Partito Comunista Internazionale

Congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente Pt.2

Categorie: Baku Congress

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Terza Sessione
23 gennaio, 1922, ore 18:20

Rapporto di Li‑Kieng della delegazione cinese

Presidente: Compagno Safarov.

PRESIDENTE. Compagni, dichiaro aperta la terza sessione del Congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente. Per la decisione di questa mattina riceviamo adesso i rapporti dai diversi paesi in ordine di rotazione, chiamo ora il compagno Li‑Kieng della delegazione cinese.

LI‑KIENG. Cari compagni, Vi voglio parlare delle sofferenze dei molti milioni della nostra gente, è anche mio piacere spiegarvi lo sviluppo del nostro movimento rivoluzionario.

La più importante ed essenziale questione a questo proposito è la questione della posizione politica della Cina. Sapete che la Cina nella sua composizione è il paese più popoloso ed il più eterogeneo. Ha una popolazione di circa 350 milioni, ma prima di qualche centinaio di anni fa era sconosciuto agli europei e agli stranieri in generale. Il rapporto con gli europei era estremamente debole. Tuttavia era convinzione degli stranieri che la Cina fosse il più abbondante e ricco paese. Infatti, la Cina ha goduto di una relativa prosperità.

Il primo conflitto con gli europei avvenne nel 1839, maggiormente con gli inglesi, sulla questione del traffico di oppio. Come risultato di questo conflitto gli inglesi sconfissero i cinesi, dopo di che gli stranieri iniziarono ad invadere la Cina in forze. Quel periodo può essere considerato come l’inizio dell’oppressione economica della Cina, che ha continuato a crescere per gradi fino all’inizio del XX secolo. Il XX secolo, dal 1904 circa, trova la Cina già nella condizione di paese assoggettato. Dall’inizio della guerra russo-giapponese, gli stranieri iniziano a mostrare appieno i loro piani di spartizione della Cina. Nel 1914, mentre l’attenzione delle potenze europee era volta alla guerra in occidente, l’imperialismo giapponese beneficiò di una veramente favorevole opportunità di mettere il cappio al collo della Cina, e nel 1916 presentò alla Cina il famoso ultimatum consistente in 21 punti. Questo ultimatum portava la Cina al completo assoggettamento economico e politico; ma anche prima di ciò, come detto, la Cina era già un paese dipendente.

Tassazione pesante, ferrovie, dazi doganali – tutto ciò, come risultato della influenza europea, creata in una atmosfera di totale sudditanza e completa dipendenza. Tutti i maggiori paesi imperialisti condussero in Cina la più accanita lotta economica fra di loro, cercando di utilizzare le sue ricchezze naturali, e per raggiungere questo obbiettivo, fecero ricorso ad ogni possibile mezzo, particolarmente di natura politica. Sapete che i giapponesi, come gli inglesi e gli americani, da prima provarono ad utilizzare gruppi politici e di conseguenza formarono dei governi. Sappiamo che gli inglesi sostennero definitivamente il generale U‑Bei‑Fu. Sappiamo che i giapponesi hanno sostenuto il partito Anfu. Tutto questo ha gradualmente portato alla scomparsa di qualsiasi governo che avrebbe potuto difendere il paese.

Insieme allo sviluppo della competizione economica, gli europei investirono in Cina ingenti somme dei loro capitali, le imprese europee in Cina iniziarono a crescere, e insieme a questa crescita ci fu un salto in avanti della classe operaia cinese. Adesso noi possiamo già parlare di due milioni di operai cinesi, la cui posizione è la meno invidiabile. La giornata lavorativa è di 12 ore, spesso di più; sappiamo che questo implica il bestiale sfruttamento di donne e giovani lavoratori.

Gli operai cinesi sono divisi in grandi categorie; ci sono categorie operaie dell’industria, conosciute come operai qualificati, e ci sono categorie operaie non qualificate le cui condizioni sono assai peggiori. Una speciale categoria di lavoratori, che non ha eguali ovunque nel mondo, sono i cosiddetti coolies. Lavorano duramente dalla mattina presto fino a tarda notte, o anche dall’alba all’alba, senza avere assicurato un minimo di sussistenza. Sono i lavoratori più diseredati del mondo. C’è anche un altro gruppo di lavoratori artigiani che, congiuntamente con lo sviluppo delle macchine e dell’industria meccanica, stanno perdendo la loro indipendenza sprofondando al livello dei coolies.

C’è poi un altro gruppo della popolazione, la cui esperienza angosciante è di natura similare ai coolies. Sono i contadini. I contadini in Cina rappresentano il 70% dell’intera popolazione e da tempo immemorabile hanno sviluppato un alto grado di agricoltura. Nei tempi passati possedevano terre a sufficienza, e potevano vivere con relativa facilità. Ma da quando gli stranieri hanno iniziato a invadere il paese la Cina è venuta a dipendere economicamente dagli europei; l’industria ha iniziato a svilupparsi, la condizione dei contadini ha subito un cambiamento verso il peggio, e dopo il 1911 troviamo il contadiname in condizioni disperate. Questo fu l’anno della prima rivoluzione cinese, quando i contadini, rovinati dalle privazioni imposte dalla dominazione straniera, che trovò la sua massima espressione nelle pesanti tassazioni dirette e indirette e nel restringimento delle aree coltivabili, furono costretti a cercare un lavoro più leggero, creando così un sottoproletariato, o richiedendo un miglioramento della loro condizione.

Ma nessun miglioramento avvenne. Le aziende contadine gradualmente si ridimensionarono. Nel 1920 sostennero un duro colpo per una calamità naturale – la siccità – e si può dire che non rimase nessuna traccia della passata prosperità del contadiname. I contadini rimasti stanno soffrendo enormi stenti a causa della guerra civile che dilania la Cina. La guerra nella provincia dei Laghi dell’Hunan e dell’Hubei ha messo a repentaglio l’esistenza delle coltivazioni in quelle regioni, mentre la carestia del 1920 ha avuto lo stesso effetto sulle coltivazioni in molte province del Nord. Conflitti con gli europei, tassazioni per milioni che gravano sulle proprietà contadine, tutto questo ha accelerato la finale rovina economica della classe contadina.

Il mercato cinese è adesso totalmente preda degli stranieri. Nel passato i contadini potevano portare il proprio prodotto e la merce fatta in casa nelle città e scambiarli con articoli di cui necessitavano; adesso non possono fare così, perché tutto è stato fatto proprio dagli stranieri e i cittadini possono acquistare le merci manufatte più comodamente e al prezzo più basso. Così il contadino, come unità economica, diviene incapace del proprio sostentamento, e nell’ultimo decennio osserviamo la conquista graduale del mercato da parte degli stranieri e il declino dell’economia contadina.

Questo è stato accompagnato da continui rialzi dei prezzi, e da un sempre crescente costo della vita. Durante gli ultimi 15 anni c’è stato un aumento del 100% e anche del 150% sui prezzi dei generi alimentari. Diventa così estremamente difficile per molti cinesi arrivare al minimo della sussistenza, che trova la sua espressione nelle tremende privazioni della popolazione più povera.

Sfiorerò adesso un’altra questione che è importante in Cina in questo periodo. È la questione religiosa. Sappiamo che i capitalisti stranieri hanno iniziato la loro propaganda religiosa nello Shantung e gradualmente hanno diffuso su tutta la Cina una rete di loro comunità religiose di varie tendenze ma di carattere simile. La loro religione non persegue affatto la funzione con la quale si maschera. Per il cinese convertito basta andare in chiesa la domenica per farsi perdonare ogni reato commesso nella settimana. Così la religione in Cina appare come qualcosa che protegge i furti, o addirittura li favorisce.

Inoltre mi domando se il Giappone ha mandato i suoi agenti a comprare le terre dei contadini rovinati per imporre così una stabile presenza sul continente. Con facilità i contadini, sotto il pungolo delle ristrettezze economiche, vendono di buon grado le loro terre.

Una volta i contadini pagavano le tasse che ammontavano a solo l’uno per cento delle loro entrate, adesso queste tasse sono aumentate a un terzo del ricavato dei contadini. È un insopportabile fardello di tassazione, insieme alle altre privazioni descritte, che spinge i contadini ad arruolarsi negli eserciti, alla ricerca di un guadagno facile. È così che soldataglia e bande di rapinatori crescono. I banditi sono uno dei più grandi mali in Cina, e non è possibile sbarazzarsi di loro, in quanto i loro ranghi vengono continuamente alimentati da nuove reclute contadine.

L’unica via per sbarazzarsi di questo male è elevare il livello di vita dei contadini. Toccherò brevemente la questione dell’educazione, delle case dei bambini, che un tempo esistevano in Cina. Grazie alle cause economiche e politiche, cioè all’assenza di organi che possano organizzare e sostenere queste istituzioni, queste hanno una difficile esistenza. La questione dell’educazione è un’altra molto importante che rimane insoluta in Cina.

La situazione economica in Cina peggiora, e la condizione della Cina insopportabile. Questa difficile situazione non ha colpito soltanto quei gruppi di popolazione che ho enumerato, ma anche i piccoli e medi padroni che non possono lottare contro i capitalisti stranieri, e non riescono neppure a mantenere il loro mercato domestico.

L’indebitamento cinese con i capitalisti stranieri ha raggiunto l’enorme cifra di svariati miliardi di dollari, e questo indebitamento è il fattore principale nello sviluppo del capitalismo straniero in Cina. Più cresce l’indebitamento, più c’è la stretta del dominio capitalista sulla Cina e più diventa reale la questione della rivoluzione contro il giogo straniero.

Sappiamo che il primo movimento importante contro gli stranieri si è avuto nel 1911. La rivoluzione in Cina è stata combattuta sulla base della lotta contro la penetrazione straniera. Nel 1915 i 21 punti del ben noto trattato con il Giappone fu causa di una potente ondata di moti contro i giapponesi, moti che sconvolsero l’intero paese. Ricordiamo bene il grande movimento studentesco in Cina del 1919 che fu della stessa natura. Questo movimento si è continuamente rafforzato.

Inoltre il proletariato oggi esistente si sta risvegliando. Sappiamo che nel 1919 c’era già una rivolta contro gli stranieri. Sappiamo che c’è stato a Shanghai uno sciopero l’anno scorso, charamente diretto contro gli inglesi. Lo sciopero delle Ferrovie Pechino-Hankow fu similare.

L’atteggiamento contro gli stranieri si è fatto più chiaro per nuove vicende, la Conferenza di Washington, le cui segrete intenzioni stanno diventando evidenti.

Questo ci dà l’opportunità di discutere della nostra difesa dall’imperialismo mondiale. Abbiamo l’opportunità di discutere i problemi del movimento rivoluzionario. Sappiamo che, nella misura in cui la vita in Cina diventa sempre più insopportabile, il movimento rivoluzionario si rafforzerà. Dobbiamo seguire l’esempio della rivoluzione russa, dobbiamo cercare il modo di scuotere il giogo straniero dello sfruttamento in Cina, per emancipare i più poveri della popolazione cinese.

In primo luogo è necessario realizzare l’unificazione del proletariato più povero. A questo Congresso l’unificazione deve essere il nostro maggiore interesse. Sappiamo che nessuna forza potrà essere abbastanza forte da resisterci se siamo uniti.

La Terza Internazionale è l’organo della rivoluzione mondiale. Uniamoci sotto la sua bandiera! Sfianchiamo gli imperialisti. È solo così che realizzeremo i nostri scopi.

Dico: Viva il Congresso dei partiti rivoluzionari dell’Estremo Oriente, Viva la Terza Internazionale Comunista, Viva il proletariato mondiale.

[Applausi].

Terza Sessione
23 gennaio, ultimo intervento

Rapporto di Wong‑Kien‑Ti

PRESIDENTE: Il Compagno Wong‑Kien‑Ti farà adesso il suo rapporto – un’ora.

WONG‑KIEN‑TI ha parlato della situazione degli operai cinesi. Per prima cosa ha trattato degli operai dell’industria. Solo ottanta anni fa per la prima volta l’imperialismo mondiale è arrivato in Cina, e i lavoratori cinesi sono diventati dei potenziali schiavi. Da quel tempo l’industria cinese è cresciuta giorno dopo giorno. Si è grandemente sviluppata ed espansa. È cresciuta fino a due milioni di operai.

Questi due milioni di nuovi schiavi del capitale sono nuovi veri schiavi. Le loro condizioni sono pessime e molto dure. Le masse lavoratrici cinesi sono numerose, ma non c’è una singola legge che protegga gli operai cinesi, quindi i capitalisti stranieri e il capitale straniero, possono sfruttarli e sottometterli senza limiti. Se alcuni lavoratori muoiono di super lavoro o per fame il capitale non ci perde niente. Ed per questo il lavoratore cinese deve lavorare duramente più di dodici ore al giorno, si, anche di più, penso che la maggioranza lavora dodici ore. Alcuni lavorano nove o dieci o undici ore, ma sono appena duecentomila. Gli altri lavorano più di dodici ore al giorno.

Il loro salario è abbastanza basso, mediamente circa trenta centesimi d’argento al giorno. Il costo della vita è di almeno sette dollari al mese, se l’operaio vive per sé stesso e da solo, forse può riuscire ad esistere, ma quando c’è una famiglia deve e devono soffrire la fame. In più non c’è una legislazione del lavoro. Non ci sono ospedali per gli operai, specialmente gli operai delle fabbriche che sono occupati in quelle fabbriche che hanno bisogno di questi istituti di assistenza. La maggioranza delle fabbriche sono misere, manca l’aria e la luce, ma nessuno ci bada. I capireparto reprimono i lavoratori, e per questo il capitale straniero aumenta in Cina, vogliono asservire i lavoratori cinesi anche più crudelmente del capitale locale ed assumono speciali caposquadra a questo fine. Gli operai sono più soggiogati dei soldati. Sono oppressi dai caposquadra, e adesso i capitalisti stranieri usano degli appaltatori. Questi caposquadra e gli appaltatori rendono la vita dei lavoratori molto dura e così aggiungono maggiore sofferenza.

Solo il 5 per cento degli operai legge un po’, il resto è illetterato ed ignorante. Ci sono anche dieci milioni di donne e bambini che lavorano in diverse fabbriche, le donne operaie sono occupate come gli uomini in diverse fabbriche. Le condizioni di lavoro a cui sono sottoposte sono peggiori di quelle degli uomini. Anche i bambini hanno condizioni dure infatti lavorano anche in industrie pericolose. Lavorano anche dodici ore al giorno e spesso lavorano la notte come gli uomini. Non ci sono leggi dello Stato o delle aziende che li proteggano.

A proposito dei lavoratori artigiani, prima dell’arrivo del capitalismo straniero, essi vivevano, sebbene con difficoltà, ma potevano sopravvivere come lavoratori indipendenti, potevano lavorare liberamente. Ma dopo l’arrivo del capitale straniero in Cina, ovviamente, gli artigiani furono colpiti non potendo competere con i capitalisti stranieri. Così le loro condizioni andarono peggiorando di giorno in giorno. Giorno dopo giorno la vita e il lavoro diventavano più dure. Un grande numero di artigiani delle grandi città e dei paesi sono adesso disoccupati. Sono tutti diventati veri schiavi dei capitalisti stranieri o degli interessi di questi capitalisti, e non esiste una legge del lavoro che li protegga. Anche loro lavorano dodici ore al giorno o almeno dieci ore al giorno. Lavorano dall’alba al tramonto, ed il loro salario è di circa venticinque centesimi al giorno.

Arriviamo adesso alla questione dei coolies [operai non specializzati]. Come aumenta ogni giorno il costo della vita, così anche il numero dei coolies aumenta quotidianamente. In ogni grande città si può trovare un gran numero di coolies in cerca di lavoro. Il loro salario è incerto. Alcune volte trovano lavoro, possono per alcuni giorni rimanere senza e allora patiscono la fame. Come si sviluppano in Cina nuove industrie, varie fabbriche attraggono un grande numero di coolies, così come gli operai aumentano andando ad incrementare l’esercito degli schiavi, anche l’esercito dei coolies aumenta quotidianamente. Anche le peggiori fabbriche attraggono un gran numero di coolies.

Gli operai organizzano corporazioni. Ci sono corporazioni separate per ogni tipologia di lavoratori. Queste corporazioni non sono organizzazioni per combattere il capitale. Esse sono organizzati per limitare l’aumento degli operai in quel particolare mestiere. La corporazione è l’organo interessato alla lotta all’interno del mestiere, per quelli che già ne fanno parte. Questo significa che non è un organo di combattimento. Ma adesso alcune corporazioni si sono riorganizzate come sindacati e quelle rimaste come corporazioni non sono molte. Inoltre non hanno grande influenza sul movimento dei lavoratori. Ma è il semi‑proletariato che crede ancora nelle corporazioni che rimangono i loro organi. Comunque quelle rimaste non occupano importanti posizioni. Queste corporazioni, però, potrebbero essere usate correttamente per organizzare gli artigiani.

In questi pochi anni – praticamente dal 1919 – diversi sindacati si sono costituiti. Questo, e forse lo possiamo dire, da una parte sono influenzati dalla rivoluzione russa e anche dal movimento degli studenti e dal movimento degli intellettuali in Cina. Prima del 1919 c’erano alcuni segnali di un movimento in Cina ma non a larga scala. Quello che ho appena menzionato ha stimolato gli operai ad aderire al movimento dei lavoratori. Costituito questo movimento la loro attività ha avuto inizio. Adesso gli operai hanno una discreta fiducia nella loro propria forza organizzata. Dal 1919, in diversi posti, i sindacati hanno iniziato ad essere organizzati, per esempio a Tang‑Shan dove fu organizzata l’Unione dei Lavoratori delle Ferrovie. All’inizio era una sorta di unione patriottica ma adesso è un unione di combattimento. Anche nell’Hunan adesso c’è un sindacato. Il sindacato a Tang‑Shan ha 2.500 aderenti. Nell’Hunan sono circa 5.000. Il Sindacato dei lavoratori meccanici a Canton era il più grande della Cina. L’Unione degli operai metalmeccanici fu organizzata durante l’ultimo anno. Questi sono i più grandi sindacati in Cina. Possiamo dire che questi sindacati sono dei veri e propri organi di combattimento degli operai. Il successo di questi sindacati, come ho già detto, è stato influenzato dal movimento degli studenti e dalla rivoluzione russa. Ovviamente è stato anche influenzato dall’attività dei comunisti.

Veniamo adesso all’attività degli operai cinesi – al movimento degli operai cinesi. Durante questi ultimi anni ci sono stati larghi, numerosi e importanti scioperi. Nel 1920 i lavoratori metalmeccanici scioperano a Canton. Fu un grande sciopero – circa 14.000 operai vi presero parte. Nel maggio 1921 ci fu un altro sciopero di circa 20.000 operai, che migliorò la condizione operaia. Fu aumentato il salario e ridotto l’orario di lavoro. A Fula, nel 1921, gli operai dell’industria tessile scioperarono per prendere il controllo delle fabbriche. Questo sciopero non riportò una vittoria, ma fu comunque molto importante. C’erano 5.000 operai attivi. A Shanghai ci sono stati recentemente lo sciopero degli operai del tabacco e delle ferrovie. Questi sono gli scioperi più importanti che noi conosciamo negli ultimi anni. Questo mostra che gli operai cinesi stanno iniziando a risvegliarsi. Dopo che queste forze saranno organizzate e concentrate al fine di combattere con gli imperialisti, avranno successo.

La Cina adesso ha una posizione molto importante. Il mondo imperialista considera la Cina e l’Estremo Oriente come il luogo più importante e si sono concentrati nello sfruttamento e nel rendere schiave le masse lavoratrici cinesi ad una scala più elevata e con maggiore intensità di sempre. Le masse diseredate cinesi ammontano a 300 milioni. Queste masse, con le loro ricche materie prime hanno grande importanza per l’imperialismo, così come sono molto importanti per le nostre finalità rivoluzionarie. Dal nostro punto di vista, inoltre, è adesso il nostro obbiettivo di organizzarle visto che iniziano a risvegliarsi, per combattere l’imperialismo.

Questo Congresso si svolge per la finalità di organizzare le masse diseredate dell’Estremo Oriente.

Speriamo che questo Congresso porterà le masse sfruttate dell’Estremo Oriente insieme sotto i vessilli della Terza Internazionale, per combattere contro il nemico comune – l’imperialismo mondiale.

Viva l’unione delle masse sfruttate dell’Estremo Oriente con il proletariato mondiale! Viva la Russia Sovietica! Viva l’Internazionale del Sindacato Rosso! Viva la Terza Internazionale Comunista!

(Fine della sessione)

Quarta Sessione
24 gennaio, ore 11:30
Continuazione del rapporto della delegazione cinese

Ping‑Tong rappresentante della società “Giovane Cina”

Presidente: compagno Safarov.

SAFAROV: dichiaro la sessione aperta. Primo punto del programma è la continuazione del rapporto della delegazione cinese. Il compagno Ping‑Tong rappresentante della società “Giovane Cina” ha la parola.

PING‑TONG: Vi relazionerò sulla situazione economica in Cina che, come sapete, è oppressa dall’imperialismo di tutto il mondo. Sapete che gli operai cinesi e i contadini non sono sfruttati solo dall’imperialismo straniero ma sopportano il giogo dei loro capitalisti e anche della burocrazia militare. La situazione delle masse cinesi è di conseguenza estremamente difficile, così che il compito principale dei rivoluzionari cinesi è di realizzare l’emancipazione economica del popolo cinese, quando questa questione sarà risolta in modo soddisfacente, sarà facile risolvere tutte le altre questioni. Se il popolo cinese si renderà libero adesso dalla propria dipendenza dal capitale finanziario straniero, tutte le altre questioni relative alla sua esistenza potrebbero apparire minime e poco importanti. Inizierò il mio rapporto soffermandomi sulla questione economica, e prima di tutto, sul suo sviluppo storico.

L’anno 1839 vede la nascita del primo conflitto militare fra Cina e Inghilterra. Questo conflitto è stato causato dal contrabbando di oppio che fu portato dai predoni inglesi. La Cina ha subìto una sconfitta, dopo di che la diplomazia cinese non ha avuto alcun successo nelle relazioni con gli Stati stranieri, che venivano in Cina con appetiti sempre maggiori. Questo conflitto ha mostrato agli stranieri che la Cina era un paese pacifico, che poteva essere offeso impunemente, e perciò potevano iniziare le loro aggressioni.

Molto è accaduto da allora. Toccherò solo gli eventi più importanti. Nel 1895 scoppiò la guerra fra Cina e Giappone, nel 1900 ebbe luogo la Rivolta dei Boxer. Questi due eventi furono sfruttati dagli europei, uniti nella cosiddetta “Unione delle Otto Potenze“, per mandare le loro truppe a Pechino. Dopo la rivolta dei Boxer escogitarono vari piani per la divisione della Cina. Gli stranieri ottennero varie concessioni sul territorio cinese: la concessione inglese a Wei‑Hai‑Wei, alla Russia nella penisola di Lou‑Dun, alla Germania nello Shantung, etc.

In questa parte della Cina gli appetiti americani non si erano ancora fatti valere, in quel momento questo paese ne stava fuori, ma il cappio economico si stava stringendo intorno alla Cina.

La guerra fra la Cina e il Giappone fu il più grande stimolo per lo sviluppo delle sfere di influenza in Cina. Queste sfere di influenza sono come una corda che strangola la Cina.

Gli americani, quando la situazione in Cina divenne insopportabile, chiaramente invidiosi dei successi dei concorrenti, iniziarono ad applicare la loro politica in modo apparentemente favorevole agli interessi cinesi, la cosiddetta politica della “porta aperta”. Questa politica era in realtà intesa per trarre i maggiori profitti per gli americani, i quali, messi in una migliore posizione economica, avrebbero potuto battere i loro concorrenti in Cina.

I fatti del 1914, che hanno gettato tutta l’Europa nel tormento della Grande Guerra, hanno temporaneamente oscurato la questione dell’Estremo Oriente, hanno distolto l’attenzione dell’Europa e hanno dato al Giappone mano libera in Cina. Durante la guerra il Giappone ha alzato le sue richieste sulla Cina, esteso la sua influenza e minacciato di schiavizzare e conquistare la Cina intera. Per neutralizzare questo tentativo fu riunito un consorzio di Stati stranieri per domare i predoni giapponesi, destinati a mettere la Cina sotto il loro controllo economico e politico.

Con la crescita del capitale straniero in Cina inizia lo sviluppo di una giovane classe operaia che si sta risvegliando e inizia a prendere coscienza dei propri interessi. Questa classe operaia cinese sarà presto pronta ad abbracciare la lotta aperta contro l’oppressione straniera, contro l’intervento straniero. Questo è il contesto storico dell’attuale situazione economica in Cina che vado a descrivere.

Voglio iniziare con le grandi industrie. Alcune fabbriche e industrie appartengono a stranieri, altre apparentemente a cinesi, in realtà anche queste appartengono a stranieri. Dei cementifici, per esempio, in tutto 51, 30 appartengono a stranieri, gli altri apparentemente a cinesi. Nella industria chimica e nelle tintorie 11 su 20 appartengono a stranieri. Delle 33 di frutta essiccata e uova in polvere, 16 sono di proprietà straniera. Ci sono 13 cantieri navali che sono quasi tutti di proprietà straniera. Mulini, fabbriche tessili, tabacco e altre industrie, sono sia nominalmente che effettivamente di proprietà di stranieri. In questo modo tutte le grandi fabbriche, tutta l’industria cinese è strettamente connessa con il capitale straniero e non ha una esistenza indipendente. Per quanto riguarda l’industria mineraria del carbone su un totale di 19 milioni di tonnellate portate alla superficie, 9.380.000 appartengono direttamente a compagnie straniere. Osserviamo la stessa cosa nell’industria del ferro. Da una produzione di 400.000 tonnellate di ferro la parte rappresentata dagli stranieri è di 150.000. Tutte queste cifre dimostrano chiaramente la condizione dell’industria cinese, che è totalmente dipendente dal capitale straniero. Su circa 7.000 miglia di ferrovia cinese, 2.600 sono state costruite direttamente dagli europei, il rimanente con prestiti stranieri, cioè con capitale straniero. A proposito dei servizi postale e telefonico possiamo dire che sono direttamente sovvenzionati e gestiti da stranieri.

Per quanto riguarda la questione della condizione finanziaria e politica della Cina, si può dire che la Cina è stranamente sovvenzionata da un pesante debito. Le entrate sono ottenute dalla tassazione diretta che assomma a 3‑4 miliardi di tael, che si stanno gradualmente riducendo, e nel 1911, l’anno della rivoluzione cinese, si ebbe una rapida riduzione delle entrate statali, che ha reso irrisolvibile qualsiasi soluzione di politica finanziaria. Per alleggerire la situazione finanziaria il governo cinese, durante il breve periodo dal 1912 al 1918, contrasse 23 prestiti stranieri. Ma tutti questi prestiti non hanno portato alcun miglioramento. Al contrario, hanno portato ad ipotecare i dazi doganali e molti altri redditi internazionali (come i dazi su sale, tabacco etc.) ai capitalisti creditori stranieri che stanno assumendo il controllo diretto sulle rendite. Ciò comporta per la Cina una disperata schiavitù finanziaria.

Il commercio con gli stranieri è espresso dalle seguenti cifre: dal 1910 al 1912 un export pari a 4.600.000 che è stato superato da un import da 80 a 200 milioni. Questa è una differenza colossale fra una insignificante esportazione e una gigantesca importazione. Questo bilancio dissestato del commercio ha causato ingenti perdite per la popolazione, in particolare per i commercianti che furono portati frequentemente alla totale rovina. Inoltre, questo ha dato ai capitalisti stranieri la possibilità di controllare i costi finanziari e di conseguenza il commercio governativo. L’export cinese consisteva esclusivamente di quelle materie prime necessarie alle fabbriche e alle officine straniere. L’operazione per cui i capitalisti stranieri convertivano le materie prime cinesi in merci manufatte, rivendendole ai cinesi, fu altamente remunerativo per gli stranieri.

Si deve aggiungere che i commercianti cinesi, per timore di lunghi viaggi, preferivano stare a casa e commerciare all’interno del paese. Questo causò loro perdite colossali, e queste perdite non sono state sostenute solo dai commercianti ma anche dalla massa della popolazione, perché le perdite sopportate dal commercio si scaricavano direttamente sull’intero paese.

Vorrei inoltre dire poche parole sui contadini. I contadini in Cina non hanno la stessa diretta esperienza di oppressione come il resto della popolazione, ma indirettamente si. Va detto che da tempo immemorabile i contadini cinesi lavoravano sempre con l’impiego dei figli. Durante l’inverno avrebbero lavorato al mestiere che dava loro ulteriori mezzi di sussistenza. In questo modo si sono sviluppate tutta una serie di industrie casalinghe che fiorirono ampiamente. Da sottolineare in modo particolare l’industria della tessitura che impiega molte donne contadine. Con l’inizio della nuova era, da quando la Cina è caduta sotto la dominazione economica straniera, che importa i loro manufatti in Cina, la domanda delle merci artigianali, che sono di bassa qualità e richiedono più lavoro, è in continua caduta. Tutti gli artigiani così come i contadini stanno iniziando a rinunciare a queste occupazioni supplementari, perché non ne vale la pena. Questo porta alla rovina molti contadini che iniziano a dipendere da una sola fonte di reddito, la terra, della quale ne hanno veramente poca.

I prodotti che quando il paese dipendeva dalla loro produzione erano a basso prezzo, adesso che l’industria straniera fornisci gli articoli di prima necessità, i prezzi si rialzano. A causa di ciò la condizione dei contadini sta diventando sempre peggiore.

Questo è aggravato dagli eventi politici come le insurrezioni all’interno del paese, e anche dalla siccità che ha colpito cinque province del Nord due anni fa. La siccità ha minacciato la vita di molti milioni di contadini cinesi. Per alleviare la situazione il governo ha deciso di mettere l’embargo all’esportazione dei cereali. In quel periodo le relazioni fra Giappone e America erano particolarmente tese. Considerando la necessità di preparare la guerra il Giappone voleva comprare i cereali proprio dove vigeva l’embargo, in Manciuria. La Cina era così debole allora che non resistette alla domanda giapponese. Così gran parte dei cereali cinesi furono portati fuori dal paese. Gli imperialisti, interessati esclusivamente al mantenimento del loro potere, ovviamente, non si preoccuparono del fatto che molti milioni morissero di fame. Erano molto poco turbati da questo fatto anche al pensiero che le sofferenze del popolo erano enormi.

Questa, nel complesso, è la situazione economica attuale in Cina, rappresentando il quadro di crudele oppressione e impareggiabile sfruttamento degli imperialisti stranieri. L’attuale Congresso dovrebbe darci i mezzi per liberarci da questo giogo. Tutti noi qui siamo uniti dal fatto che rappresentiamo paesi nei quali l’imperialismo imperversa. Compagni, spero che tutti voi, qui riuniti, esaminerete la questione per trovare i mezzi efficaci per liberarci dall’oppressione imperialista.

[Applausi].

Il compagno Ping‑Tong è chiamato a parlare della storia del Consorzio e della sua influenza.

PING‑TONG: Il Consorzio fu organizzato nel 1917 per iniziativa dell’America, ma finora non è stato ancora messo in pratica. C’è stata una Conferenza a Parigi nel 1919 sulla questione di rendere il Consorzio più efficace, ma non ha dato alcun risultato tangibile. Ha più una vita nominale che reale. Le cause del fallimento di questo Consorzio si possono trovare negli interessi divergenti dei diversi gruppi imperialisti, in particolare quelli di America e Giappone. La Conferenza di Washington è stata indetta in parte allo scopo di dare un po’ di vita al Consorzio e farlo funzionare.

Ottava Sessione
26 gennaio 1922 (mattina)

Rapporto di Safarov sulla posizione dei comunisti nella questione nazionale e coloniale e sulla collaborazione dei comunisti con i partiti nazional-rivoluzionari

Presidente: compagno Din‑Dib

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la sessione, e chiamo il compagno Safarov a leggere il suo rapporto su “la questione nazionale e coloniale ed il conseguente atteggiamento comunista”.

SAFAROV. Compagni, il sistema capitalistico mondiale non è mai stato in uno stato così precario come adesso. La guerra imperialista del 1914‑18 ha portato la vittoria a quelle nazioni che hanno partecipato in minima parte avendo una parte fittizia in essa.

Mentre questa guerra ha rovinato la gran parte d’Europa e ha scosso il sistema capitalistico europeo nelle proprie fondamenta, in America e Giappone si è creato da prima, sulla base di pesanti ordini di guerra per l’Europa, una dimostrazione di prosperità industriale. Dopo un esame delle statistiche commerciali di America e Giappone, possiamo vedere che durante il periodo di guerra la prosperità ha fatto grandi progressi in questi paesi, pareva che questi paesi fossero in grado di godere dei frutti della vittoria, che sarebbero davvero usciti vittoriosi dalla guerra imperialista. La crisi cominciò nel marzo 1920, iniziò nell’intera industria capitalistica in Giappone. Ci fu un rapido crollo della borsa con numerose bancarotte di importanti istituti bancari. Le crisi, che partirono inizialmente nell’industria filiera della seta in Giappone, si allargò agli Stati Uniti. L’America, il paese del fiorente capitalismo, il paese dalle immense risorse di materie prime, e grandi riserve di forze produttive accumulate nel passato, per la prima volta si ritrovò con un enorme esercito di sei milioni di disoccupati. Gli ultimi resoconti indicano nessun miglioramento nella situazione economica degli Stati Uniti.

La guerra imperialista ha indebolito l’economia capitalista europea e di conseguenza ha messo l’imperialismo americano e giapponese a un livello ancora più basso. L’economia capitalista mondiale ha perso il suo equilibrio. Da una parte un’enorme produzione, dall’altra, grazie alla rovina europea, non ci sono abbastanza mercati per piazzare la merce americana. Così le basi del sistema capitalista si sono ristrette.

Il Secondo Congresso del Comintern ha approvato una speciale risoluzione sulla questione nazionale e coloniale. Questa risoluzione ha definito molto chiaramente che la politica imperialista in Europa e in America porta inevitabilmente alla rovina non solo larghi strati della classe operaia ma anche una considerevole parte della classe rurale e della piccola borghesia urbana, mentre il capitalismo deve mantenere una politica coloniale predatoria per cercare di conquistare nuovi continenti e combattere per la cattura di nuove colonie. In quanto la guerra imperialista e la crisi post‑guerra del capitalismo ha ristretto le basi della produzione capitalista, è assolutamente inevitabile che la questione coloniale divenga adesso il più importante fattore della politica mondiale dell’imperialismo.

In quanto l’estremo oriente è stato finora un po’ al di fuori della competizione imperialistica, della lotta generale fra le singole grandi potenze, è naturale che adesso tutti gli sguardi si volgono verso l’estremo oriente, con la speranza di utilizzare le sue enormi riserve di materie prime e lavoro a basso costo con l’obbiettivo di ristabilire la loro influenza imperialista tanto nel campo politico come in quello economico. Mai il capitalismo ha passato una crisi così acuta, mai i capitalisti sono stati così intrisi di voglia di saccheggio.

La risoluzione del Secondo Congresso del Comintern ha dichiarato in forme dirette e chiare, che la parola d’ordine della borghesia democratica a proposito della uguaglianza formale di tutte le nazioni, l’idea che i popoli di tutti i paesi sono tutti uguali, sia dei paesi che sono entrati sulla via dello sviluppo capitalistico come dei paesi arretrati, sia liberi o paesi coloniali assoggettati, è un’illusione. Questa illusione è stata svelata dalla risoluzione del Comintern che ha spiegato che è una politica che nasconde se stessa dietro una fraseologia pseudo democratica.

Durante i rapporti dei vari paesi e la discussione sul rapporto del compagno Zinoviev, i compagni hanno rappresentato in modo devvero dettagliato il significato della parola d’ordine borghese democratica dell’uguaglianza di tutte le nazioni. I compagni hanno fornito un chiaro quadro di cosa rappresenta veramente la parola d’ordine della uguaglianza delle nazioni in una società borghese. Sotto il dominio della borghesia, sotto la dominazione del capitalismo non ci può essere uguaglianza fra le nazioni, perché il capitale dei più potenti paesi borghesi cerca sempre di sottomettere le nazioni oppresse, perché il capitale dei poteri forti cerca di sfruttare le nazioni arretrate per il lavoro a basso costo, per sfruttare le ricchezze naturali di questi paesi.

E quello che è più importante, che deve essere presentato ed evidenziato anche nelle decisioni di questo congresso è la comprensione del fatto che la strada della conciliazione con la borghesia mondiale, la strada della conciliazione con i grandi poteri imperialisti, non offre alcuna salvezza per i paesi coloniali e semi‑coloniali. Molti di loro che solo fino ad un anno fa o diciotto mesi fa confidavano su Versailles, che si aspettavano l’aiuto di un gruppo o l’altro di predoni imperialisti, adesso sono venuti tutti da noi, convinti della inutilità di aspettarsi qualcosa dalle grandi avide potenze che vorrebbero alleviare la loro situazione. Nessuna nazione può essere libera se opprime un’altra nazione e nessun governo capitalista o proprietario fondiario può dare agli oppressi quella libertà che è loro necessaria come la luce, come il pane, come l’aria.

Compagni, in contrapposizione ai politici borghesi, in contrapposizione ai rappresentanti delle grandi potenze, le borghesie di America e di Europa, l’Internazionale Comunista dichiara alle nazioni oppresse: La vostra liberazione sta nelle vostre mani. Ma potete vincere la vostra libertà solo stando spalla a spalla con il proletariato internazionale che sta combattendo per la sua liberazione sociale. Il proletariato internazionale sa bene che non si può distruggere il giogo capitalista su tutta la Terra, che non si può instaurare la dittatura proletaria sul globo intero senza avere attratto a questa grande battaglia per la libertà gli strati più arretrati della società, gli strati più arretrati del proletariato, le risorse ultimissime dell’umanità. L’imperialismo mondiale ha legato le sorti delle masse lavoratrici del Giappone, della Cina, Corea, Mongolia, Manciuria, e adesso nessuno di questi paesi può garantire la propria libertà ed il libero sviluppo nazionale senza lottare spalla a spalla nelle file del proletariato internazionale.

Per capirlo noi dobbiamo analizzare le condizioni prevalenti in questi paesi.

Molti paesi dell’estremo oriente sono paesi arretrati e stanno appena facendo i primi passi sulla strada dello sviluppo capitalistico. Stanno facendo i primi passi sulla strada dello sviluppo capitalistico sotto la pressione delle potenze straniere, sotto la frusta dei conquistatori stranieri. Nella maggioranza di questi paesi prevale una forma di agricoltura che è della piccola proprietà contadina. Gli invasori stranieri sono andati in questi paesi per sfruttarli. Non hanno sconvolto le vecchie arretrate tradizioni, non hanno distrutto queste tradizioni che si sono formate nel corso dei secoli, a cui tutti i lavoratori sono legati mani e piedi, negando loro la libertà, ogni possibilità di sviluppo indipendente di una forza cosciente. Il capitalismo nei paesi arretrati fa uso del feudalesimo medievale della Cina, della Corea e degli altri paesi dell’estremo oriente per sfruttare le loro ricche risorse naturali, le loro grandi riserve di forza lavoro e materie prime, con l’obbiettivo di procurarsi grandi profitti. È del tutto evidente che in queste condizioni è dovere obbligato per ogni comunista, ogni rivoluzionario, o qualsiasi onesto democratico, formare una chiara concezione della fase di sviluppo sociale ed economico delle nazioni oppresse dell’estremo oriente.

In un primo momento la borghesia originaria cinese giocò soltanto la parte di intermediario fra il capitale europeo e il mercato interno. Il commerciante cinese era l’agente commissionario fra i capitalisti europei che conducevano le loro operazioni nel mercato locale, fra i contadini ignoranti, e aiutava a distruggere l’industria locale che sosteneva molti milioni di persone. Il capitale straniero, come una specie di sovrastruttura, fondava il suo potere su gli arretrati nativi, sulle masse lavoratrici arretrate. Il rappresentante della Cina del sud che ha partecipato alla discussione, ci ha detto come il capitale straniero in Cina ha gradualmente catturato le risorse fondamentali di sussistenza delle masse lavoratrici. Il compagno ci ha dato i dettagli per ogni industria e la vastità di ciò che è stato conquistato dal capitale straniero.

Il capitale straniero, nella conquista della campagna arretrata e fondando là il suo dominio, ha causato una certa classificazione del lavoro, ha impiantato una differenziazione fra gli aristocratici europei e le masse arretrate lavoratrici locali. Il cinese deve rimanere per sempre un contadino servo legato alla terra, che ha dato via agli usurai del villaggio i suoi ultimi possedimenti, e da ultimo ha dato il suo sudore ed il suo sangue al capitalismo straniero. Gli artigiani locali devono eliminare le loro capacità, i loro primitivi attrezzi non possono sfidare le manifatture europee e americane nella competizione del mercato aperto, perché questa è la legge della società capitalistica. Gli artigiani, i contadini rovinati, sono buttati fuori dal loro elemento economico per sbarcare il lunario in una miserabile esistenza come sottoproletari, come un indigente che è incapace di migliorare la sua condizione sotto la dominazione imperialista europea.

Il capitale europeo ha conquistato i porti più importanti, le più importanti strade di comunicazione dell’entroterra, i centri politici più importanti, e ha impiantato la sua autorità ovunque. Come esempio di dominazione borghese si potrebbero citare le varie concessioni basate sul principio della extra territorialità in Cina. L’imperialismo straniero ha preso tutto ciò che si sarebbe potuto prendere, ha preso tutti i punti strategici dell’economia e della politica. Il capitale straniero ha progredito nel controllo sul destino delle masse oppresse, e obbliga le masse oppresse a lavorare sotto il suo comando. Il capitalismo, che ha compiuto un grande obbiettivo rivoluzionario in Europa con la concentrazione delle masse contadine arretrate nelle fabbriche, insegnando a queste masse il lavoro collettivo, organizzandoli e impregnandoli dello spirito di lotta, e poi facendoli combattere per i loro interessi, questo capitalismo non sviluppa l’industria nei paesi arretrati, questo capitalismo si propone di mantenere tutti questi paesi nella loro arretratezza come fornitori di materie prime. Mentre in Europa il capitalismo ha convertito i contadini in proletari, qui converte i contadini in vagabondi che, privi di un lavoro utile, sono obbligati ad ingaggiarsi in bande di ladri per la ricerca dei mezzi per la sussistenza per loro e la loro famiglia.

Il destino accaduto a Cina e Corea dimostra il totale egoismo di europei, americani, lo scopo del capitalismo internazionale non è quello di sviluppare le industrie dei paesi arretrati ma, al contrario, di ritardarne lo sviluppo industriale con ogni mezzo possibile, in modo da perpetuare i loro interessi predatori a spese degli interessi vitali delle larghe masse lavoratrici. E così, quando gli ingenui rappresentanti nazional-rivoluzionari delle organizzazioni della borghesia democratica si aspettavano un aiuto da Versailles e da similari inaffidabili, hanno avuto a che fare ogni volta con dei grossolani equivoci dei loro interessi, con odio e rancore. Non potevano capire perché queste conferenze erano indette proprio dalla classe che è interessata allo sfruttamento di questi paesi.

In Cina ci sono diversi gruppi che sostengono l’anarchia feudale. Fin dal tempo della rivoluzione del 1911. Il feudalesimo in Cina si presenta nella forma di una organizzazione burocratico-militare che regna su di un sistema economico patriarcale del piccolo contadino. Il capitalismo straniero sta trovando dei vantaggi dalla guerra e dalle sue conseguenze, in modo da lacerare il corpo della Cina in più parti, in modo da spaccare l’integrità del territorio cinese, deliberatamente incoraggia l’insurrezione e la guerra civile in quel paese per assicurarsi i suoi predatori interessi tramite il disordine e l’anarchia.

La politica giapponese è una politica di svergognata rapina, una politica di aperta violazione che fu ben esemplificata in un documento emanato dal partito giapponese patriottico dei Cento Neri, del “Dragone Nero”, fin dall’inizio della guerra imperialista mondiale. In questo documento i maggiori capi della politica imperialista giapponese scrissero apertamente e svergognatamente come segue:

«Dobbiamo immediatamente prendere delle misure per indurre i rivoluzionari cinesi, gli imperialisti ed ogni tipo di elementi insoddisfatti in Cina a causare disordini, e questo porterà al rovesciamento del governo Huan. Allo stesso tempo, dobbiamo selezionare, fra i più influenti e alti circoli della popolazione, una persona che potrebbe aiutare nella realizzazione di una nuova forma di governo e pacificazione del paese. Questo lo possiamo fare solo con l’aiuto del nostro esercito e se all’inizio proteggeremo la vita e le proprietà della popolazione cinese, non ci saranno obbiezioni nel riconoscimento di un governo che sarà pronto a formare l’ unione con il Giappone.

«Il momento attuale è una opportunità per istigare disordini. È solo questione dei mezzi finanziari che mancano. Ma se il governo giapponese userà la situazione spingendo per dei prestiti questi arriveranno subito. Così potremo procedere con i nostri piani e facilmente raggiungeremo i nostri obbiettivi. Tuttavia, in base alla tendenza della guerra europea, è necessario agire presto, perché le condizioni che oggi si presentano favorevoli non si ripeteranno.

«Studiando l’attuale forma di governo in Cina, dobbiamo considerare quanto una forma di governo repubblicana possa adattarsi a quella gente. Fino ad oggi non abbiamo visto altro che delusione in ogni occasione di pratico inizio dell’instaurazione di un sistema repubblicano. Anche quelli che, all’inizio, erano a favore della repubblica, hanno ammesso che si erano sbagliati. Quindi il mantenimento, in futuro, dell’attuale forma di governo renderà sempre più difficile il riavvicinamento fra la Cina ed il Giappone. Le ragioni di questo sono le seguenti: i principi di base, gli obbiettivi sociali e morali della repubblica sono in conflitto con i principi di base e gli obbiettivi della monarchia costituzionale. Tutte le leggi e l’intero sistema di amministrazione ha un diverso carattere. Quindi, se il Giappone si avvantaggia, come dovrebbe, delle attuali opportunità, la Cina dovrà cambiare il suo sistema statale d’accordo con il modello giapponese, e solo dopo sarà possibile arrivare ad una soluzione soddisfacente della politica dell’Estremo Oriente.

«Poi, è nell’interesse della politica giapponese, che deve mirare ad una unione permanente con la Cina, che insieme al cambiamento del governo cinese, ci sarà anche un completo cambiamento del sistema e la trasformazione in una monarchia costituzionale, che corrisponderà in ogni dettaglio, al sistema monarchico esistente in Giappone» (Der Neue Orient, Vol. V, No. 7/8 pag. 234‑235).

Questa gente tira fuori le loro opinioni apertamente.

Prima di imbarcarsi nella loro politica predatoria, prima di condurla su larga scala più di quanto non fosse già fino a quel momento, espressero i loro obbiettivi e portarono avanti il loro programma del governo giapponese e dell’imperialismo giapponese, per creare disordine nel paese, per prevenire ogni possibilità di sviluppo per un buon ordinamento economico, per impadronirsi delle risorse economiche del paese oppresso. Quello che successe successivamente fu soltanto il diretto risultato di quel piano. Consisteva nel sostenere la feccia della popolazione cinese, i delinquenti, i Dutsiun, incoraggiando la guerra civile e provocando la rovina nella nazione cinese. Il rappresentante del Partito del Kuomintang ha descritto in modo molto appropriato i vari governi del Nord che si sono succeduti l’un l’altro durante il 1918. Ha detto: «Questa gente viaggia in automobile, emette prestiti stranieri e non fa niente. La loro maggiore occupazione consiste, prima di tutto, nella vendita del loro paese, pezzetto dopo pezzetto, agli stranieri accaparratori e secondariamente nella vendita di loro stessi a questi stranieri accaparratori, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto».

Va da sé che dietro ogni predone militarista, ogni Dutsiun che sostiene la guerra in Cina, c’è un capitalista straniero, che si muove astutamente sulla scacchiera. Non c’è niente di sorprendente nel fatto che l’imperialismo giapponese si è espresso con così notevole franchezza e notevole cinismo nel documento che ho citato. Sono guidati dagli interessi dell’imperialismo giapponese. L’esportazione dal Giappone verso la Cina, nel 1908, ammontava a 52 milioni di tael, e, nel 1917, a 221 milioni. Mentre nel 1906 le esportazioni giapponesi in Cina ammontavano al 14%, nel 1917 ammontavano al 42% delle esportazioni totali, tre volte tanto. Dopo il 1917 le esportazioni dal Giappone verso la Cina hanno continuato ad aumentare. Proprio perché l’imperialismo giapponese voleva disfarsi delle sue merci avariate, era necessario istituire un dominio giapponese nel sud della Manciuria e nel nord della Cina il più velocemente possibile per approfittare del fatto che gli altri furfanti imperialisti erano occupati su altri fronti ad annettersi una parte considerevole del territorio cinese. Il tentativo del Giappone di intrappolare la Cina nella guerra imperialista del 1914 e successivamente, a causa della sua debolezza, prendendo su di sé la nobile missione di proteggere gli interessi cinesi contro la Germania, non era altro che un trucco diplomatico dell’aggressione imperialista ben esemplificata nella sua occupazione dello Shantung.

Nella misura in cui il capitalismo straniero penetra in questi paesi arretrati come la Cina, crea così le condizioni del lavoro, nelle imprese e in tutte le industrie che non mancano di sfruttare nel modo più brutale le masse lavoratrici indigene. Così, per esempio, nei due più grandi cantieri ferroviari, che occupano 6.000 uomini, nel 1920 il 3% dei lavoratori è morta di tubercolosi. Troviamo fino a un 9% di mortalità per la tubercolosi fra i minatori.

Si dovrebbe pensare che il capitalismo giapponese, il quale, insieme con gli altri, crea delle condizioni così disumane per il lavoro nei paesi arretrati, potrebbe trattare meglio i lavoratori nella madrepatria e dare loro migliori condizioni di lavoro. In realtà, noi vediamo le condizioni seguenti: per ogni mille donne in Giappone, nelle filature di cotone, ci sono ogni anno 266 casi di tubercolosi polmonare e 217 di altre forme di tubercolosi. Nelle tessiture di seta ci sono 34 casi ogni mille di tubercolosi polmonare e 47 di altre forme di tubercolosi; nelle tessiture ci sono 210 casi di tubercolosi polmonare; altre forme 280. Nell’industria della canapa, 114 di tubercolosi polmonare e 114 di altre forme. Quindi l’eccesso di profitto che si ottiene dalla linfa vitale delle masse lavoratrici della Cina non va nell’interesse degli operai e dei contadini giapponesi, ma va interamente nelle tasche dei capitalisti e dei proprietari fondiari giapponesi, che incrementano i loro profitti derubando un altro paese, e attraverso l’aumento di questi profitti, si permettono di sfruttare i loro operai e contadini in modo più brutale. La mortalità della classe operaia giapponese e di quella cinese assume proporzioni allarmanti. Questi dati ci ricordano quelli citati da Marx quando ha descritto il periodo chiamato accumulazione primaria del capitalismo.

È ovvio che, a causa della enorme scarsità di materie prime, specialmente per l’industria metallurgica, che regna ormai sul mondo intero, il capitalismo britannico, americano, giapponese ed anche francese volga i loro bramosi sguardi verso la Cina. Vi leggerò una lista delle riserve di carbone del mondo intero. Negli Stati Uniti d’America ci sono 3.838 miliardi di tonnellate, in Canada 1.234, in Cina 996, in Germania 423, e in Gran Bretagna 189 miliardi di tonnellate. Così possiamo vedere che il continente americano è il più ricco, per quanto riguarda il carbone. Allo stesso tempo si può vedere da questa lista, che l’Europa è il doppio più povera di carbone della Cina. La Gran Bretagna, che per molti decenni ha avuto le miniere di carbone per l’industria europea, la Germania, che era capace, data la sua ricchezza di carbone, di svolgere un enorme progresso nel campo industriale, questi due paesi insieme posseggono soltanto la metà di quanto ce n’è in Cina. In Cina sono impiegati metodi primitivi nell’industria carbonifera, che è soltanto nella sua fase iniziale. Nel 1900 la produzione raggiunse 5 milioni di tonnellate, 20 milioni di tonnellate nel 1917. L’industria cinese è solo all’inizio delle sue capacità.

Nel 1913 il numero di fabbriche e di cantieri equipaggiati con moderne tecnologie conformi agli standard sommavano a 1913 [sic]; il numero degli operai occupati, 630.962. Delle 21.713 imprese ce ne sono 347 equipaggiate con motori meccanici, delle quali 298 a vapore; inoltre 141 con motori elettrici e 212 imprese con altre tipologie di motori. I lavoratori maschi sono 478.000, le donne 212.000. Verso la fine del 1913 c’erano 365 compagnie proprietarie di impianti industriali, mentre la somma del capitale investito ammontava a 69.857.000 dollari, con un capitale di riserva di 1.857.000 dollari. Secondo le ultime statistiche, le fabbriche e le officine erano divise nelle seguenti branche:

 FabbricheOperai
Macchinari agricoli6.03034.745
Filature e tessiture4.652  249.324
Prodotti alimentari6.175181.739
Cartiere e stamperie2.13464.352
Metallurgia1584.049
(Der Neue Orient, Volume II, N°2, pag.10)

Le fabbriche di proprietà di imprenditori indigeni assumono solo lavoratori manuali. Tutti i grandi giri industriali sono nelle mani dei capitalisti stranieri. Se consideriamo la Cina dal punto di vista economico, dobbiamo ammettere che nel campo dello sviluppo industriale ha un grande futuro davanti a sé. Nessun altro paese al mondo possiede tali ricchezze naturali. Nessun altro paese al mondo è così densamente popolato come la Cina e nessun altro paese al mondo è così brutalmente sfruttato, a eccezione, forse, per l’India. I capitalismi di America e Gran Bretagna hanno uguale interesse nel rapace sfruttamento delle materie prime cinesi, ma non sono interessati allo sviluppo delle industrie cinesi. Per esempio la Conferenza di Washington, insieme alla Quadruplice Alleanza, che si formò allora, ci mostra che non solo noi comunisti ma nemmeno i democratici borghesi e i rappresentanti della borghesia cinese possono nutrire speranze in quella direzione. Le industrie cinesi e il capitalismo cinese non può essere sviluppato con il sostegno del capitalismo americano, britannico e giapponese, perché non è nell’interesse delle grandi potenze, perché è il contrario dei loro interessi coloniali e capitalistici.

Consideriamo adesso i compiti che le masse lavoratrici cinesi hanno di fronte. Il compito principale con il quale si devono confrontare è di raggiungere la loro emancipazione dal giogo straniero. È il compito non solo dei comunisti ma di tutti gli onesti democratici cinesi, di criticare in modo implacabile i vari politicanti cinesi che si stanno comunque accordando con una delle bande imperialiste. Il compagno Zinoviev ha completamente ragione dicendo (naturalmente, non intendendo i migliori rappresentanti del Partito del Kuomintang, e alcuni circoli politicamente collegati, più o meno, con il governo del sud della Cina) che ci sono molti simpatizzanti dell’America in questi circoli. Ha anche completamente ragione dicendo che anche la borghesia cinese non ha speranza che la Cina possa essere capace di entrare a entrare nei ranghi delle grandi potenze con l’aiuto del capitalismo britannico, americano e giapponese. Tali speranze non possono esistere in quanto il capitalismo americano è, soprattutto, interessato allo sfruttamento della Cina come bacino di mano d’opera e come magazzino di materie prime.

È imperativo condurre una lotta energica per il superamento di questo regime che sostiene l’anarchia feudale all’interno del paese. Tutti i democratici cinesi devono lottare per la Repubblica Federale Cinese, non devono accontentarsi di lavorare negli strati superiori della società, i cosiddetti intellettuali, devono andare giustamente nelle masse ed organizzare queste masse contadine sotto la parola d’ordine del governo democratico, che ridurrà il costo della vita. Ogni avventuriero sta derubando il contadino cinese, che è derubato dal capitalista straniero, dal funzionario giapponese, dai Dutsiun cinesi, e dagli usurai indigeni. È imperativo risvegliare la massa del popolo cinese che è il fondamento della Cina, e la parte principale della popolazione cinese, e senza il risveglio di queste masse contadine, non c’è alcuna speranza di emancipazione nazionale. I piccoli gruppi di operai e gli elementi radicali della borghesia democratica non saranno capaci di fare alcunché senza aver destato le masse contadine e senza aver detto loro che al posto di quelle tasse che stanno rovinando il paese e stanno scavando la fossa al futuro del popolo cinese, che al posto di queste tasse e requisizioni, sarà istituita una tassa uniforme e una amministrazione eletta dal popolo e responsabile verso il popolo.

Senza aver conquistato queste larghe masse al movimento sarà impossibile raggiungere alcun risultato. I contadini cinesi sono sfruttati nelle piantagioni gestite dagli europei, sono anche sfruttati dagli usurai indigeni che, approfittando dei diritti della proprietà della terra, li sfruttano nelle loro qualità di piccoli affittuari. Dobbiamo lanciare la parola d’ordine della nazionalizzazione della terra, di una maggiore tassazione delle concessioni straniere. Questa non è soltanto una parola d’ordine comunista; questa parola d’ordine può essere sostenuta da ogni onesto democratico realmente interessato alla lotta delle larghe masse e a guidarle nella rivoluzione. I democratici borghesi devono capire che non arriveranno a una rivoluzione se non saranno in grado di abbattere il dominio degli stranieri tramite la conquista delle grandi masse. In questa questione non ci sono dubbi, lo devono capire in modo incontrovertibile. Il primo compito con cui si devono confrontare le masse lavoratrici cinesi e i loro elementi avanzati – i comunisti cinesi – consiste nella liberazione della Cina dal giogo straniero, nella nazionalizzazione della terra, nel rovesciamento dei Dutsiun, nella istituzione di una unica federazione, una repubblica democratica, nella introduzione di una tassa uniforme sul reddito. Devono fondare una federazione, una repubblica unita negli interessi delle grandi masse contadine cinesi, che da una parte sono vittime dei Dutsiun e dall’altra sono usati come carne da cannone.

Queste masse contadine devono essere conquistate alla parte della rivoluzione. Il movimento operaio cinese sta appena imparando i primi passi. Non stiamo costruendo nessun castello in aria per il prossimo futuro, non ci aspettiamo che la classe operaia cinese prenda la posizione dominante che gli operai giapponesi saranno in grado di raggiungere nel prossimo futuro. Ma il giovane movimento operaio cinese sta crescendo. I sindacati esistenti sono legati da pregiudizi di mestiere, che sono ancora per molti aspetti le vecchie organizzazioni professionali, vanno riorganizzati come genuini sindacati proletari. Questo è il primo compito. Noi dobbiamo iniziare una lotta implacabile contro le vecchie forme di sfruttamento che in Cina vengono effettuate con l’aiuto dei padroni, dove l’imprenditore cinese è il responsabile diretto dello sfruttamento capitalistico.

Allo stesso tempo deve essere stabilito definitivamente che il movimento dei lavoratori, gli operai cinesi devono percorrere la loro strada, non devono collegarsi con alcun partito democratico o con qualsiasi elemento borghese. Non abbiamo intenzione di nascondere la verità. Sappiamo perfettamente bene che nel prossimo futuro non ci potranno essere forti conflitti fra noi e questi elementi borghesi democratici organizzati nella organizzazione nazionale rivoluzionaria. Ma allo stesso tempo dobbiamo dire a questi elementi democratici borghesi che – poiché si adopereranno a schiacciare il movimento operaio cinese, poiché proveranno ad usare i sindacati cinesi per i loro propri meschini interessi e terranno questi sindacati nel vecchio spirito di mestiere, predicando la concordia di classe fra lavoro e capitale – al quel punto noi faremo una lotta determinata contro di loro.

Noi sosteniamo ogni movimento nazionale rivoluzionario, ma lo sosteniamo solo nella misura in cui non è diretto contro il movimento proletario. Dobbiamo affermare: è un traditore della causa della rivoluzione proletaria comunista chi non sostiene il movimento nazionale rivoluzionario. Ma dall’altra parte dobbiamo esser consapevoli che è traditore della causa nazionale chi combatte contro il risveglio del movimento proletario, è traditore del suo popolo e della causa nazionale, chi ritarda la classe operaia cinese nei suoi sforzi per alzarsi sulle sue gambe e parlare il suo proprio linguaggio.

Ho davanti a me il rapporto del sindacato cinese dei metallurgici della città di Canton. Il rapporto si conclude così: «Bertrand Russel disse: “se mi si chiedesse come può la Cina sviluppare le sue industrie senza il capitalismo, risponderei prima di tutto attraverso il socialismo di Stato”. L’autore di queste righe, che è un delegato di questo sindacato, è della stessa opinione del famoso filosofo inglese». Bertrand Russel è il rappresentante del corrotto socialismo della armonizzazione sociale. È chiaro che gli operai cinesi devono rifiutare la strada indicata dai capi di questo corrotto socialismo del compromesso dei colonizzatori europei, e seguire la strada intrapresa dalle grandi masse di operai del mondo intero, la strada del comunismo. Resta inteso che ogni parola da Stato socialista in Cina senza trasformare la Cina in una repubblica cinese, prima che le masse lavoratrici della Cina siano mature per la repubblica dei Soviet, è solo un inganno. È necessario che la classe operaia non si isolati dalle masse contadine cinesi. È necessario che stringa le mani con quelle delle masse contadine e porti loro la luce, la cultura, e le idee comuniste.

Naturalmente la Cina non si trova di fronte a una imminente rivoluzione comunista, e ad una immediata sovietizzazione, ma allo stesso tempo si deve ammonire che la luce dell’idea dei Soviet è la forma più adeguata di organizzazione per la lotta rivoluzionaria delle masse e per il controllo rivoluzionario di queste masse sugli organi democratici di potere. I Soviet sono il miglior armamento nelle mani dei lavoratori di ogni paese, tanto che abbia una predominanza di popolazione proletaria quanto che sia invece un paese contadino. L’esperienza del movimento rivoluzionario nel vicino Oriente e nell’Asia centrale lo prova in modo convincente e questa esperienza non può passare nell’estremo Oriente senza lasciare traccia.

I problemi che stanno affrontando le masse lavoratrici della Corea sono più semplici. Là, così come in Cina, sosterremo ogni movimento rivoluzionario nazionale che si oppone a ogni compromesso con l’imperialismo ed è pronto a muoversi ostinatamente verso l’obbiettivo dell’emancipazione nazionale. Non ci turberemo né esiteremo di fronte al fatto che alcune di queste organizzazioni sono società contadine ed altre sono sette religiose, ecc. Ci rendiamo perfettamente conto che questo movimento è borghese democratico, tuttavia lo sosteniamo come sosteniamo ogni movimento nazionalista per l’emancipazione, in quanto è diretto contro l’imperialismo e perché è in accordo con gli interessi del proletariato internazionale. E chiediamo questo anche agli operai coreani. Là c’è l’imperialismo giapponese che è il potere imperialista che ha distrutto l’aristocrazia coreana. Quindi è giusto parlare colà del fronte unito nazionale, ma, allo stesso tempo, si deve denunciare nel modo più determinato ogni tentativo di realizzare l’emancipazione del paese attraverso il compromesso e il pacifismo.

La rivoluzione del marzo 1919, il maggiore evento nella vita del popolo coreano, fu una rivolta di queste masse schiacciate che non poteva portare alla vittoria. Il popolo coreano avanzava pieno di entusiasmo davanti ai ranghi serrati delle baionette giapponesi e si immolava in una morte eroica, ma fu una rivolta che non poteva avere successo. Ogni onesto democratico deve riconoscere che è solo nella lotta armata e marciando spalla a spalla con il proletariato comunista del mondo intero, che gli operai possono raggiungere la vittoria sugli annessionisti e oppressori stranieri guadagnandosi una reale libertà. La conferenza di Washington ha eliminato ogni illusione sul fatto che la Corea sia capace, in un modo o nell’altro, con l’aiuto dei paesi imperialisti di America o Francia o di qualche altro paese, di liberarsi da sé della oppressione giapponese. La Corea o rischia la sua totale cancellazione o si deve emancipare da sé nel cammino rivoluzionario.

Non ci sono altre possibilità. Il regime giapponese in Corea è comparabile solo con quello inglese in India. Qui ci sono alcuni dati interessanti riguardo alle spese dal 1919 al 1920.

Secondo la versione ufficiale del governo generale giapponese in Corea, le spese sono state le seguenti, in Yen:

Per:19191920
L’ex casa imperiale di Corea1.500.0001.500.000
Il governat. giapponese in Corea3.192.0007.202.000
La polizia e gendarmeria  19.826.000  41.940.000
La costruzione di prigioni850.000
Le scuole773.0001.228.000
La salute pubblica709.000912.000
Le guarnig. giapponesi in Corea17.259.00015.383.000

Così, mentre il militarista giapponese, l’ufficiale giapponese fa il conto delle sue spese, assegna la gran parte delle sue entrate alla continuazione della sua politica predatoria e vessatoria verso il popolo coreano. La Corea è stata saccheggiata e conquistata dal Giappone, e la lotta per l’emancipazione nazionale della Corea, così come quella per l’emancipazione nazionale della Cina, è il principale obbiettivo della classe operaia giapponese. La classe operaia giapponese deve riconoscere che il nemico è nel proprio paese. È la forza rivoluzionaria più avanzata nell’Estremo Oriente, e deve essere la prima a dare un colpo decisivo all’imperialismo giapponese, senza il quale, non sarà libera dalle sue catene, le catene dell’imperialismo giapponese. Questo non si può ottenere senza spezzare le catene della Cina e della Corea, senza fare a pezzi la politica dell’imperialismo giapponese.

Compagni, non ho molto tempo, mi piacerebbe però parlare molto brevemente sui compiti che ci troviamo di fronte in Giappone.

Il Giappone è un paese al più alto sviluppo capitalistico e con una classe operaia numerosa che ha un grande futuro davanti. Due milioni e mezzo di operai d’industria, sei milioni di proletari non riconducibili alla grande industria, oltre 5.000.000 piccoli affittuari, semi‑lavoratori – sono cifre che se calcolate con l’aritmetica rivoluzionaria appaiono fatali per il capitalismo. Il Giappone si sta sviluppando sulla linea prussiana. I funzionari giapponesi si sono adattati allo sviluppo borghese e sono stati assimilati all’interno della frazione più ricca della borghesia giapponese. Attualmente il blocco fra i Genro [statista navigato, oligarca, ndt] e i capitalisti della finanza rappresentano il potere supremo. È un ordine sociale plutocratico mascherato da forme costituzionali. In realtà, il potere che appartiene al Mikado, alle vecchie famiglie feudali, è collegato con diverse imprese, che tengono nelle loro mani il destino del popolo giapponese, come nel passato. Così, un settore di queste famiglie feudali è collegato con l’esercito, l’altro con la marina, e il terzo con numerosi porti e cantieri navali, ecc. I proprietari fondiari giapponesi e la nobiltà sono diventati più borghesi degli altri e anche il Mikado che, come si sa, “discende dal divino”, è proprietario di un hotel di lusso.

Ciò significa che oggigiorno tutto è possibile, che anche il popolo del divino può possedere case di tolleranza e grandi cantieri navali, ecc. Siamo testimoni dell’unione della plutocrazia con i resti della società feudale. La borghesia giapponese, educata nello spirito del servilismo, nello spirito dell’adulazione del militarismo dell’ordine sociale monarchico, questa borghesia non è capace di risolvere il problema nazionale. I partiti borghesi del Giappone sono in natura dei gruppi e delle cricche e niente altro. Una frazione della borghesia è principalmente collegata con i grandi latifondisti ed è una frazione della “Sei‑Yu‑Kai”, che è il partito dell’aggressione militarista. L’altra frazione, che è una parte di questo partito, occasionalmente indulge al liberismo, è il partito plutocratico, piccolo borghese, che sta opprimendo le masse lavoratrici.

Mentre l’imperialismo giapponese ha raggiunto i livelli delle potenze imperialiste e il capitalismo giapponese è diventato una potenza, la classe operaia sta iniziando a fare il suo primo timido passo sulla via del movimento operaio. La maggiore organizzazione sindacale in Giappone, che comprende 50.000 iscritti, è l’organizzazione Yu‑A‑Kai, ed è stata organizzata dal tipico finto sindacalista, il Signor Suzuki, l’amico di Gompers. La federazione venne fondata nel 1911, e Suzuki l’ha dominata fino al 1920, insieme ad intellettuali direttamente collegati con i rappresentanti dell’industria e del commercio, e ci hanno girato intorno anche rappresentanti del socialismo di Stato, generali in pensione, a predicare la collaborazione fra capitale e lavoro sotto il giogo della monarchia imperialista.

Ma prima le rivolte del riso, che sono state degli scoppi spontanei del malcontento delle masse dopo la crisi della guerra a causa dello stato di cose del capitalismo, poi l’ondata degli scioperi hanno portato alla liberazione dei lavoratori giapponesi dalla tutela degli intellettuali borghesi. Ci furono 50 scioperi nel 1914, ce ne sono stati ben 185 nel 1920. Nel 1914 gli uomini coinvolti negli scioperi furono circa 158, nel 1920 il numero crebbe a 878. Cosa significa? Significa che la classe operaia si sta risvegliando, significa che i lavoratori stanno diventando un potere cosciente.

Le grandi masse lavoratrici giapponesi non sono permeate dall’idea della lotta di classe. Durante un certo numero di scioperi le classi dominanti terrorizzarono gli operai radunati nei templi a pregare Dio e ne uscivano gridando: viva il Lavoro e Bansai Mikado. Ciò mostra che la classe operaia giapponese non si regge ancora su basi solide. Ma il Signor Suzuki ha già perso la sua influenza.

Nel 1920 fu organizzata un’ala radicale della classe, i sindacati e questa ala sono rappresentata a questo Congresso. Questi compagni che sono venuti qui prima si chiamavano anarco-comunisti e sindacalisti. Dopo aver parlato a lungo con noi, dopo essere riusciti a sentirsi a proprio agio nella rivoluzione russa e aver capito il movimento rivoluzionario internazionale, sono arrivati alla conclusione di aderire alla rivoluzione proletaria, di essere comunisti. Il compagno Katayama ha dichiarato che mentre una volta usavano definirsi anarco-comunisti, adesso hanno gettato l’anarco e sono semplicemente comunisti. Questa è una grande vittoria. Veramente, quando la parte migliore della classe operaia giapponese elabora un sicuro atteggiamento verso gli intellettuali e le loro politiche non è nient’altro che una reazione contro il compromesso sociale e lo spirito autocratico che fu introdotto nei sindacati dal Signor Suzuki. Resta inteso, che questi anarco-comunisti e sindacalisti sono giustamente membri della Internazionale Comunista, così come lo è chiunque.

Compagni, l’unione che qui si sta saldando fra gli elementi più influenti del movimento dei lavoratori è di grande importanza per il destino dell’Estremo Oriente. Il proletariato giapponese inizia ad essere una forza rivoluzionaria. Sta vivendo in condizioni peggiori di quelle che noi abbiamo dovuto sopportare, e tuttavia sta organizzandosi in forza indipendente. Gli operai giapponesi non possono sperare di superare il peso dell’oppressione e fare la rivoluzione sociale proletaria direttamente. Devono sconfiggere gli avversari, usare tutti i mezzi per battere la loro classe nemica, e prima di tutto, sconfiggere il blocco dei plutocrati, il blocco dei proprietari fondiari. Questo blocco deve affrontare la stessa decisiva tempesta che si è avuta da noi, cioè la classe operaia russa, in particolare nel 1917. La prima richiesta deve essere: “una repubblica democratica, nazionalizzazione della terra, nazionalizzazione della grande industria, con la imposizione del controllo operaio sulla produzione”.

Se diamo uno sguardo ai dati vedremo che c’è abbastanza materiale infiammabile nell’ambito giapponese da fare un buon servizio al momento della rivoluzione sociale democratica e proletaria.

Secondo il censimento del 1916/18, 219.859 famiglie, il 4% della popolazione agricola, possedeva più di 3,18 ettari di terra; 1.449.340, il 26,5%, aveva più di 2 ettari; 3.696.168, il 69%, aveva meno di 1 ettaro [2 ettari?]. I grandi proprietari terrieri, con possessi di più di 50 ettari, erano soltanto 3.495, lo 0,07%. Circa il 70% dei contadini aveva meno di 2 acri di terra. A questo miserabile lotto di terra erano condannati in una condizione di inedia continua. Naturalmente questi poveri mezzadri e lavoratori sono i nostri alleati naturali nella nostra lotta contro gli oppressori. L’organizzazione di un sindacato indipendente dei mezzadri che si formò per unire le lotte per migliori condizioni d’affitto è la migliore prova del fatto che si stanno risvegliando. Il fatto che stanno iniziando a entrare in contatto con la classe operaia, che stanno cercando il suo aiuto, prova che la classe operaia giapponese seguirà la stessa strada dell’unione fra operai e contadini che noi operai e contadini russi abbiamo sostenuto all’inizio della nostra rivoluzione.

Hanno un grande futuro davanti, anche se dobbiamo rilevare che benché giovane come classe operaia, e difficile la sua posizione, non si sottrarrà al dovere di unire il nodo dell’Estremo Oriente. Circa il 50% dei lavoratori giapponesi sono donne, il 25% del proletariato si è unito all’esercito degli operai durante la guerra. La variegata composizione della classe operaia giapponese è ostacolata nell’uso del proprio linguaggio, il linguaggio della rivoluzione proletaria, ma d’altra parte, quando l’avanguardia si esprime, è assolutamente chiaro, che l’unità fra le masse operaie giapponesi e la piccola borghesia, le masse semi‑proletarie, sarà il gioco determinante, questa unione assicurerà la posizione principale alla classe operaia per la comune lotta rivoluzionaria per un regime politico completamente democratico, e gli darà il ruolo principale nella rivoluzione sociale proletaria. Deve essere risolutamente evidenziata la parola d’ordine che i Soviet sono l’organo della lotta rivoluzionaria per il potere delle masse giapponesi.

I compagni che si dicono anarco-comunisti e sindacalisti esprimevano il timore che una tale lotta attraverso la democrazia, dove noi non separiamo mai i settori e non incontriamo i nostri avversari singolarmente, avrebbe potuto portare al compromesso e alla diffusione delle illusioni democratiche. Non è così e i compagni ne sono convinti. A casa, in Giappone, non hanno mai incontrato veri comunisti, comunisti rivoluzionari che usano l’arma della politica negli interessi della lotta proletaria.

Se noi adesso diciamo alla classe operaia che attraverso il rovesciamento del Mikado, del militarismo e dell’ipocrisia, deve marciare verso la rivoluzione, non significa che stiamo invitando al compromesso con i partiti borghesi, non importa come essi si fanno chiamare. Questo non significa che stiamo invitando la classe operaia a non avere un suo proprio ruolo politicamente indipendente. Questo significa, è dimostrato, scioperi e, se necessario, lotta armata, deve condurre alla lotta per l’abolizione del regno plutocratico e militarista del Giappone. Significa che si prenderà possesso di tutti i mezzi di produzione per sbarazzarsi del coercitivo capitalismo e imperialismo giapponese.

Il compito con il quale la classe operaia giapponese si confronta è un compito internazionale, che richiede che si accolli la parte maggiore di responsabilità nella lotta. Il destino dell’Estremo Oriente, della Corea e della Cina, dipende dal risveglio del movimento operaio giapponese e dal suo irrobustimento. Questo esempio dovrebbe rendere chiaro a ogni borghese che solo l’unione con il movimento proletario e solo con l’aiuto dato a questo movimento proletario può condurre i popoli oppressi verso la loro emancipazione.

Perciò, l’obbiettivo con il quale le masse operaie si stanno confrontando consiste soprattutto nell’emancipazione dei paesi oppressi. Dobbiamo appoggiare ogni movimento nazionale diretto contro l’oppressione imperialista, e condurremo una lotta implacabile contro tutte le tendenze e organizzazioni che danno un minimo contributo agli imperialisti o alla diplomazia imperialista internazionale. L’obbiettivo fondamentale consiste nella distruzione dell’edificio dell’imperialismo giapponese dall’interno. Crediamo che la classe operaia giapponese si affermerà in questo con onore.

Mi soffermerò adesso sui paragrafi separati del Congresso riguardo alle questioni nazionale e coloniale, tenterò di adeguarli alla situazione attuale nell’Estremo Oriente.

Deve essere molto chiaro a tutti che solo l’indirizzo dei Soviet russi, solo l’indirizzo dell’Internazionale Comunista e delle forze internazionali operaie, come una forza internazionale dei lavoratori e che solo un indirizzo del genere può salvare le masse oppresse di Corea, Cina, Manciuria e Mongolia. Ed è solo con questo indirizzo che si possono liberare dal giogo imperialista.

Compagni, il principale risultato del nostro Congresso e del nostro dibattito potrebbe essere che tutti coloro che hanno partecipato al Congresso dovrebbero avere una effettiva comprensione della correlazione fra il movimento nazionale rivoluzionario e quello dei lavoratori. Non desideriamo imporre a nessuno la nostra visione, non desideriamo imporre a nessuno il nostro programma, non invitiamo nessuno che non sia pronto ad entrare nelle file del Partito Comunista, non desideriamo alcuna sovietizzazione forzata, ma d’altra parte diciamo che più sosteniamo il movimento nazionale democratico più chiediamo un atteggiamento di lealtà verso il movimento dei lavoratori, verso il Partito Comunista, verso la classe operaia.

Chiamiamo ad una lotta implacabile contro l’imperialismo. Questo Congresso deve creare un rafforzamento della solidarietà internazionale di tutte le nazioni dell’Est. Questo Congresso deve realizzare l’unione degli operai giapponesi con gli operai e contadini rivoluzionari cinesi e anche con tutti gli elementi democratico borghesi che intendono sinceramente combattere. Il proletariato rivoluzionario non può prendere in considerazione l’idea sbagliata che noi sosteniamo solamente il movimento proletario delle colonie. Non è una colpa ma piuttosto la sfortuna dei paesi arretrati di non possedere una classe proletaria numerosa. Solo in alleanza con il movimento proletario delle nazioni oppresse si otterrà la loro libertà.

Il risultato della nostra discussione deve essere una chiara visione, naturalmente, che le possibilità di vittoria per il movimento rivoluzionario nazionale aumenteranno notevolmente se le masse proletarie svolgeranno un ruolo indipendente in questo movimento, se gli elementi proletari delle nazioni oppresse si affermeranno come capi e alfieri in questa lotta nazional-rivoluzionaria. Il risultato della nostra discussione deve essere una chiara visione del fatto che il proletariato giapponese è la forza principale che risolverà il problema dell’Estremo Oriente, che la solidarietà fraterna con il proletariato giapponese, con i comunisti giapponesi, con il proletariato rivoluzionario giapponese, è la condizione indispensabile non solo per vincere una battaglia ma anche per una reale e definitiva liberazione delle masse oppresse della Cina e della Corea sotto il giogo dell’imperialismo.

Viva la liberazione degli operi dell’Estremo Oriente! Viva l’unione degli operai dei contadini dell’Estremo Oriente sotto il vessillo della Internazionale Comunista!