della barricata.
Le correnti di destra indubbiamente giocano un ruolo grave, per esempio nel partito comunista della Cecoslovacchia. Sull’organo centrale del partito “improvvisamente” viene pubblicato un articolo che solidarizza con Otto Bauer sulle questioni della dittatura del proletariato ed altre. Articoli con deviazione socialdemocratica – la questione dell’elezione del Presidente – non sono una cosa rara. E benché nel primo caso il C.C. abbia corretto l’autore, tutto questo non avviene a caso. In Norvegia, c’è una corrente per la liquidazione del partito; in Olanda in occasione dell’insurrezione a Giava il partito comunista d’Olanda ha proposto insieme ai socialdemocratici di inviare una commissione mista per esaminare la questione; in Polonia (la tattica ai tempi del rovesciamento di Pilsudsky); in Inghilterra nel corso degli ultimi avvenimenti è venuto fuori che in un gruppo del partito esiste una deviazione di destra piuttosto ostinata, soprattutto in Inghilterra questo pericolo di destra può diventare estremamente dannoso. Anche in Germania il pericolo di destra è un fatto innegabile.
Spero che nessuno qui dirà che io sia in qualche modo col pensiero o politicamente vicino alle correnti o ai gruppi summenzionati veramente di destra o ai loro capi. Tutti questi gruppi sono feroci avversari dell’opposizione nel PCUS.
Per quanto riguarda Souvarine l’unica cosa vera, è che il compagno Humbert-Droz prima della sua partenza per il 5° Congresso del PC in Francia, s’intrattenne con me sull’ulteriore atteggiamento nei confronti di Souvarine. Io espressi il parere che, se Souvarine avesse fatto cessare il suo organo di frazione, come richiesto dal 6° Plenum Allargato, sarebbe stato forse bene che il partito gli avesse dato la possibilità di andare un anno in Cina o in America e poi, se egli si fosse comportato in modo disciplinato, potesse porre la questione della sua riammissione, proprio perché escluso per un anno. Non ho assolutamente niente in comune con le concezioni specifiche di Souvarine, e non ero e non sono in collegamento con lui (interruzione: Perché allora lo vuole riammettere nel partito?).
Sulla questione dei pericoli della degenerazione
Naturalmente si tratta qui solo di pericoli, di tendenze e non di fatti compiuti.
Si può impostare la questione sui pericoli della degenerazione così come la pone il sig. Korsch o come la poneva il sig. Martov negli anni 1920 e 1921, cioè con l’intenzione di screditare e diffamare l’Unione Sovietica. Invece si può e si deve impostarla come lo ha fatto Lenin: “Che cosa è la Nuova Politica Economia dei bolscevichi – rivoluzione o tattica?”
Lenin ha posto questa domanda in occasione di un’avanzata del Possessor [sic., tedesco] nella primavera del 1922.
Ne hanno scritto anche altri bolscevichi, soprattutto anche il compagno Bucharin, nel libro “L’attacco”, nel quale parlava dei pericoli della trasformazione in un’appendice dell’oligarchia Nep, ecc. Questi pericoli quindi non sono inventati. Non si deve esagerarli. Non si deve però neanche ignorarli.
In che consistono questi pericoli?
1) Nell’accerchiamento capitalistico internazionale, nella temporanea e relativa stabilizzazione del capitalismo. Sarebbe ridicolo negare che una tale situazione produce inevitabilmente “stati d’animo da stabilizzazione”, sopravvalutazioni delle forze del capitalismo internazionale.
2) Nei lati negativi della Nep. La Nep è necessaria. Nell’Unione Sovietica non possiamo pervenire al socialismo in altro modo che attraverso la NEP. Ma sarebbe ridicolo negare che il parziale rifiorire del capitalismo, permesso da noi stessi, non abbia i suoi pericoli. Lenin lo ha ricordato continuamente.
3) Nell’ambito piccolo borghese. La classe operaia è al potere in un paese dove l’enorme maggioranza della popolazione è costituita da contadini. Quali pericoli comporti l’ambiente piccolo borghese è stato ricordato da Lenin incessantemente.
4) Nella posizione di monopolio del nostro partito. La dittatura del proletariato non è possibile senza la dittatura del partito comunista. Il nostro attuale avversario, il compagno Bucharin, al 3° Congresso dell’Internazionale disse su questa questione ora controversa: «Come marxisti ortodossi siamo tutti convinti che la dittatura di una classe è possibile solo come dittatura dell’avanguardia di questa classe, cioè la dittatura della classe operaia può essere realizzata solo attraverso la dittatura del partito comunista. Da lungo tempo abbiamo respinto la teoria insensata della contrapposizione di dittatura della classe e dittatura del partito». La dittatura del proletariato non può accettare l’esistenza d’altri partiti. La posizione di monopolio del nostro partito è assolutamente necessaria. Ma è impossibile non vedere che la posizione di monopolio del nostro partito ha anche i suoi lati negativi. Lo abbiamo fatto presente in una serie di risoluzioni dei nostri congressi di partito, per esempio al II Congresso, vivo Lenin e con sua piena approvazione. Particolarmente il II Congresso ha fatto presente che la posizione di monopolio del nostro partito ha come effetto che notevoli gruppi di funzionari politici che in altre circostanze sarebbero con i menscevichi e con i socialdemocratici, si avvicinano adesso inevitabilmente al nostro partito, lo accerchiano o semplicemente vi entrano e quindi vi portano dentro stati d’animo e concezioni non bolsceviche.
5) Nell’apparato statale. È superfluo parlare del fatto che è impossibile trasformarlo in breve tempo in uno spirito veramente proletario. Dobbiamo rimanere coscienti che non solo il partito influisce sull’apparato statale ma anche l’apparato statale sul partito. Deriva perciò un significato maggiormente negativo del burocratismo dell’apparato statale.
6) Nei fiancheggiatori. Gli “specialisti”, le categorie superiori degli impiegati e dell’intelligenza sono necessari per la nostra causa. Ma non si può mettere in dubbio che attraverso questi gruppi di lavoratori penetri un’influenza non proletaria nel nostro apparato statale, in quello dell’economia, e a volte anche nel nostro apparato di partito.
È necessario vedere tutti questi pericoli, non per capitolare davanti ad essi o per esagerarli, ma per combattere contro di essi con delle misure corrispondenti, come ha insegnato Lenin.
Nel periodo in cui nella città cresce il capitale privato e nelle campagne il kulak, il partito deve seguire con particolare accuratezza questi pericoli, che stanno nei rapporti, per condurre contro di essi la lotta con tutti i mezzi possibili. Con una politica giusta il partito vi riuscirà pienamente. Poiché le forze che si oppongono a queste tendenze e pericoli sono molto grandi. La rivoluzione proletaria ha risvegliato delle forze gigantesche. Nella nostra rivoluzione, nel nostro partito sono insite delle forze gigantesche.
La questione dei due partiti
Adesso sulla questione dei due partiti vengo accusato di comportarmi con una certa tolleranza verso l’idea dei due partiti nel nostro paese. Questo è falso. Questo non può essere dimostrato in nessun modo. Io per primo mi sono opposto alla revisione della formula della dittatura del partito. È evidente che colui che è per la dittatura del PCUS, non può avere un comportamento tollerante verso l’idea di due partiti.
Al 12° Congresso del PCUS, in riferimento al mio rapporto, venne accettata una risoluzione nella quale veniva riportata una delle tesi fondamentali del leninismo, e cioè la tesi che la dittatura del proletariato può essere realizzata soltanto attraverso la dittatura del Partito Comunista. Un anno più tardi, contro questa formula del 12° Congresso del partito si è opposto il compagno Stalin affermando che Lenin abbia parlato della “dittatura del proletariato” e non della dittatura del Partito Comunista.
Il passo in questione, nella risoluzione del 12° Congresso del partito, è il seguente: «La dittatura della classe operaia non può essere assicurata diversamente che attraverso la forma della dittatura della sua avanguardia, cioè del Partito Comunista». La risposta di Stalin è stata: «Mi ricordo che in una delle risoluzioni del nostro Congresso di partito, mi sembra perfino nella risoluzione del 12° Congresso, sia stata ammessa una tale espressione, naturalmente per sbaglio. Allora non ha ragione Lenin che parlava della dittatura del proletariato e non della dittatura del partito» [Stalin, “I risultati del 13° Congresso del PCR”, 1924].
Questa naturalmente non è un’impostazione leninista della questione. Lenin diceva: Abbiamo la dittatura del proletariato e proprio per questo la dittatura del Partito Comunista. Tutto il nucleo del nostro Comitato Centrale era unanimemente del parere che in questa questione il compagno Stalin aveva commesso un grande errore di principio.
In base a questa dichiarazione scorretta del compagno Stalin scrissi un articolo [“Sulla questione della dittatura del proletariato e della dittatura del partito”] che apparve sulla Pravda come articolo della redazione [n.190, 1924]. Prima aveva avuto luogo un consiglio di 25 membri del C.C. – leninisti – che con schiacciante maggioranza condannavano l’errore di principio del compagno Stalin ed approvavano il mio articolo. Anche il compagno Trotski nei suoi lavori si è più volte espresso nel senso che la dittatura del proletariato è concepibile realmente solo nella forma della dittatura della sua avanguardia, cioè del partito. Naturalmente anche adesso il mio punto di vista è pienamente quello che la dittatura vittoriosa del proletariato è possibile solo sotto la dittatura del Partito Comunista. Fosse anche solamente per questo, io lotterò con tutti i mezzi a mia disposizione contro anche la minima tendenza dei due partiti, contro i minimi tentativi di indebolire la dittatura del Partito bolscevico.
Le questioni dell’unità e della politica frazionistica
Non ritiriamo neanche una sola parola di quanto abbiamo scritto nel corso di una serie d’anni sulla dannosità e sui pericoli della politica frazionistica soprattutto per un partito comunista che è al potere. Se lo sviluppo generale della lotta all’interno del PCUS ha portato al punto che la difesa delle nostre concezioni di principio ha assunto il carattere della lotta frazionistica, nella nostra dichiarazione del 16 ottobre 1926 abbiamo riconosciuto apertamente il nostro errore e invitato tutti i nostri seguaci a rinunciare alla politica frazionistica.
Vogliamo però ricordare la deliberazione del 13° Congresso del PCUS: «Solo una vita ideologica continua, pulsante, può mantenere il partito così come si è formato prima e durante la rivoluzione, con continuo studio critico del suo passato, correzione dei suoi errori e discussione collettiva delle questioni più importanti». «Per la realizzazione di questo è necessario che gli organi dirigenti del Partito ascoltino la voce della grande massa del Partito, che non prendano ogni critica come manifestazione di spirito frazionistico e, così, non spingano dei compagni di partito coscienziosi e disciplinati sulla via dell’isolamento e del frazionismo».
Noi manterremo in ogni modo gli impegni che ci siamo assunti nella dichiarazione del 16 ottobre. Lo dichiariamo anche davanti al Forum del Comintern. L’unità del PCUS e di tutto il Comintern deve essere assicurata ad ogni prezzo.
Sul blocco
Lenin ha ritenuto ammissibili i blocchi. Nel 1920, al 10° congresso del nostro Partito Lenin diceva: «Un blocco è, appunto, un blocco! Non c’è bisogno di temerlo, ma bisogna salutarlo e realizzarlo più solidamente e più ampiamente nelle istanze centrali del Partito stesso» [Op. XVII, 90].
Lenin non ha forse formato un blocco con il compagno Trotski contro altri compagni del C.C., alla vigilia dell’insurrezione dell’Ottobre 1917, in base alle questioni della costruzione dell’Armata Rossa, dell’organizzazione dell’economia, della questione nazionale, del monopolio del commercio estero?
Anche l’Esecutivo del Comintern ha approvato e organizzato blocchi di due gruppi all’interno dei Partiti Comunisti di vari paesi, per esempio in Germania, Francia, nella Cecoslovacchia, in Italia e America.
Anche da parte di rappresentanti dell’attuale maggioranza, è stato tentato per un certo periodo dopo il 14° Congresso del Partito, di creare un blocco con Trotski.
Le divergenze del passato hanno il loro grande significato. Ma il blocco deve essere giudicato in base a quelle idee teoriche e compiti politici che gli sono stati posti come base e che sono stati spiegati francamente in alcuni documenti. Da questo punto di vista lasciamo tranquillamente al futuro l’esame di queste idee e parole d’ordine che noi difendiamo, per le vie e con i mezzi ammessi dal nostro Partito.
Sul trotzkismo
Quanto differenziava il trotskismo storico fino al 1917 dal leninismo non era certo in nessun modo il possesso del blocco, ed incontrerà evidentemente sempre la nostra più rigida resistenza. In particolare, siamo nel modo più deciso contro la teoria della rivoluzione permanente, abbiamo lottato abbastanza contro questa teoria sbagliata. Il compagno Trotski stesso ha dichiarato: «Partiamo dal presupposto, come la prassi ha dimostrato in modo inconfutabile, che in tutte le questioni in qualche modo di principio, nelle quali qualcuno deviava da Lenin, Lenin aveva assolutamente ragione». Nella questione dei rapporti fra proletariato e contadini stiamo pienamente sul terreno della dottrina teorica e tattica formulata da Lenin in base all’esperienza delle rivoluzioni degli anni 1905 e 1917 nonché anche in base all’esperienza della costruzione socialista.
Se adesso volessimo guardare retrospettivamente le vecchie divergenze, risulterebbero qui probabilmente seri dissensi su queste o quelle questioni fondamentali del passato. Però è fondamentalmente sbagliato credere che qualsiasi questione legata alla valutazione delle forze motrici della rivoluzione, possa essere ricondotta al vecchio contrasto sulla teoria della rivoluzione permanente ecc.
Le forze motrici della rivoluzione sottostanno in ogni nuova tappa alla valutazione marxista concreta in base a tutta l’esperienza precedente.
Come prima, naturalmente anche adesso io sto sul terreno del leninismo.
Non ho toccato neanche lontanamente tutte le accuse avanzate contro di me. Per ragioni comprensibili. Ho tirato fuori alcune delle questioni di principio più importanti. Non ho detto niente sui nostri dissensi su: 1) la velocità dell’industrializzazione dell’Unione Sovietica; 2) la necessità di maggiori limitazioni e di un maggiore gravame per il capitale privato; 3) idem per i kulak; 4) la necessità del mantenimento e del graduale aumento del salario reale degli operai; 5) la necessità della realizzazione dei principi della democrazia interna del Partito; 6) la necessità di una lotta più seria contro il burocratismo; 7) la necessità di una resistenza più decisa contro l’ampliamento dei diritti elettivi e patrimoniale dello strato superiore del villaggio, nonché delle scadenze dei fitti agricoli, e la esenzione per i contadini poveri del 40% dei gravami fiscali, da noi proposta; 8) la politica dei prezzi (non ho mai proposto e non propongo di condurre una politica di aumento dei prezzi); 9) la NEP e il capitalismo di Stato; 10) la composizione sociale del nostro partito.
Quanto detto dimostra a sufficienza che non mi sono reso colpevole di alcuna deviazione “socialdemocratica”.
Poiché mi sono separato dalla maggioranza del C.C. del PCUS, poiché sono rimasto nella minoranza, non posso più partecipare alla direzione del Comintern. Questo per me era già chiaro al 14° Congresso del Partito, e in tale congresso già lo dissi nel mio discorso. Già al primo Plenum del C.C. del PCUS dopo il 14° Congresso del Partito ho chiesto per iscritto di destituirmi dal posto di presidente dell’Internazionale Comunista.
Lasciando ora, in seguito alla situazione creatasi, il lavoro immediato nel Comintern, grido con voi:
Viva il Comintern!
Viva l’unità del Comintern e dei Partiti Comunisti!
Viva l’Unione Sovietica!
Viva il leninismo!
Viva la rivoluzione mondiale!
Discorso di Trotski
Da La Correspondence Internationale, n.6 del 14 gennaio 1927.
Compagni, anzitutto, vi chiedo di non limitare il tempo a mia disposizione. Le questioni dell’ordine del giorno girano attorno ad un’asse, attorno a quello che viene chiamato trotskismo. Un giovane compagno ha fatto, molto opportunamente, il totale della lista degli oratori – e questa lista è ancora incompleta – che hanno qui parlato di quello che viene chiamato il trotskismo: Bucharin, Kuusinen, Treint, Pepper, Birch, Stern, Brand, Remmele, senza parlare del rapporto di tre ore del compagno Stalin.
La discussione che si conclude qui è molto originale. A gennaio di quest’anno, il nostro Comitato Centrale si è rivolto a tutti i partiti fratelli dicendo loro: «Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica è assolutamente unanime nel riconoscere che è indesiderabile portare la discussione della questione russa in seno all’Internazionale Comunista».
Così, questa discussione internazionale non ha avuto luogo ufficialmente, perlomeno noi non vi abbiamo partecipato. Si vuole qui concludere questa discussione, ufficialmente mai iniziata, con un atto d’accusa contro il trotskismo.
La teoria del trotskismo è fabbricata artificialmente, a dispetto delle mie intenzioni, delle mie convinzioni e delle mie vere opinioni. Per dimostrarvi che io non sono il redattore politico responsabile della dottrina del trotskismo che mi si attribuisce, io vi chiedo di darmi un tempo limitato (almeno due ore).
(Il compagno Trotski ottiene un’ora).
Compagni, ho preso la parola su questa questione della massima importanza, benché oggi, nel nostro organo centrale, la Pravda, si possa leggere un editoriale in cui il solo fatto che Zinoviev abbia pronunciato, qui, un discorso è interpretato come un tentativo di azione frazionistica. Io ritengo che ciò non sia giusto. La decisione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale comunista, in merito alla proposta del compagno Riese (che chiedeva si desse la parola ai rappresentanti dell’Opposizione del Partito comunista dell’Unione Sovietica) è stata concepita e adottata con tutt’altro spirito. Anche i discorsi dei compagni Thälmann e Ercoli suonavano ben diversamente ed anche la lettera del nostro Comitato centrale, che è stata letta oggi, non dice che, col nostro intervento, noi violiamo la nostra dichiarazione del 16 ottobre. No, non è così. Se il Comitato centrale avesse fatto questa dichiarazione, io non avrei chiesto la parola. È vero che il Comitato centrale ha detto che il nostro intervento può dar luogo ad una recrudescenza del lavoro frazionistico, ma ci ha permesso di decidere noi stessi quello che dovevamo fare. La dichiarazione del Comitato centrale ricorda che al V Congresso, malgrado proposte dirette, mi rifiutai di parlare, basandomi sul fatto che il XIII Congresso del nostro partito si era già pronunciato sulle questioni controverse di allora. Compagni, devo tuttavia ricordarvi, che il V Congresso, nella sua presa di posizione, mi ha biasimato proprio perché io non ho voluto parlare. Questa dichiarazione diceva che io mi basavo su considerazioni puramente formali invece di esporre il mio punto di vista davanti alla massima assemblea dell’Internazionale.
Se Zinoviev ed io dichiariamo che il nostro intervento non è un appello, noi vogliamo con ciò esprimere un concetto ben chiaro, e cioè che, primo, noi non proponiamo alcuna risoluzione e che, secondo, per quel che dipende dalle nostre intenzioni e dalle nostre azioni, noi faremo di tutto perché i concetti che esprimiamo non spingano i compagni che simpatizzano per noi sulla via della lotta di frazione, ma, al contrario, li spingano a rinunciare al frazionismo. L’affermazione che il nostro intervento in sé stesso sia una violazione al nostro impegno del 16 ottobre è falso, perché la dichiarazione del 16 ottobre e la risposta del Comitato centrale ci lasciano ogni possibilità di difendere le nostre idee coi mezzi normali previsti dagli statuti.
Compagni, ho già detto che l’asse della discussione è quello che viene chiamato trotskismo. Il nostro eccellente presidente mi ha male interpretato quando ho detto che ho la pretesa di essere personalmente al centro della discussione. Non è affatto così. Si tratta di una questione politica e non personale. Ma questa questione politica, come ho già detto, è, contro la mia volontà e senza ragione, ricollegata alla mia persona, al mio nome, e non da me ma dai compagni che criticano le mie opinioni.
Il rapporto Stalin, almeno nella sua prima metà che è apparsa sulla Pravda d’oggi, non è che un’accusa di trotskismo rivolta alla opposizione.
Questa accusa poggia su citazioni – tratte da un’attività politica e giornalistica d’alcune decine d’anni – e si sforza con artifici d’ogni sorta, di estrarre, da vecchie discussioni sepolte da molto tempo dal susseguirsi degli avvenimenti, delle risposte belle e pronte alle questioni attuali, che sono sorte davanti a noi e a tutta l’Internazionale in una fase completamente nuova della nostra vita politica e sociale. E, ancora, tutta questa impalcatura artificiale poggia sul fatto che, nella mia vita politica, nella mia attività politica, per un certo numero di anni, sono stato fuori dal Partito bolscevico e che in certi momenti ho lottato violentemente contro di esso e contro le posizioni essenziali di Lenin. Ero io che sbagliavo! Il fatto che io ho aderito al Partito bolscevico – evidentemente senza “condizioni”, perché il Partito bolscevico non conosce condizioni nell’ambito del programma, della tattica, dell’organizzazione e dell’adesione – questo fatto da solo dovrebbe testimoniare che ciò che mi separava dal bolscevismo è rimasto fuori della porta del Partito.
(Interruzione di Remmele: – Come si può lasciare una cosa simile fuori dalla porta del Partito!)
È evidente, compagni, che non si può intenderlo nel senso formale che gli dà il compagno Remmele. La mia opinione è che le divergenze e i contrasti furono da me superati durante e con l’esperienza della vita politica, e gli elementi non bolscevichi della mia attività furono sconfitti dai fatti e dall’esperienza ideologica che ne derivò prima che io superassi la soglia dal Partito. Naturalmente, riconosco volentieri al compagno Remmele – e a tutti gli altri – il diritto di considerarsi il miglior bolscevico, il comunista più rivoluzionario, ma non è di questo che si tratta. Io solo sono responsabile della mia vita politica. Il Partito mi riconosce solo come membro, ed è unicamente per questo motivo che difendo da questa tribuna un certo compendio di idee.
Le divergenze del periodo in cui ero fuori del Partito bolscevico furono abbastanza profonde. Essenzialmente, queste divergenze si riferivano alla valutazione concreta dei rapporti di classe in seno alla società russa e, di riflesso, alle prospettive della rivoluzione vicina e del suo trapasso dalla fase democratica alla fase socialista. È a questo che si riferisce la questione che è chiamata la rivoluzione permanente. D’altra parte, le divergenze riguardavano i metodi e le vie della costruzione del Partito e l’attitudine verso il menscevismo. In queste due questioni – l’ho dichiarato per iscritto, quando mi fu richiesto – in queste due questioni, i compagni che si trovano qui sono lontani dall’aver avuto tutti ragione nei miei confronti. Ma Lenin, la sua dottrina e il suo Partito avevano certamente ragione contro di me. Rispondendo a dei compagni che avevano dubbi in merito, scrivevo: «Partiamo dal fatto che, come ha irrefutabilmente dimostrato l’esperienza, in ogni questione che assumeva almeno in parte un carattere di principio e sulla quale uno di noi si è separato da Lenin, è incontestabile Vladimir Ilijc che aveva ragione». E ancora: «Nella questione dei apporti tra il proletariato e i contadini, noi ci poniamo ugualmente sul terreno della dottrina teorica e tattica che Lenin formulò basandosi sull’esperienza delle rivoluzioni del 1905 e del 1917 e sull’esperienza della costruzione socialista (alleanza degli operai e dei contadini)».
La teoria che s’introduce in modo completamente artificioso contro gli interessi della causa in discussione – la teoria della rivoluzione permanente – io non la concepivo, anche quando non ne vedevo tutti i difetti, come una teoria universale, valida per tutte le rivoluzioni, come una teoria sovrastorica per usare una espressione di Marx in una sua lettera. Il punto di vista della rivoluzione permanente era allora applicato da me ad una ben determinata tappa della evoluzione storica della Russia.
Conosco solo un lavoro – del quale sono venuto a conoscenza soltanto alcune settimane fa – che tenta di fare di questa teoria una dottrina universale, dandogli il carattere di una revisione della posizione teorica di Lenin. Vi leggerò questo brano. Inutile dire che non ho nulla in comune con questa interpretazione: «Il bolscevismo russo, nato nell’ambito di una rivoluzione nazionale limitata, la rivoluzione del 1905-1906, doveva attraversare un processo di epurazione degli aspetti tipici delle caratteristiche nazionali per aver diritto di cittadinanza come ideologia internazionale. Teoricamente, questo lavoro d’epurazione del bolscevismo dal suo aspetto nazionale fu fatto nel 1905 da L.D.Trotski che si sforzò di collegare la rivoluzione russa a tutto il movimento internazionale del proletariato mediante l’idea della rivoluzione permanente in Europa». Non sono io a scrivere questo. È stato scritto nel 1918, da un compagno di nome Manouilskij.
(Interruzione di Manouilskij: – Ho scritto una bestialità e voi la ripetete).
Una bestialità? Sono pienamente d’accordo con voi. (Risa). Ma voi, compagni, non dovete in ogni caso inquietarvi riguardo al compagno Manouilskij, sebbene, evidentemente, sia spiacevole essere obbligati chiamare bestialità la propria opinione. Ma Manouilskij che, senza alcuna ragione, mi attribuisce un grande merito eroico, mi attribuirà immediatamente due o tre errori altrettanto poco meritati e, in questo modo, chiuderà il suo bilancio. (Risate).
Compagni, ancora una volta durante questi ultimi anni, ho incontrato la teoria della rivoluzione permanente, e qui precisamente sotto la forma caricaturale che gli viene ogni tanto attribuita, retrospettivamente. Fu al III Congresso. Ricordate la discussione che si svolse riguardo al mio rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti dell’Internazionale Comunista. Mi si accusava allora di difendere delle tendenze cosiddette liquidatrici, sebbene io le difendessi in pieno accordo con Lenin contro numerosi compagni che affermavano che la crisi del capitalismo del dopoguerra si sarebbe sviluppata e aggravata continuamente. Le affermazioni secondo le quali noi non dobbiamo perdere di vista la possibilità di tendenze di stabilizzazione delle variazioni congiunturali nel senso di miglioramenti provvisori dell’economia capitalistica e che da ciò noi dobbiamo trarre delle deduzioni tattiche, erano allora stigmatizzate da qualcuno di questi ultra-sinistri quasi come semi-mensceviche. In primo luogo, fu il compagno Pepper che lo fece e che, se ricordo bene, apparve allora per la prima volta sulla scena dell’Internazionale.
(Interruzione di Pepper: Voi foste obbligato ad accettare i miei emendamenti alla rivoluzione).
Ah bah! Dato che il compagno Pepper, a dispetto del tempo limitato che mi è stato accordato, mi interrompe, dal Presidium, devo ricordarvi che noi conosciamo tre vangeli di Pepper. Il primo vangelo, proclamato al III Congresso, diceva: la rivoluzione russa ha bisogno di un’attività rivoluzionaria permanente, cioè ininterrotta in Occidente, e questo perché Pepper difendeva la tattica errata dell’azione di marzo (nel 1921, in Germania).
In seguito, Pepper è andato in America e ci ha portato una seconda Annunciazione. L’Internazionale deve sostenere il partito borghese di La Follette, perché in America, diceva lui, la rivoluzione non sarà fatta dagli operai, ma dai farmers rovinati. Questo era il secondo vangelo.
Il terzo vangelo, noi lo sentiamo oggi. Esso afferma che la rivoluzione russa non ha più bisogno né della rivoluzione dei farmers in America, né dell’azione di marzo in Germania, perché può essa stessa, con le proprie riserve, costruire il socialismo integrale. Per farla breve, è una specie di dottrina di Monroe, adattata alla costruzione del socialismo in Russia. Ecco il terzo vangelo di Pepper. A dispetto dei miei capelli bianchi, sono pronto ad andare a scuola da Pepper, ma non sono tuttavia capace di cambiare ogni due anni così radicalmente quello che ho imparato.
Compagni, io non penso, in generale, che il metodo biografico possa condurci alla soluzione delle questioni di principio. È certamente incontestabile che io abbia fatto degli errori in molte questioni, soprattutto durante la mia lotta contro il bolscevismo. Ma è dubbio che si debba trarre da ciò la conclusione che le questioni politiche debbano essere considerate non per il loro contenuto, ma sulla base delle biografie, perché allora bisognerebbe chiedere che tutti i delegati presentino le loro biografie… Quanto a me, posso rapportarmi ad un importante precedente. In Germania viveva e combatteva un uomo che si chiamava Franz Mehring e che soltanto dopo una lotta lunga ed energica contro la socialdemocrazia (non è passato molto tempo da quando ci chiamavamo tutti socialdemocratici), in età matura, aderì al Partito socialdemocratico. Mehring scrisse prima la storia della socialdemocrazia tedesca, da nemico – non da lacchè del capitale, ma da avversario d’idee – e in seguito l’ha trasformata in una magnifica opera sulla socialdemocrazia tedesca di cui era diventato l’amico fedele. D’altra parte, Kautsky e Bernstein non hanno mai lottato apertamente contro Marx ed entrambi sono stati a lungo sotto l’influenza di Federico Engels. Bernstein è anche conosciuto come il fidecommissario letterario d’Engels. Ciononostante, Franz Mehring morì da marxista, da comunista, mentre gli altri due, Kautsky e Bernstein, vivono ancora da cani riformisti. L’elemento biografico ha ancora la sua importanza, ma non decide nulla di sé stesso.
Nessuno di noi ha una biografia impeccabile e immacolata. Lenin, nella sua vita, ha fatto meno errori di chiunque altro, ma anche lui ne ha commessi. Quanto a noi, quando lottavamo contro Lenin, avevamo sempre torto, quando si trattava di questioni importanti di principio.
Stalin, che ha qui elencato gli errori degli altri, si è dimenticato di raccontare i suoi. Se la “rivoluzione permanente” era falsa per quanto si distingueva dalle giuste opinioni di Lenin, aveva in sé qualcosa di giusto ed è quello che mi ha permesso di arrivare al bolscevismo.
La “rivoluzione permanente”, in particolare, non mi ha impedito, dopo l’esperienza della lotta contro il bolscevismo – in cui, come ho già detto, io avevo torto – d’indicare nell’essenziale la stessa linea di principio che Lenin sviluppò e realizzò alla testa del Partito. Stalin, dopo la rivoluzione di febbraio, consigliava una tattica falsa (in un articolo sulla Pravda e nella risoluzione sull’appoggio incondizionato al governo provvisorio) che Lenin definì deviazione kautskista. Nella questione nazionale, nella questione sul monopolio del commercio estero, nella questione sulla dittatura del Partito, ecc., Stalin ha commesso in seguito gravi errori. Ma io penso che l’errore più grave, quello che commette ora, sia la sua teoria del socialismo in un solo paese.
La storia di questa questione è stata ben esposta da Zinoviev e sono convinto che tutti i compagni che s’impegneranno a studiare la questione – non da un punto di vista formale, solo attraverso citazioni, evidentemente, ma studiando lo spirito dei testi da cui provengono le citazioni – arriveranno inevitabilmente alla conclusione che la tradizione del marxismo e del leninismo è interamente dalla nostra parte. Ma la tradizione da sola non risolve, tuttavia, la questione. Si può dire: dal punto di vista marxista, noi ci vediamo obbligati a sottomettere ad una revisione le vecchie posizioni sulla possibilità o sull’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Che lo si dica! Secondo me, non vedo alcuna ragione di farlo. La vecchia posizione conserva, a mio avviso, tutto il suo valore. Io penso che più questo soggetto viene sviluppato – ora è una questione molto importante per tutta l’Internazionale e proprio per questo penso sia mio dovere prender qui la parola – più il soggetto viene sviluppato e più i portavoce della nuova teoria si mettono in contraddizione non solo con le tesi fondamentali della nostra dottrina ma anche con gli interessi politici del nostro lavoro.
Compagni, la premessa di questa teoria è l’ineguale sviluppo imperialista. Stalin mi accusa di non riconoscere o di non riconoscere sufficientemente questa legge. È falso! La legge dello sviluppo ineguale non è una legge dell’imperialismo, è una legge di tutta la storia umana. Lo sviluppo capitalista, nel suo primo periodo, fece risultare al massimo lo scarto fra il livello economico e “culturale” raggiunto dalle varie nazioni. Lo sviluppo imperialista, cioè la nuova fase del capitalismo, non ha aumentato questo scarto, ma, al contrario, ha sensibilmente contribuito al livellamento. Questo livellamento non potrà mai essere neanche per poco completo. La differenza tra le velocità di sviluppo distruggerà ogni volta il livellamento, ed è questo che rende assolutamente impossibile un capitalismo stabilizzato ad un determinato livello.
Lenin attribuiva l’ineguaglianza, insomma, a due fattori: 1° la velocità, 2° il livello di sviluppo economico e “culturale” dei diversi paesi. Per quel che riguarda la velocità, l’imperialismo ha spinto l’ineguaglianza ad un altissimo grado. Ma è proprio nel livello dei diversi paesi capitalisti che la differenza di velocità ha portato delle tendenze al livellamento. Chi non comprende questo, non comprende il nocciolo del problema. Prendete l’Inghilterra e l’India. In alcune zone dell’India lo sviluppo capitalistico procede più velocemente di quanto non andasse lo sviluppo capitalistico inglese agli inizi. Ma la differenza, la distanza economica tra l’Inghilterra e l’India, è più grande o più piccola di cinquanta anni fa? È minore. Prendete il Canada, l’America del Sud e il Sudafrica, da una parte, e l’Inghilterra dall’altra. Lo sviluppo del Canada, dell’America del Sud e del Sudafrica, nell’ultimo periodo, si è realizzato ad una velocità vertiginosa. Mentre per lo sviluppo dell’Inghilterra, c’è stagnazione e anche declino. Da questo punto di vista, la velocità è la più ineguale di tutta la storia. Ma i livelli di sviluppo di questi paesi sono molto più vicini di trenta o cinquanta anni fa.
Che cosa dobbiamo dedurne? Dei risultati importantissimi. Proprio il fatto che in alcuni paesi arretrati la velocità di sviluppo è diventata, nell’ultimo periodo, febbrile e in alcuni paesi capitalistici, al contrario, lo sviluppo rallenta o addirittura regredisce, proprio questo fatto esclude completamente la possibilità di realizzazione dell’ipotesi di Kautsky relativa ad un super-imperialismo, organizzato secondo un piano sistematico, tra l’altro perché, per il fatto che diversi paesi tendono a livellarsi – senza tuttavia raggiungere l’uniformità – essi sviluppano bisogni uguali (riguardo agli sbocchi commerciali, alle materie prime, ecc.) e rivalità identiche. È proprio per questo che il pericolo di guerra diventa sempre più acuto e le guerre stesse devono assumere dimensioni gigantesche. Ed è proprio questo che determina e rende ancora più profondo il carattere internazionale della rivoluzione proletaria.
L’economia mondiale, compagni, non è una formula vuota, ma una realtà che, durante gli ultimi venti o trenta anni, si è gradualmente consolidata, proprio grazie alla velocità accelerata dello sviluppo dei paesi arretrati e d’interi continenti. È un fatto cardinale ed è proprio per questo che anche il tentativo di considerare la sorte politica ed economica di un paese isolato, svincolandolo dai legami e dalle interdipendenze con l’insieme economico mondiale, è completamente falso. La legge dello sviluppo ineguale confuta completamente la teoria del socialismo in un solo paese.
Cos’è stata la guerra imperialista? Una rivolta delle forze produttive non solo contro le forme borghesi di proprietà, ma anche contro i confini degli Stati capitalisti. La guerra imperialista dimostrava che le forze produttive si sono trovate intollerabilmente allo stretto nei confini degli Stati nazionali. Noi abbiamo sempre affermato che il capitalismo non è in grado di dominare le forze produttive che ha sviluppato e che soltanto il socialismo può far entrare le forze produttive, senza superare gli inquadramenti degli Stati capitalisti [sic], in un insieme economico più elevato. Le vie per tornare allo Stato isolato sono troncate.
Cosa era la Russia prima della rivoluzione, prima della guerra? Era un paese isolato? No, essa era una parte integrante dell’economia mondiale capitalista. È questo il fatto essenziale. Se si ignora questo, si ignora la base di tutti i calcoli sociali e politici. Perché la Russia, a dispetto della sua economia ritardataria, è stata trascinata nella guerra mondiale? Perché con l’intermediazione del capitale finanziario aveva legato per sempre la sua sorte a quella del capitalismo europeo. Non poteva avere altra strada.
E vi domando, compagni, chi ha permesso alla classe operaia russa di prendere il potere? Innanzi tutto, evidentemente, la rivoluzione agraria. Senza la rivoluzione agraria, senza la “guerra contadina” – è proprio questo che Lenin ha genialmente previsto in anticipo e determinato teoricamente – il proletariato sarebbe stato incapace nel nostro paese di impadronirsi del potere politico.
Ma nelle altre rivoluzioni, le guerre contadine portavano al potere il proletariato? Nel migliore dei casi vi portavano la borghesia. Perché dunque la nostra borghesia non ha saputo impadronirsi del potere? Perché era parte integrante della borghesia mondiale, perché, insieme a tutta la borghesia imperialista, è entrata nella fase discendente, prima di avere il potere, perché la Russia capitalista era parte integrante dell’imperialismo mondiale, e, inoltre, l’anello più debole della catena. Se il vecchio Stato russo fosse rimasto isolato, se la Russia fosse rimasta fuori dall’evoluzione mondiale, fuori dall’imperialismo, fuori dal movimento del proletariato mondiale, se non avesse conosciuto né la dominazione del capitale finanziario in economia, né il dominio ideologico del marxismo nell’avanguardia del proletariato, essa non avrebbe mai potuto, con le “sue proprie forze”, arrivare rapidamente alla rivoluzione proletaria.
E sarebbe totalmente falso credere che, dopo che la classe operaia si è impadronita del potere, essa possa isolare il paese dall’economia mondiale con la stessa facilità con la quale girando un commutatore si toglie corrente elettrica.
La premessa del socialismo è l’industria pesante e la costruzione di macchine: sono le leve principali del socialismo. Spero che su questo si sia tutti d’accordo. A che punto siamo, domandiamoci, con l’attrezzatura tecnica delle nostre fabbriche e delle nostre officine? Dai calcoli statistici di un uomo autorevole, Wazar, l’attrezzatura della nostra industria prima della guerra era composta per il 63% da macchine importate. Solo un terzo dell’attrezzatura era di produzione nazionale e questo terzo era composto dalle macchine più semplici, perché quelle più complesse e più importanti venivano dall’estero. Ne consegue che quando voi passate in rassegna l’attrezzatura tecnica delle nostre officine potete verificare con i vostri occhi, materializzata, la dipendenza della Russia – come dell’Unione Sovietica – dall’economia mondiale. Chi non presta attenzione a queste cose, chi ragiona su questa questione lasciando da parte la base economica e tecnica e i rapporti economici mondiali, si lascerà inevitabilmente imprigionare dalla pura astrazione e dalle citazioni prese a caso.
Negli ultimi dieci anni, non abbiamo quasi rinnovato il capitale fondamentale della nostra industria. Durante la guerra civile e il comunismo di guerra, non abbiamo importato nessuna macchina dall’estero. Apparentemente questo ha portato alcuni a pensare che l’attrezzatura tecnica della nostra industria appartenga alle ricchezze naturali del nostro paese e che si possa, su questa base “naturale”, costruire isolatamente il socialismo fino alla sua realizzazione completa. Ma è un’illusione. Noi siamo alla fine del periodo detto di ricostruzione. Ci stiamo avvicinando al livello di prima della guerra.
Ma la fine del periodo di ricostruzione è allo stesso tempo l’inizio della ricostruzione dei nostri legami materiali con l’economia mondiale. Noi dobbiamo rinnovare il nostro capitale di base che, ora, sta attraversando una crisi. Chi pensa che noi possiamo, nei prossimi anni, costruirci da soli tutte le nostre attrezzature, o una parte considerevole delle attrezzature, è un illuso. L’industrializzazione del nostro paese, che il XIV Congresso ha elevato a compito essenziale del Partito, significa, per il futuro immediato e abbastanza lungo, non il dominio [sic] ma al contrario l’aumento dei nostri legami con il mercato mondiale, e questo significa, conseguentemente, una dipendenza crescente (reciproca, naturalmente) dal mercato mondiale, dal capitalismo, dalla sua tecnica e dalla sua economia, e una lotta crescente contro la borghesia mondiale. Questo significa che non si può separare la questione dell’edificazione del socialismo da noi da quella di conoscere ciò che avverrà durante questi anni nell’economia capitalistica. Queste due questioni sono indissolubilmente legate.
Se qualcuno ci dice: «Ma, cari amici, potete costruire macchine voi stessi», io risponderei: «Certamente, se tutto il mondo capitalista crollasse oggi, tra dieci o venti anni noi costruiremmo molte più macchine di quelle che costruiamo attualmente». Se noi volessimo “fare astrazione dal mondo capitalista” – che tuttavia esiste – e se ci proponessimo come compito di produrre tutte le macchine, o almeno le più importanti, a breve scadenza, con le nostre proprie mani, cioè se tentassimo di ignorare la divisione del lavoro nell’economia mondiale e di sorvolare sulla storia economica precedente, che ha creato la nostra industria quale essa è; per farla breve, se noi ci impegnassimo sulla strada della dottrina “socialista” di Monroe, di cui si parlava, e facessimo tutto noi stessi, questo implicherebbe una grandissima diminuzione della velocità del nostro sviluppo economico. Poiché è naturale che il rifiuto di utilizzare il mercato mondiale per colmare le lacune delle nostre attrezzature renderebbe certamente lento il nostro sviluppo.
Eppure, la velocità di sviluppo è un fattore decisivo, poiché, comunque, noi non siamo soli sulla Terra: lo Stato socialista isolato, ora, esiste solo nella fantasia dei giornalisti e dei compositori di risoluzioni. In realtà, il nostro Stato socialista si trova sempre – direttamente o indirettamente – sotto il controllo relativo del mercato mondiale. È questo il nocciolo della questione. La velocità di sviluppo non è arbitraria. Essa è determinata da tutto lo sviluppo mondiale, perché, in ultima istanza, l’economia mondiale controlla ogni sua parte, anche se una di queste parti è retta dalla dittatura del proletariato, anche se essa costruisce l’economia socialista.
Per industrializzare il paese, noi abbiamo bisogno di importare macchine. Il contadino ha bisogno di esportare il grano e altri prodotti. Se noi non esportiamo, non possiamo importare. E, d’altra parte, il mercato interno non può assorbire tutti i prodotti dell’economia contadina. Siccome i bisogni dei contadini come quelli dell’industria ci hanno di nuovo fatto entrare nell’economia mondiale, i nostri legami e, quindi, la lotta con essa si rafforzano di mese in mese. Dalla situazione d’isolamento del periodo del comunismo di guerra, noi usciamo sempre più per entrare nel circuito dei legami e dei rapporti economici mondiali. E chi ragiona sulla teoria del socialismo in un solo paese ignorando completamente la “collaborazione” e la lotta della nostra economia con e contro l’economia capitalista mondiale, fa della pura metafisica.
Compagni, la discussione condotta un po’ unilateralmente sull’argomento, finora, ha ugualmente avuto il buon risultato di obbligare Stalin a formulare con un po’ più di chiarezza e precisione le proprie idee e quindi svelare tutta l’inconsistenza della sua posizione. Prendo il passo essenziale della prima metà della relazione di Stalin dove l’inconsistenza, per così dire, è messa nero su bianco. Stalin dice: «La vittoria del socialismo è possibile nell’Unione Sovietica? Ma cosa significa costruire il socialismo, se si traduce questa formula nel linguaggio concreto dei rapporti di classe? Costruire il socialismo in Unione Sovietica, significa vincere, nel progredire della lotta, con le nostre proprie forze, la nostra borghesia sovietica (notate bene questa espressione! – L.T.). Per questo quando si chiede se è possibile costruire il socialismo in Unione Sovietica, si vuol dire: il proletariato dell’Unione Sovietica è capace di vincere con le proprie forze la borghesia dell’Unione Sovietica. È così, solo così che si pone la domanda, quando si risolve il problema dell’edificazione del socialismo nel nostro paese. Il partito risponde sì a questa domanda».
Qui, in questo modo, si riduce tutta la questione se noi siamo nella situazione di vincere la nostra propria borghesia, e facendo credere che stia in ciò la soluzione della questione dell’edificazione del socialismo. No, non è vero! L’edificazione del socialismo presuppone la soppressione delle classi, la sostituzione della società di classe con un’organizzazione socialista di tutta la produzione e di tutta la distribuzione. Si tratta di vincere gli antagonismi tra città e campagna, e questo, a sua volta, richiede una industrializzazione profonda dell’agricoltura stessa. E tutto questo nelle condizioni dell’accerchiamento capitalista che continua. Non si può identificare questa questione con la sola vittoria contro la borghesia interna.
Per “vittoria del socialismo”, abbiamo, a più riprese, inteso altre cose. Così, quando Lenin, parlando dell’Europa occidentale, scriveva, nel 1915, che il proletariato di un paese isolato può prendere il potere, organizzare la produzione socialista e, in seguito, accettare il combattimento contro la borghesia degli altri paesi, cosa intendeva qui per organizzazione della produzione socialista? Ciò che in questi ultimi anni da noi già esiste: le fabbriche e le officine sono state strappate alla borghesia, l’indispensabile per assicurare la produzione statale è stato fatto, così che il popolo può vivere, costruire, difendersi contro gli Stati borghesi. È una vittoria del socialismo, è anche l’organizzazione della produzione socialista, ma la più primitiva. Da qui all’edificazione della società socialista c’è una grande, grandissima distanza, perché, ripetiamolo ancora, la vera edificazione del socialismo significa la soppressione delle classi e, in seguito, la estinzione dello Stato. Ed ecco Stalin che dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, proprio nel senso completo, vincendo soltanto la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Quindi, questo elemento resterà in ogni caso finché esisterà la borghesia mondiale.
Si può credere, poi, che noi possiamo, avvalendoci delle sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in una unica economia socialista, prima che il proletariato europeo prenda il potere. Per questo, com’è già stato detto, avremmo bisogno di portare ad un livello altissimo la tecnica, e ciò presuppone una crescente esportazione di grano e una crescente importazione di macchine. In quanto alle macchine, esse si trovano in mano alla borghesia mondiale, che è l’acquirente del nostro grano e delle nostre materie prime. È lei che detta per il momento i prezzi mondiali e quindi noi cadiamo sotto una certa dipendenza da essa e lottiamo contro di essa. Per vincere questa dipendenza non basta affatto vincere la nostra borghesia – politicamente, nel nostro paese, l’abbiamo rovesciata nel 1917 – ma si tratta di costruire, in mezzo all’accerchiamento capitalista, cioè nella lotta (politica, economica, militare) contro la borghesia mondiale, uno Stato socialista isolato. Questo non può verificarsi che nel seguente modo: le forze produttive di questo Stato isolato e ancora molto arretrato dovranno diventare più potenti delle forze produttive del capitalismo. Poiché, in quanto non si tratta di un anno, né di dieci anni, né di venti anni ma di parecchie decine di anni, necessarie all’edificazione integrale della società socialista, non ci si arriverà che alla condizione che le nostre forze produttive sorpassino quelle del capitalismo. Non si tratta, quindi, della lotta del proletariato nazionale contro la borghesia nazionale, ma della lotta a morte tra una società socialista isolata e il sistema capitalista mondiale. È così e solo così che bisogna porre la questione.
Ascoltiamo ora quel che segue: «Se questo fosse vero, dice Stalin, se il Partito non avesse ragione ad affermare che il proletariato dell’Unione Sovietica è capace di edificare il socialismo a dispetto della tecnica relativamente arretrata nel nostro paese, il partito non avrebbe alcuna ragione di restare al potere, esso dovrebbe abbandonare il potere, o passare, in qualche modo, ad una situazione di partito d’opposizione». E poi ripete: «Poiché di due cose l’una: o noi possiamo costruire il socialismo e in definitiva lo costruiremo, vincendo la nostra borghesia “nazionale” – e allora il partito deve restare al potere e dirigere la costruzione del socialismo nel nostro paese, in nome del socialismo mondiale; oppure non siamo in grado, con le nostre proprie forze, di vincere la nostra borghesia – e allora, vedendo l’assenza di un sostegno immediato (perché immediato? L.T.) dall’estero, da parte della rivoluzione vittoriosa negli altri paesi, noi dobbiamo senza esitazione e apertamente lasciare il potere e orientarci verso una nuova rivoluzione in Unione Sovietica. Il partito può mentire (perché mentire? L.T.) alla propria classe, in questo caso alla classe operaia? No, non può farlo. Un partito che lo facesse meriterebbe di essere distrutto. Ma proprio perché il nostro partito non ha il diritto di ingannare la classe operaia che deve dire francamente che la mancanza di convinzione (non la disfatta, ma la mancanza di convinzione L.T.) nella possibilità di edificare il socialismo nel nostro paese, porta all’abbandono del potere e al passaggio del nostro partito dalla posizione di partito dirigente a quella di partito d’opposizione».
Tutto questo è falso. Compagni, cosa diceva Lenin in merito?
(Interruzione di Kolarov, presidente, che dice all’oratore che il tempo a disposizione sta scadendo).
Ma mi è stato detto che avrei un’ora, come Zinoviev. Però l’ora di Zinoviev è durata un’ora e trentacinque minuti (Risa). Spero che me ne venga concesso altrettanto.
Non ho ancora detto la metà di quello che avevo da dire. Voi avete, evidentemente, la volontà di non lasciarmi finire, ma io mi accingo ad accennare soltanto alle questioni più scottanti.
Poiché abbiamo sempre affermato, compagni, che la nostra rivoluzione è una parte integrante della rivoluzione proletaria mondiale, che può prolungarsi nel tempo, ma la cui vittoria, che sarà la nostra vittoria, è assicurata. Abbiamo sempre stigmatizzato gli opportunisti patrioti, che si difendevano dicendo che il destino del socialismo è legato al loro paese preso isolatamente – indipendentemente dal sapere se quei patrioti civettavano con la rivoluzione o se, come la maggior parte di essi, rinunciavano completamente alla rivoluzione e si ponevano sul terreno del programma riformista.
D’altra parte abbiamo sempre affermato che il proletariato di un paese non ha il diritto di aspettare un altro paese se le circostanze gli permettono di andare avanti, di impadronirsi del potere, di sviluppare l’edificazione socialista, o di lanciarsi in un attacco militare o, più esattamente, l’uno e l’altro, perché è solo così che si sviluppa la rivoluzione mondiale. Il nostro partito, che dirige il proletariato, si è impadronito del potere, noi costruiamo il socialismo, noi diamo un esempio magnifico al proletariato mondiale, rinforziamo senza tregua economicamente e politicamente il nostro paese sulla via del socialismo. Per noi tutto questo è una cosa ovvia, è di questo che noi discutiamo?. Ma è proprio perché è così, proprio perché noi siamo una parte del proletariato mondiale, della rivoluzione mondiale, che partecipa attraverso la nostra edificazione al suo sviluppo vittorioso, è proprio per questo che noi non possiamo chiedere una specie di garanzia particolare che noi costruiamo nel nostro paese il socialismo indipendentemente dalla rivoluzione mondiale.
Ora, c’è ancora qualcuno che, avendo chiesto (a chi?) una garanzia e non avendola ricevuta, dice che dovremmo dare le dimissioni, ridurre la questione ad una crisi ministeriale e andare all’opposizione contro lo Stato sovietico. Non è un modo completamente falso di porre la questione?
Stalin stesso, non pensava quello che ha detto nel suo rapporto. Altrimenti, avrebbe dovuto, anche lui, dare le dimissioni da molto tempo. Poiché com’era fino a ieri? Zinoviev ha fatto una citazione di Stalin del 1924. Devo, però, ripeterla. Poiché se, senza avere una garanzia data a priori della possibilità di edificare il socialismo in un paese, noi dovremmo cedere tranquillamente il potere, io vi chiedo: come la mettiamo con Stalin, prima del 1924, non prima di Cristo, né prima dell’era imperialista, quando la legge dell’ineguaglianza dello sviluppo era a quel che si dice sconosciuta, ma soltanto due anni fa? Vi ricordo, ancora una volta, che Stalin scriveva quanto segue: «Per rovesciare la borghesia, bastano gli sforzi di un paese – tutta la storia della nostra rivoluzione ce lo mostra; per la vittoria definitiva del socialismo, per l’organizzazione della produzione socialista, gli sforzi di un paese, soprattutto di un paese contadino come la Russia, non bastano già più – per questo, ci vogliono gli sforzi di alcuni paesi avanzati».
Si, ma tuttavia nel 1924 noi non ci preparavamo a lasciare il potere e a passare all’opposizione contro lo Stato operaio. Pensateci un po’! Se la tradizione del nostro partito, se il bolscevismo, se il leninismo hanno veramente sempre preteso la fede nella possibilità di costruire il socialismo in un paese isolato e arretrato, senza la rivoluzione mondiale, se tutti quelli che non lo riconoscevano sono dei “social-democratici”, come ha potuto verificarsi che Stalin, che doveva pure conoscere le tradizioni ideologiche del nostro partito data la sua esperienza, abbia potuto scrivere, nel 1924, frasi come queste? Vi prego di spiegarmelo.
Ecco un altro enigma. Il libro che ho in mano contiene il programma e gli statuti della nostra Federazione Comunista Leninista della Gioventù. Se mi sarà richiesto, depositerò questo libro al tavolo del Presidium. Nel settembre 1921, il programma fu approvato dal nostro partito per dirigere ed educare tutto il nostro movimento giovanile. Ed ecco che al paragrafo 4 del programma dei giovani comunisti leggiamo quanto segue. Vi prego d’ascoltare attentamente questo passo, soprattutto i compagni dell’I.C.G. dato che la Federazione della Gioventù sovietica è una sezione dell’Internazionale Comunista Giovanile: «In U.R.S.S., il potere dello Stato si trova già nelle mani della classe operaia. Durante tre anni di lotta eroica contro il capitale mondiale, essa ha salvaguardato e conservato il suo potere dei Soviet. La Russia, benché possieda immense ricchezze naturali, tuttavia è in paese arretrato dal punto di vista industriale, un paese dove domina la popolazione piccolo-borghese. Essa non può passare al socialismo che per mezzo della rivoluzione proletaria mondiale, nella cui epoca di sviluppo siamo entrati».
Cos’è questo? Pessimismo? Mancanza di fede? È forse trotskismo? Mi e terribilmente difficile rispondere. Ora, tutto questo è contenuto nel programma della nostra organizzazione giovanile, che attualmente raggruppa più di due milioni di giovani operai e contadini.
Quando, per difendere la nuova teoria del socialismo in un paese solo si dice: «Ma noi dobbiamo comunque dare delle prospettive ai nostri giovani» – è l’argomento favorito del compagno Stalin – «altrimenti, senza queste prospettive, la gioventù potrebbe cadere nel pessimismo, nella sfiducia e anche – Dio ce ne guardi! – nel trotskismo», io mi chiedo: Com’è possibile che tutte queste calamità non si siano verificate, dato che, da ben cinque anni, i Giovani comunisti hanno un programma così “trotskista”?
(Il compagno Kolarov, presidente, suona il campanello per annunciare che il tempo dell’oratore è scaduto).
Mi s’interrompe sempre nei punti più interessanti. Prego il Presidium e l’Assemblea di darmi se non altro i trentacinque minuti di cui ho parlato.
(Kolarov, presidente: – Il vostro tempo è scaduto).
Mi spiace infinitamente e non posso far altro che rassegnarmi al fatto che voi votiate la risoluzione che vi sarà proposta senza avermi sentito. Ma gli argomenti principali che volevo soltanto cominciare ad affrontare, benché non siano stati detti, conservano tutta la loro forza oggettiva. Poiché non siamo all’ultima assemblea della nostra Internazionale. E per quanto voi adottiate la risoluzione all’unanimità – non ho alcun dubbio in proposito, soprattutto dopo il discorso del compagno Smeral che, con cognizione di causa, ci ha accusati di deviazione “socialdemocratica” – tuttavia i fatti restano, i fatti mostreranno la loro forza e la forza dei fatti darà nuova forza ai nostri argomenti. Questa questione troverà ancora posto nelle sedute della nostra Internazionale, e non dubito che qualcuno, se non io sarà un’altro, svilupperà davanti all’Internazionale Comunista gli argomenti che voi non mi avete lasciato esporre oggi e che, ciononostante, conservano tutta la loro forza in questa questione fondamentale.
Terza Internazionale (Comunista)
Settima Sessione dell’Esecutivo Allargato
Ventitreesima seduta, 11 dicembre 1926, mattina
Continuazione della discussione sulle questioni interne del P.C. Russo
Discorso di Kamenev
Compagni! La questione principale di fronte alla quale si trova il Comintern in questo punto dell’ordine del giorno è la questione se nel nostro partito esiste una deviazione di destra e come questa si esprime.
Senza esitare neanche un attimo a questa questione rispondo che nel nostro partito esiste una deviazione di destra. Si può perfino sostenere che sarebbe strano se non ci fossero delle tendenze di destra tese alla revisione della teoria e della prassi del leninismo. Una serie di fattori significativi costituisce la base materiale delle tendenze di destra nel nostro partito. Soprattutto il fatto che il proletariato dell’Unione Sovietica realizza la sua dittatura e costruisce il socialismo in un paese contadino. La seconda premessa favorevole allo sviluppo di queste tendenze è il ritardo della rivoluzione mondiale. Il terzo fattore importante è la pressione che tutta la situazione della NEP, lo sviluppo dei gruppi borghesi nonché della loro attività politica, come pure l’apparato statale esercitano sui singoli membri del nostro partito. Faccio a meno di elencare ulteriori fonti di tendenze opportunistiche nel nostro partito, queste sono pienamente sufficienti.
La presenza di queste influenze su singoli membri del nostro partito, nonché le deviazioni di destra che si manifestano di tanto in tanto indubbiamente nel partito, non significano naturalmente affatto che nel nostro paese si sia compiuto un “Termidoro”, cioè uno spostamento del potere dal proletariato a qualche altra classe; non significano neanche che si siano realizzate le speranze riposte da ideologi della nuova borghesia, ideologi del tipo di Ustrjalov, nell’evoluzione dei bolscevichi in direzione della democrazia borghese; non significano che il partito abbia abbandonata la via della politica di classe. Tali dichiarazioni, nonché tutte le dichiarazioni simili devono da noi essere respinte con ogni decisione. Non abbiamo nulla in comune con esse. Coloro che insistono su tali dichiarazioni si pongono in aperto contrasto con il nostro partito e con i suoi compiti.
Per noi è ora completamente chiaro – per me come pure per i compagni Zinoviev, Trotski ed altri – che, per esempio, fra quelli espulsi dal KPD (per prendere l’esempio più vivo e a voi più vicino) ci sono uomini che non accettano le condizioni, sia pure pesanti, poste dal Comintern e che quindi non fanno di tutto per ritornare nelle file del loro partito. Non c’è neanche bisogno di dire che riteniamo che questo è un errore fatale. Un bolscevico può lavorare e lottare utilmente per la sua classe solo se sta nelle file del Comintern, in un unico fronte con il primo e per ora unico Stato operaio. Bisogna saper subordinare sé stesso alle più pesanti richieste del proprio partito. Colui che tenterà di formare un proprio “partito” o gruppo contro il Partito Comunista verrà spinto inevitabilmente in contrasto al Comintern ed all’Unione Sovietica, e respinto entro brevissimo tempo nel campo dei loro nemici, quali che siano le sue intenzioni e desideri soggettivi.
Senza dubbio ogni rivoluzionario serio ha il dovere di sostenere quelle concezioni che secondo il suo parere sono importanti per la rivoluzione proletaria, anche se con ciò deve rimanere per molto tempo in minoranza e andare contro la corrente dominante in quel dato periodo. Altrimenti non è un rivoluzionario ma un misero burocrate. Ma coloro che non possono comprendere il vero senso della nostra dichiarazione del 16 ottobre, trasformano le nostre idee in una caricatura del bolscevismo. Questo senso consiste invece in questo: dare ad ogni operaio, ad ogni membro di partito la piena fiducia che l’unità del partito è cara a noi come ad ogni bolscevico, che noi faremo la nostra strada solo insieme al partito, che per noi non esiste e non può esistere altra strada.
A questo punto devo però sollevare una protesta, e cioè che la nostra critica, che a volte forse, come è sempre stato per i bolscevichi, è molto tagliente, ma diretta solo contro le concezioni di singoli compagni, venga dichiarata una critica al partito, una critica della sua natura proletaria. Respingiamo come un controsenso politico una tale attribuzione, una tale accusa. Il nostro partito sta alla testa del movimento proletario mondiale, esso – e solo esso – è capace di condurre a nuove vittorie questo movimento. Ma si devono anche guardare in faccia i reali pericoli di fronte ai quali si trova il partito, si deve riconoscere la deviazione di destra nel partito e combatterla apertamente. Così ci ha insegnato Lenin. È questo che noi abbiamo fatto.
Come più importante forma di manifestazione di questa deviazione opportunistica di destra, che è in diretta relazione con la situazione attuale, con la stabilizzazione dei rapporti capitalistici, con la pressione esercitata da borghesia e contadiname, come una delle più importanti e più naturali forme di manifestazioni di questa deviazione di destra, che contrasta allo stesso tempo con tutte le tradizioni del nostro partito, e pregiudica la vigilanza rivoluzionaria del proletariato, vediamo prima di ogni altra cosa e in prima linea l’abbellimento della NEP, l’occultamento di quei contrasti interni e di quella lotta di classe che ondeggiano sotto il guscio della NEP e della cui necessità Lenin ci mise in guardia già dal primo giorno dell’introduzione della NEP. Un tale tentativo d’abbellimento della NEP e d’occultamento delle difficoltà significa cercare di sminuire il significato della crescita della nuova borghesia e del suo capitale nel paese, non dare la dovuta importanza, mettere in secondo piano la crescita dei kulak nelle campagne. Un tale abbellimento danneggia la combattività del proletariato e lo porta ad uno sbagliato orientamento nella sua lotta rivoluzionaria che ancora continua. Altrettanto dannosa è anche l’insufficiente attenzione al fattore tecnico, l’arretratezza economica del nostro paese rispetto ai paesi capitalistici che si esprime in prima linea nella differenza fra i prezzi del mercato mondiale ed in nostri prezzi interni, della Russia Sovietica. Soltanto concentrando l’attenzione del partito su questi fenomeni, possiamo superarli con successo, cosa della quale siamo pienamente convinti. Con l’occultamento, le energie del proletariato non vengono stimolate, ma vengono invece alimentate dannose illusioni che si rifletteranno inevitabilmente sulla sua vigilanza rivoluzionaria e sulla intensità della sua lotta, sulla capacità di resistenza di fronte ad influenze piccolo-borghesi e borghesi.
Una seconda caratteristica della deviazione di destra è la sbagliata valutazione del ruolo e del significato del contadiname nel nostro paese, quella valutazione che ha trovato la sua espressione nella parola d’ordine indirizzata a tutti gli strati dei contadini: “Arricchitevi”, o in una formula come per esempio quella – citata alla lettera – di “allargare i limiti delle restrizioni dell’economia dei contadini benestanti e dei kulak”, oppure nella teoria del pacifico concrescere dei kulak nel socialismo, ecc.
Queste parole d’ordine, queste formule, questa teoria non significano solo una valutazione sbagliata, non leninista, del ruolo dei contadini nello sviluppo della lotta proletaria e della rivoluzione socialista, ma spingono anche il partito su una sbagliata via di classe, gli tolgono di mano le armi di fronte all’influenza enorme ed inevitabile della predominante parte contadina nella popolazione del paese, mentre Lenin invece non si stancava mai di ricordarci sempre e continuamente questa influenza.
Un aspetto altrettanto caratteristico delle deviazioni di destra sono i tentativi di nascondere l’acutezza della lotta nel nostro paese. Sotto la dittatura proletaria, la lotta di classe assume naturalmente forme nuove, peculiari, ma esiste comunque, e nasconderla non può che recare danno al proletariato.
Negli ultimi tempi siamo stati tuttavia testimoni di una serie di tentativi per nascondere e coprire le dimensioni della lotta di classe all’interno del contadiname. Abbiamo anche visto che non si comprendeva e non si voleva porre come base della politica la verità che per il dato periodo di lavoro di costruzione soviettistica è caratteristica una lotta intensa di varie classi e gruppi della popolazione per la distribuzione del reddito nazionale. Ancora di più una serie di fatti dimostra che singoli elementi del partito tendevano a cercare una soluzione di questa questione della lotta per la parte del reddito nazionale a spese della classe operaia. Vi fanno parte per esempio le deformazioni inaudite – già condannate dal nostro CC – del regime d’economia, che sono sfociate nel tentativo di realizzare questo regime a spese della classe operaia. Questo però non è un fenomeno casuale, ma uno degli aspetti inevitabili, caratteristici, naturali della deviazione di destra, non proletaria, nel nostro partito.
Abbiamo anche visto e sentito una serie di fatti e dichiarazioni che hanno messo in luce un atteggiamento fondamentalmente sbagliato nella politica salariale. È qui che vanno cercati gli elementi della deviazione veramente di destra! Se, inoltre, teniamo presente il tentativo di mettere in dubbio uno dei concetti cardinali del leninismo, il concetto della dittatura del partito, confermato dal 12° Congresso del partito, se si pensa inoltre che proprio nel momento in cui la corrente sopra caratterizzata ha raggiunto nel partito una diffusione piuttosto ampia – al 14° congresso del partito è stata data perfino la direttiva che il fuoco della lotta ideologica debba essere diretto verso sinistra – ne risulta un sistema chiuso di concezioni che nella loro totalità non possono non essere definite che con le parole “deviazioni di destra”. Necessariamente questa deviazione doveva riflettersi anche nell’arena internazionale.
Non ho la possibilità di entrare dettagliatamente in una delle questioni tattiche, cioè nella questione della nostra posizione verso il comitato Anglo-Russo, bensì mi devo limitare alla seguente indicazione, la quale deve suscitare l’immediato interesse di ogni membro del Comintern e anche il vostro interesse in quanto capi supremi del movimento proletario mondiale. In un documento emanato da una delle più grandi organizzazioni comuniste, si leggono le seguenti parole: «Il comitato Anglo-Russo può, deve e giocherà indubbiamente un ruolo potente nella lotta contro tutti gli interventi diretti contro l’Unione Sovietica. Esso sarà il centro organizzante delle forze proletarie internazionali nella lotta contro tutti i tentativi delle borghesie internazionali di scatenare una nuova guerra».
Questo fu scritto in un momento in cui la parte inglese di questo Comitato tradì la lotta proletaria in Inghilterra. Ma anche a parte questo, non è facile trovare un documento che sia in così profonda contraddizione con i fondamenti del leninismo come le parole appena citate. Nessuno mette in dubbio che la parte russa del Comitato composta di membri del nostro partito risponderà in pieno ai compiti che vengono posti al Comitato Anglo-Russo nelle parole appena citate. Ma altrettanto poco si può dubitare che la parte inglese di questo Comitato non solo non adempierà a questi doveri, ma tradirà la causa della rivoluzione mondiale nello stesso modo come ha tradito lo sciopero dei minatori.
Fino a poco tempo fa in nessun bolscevico potevano sorgere dubbi in proposito. Solo dal momento in cui, nonostante nostri ammonimenti, venne fatto l’errore fondamentale in tutto l’atteggiamento dei nostri rapporti con il comitato Anglo-Russo, una tale valutazione inaudita – che è uno schiaffo a tutte le dichiarazioni di Lenin – di un intero settore del movimento operaio internazionale, come lo è il documento appena citato, si è fatta largo nel partito e viene adesso diffusa indisturbatamente in esso.
Anche Lenin ha avuto occasione di esprimersi su quella gente che in questa citazione viene definita come «centro organizzativo delle forze proletarie internazionali nella lotta contro tutti i tentativi delle borghesie internazionali di scatenare una nuova guerra», cioè sui dirigenti sindacali inglesi. In uno dei suoi ultimi lavori, dedicato alla questione della conferenza dell’Aja, Lenin scrisse, fissando la tattica dei rappresentanti del PC di fronte ai dirigenti sindacali inglesi proprio nella questione della prevenzione della guerra e dell’intervento. «Credo che, se alla conferenza dell’Aja avremo alcune persone capaci di fare, in una lingua o l’altra, un discorso contro la guerra, la cosa più importante sarà di confutare l’opinione che i presenti (cioè quelle persone sulle quali la citazione da me riportata pone le sue speranze come combattenti contro la guerra – L.K.) siano avversari della guerra, che essi la comprendano – della quale verranno e dovranno essere sorpresi dalla guerra del tutto inaspettatamente – che essi si rendano conto anche solo limitatamente delle vie e dei mezzi della lotta contro la guerra, che essi siano in grado anche solo limitatamente, nella lotta contro la guerra, di imboccare una via ragionevole e che porti alla meta».
Che cosa ci ha insegnato il rivoluzionario proletario Lenin, e che cosa abbiamo trovato nel documento da noi citato! Questo documento è però di grande importanza, e credo che vi debbano essere applicate le seguenti parole di Lenin, dette nello stesso articolo e per lo stesso motivo. «Credo che contro simili dichiarazioni, che venivano fatte già dopo la guerra, si debba intervenire con tutta risolutezza e spietatezza e che si debba fare il nome di ogni relatore. Il giudizio su un tale relatore può, soprattutto quando è necessario, essere attenuato in ogni modo, però non si deve tacere su nessuno di tali casi, poiché la leggerezza in questa questione è un male che supera ogni altra cosa, e di fronte al quale è assolutamente impossibile essere indulgenti».
Basta confrontare questo giudizio di Lenin con la suddetta caratteristica del Comitato Anglo-Russo, per comprendere in che cosa consiste la deviazione di destra e fino a che punto essa si allontana dal leninismo anche in questioni della lotta internazionale della classe operaia. Il documento da me citato proviene dalla nostra direzione di partito di Mosca ed è una dichiarazione indirizzata al proletariato di Mosca per chiarire la posizione della maggioranza del C.C. riguardo alla questione del Comitato Anglo-Russo.
Ho elencato i singoli elementi della corrente di destra. Questa corrente di destra non viene esaurita attraverso singole citazioni, essa sta in diretta relazione con determinate tendenze nel campo sia della politica internazionale sia di quella nostra interna nell’attuale momento storico, nella vitale tappa della stabilizzazione capitalistica.
La teoria che lega in un insieme tutti questi singoli errori, che mette ad essi la corona e fa in questo modo il tentativo di creare tutta una linea politica, fra l’altro di dimensioni internazionali, è attualmente la teoria del socialismo in un solo paese.
Per quanto riguarda il nocciolo di questa questione, noi siamo, ora come prima, sulla posizione di Lenin, e non vediamo alcuna ragione di abbandonare questa posizione. In uno dei suoi ultimi lavori dell’anno 1922 Lenin scrisse: «Non abbiamo nemmeno finito le fondamenta dell’economia socialista (ritornerò ancora su queste parole – L.K.), le forze a noi nemiche del morente capitalismo possono ancora riprendercele. Dobbiamo rendercene conto pienamente e riconoscerlo apertamente, perché non esiste niente di più pericoloso delle illusioni (e delle vertigini, soprattutto a grand’altezza). Nella confessione di quest’amara verità non esiste niente di “terribile”, niente che ci autorizzi anche al più piccolo scoraggiamento, poiché abbiamo sempre aderito a quella verità elementare del marxismo e l’abbiamo ripetuta, che per vittoria del socialismo sono necessari gli sforzi comuni dei lavoratori di più paesi progrediti!».
Abbiamo sempre avuto questa posizione e rimaniamo su questa anche oggi. Non proponiamo niente di nuovo, vogliamo soltanto che questa formulazione di Lenin non venga gettata a mare. Sosteniamo che non esistano altre dichiarazioni di Lenin che annullino queste parole che egli stesso ha definito come “verità elementare del marxismo”. Ciò che Lenin dice qui non sulla conquista del potere tramite il proletariato, ma proprio sulla vittoria del socialismo nel senso della vittoria dell’economia e della società socialista, non ha bisogno di commenti.
Noi respingiamo come calunnia inaudita l’affermazione che noi non consideriamo lavoro di costruzione socialista il lavoro di costruzione socialista del potere dei soviet in Russia. Nessuno oserà affermare che nei nove anni di potere sovietico io e i compagni che la pensano come me abbiamo messo meno energia e meno forza di chiunque altro nel lavoro di costruzione socialista proprio in campo economico. L’odierno lavoro di costruzione nell’Unione Sovietica è un lavoro di costruzione socialista. Nessuno ne può dubitare.
Se voi, compagni del Comintern, farete lo sforzo di conoscere a fondo le pratiche divergenze d’opinione che separano l’opposizione dalla maggioranza, vi convincerete che queste divergenze non contengono neanche la traccia di un dissenso sulla possibilità o l’impossibilità del socialismo. (Zinoviev: molto giusto!) Questo terreno è comune a noi tutti. Tutto il dissenso verteva solo sulla scelta delle vie e dei mezzi che potessero assicurare al lavoro di costruzione socialista una debita velocità. È questo prima di tutto che costituisce per noi la questione centrale e il metro principale per la scelta dell’una o dell’altra proposta pratica – se le misure possono assicurare il predominio incontrastato degli elementi d’economia socialista nello sviluppo del paese.
È la nostra fiducia imperturbabile negli ulteriori progressi del lavoro di costruzione socialista che ci rende possibile guardare in faccia con coraggio alle difficoltà del periodo di transizione, quelle difficoltà sotto le quali la classe operaia deve soffrire molto (per esempio questione del salario, disoccupazione, costruzioni di abitazioni) e che oggi si manifestano con straordinaria durezza, nonostante i grandi successi economici che nel corso degli ultimi anni il proletariato sotto la guida del nostro partito ha raggiunto con eroici sforzi. Proprio questa nostra ferma fiducia nel successo del lavoro di costruzione socialista ci rende possibile, anche in altre questioni, come per esempio nella questione contadina, nella questione del capitale privato e del suo ruolo ecc., esortare i compagni a guardare in faccia a tutte le difficoltà e rivelarle apertamente davanti alla classe operaia. Per quanto riguarda però le proposte pratiche, dirette al più rapido superamento di queste difficoltà principali, sono stati proprio i nostri avversari e critici a rendersi colpevoli di pessimismo e di incredulità (Zinoviev: molto giusto!) (grida: quali sono però le vostre proposte?).
La questione non sta in ciò che i nostri avversari e critici, in malafede o per insufficiente cognizione di causa, ci vogliono attribuire, ma nelle premesse con le quali possa essere condotta a termine la costruzione della società socialista nell’Unione Sovietica. I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove alcuni milioni di proletari devono guidare un contadiname di cento milioni, e questo sotto la NEP e nell’accerchiamento capitalistico, la società socialista possa essere costruita definitivamente, senza considerare la rivoluzione proletaria, anche se solo in alcuni paesi progrediti. Questa posizione che pone delle speranze così ottimistiche nelle capacità socialiste del contadiname, viene chiamata “ottimismo”. Noi sosteniamo che il completamento della costruzione dell’economia socialista nell’Unione Sovietica verrà compiuto con il contributo di rivoluzioni proletarie in altri paesi (schiamazzi, grida: basta!). E questo, per ragioni sconosciute, viene chiamato “pessimismo”. Noi sosteniamo che l’ottimismo circa le capacità socialiste del contadiname presso i nostri avversari non è altro che il rovescio della medaglia del loro pessimismo nei riguardi della rivoluzione proletaria internazionale (schiamazzi, grida: basta!). Questo “ottimismo” poggia in pieno sulle teorie da me già caratterizzate sul concrescere del kulak nel socialismo, sulle capacità socialiste del piccolo proprietario (schiamazzi, grida).
Qual è però il primo e più caratteristico segno della vittoria definitiva del socialismo di cui stiamo qui parlando?
Se ci si attiene a Marx ed a Lenin, non si può trovare un’altra caratteristica che non la abolizione delle classi. Proprio sulla questione dei rapporti fra proletariato e contadiname nel lavoro di costruzione socialista, Lenin scrisse quanto segue: «Che cosa significa guidare il contadiname? Significa come prima cosa che venga condotta una linea verso l’abolizione delle classi, non verso il piccolo produttore. Se noi deviassimo da questa linea fondamentale e decisiva, smetteremmo di essere dei socialisti e passeremmo nel campo di quei piccolo-borghesi, nel campo di quei socialrivoluzionari e menscevichi che oggi sono i peggiori nemici del proletariato».
Quindi la vittoria definitiva del socialismo non può significare altro che, come minimo, la abolizione delle classi. La vittoria del socialismo significa quindi la trasformazione del contadiname in lavoratori di un’economia unitaria, socializzata e a conduzione pianificata. I nostri avversari credono però che l’”ottimismo” consista nella dichiarazione che questo compito possa essere e sarà risolto nell’Unione Sovietica prima che il proletariato dei paesi progrediti del mondo capitalistico abbatta la propria borghesia: voi lo chiamate ottimismo, noi lo chiamiamo il più profondo pessimismo.
La difettosità di questo punto di partenza ha già portato alcuni compagni a delle dichiarazioni il cui senso è che da noi nell’Unione Sovietica il progetto di programma del Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engels sia già realizzato per nove decimi. Se si considera la questione dal punto di vista del passaggio del potere al proletariato, dal punto di vista che l’industria è stata dichiarata proprietà dello Stato proletario, dal punto di vista della nazionalizzazione della terra, delle banche, dei trasporti ecc. (Skrypnik: inezia), allora questi nove decimi non solo erano realizzati nel 1926, ma già nel 1918, e Lenin ne era perfettamente informato quando scrisse quattro anni più tardi che «non abbiamo nemmeno finito le fondamenta dell’economia socialista».
Se però consideriamo questi nove decimi non dal punto di vista del passaggio del potere e della proprietà dello Stato proletario, ma dal punto di vista della reale costruzione di una società realmente socialista, dal punto di vista di quella profonda modificazione delle masse contadine che le trasforma da piccoli produttori di merce e piccoli proprietari, anche se lavorano su terra nazionalizzata, in lavoratori di un’economia unitaria, socialista, senza classi, allora la dichiarazione che questo compito sia oggi già risolto per nove decimi non significa altro che far sorgere delle illusioni, le quali sono dannose sia per la causa del proletariato russo sia per la causa del proletariato internazionale. Per poter spiegare una tale cosa, bisogna ignorare tutta la dottrina marxista e leninista, e bisogna anche ignorare le seguenti parole di Lenin, che qui da noi ora vengono dimenticate troppo spesso: «Fino a che permanga la proprietà privata di mezzi di produzione (per esempio di attrezzature agricole e di bestiame, anche se è stata abolita la proprietà privata della terra) e la libertà del commercio, fino a quel momento permane anche la base economica del capitalismo».
Da noi però lavorano sotto tali condizioni – proprietà privata dei mezzi di produzione con contemporanea abolizione della proprietà privata della terra – quasi 25 milioni di poderi. Oggi non può essere diversamente. Abbiamo fatto progressi enormi. Con le creative capacità economiche del proletariato abbiamo fatto meravigliare il mondo e lo meraviglieremo anche in futuro con la grande rapidità delle nostre conquiste nel campo della costruzione economica socialista. Però questa situazione del contadiname permane, e la vittoria del socialismo invece presuppone proprio che questa venga cambiata con l’aiuto di cooperative, dell’industrializzazione, dell’elettrificazione.
Nel 1922 Lenin disse: «Non abbiamo nemmeno finito le fondamenta dell’economia socialista»; nel 1926 ci si viene a dire invece che il progetto del Manifesto dei Comunisti è già realizzato per nove decimi.
Eppure Lenin non era un pessimista, non era un pusillanime, nel fare questa dichiarazione. La sua dichiarazione non doveva e non poteva portare ad un indebolimento della combattività e dell’energia costruttrice del proletariato dell’Unione Sovietica della Russia della NEP in una Russia socialista. Lenin però ritenne necessario dire al proletariato tutta la verità sulla nostra situazione ed innalzare, grazie a questa verità lo spirito di combattimento di classe, l’energia costruttrice del proletariato. Far nascere delle illusioni, invece, ignorare i fatti, porta delusioni non solo al proletariato russo ma anche al proletariato internazionale.
Di simili dichiarazioni, il partito non ne ha fatto il suo credo. L’accettazione di questa teoria avrebbe resa necessaria l’eliminazione di tutta una serie di dichiarazioni del partito, che non sono state messe in dubbio finora da nessuno. E proprio perché il partito non ha fatto diventare il suo credo queste dichiarazioni di singoli compagni, perché non le ha scolpite nelle sue tavole dei comandamenti, abbiamo il diritto di criticare e di confutare queste concezioni di singoli compagni e singoli gruppi di compagni.
Non possiamo lasciare senza protesta questa tendenza, perché se non la si contrastasse nelle file del partito e del Comintern, entro un determinato periodo questa porterebbe a crisi contro cui noi, insieme all’enorme maggioranza del nostro partito e del Comintern, speriamo di opporci (risate): la sostituzione della prospettiva rivoluzionaria internazionale, che era determinante per tutto il lavoro pratico di Lenin fino alla rivoluzione d’ottobre, con la prospettiva nazional-riformista che ci viene ora proposta. E noi riteniamo che il Comintern in quanto organizzazione rivoluzionaria del proletariato può e deve aiutare il nostro partito a non cadere in quella tendenza.
Questi sono gli elementi teorici e pratici di cui si compone la deviazione di destra.
Alcuni compagni hanno tentato di presentare la nostra lotta contro questa deviazione veramente di destra come salutata dalla stampa borghese e socialdemocratica. Io dichiaro che questa è la più gran falsità (schiamazzi), che al contrario, com’era da aspettarsi, proprio questa deviazione di destra viene salutata dalla borghesia mondiale, e che la socialdemocrazia mette le sue speranze proprio sul suo ulteriore sviluppo. Per far piena chiarezza su questo dato di fatto, rivolgo alla presidenza del Comintern la proposta di formare una commissione, per raccogliere le dichiarazioni della stampa borghese e socialdemocratica – senza eccezioni – e di duplicarle in più lingue (grido: Lei crede che il Comintern se ne prenderà la briga?), e allora i lavoratori vedranno a chi inneggia questa stampa (schiamazzi). Sono disposto a dare una mano a questa commissione mettendole a disposizione il materiale colossale che ho raccolto.
Voglio però limitarmi ad un solo esempio. Se qui è stato citato Miljukov per dimostrare che sarebbe la borghesia ad appoggiarci, allora io mi richiamerò al nemico più astuto della dittatura proletaria, a Ustrjalov, che proprio Lenin, che lo citava spesso, definiva come tale. Il vero rappresentante della nuova borghesia, Ustrjalov, scrive in occasione e dopo la 15ª conferenza (giornale “Nowosti Shisni”, n. 232, del 19 ottobre 1926) quanto segue, nel suo articolo “Crisi del PC russo”: «Adesso c’è bisogno di una nuova manovra, di un nuovo impulso, espresso metaforicamente, di una Nep-Nep. Da questo punto di vista va riconosciuto che le concessioni di fatto ai seguaci di Zinoviev, per le quali il partito si è recentemente deciso, devono suscitare seri timori». E più avanti si legge: «Viva il Politburo, se la dichiarazione di pentimento dei capi dell’opposizione è un risultato della loro capitolazione unilaterale ed incondizionata. Ma guai a lui, se è il frutto di un compromesso con loro. In questo caso la lotta divamperebbe inevitabilmente di nuovo. Il C.C. vittorioso deve acquisire un’immunità interna contro il veleno disgregante dell’opposizione. Esso deve trarre tutte le conseguenze dalla sconfitta dell’opposizione. Altrimenti sarà un disastro per tutto il paese». Più avanti ancora Ustrjalov scrive: «Così e in nessun altro modo si devono porre nei riguardi di questa cosa gli intellettuali russi, gli “Spez” (specialisti), gli ideologi dell’evoluzione, non della rivoluzione». Ustrjalov ne trae: «Pertanto noi non solo siamo contro Zinoviev, ma anche decisamente per Stalin» (schiamazzi).
I compagni che citano Miljukov, non dovrebbero dimenticare di citare anche questa concezione del Signor Ustrjalov, del più astuto di tutti i nemici della dittatura proletaria. (Grido: Quando è stato scritto questo?) Questo venne scritto dopo la 15ª conferenza. Evidentemente alcuni dei nostri nemici di classe sono propensi, così come fa Miljukov, a sfruttare la nostra “critica”, ma tutti approvano – così come fa Ustrjalov – la politica diretta contro le nostre concezioni.
È da osservare, compagni, che il Signor Ustrjalov, quest’astuto nemico, che raccomanda al C.C. di trarre tutte le conseguenze dalla sconfitta dell’opposizione e di darle il colpo di grazia, non fa mancare al C.C. i suoi consigli. Così per esempio egli ricorda il vecchio Platone e il suo consiglio riguardo ad uomini che sono sì capaci ma nocivi per lo Stato, e ripete questo consiglio: «Fate avere a questa gente tutto l’onore personale, ornate con corone le loro teste, ma allontanatele dalla loro patria il più distante possibile» (risate).
Compagni, riteniamo che sia nostro dovere lottare contro la deviazione di destra da me caratterizzata, e riteniamo che sia nostro diritto difendere, nell’ambito del partito, il nostro modo di vedere secondo il suo statuto. Ancora di più: crediamo che questa nostra lotta non resterà senza influenza sulla politica del partito, anzi, che abbia già avuto una certa influenza, cosa della quale ho parlato alla 15ª conferenza del partito.
Nonostante tutta l’asprezza della discussione in questi Plenum potremo, in base agli insegnamenti dell’anno passato e con un po’ di buona volontà della maggioranza, trovare una linea comune per il lavoro pratico. Eppure, a causa di questa lotta, contro di noi sono state sollevate le più svariate accuse. La scelta delle accuse però non veniva fatta in modo che esse corrispondessero effettivamente alle nostre concezioni, ma con l’obiettivo di screditarci il più possibile. Non voglio entrare nel merito di tutte queste accuse, ma voglio limitarmi solo a tre di esse che oggi vengono artificialmente poste in primo piano.
La prima accusa si riferisce all’egemonia del trotskismo; la seconda all’appoggio o favoreggiamento dell’idea dei due partiti e la terza accusa alla questione della politica dei prezzi nella sua applicazione pratica.
Per quanto concerne l’egemonia del trotskismo, ho da dire questo. Voi tutti, che siete dei politici esperti, vedete chiaramente quale vantaggio strategico si ha quando si sostituisce ad una analisi delle nostre dichiarazioni che sono comuni a noi ed a Trotski, grida di allarme sull’egemonia del trotskismo, o quando si fa passare per analisi queste grida di allarme. Questo è falso. Noi non abbiamo mai difeso, non difendiamo neanche oggi, e non difenderemo in futuro mai ciò che ha differenziato il trotskismo storico dal leninismo – rivoluzione permanente, questione del contadiname, ecc. (schiamazzi, urla).
Oggi però non si procede contro queste idee sbagliate di Trotski, bensì proprio contro quegli aspetti della concezione che infine lo hanno portato a Lenin. Le idee che oggi vengono attaccate non appartengono né a noi né a Trotski, ma a Lenin. I nostri avversari attaccano le idee principali del leninismo, per esempio il concetto dello stretto legame della nostra rivoluzione con la rivoluzione internazionale, e chiamano questi concetti “trotskismo”.
Nella storia del comunismo cose del genere sono già avvenute più volte. Spesso venivano attaccate idee di Marx definendole blanquiste. Così anche l’odierno ideologo del Comintern, l’impavido combattente contro il trotskismo, il compagno Martynov, ha consumato molta carta e inchiostro per confutare delle idee leniniste – definendole come idee blanquiste e bakuniniste. Noi rifiutiamo ciò che differenzia il compagno Trotski da Lenin, difenderemo però insieme a lui le vere idee del marxismo e leninismo contro coloro che oggi le deformano.
Diamo qui un esempio semplice, evidente, che da solo, di per sé, rende comprensibile il reale stato delle cose, anche se tutto il resto per qualche ragione geologica fosse improvvisamente scomparso. Il compagno Trotski ha qui citato il programma del KJV (Lega Giovanile Comunista) dell’Unione Sovietica. Permettetemi compagni, dato che lo avete interrotto, che io rilegga queste parole. Nel paragrafo 4 del programma si legge: «Nonostante che la Russia disponga di enormi ricchezze naturali, essa dal punto di vista industriale è un paese arretrato con predominante popolazione piccolo-borghese. Essa può giungere al socialismo solo attraverso la rivoluzione proletaria mondiale, nella cui epoca di sviluppo siamo ormai entrati».
Compagni, questa frase è senza dubbio in contraddizione con quella teoria del “socialismo in un solo paese” che qui è stata difesa davanti a voi. Se voi volete accettare questa teoria, allora dovete modificare le parole da me sottolineante.
Faccio la proposta di seguire la buona vecchia regola e di chiamare le cose con il proprio nome (grida: e dire trotskismo al trotskismo! risate). Quindi coloro che vogliono revisionare il programma vanno chiamati revisionisti (schiamazzi, grida), coloro che difendono il vecchio programma, ortodossi (risate, schiamazzi, grida). Ora vi chiedo: chi vuole cancellare da questo programma le parole sulla rivoluzione mondiale? Forse Trotski? Se Trotski lo avesse fatto, noi saremmo contro di lui.
Le cose però stanno così: non è Trotski a voler revisionare questo programma, a voler cancellare le parole sulla rivoluzione proletaria, ma sono altri che lo vogliono fare. Quindi siamo con Trotski contro questi altri. Chiunque sia a voler imporre questa revisione, questo sfiguramento, questa deformazione della chiara dottrina leninista – certo non vorrete sostenere che questo programma sia redatto sotto l’influenza di Trotski e non di Lenin – noi saremo sempre contro di lui e con colui che combatte una tale revisione. Noi siamo con Trotski perché non è lui a revisionare le idee fondamentali di Lenin, come per esempio il legame fra la nostra rivoluzione e la rivoluzione internazionale, mentre sono altri a farlo.
Alla 15ª conferenza si è detto che la novità nel nostro partito in questi ultimi anni consiste nel nostro passaggio al trotskismo (voci: Giustissimo!). Questo è falso. La novità è che una parte dei compagni, in questioni fondamentali molto serie, fra l’altro nella questione del legame fra la rivoluzione nostra e quella mondiale, rinnega il leninismo (Zinoviev: giustissimo!).
E adesso alla questione dei due partiti. La nostra posizione è quella della compattezza e del monopolio del partito bolscevico comunista che realizza la dittatura nel nostro paese. In tutto quello che abbiamo scritto non troverete una parola che contrasti con questo (schiamazzi, grida: E in quello che avete fatto?). Al contrario, dovete ammettere che nel nostro partito sorgeva una corrente che impostava in modo sbagliato questa questione, mentre l’iniziativa del partito apparteneva proprio a noi (rumori, grida: Ossowski?).
Per quanto riguarda la questione della politica dei prezzi, noi respingiamo la politica dell’aumento dei prezzi. Questo l’ho dichiarato al Plenum di luglio del C.C. In forma scritta noi, cioè Trotski ed io, abbiamo consegnato una dichiarazione firmata in comune perché venisse inserita nel protocollo della 15ª conferenza – una dichiarazione aperta ed inequivocabile con cui respingiamo la politica dell’aumento dei prezzi all’ingrosso.
Nonostante che questa dichiarazione scritta non sia stata inserita nel protocollo della conferenza e quindi non potrà essere conosciuta dai membri del nostro partito che lo leggeranno, essa rimane pienamente valida. Si potrà imporci la politica dell’aumento dei prezzi come si vuole, io non l’ho mai condivisa e la combatterò.
Queste sono, compagni, le accuse sollevate contro di noi.
Che cosa però sosteniamo, in realtà? Qual è il nostro Credo? La nostra risposta alle questioni più importanti può essere riassunta nelle seguenti brevi frasi. Naturalmente questa risposta non esaurisce tutte le questioni, per farlo il tempo concesso è troppo breve; posso dare una risposta solo alle questioni più importanti.
Come prima cosa noi affermiamo che non devono essere combattuti solo coloro che hanno deviato veramente dal comunismo in direzione dell’ultra radicalismo (estremismo di sinistra), non solo coloro che affermano che la rivoluzione d’ottobre sbocca in una degenerazione borghese, che cadono nel sindacalismo e nell’anarchismo o dalla disperazione vanno a finire nelle braccia dei nemici dell’Unione Sovietica e del Comintern, ma anche quelle tendenze di destra – le ho già caratterizzate – che coscientemente o semi-coscientemente partono dal presupposto che per decenni si debba contare in una stabilizzazione, e che spingono il partito sulla via dell’indebolimento della dittatura del proletariato.
Come seconda cosa sosteniamo che per tutto il lavoro di formazione politica del proletariato deve essere decisiva la prospettiva della rivoluzione mondiale, che dal programma del KJV non devono essere cancellate le parole da me sopra citate, così come dagli statuti dei sindacati non si devono cancellare i RGI. Dobbiamo dire a tutti i lavoratori che nel nostro paese costruiremo una piena società socialista, però solo con l’aiuto del proletariato mondiale, e che è inammissibile revisionare le concezioni di Lenin in questo punto.
Come terza cosa sosteniamo che questa prospettiva non può in alcuna misura indebolire l’energia e l’entusiasmo del proletariato, del partito e del KJV nel pratico lavoro di costruzione socialista nel nostro paese; che ogni successo del proletariato e del potere dei soviet nel campo del lavoro di costruzione socialista è un forte elemento della crescente rivoluzione mondiale e ce la avvicina.
Come quarta cosa sosteniamo che le premesse per la costruzione del socialismo consistono nell’alleanza fra operai e contadini (sotto le condizioni definite da Lenin, cioè mantenendo il ruolo di guida del proletariato) e nell’industrializzazione del paese. Senza una determinata velocità d’industrializzazione è impossibile un ulteriore rafforzamento dell’alleanza con i contadini. L’industrializzazione è oggi una premessa per il rafforzamento dell’alleanza con i contadini, e soprattutto per assicurare il ruolo di guida della classe operaia in questa alleanza. Questo spiega perché affrontiamo la questione della velocità dell’industrializzazione.
Come quinta cosa sosteniamo che il vittorioso lavoro di costruzione socialista e il mantenimento del ruolo di guida del proletariato, sia nel campo politico sia nel campo economico, richiedono un sistematico aumento della sua parte di reddito nazionale. Al livello odierno della nostra economia nazionale, nel decimo anno del potere sovietico, una giusta politica salariale deve basarsi sul presupposto che l’aumento dei salari è una premessa per l’aumento della produttività, e non viceversa. L’avvicinamento degli operai allo Stato, l’aumento della loro attività come contrappeso all’indubbio accrescere dell’attività degli Stati non-proletari e antiproletari della popolazione devono essere i compiti principali del presente.
Come sesta cosa sosteniamo che fra i vari strati della popolazione contadina la povertà rurale è l’unico sicuro sostegno della rivoluzione proletaria. Noi insistiamo sul punto di vista che le seguenti parole di Lenin devono essere il filo conduttore di tutta la politica verso la campagna: «Dobbiamo saper andare d’accordo con il contadino medio, ma non dobbiamo rinunciare neanche un momento alla lotta contro il kulak, e dobbiamo appoggiarci fermamente solo ai contadini poveri».
Seguendo quest’indicazione dobbiamo condurre una corrispondente politica per gli strati poveri della popolazione rurale (esenzione del 40% dei contadini dal pagamento delle tasse, credito a condizioni vantaggiose, facilitazioni per rifornire di attrezzature agricole ecc.), individuando nei poveri delle campagne, nel rafforzamento del loro potere sociale e del loro ruolo politico nelle campagne il principale punto di sostegno per la costruzione socialista nelle campagne.
Come settima cosa sosteniamo che in campo internazionale si deve ritornare alle direttive fondamentali di Lenin, le quali respingono tutti i tentativi di diffondere l’illusione che l’Unione Sovietica possa appoggiarsi ad elementi del movimento internazionale come quelli rappresentati nel Comitato Anglo-Russo o nel Consiglio Generale ecc.
Queste sono le nostre vere concezioni. Questo non è né socialdemocratismo né “trotskismo”, ma leninismo. Siamo del parere che il sostenere queste nostre reali concezioni non offra alcun appiglio per accusarci di deviazione dalla posizione di Lenin.
Siamo dell’opinione che nel partito debbano essere create condizioni tali per cui il sostenere queste concezioni, anche se non coincidono con il punto di vista dell’uno o dell’altro membro del C.C., non venga considerato un delitto contro il partito. La dichiarazione del 16 ottobre rimane per noi pienamente valida, però essa è solo una dichiarazione sulla sottomissione alle decisioni del partito, dei suoi congressi e delle sue conferenze, del suo C.C. e della sua C.C.C. (schiamazzi, urla: non crediamo alle parole ma ai fatti!); ma essa non significa che noi riconosciamo la nostra concezione come socialdemocratica.
Compagni, noi ci sottomettiamo ad ogni decisione del partito (urla, grida: non è che questo si noti molto!). Voi progettate un colpo contro l’opposizione. Noi non dubitiamo che questo colpo rafforzerà quelle tendenze di destra delle quali ho parlato. Esse si manifesteranno senza dubbio ed inevitabilmente già nel prossimo futuro, e non ho alcun dubbio che di fronte al fatto del loro ineluttabile rafforzamento e attacco, noi, quelli della cosiddetta “opposizione”, ci troveremo sullo stesso fronte insieme all’enorme maggioranza degli elementi proletari del nostro partito.
Noi ci sottomettiamo ad ogni decisione del partito, ma non possiamo riconoscere che il nostro lavoro pratico o le nostre concezioni deviino in qualche modo dal leninismo.
L’Internazionale Comunista era, è e rimane per noi l’unica organizzazione proletaria rivoluzionaria, e il leninismo sarà l’unica stella polare della nostra lotta.