Partito Comunista Internazionale

Sulla situazione italiana

Categorie: Antifascism, Communist Left, Fascism, Italy

Questo articolo è stato pubblicato in:

Premessa del 1990

    L’articolo che ripubblichiamo apparse su Prometeo n. 3 del 1928, in piena dittatura fascista, quando una buona parte di autentici democratici aveva aderito, e senza riserve mentali, al fascismo (al riguardo può essere illuminante la lettura del libro di E. Lussu “Marcia su Roma e Dintorni”), quando la CGL proclamandosi disciolta lanciava l’appello ai lavoratori perchè aderissero ai sindacati mussoliniani, quando tra i socialisti si stava formando una corrente di adesione al regime.
    Nel n. 8 di Stato Operaio (1928) venivano pubblicate, senza aggiungervi una sola parola di commento, delle dichiarazioni di Pietro Nenni, segretario della Concentrazione Antifascista. Tra le altre cose Nenni, ex-fascista e campione dell’anticomunismo, affermava: «1) La classe operaia e contadina in Italia ha più paura per il bolscevismo che odio per il fascismo. 2) La soluzione sta nel parlamento e nella democrazia e le grandi masse vorrebbero vedere i socialisti pronti ad entrare lealmente, con degli scopi onesti, in una coalizione con la borghesia (non c’è che dire la vocazione del centro sinistra era congenita in Nenni!). 3) In Italia non esiste il terrore. 4) Mussolini può promuovere una repubblica sociale (ed anche questa fu prevista, dal cartomante di Forlì, con ben 15 anni d’anticipo). 5) Fino all’uccisione di Matteotti, nel campo socialista vi era una forte, ma molto forte, corrente per venire ad un accordo con il regime e non è detto che una simile tendenza non possa guadagnare terreno un’altra volta».
    Ecco in sintesi, cos’era l’antifascismo descritto personalmente dal suo più illustre rappresentante.
    Fin dal tempo della crisi Matteotti noi dicemmo che il movimento antifascista altro non era che un movimento sindacale di categoria dei deputati di professione che vedevano in pericolo i loro privilegi e proventi e quindi ricorrevano allo sciopero.
    Infatti, fintanto che i fascisti bruciavano i giornali e le sedi dei rossi, seminavano il terrore tra gli operai e i contadini, assassinavano i proletari disarmati, ed in particolar modo quelli comunisti, nessun democratico gridò allo scandalo, al contrario, tutte le forze dello Stato costituzionale e parlamentare furono messe a loro disposizione.
    Lo scandalo successe poi, quando se la presero con il Parlamento ed uccisero Matteotti; solo allora si sentì parlare d’antifascismo. Estromessi definitivamente dalla gestione del potere i democratici, quelli che non ebbero modo di adeguarsi al nuovo stato di cose, condussero una vita stentata organizzando un movimento che non intendeva affatto abbattere il regime fascista, bensì dargli il cambio non appena fosse giunto il momento opportuno. L’antifascismo, nelle sue varie sfumature non fece assolutamente nulla per far crollare il regime dittatoriale, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare di falsificare la storia ed appropriarsene il merito.
    Giustamente quindi, nell’articolo che ripresentiamo, si afferma che «la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani».
    La cosa terribile non fu che fascisti e democratici, contendenti per ragioni di bottega ma animati da una stessa coscienza di classe, si siano per ben due volte passati le consegne, nel 1922 e nel 1943, per la difesa e la salvaguardia degli interessi del capitalismo; la cosa terribile fu che, monopolizzate da un falso partito comunista, le generose lotte del proletariato italiano che esprimevano il tentativo di una rivincita di classe, una manifestazione di forze rivoluzionarie tendenti a liberare il campo da tutti gli schieramenti nemici, queste generose ed eroiche lotte furono messe al servizio della conservazione dei rapporti di classe capitalistici. Proprio come la Frazione di Sinistra, già nel 1928, aveva previsto.

SULLA SITUAZIONE ITALIANA

La Dittatura Proletaria

La tesi fondamentale con cui l’Internazionale Comunista ha sbaragliato l’imbroglio e l’inganno socialdemocratico è quella che ha ammaestrato il proletariato comunista a respingere la falsa attesa di “movimenti popolari” da cui si genererebbe la rivoluzione socialista. Contro la formula di Bernstein “il movimento è tutto il fine è nulla”, noi abbiamo sostenuto che la visione del fine, dello scopo è indispensabile per condurre le masse al combattimento ed alla vittoria. Noi abbiamo gridato ai quattro venti che, se manca una chiara coscienza del fine dei movimenti, questi vengono sconfitti ed il proletariato non avanza, ma retrocede; non va verso la rivoluzione, ma verso il fascismo.

Ora, come si stabilisce il fine dei movimenti nell’attuale, concreta situazione in Italia, quando il problema del potere politico balza visibile come una necessità assoluta per le masse?

Questo fine si può precisare solo in relazione al programma con cui si muovono le classi. In altro articolo abbiamo fissato il nostro pensiero sul paragone fra l’Italia fascista e la Russia czarista. Ricordiamo che mai il partito bolscevico ha formulato la confusissima rivendicazione dell’anti-czarismo, ma che esso si è mosso fino al marzo 1917 sulla linea di questo programma del proletariato rivoluzionario: neutralizzazione della borghesia e alleanza con i contadini. Chi potrebbe sostenere che in Italia la borghesia sia una classe da neutralizzare? Per il proletariato italiano, il programma non può essere che distruzione del capitalismo e neutralizzazione delle classi medie.

In Russia, fino al marzo 1917, la parola del partito bolscevico era quella della “dittatura democratica degli operai e dei contadini”. In Italia la parola del partito non può essere che quella della dittatura proletaria.

Una classe, ed una sola classe, guida la rivoluzione ed attraverso la sua organizzazione (per il proletariato, il partito comunista) interviene nel meccanismo dei rapporti fra le classi per impedire che questi rapporti si ristabiliscano a vantaggio della classe nemica e per determinare l’opposto, il nuovo sistema di rapporti che si esprime con la dittatura della classe rivoluzionaria vittoriosa. Come si realizza quest’intervento? Nel periodo pre-rivoluzionario con una politica del partito del proletariato che, in ogni situazione, in ogni movimento, in tutta la sua propaganda, metta veramente in evidenza gli scopi finali e non faccia di questi una formuletta che si lascia nell’archivio per riprenderla nei momenti opportuni. Il partitone socialista ha fallito e noi siamo andati verso il fascismo anche perché le rivendicazioni finali erano strombazzate da destri e sinistri nei comizi e nei giornali, ma praticamente, esse venivano ridotte ad una semplice aspirazione parolaia, ad una vuota riaffermazione dei principi e tutte le volte che le masse si mettevano in movimento, si cercava di raggiungere la piccola vittoria del momento. Invece di questa il partito comunista in ogni occasione, con la sua propaganda politica e con la sua azione deve reagire contro la confusione dei movimenti per staccarne la figura della classe proletaria, assicurare a questa una posizione di comando, per svuotare le classi medie della loro illusione di avere una funzione autonoma, il che in sostanza si riduce nel togliere alla borghesia la possibilità di servirsi delle classi medie per sconfiggere il proletariato.

Nel periodo rivoluzionario la questione si pone, per il partito, nei termini inalterabili del programma comunista e cioè nell’appello alla insurrezione per la conquista violenta del potere.

Ma, per ottenere la vittoria rivoluzionaria, per non diventare una setta di predicatori staccati dalla lotta, i comunisti devono avere già detto prima, nel periodo pre-rivoluzionario, alle masse le stesse parole che dovranno essere dette nell’ora suprema perché altrimenti si va verso la disfatta come lo provano tutte le esperienze rivoluzionarie.

Non è possibile dire oggi una cosa con l’intenzione di cambiarla domani. Prima di tutto le masse operaie non sono un materiale composto di automi da spostare a discrezione, ma un insieme vivente di stratificazioni che, abbandonate a se stesse, possono essere sgominate e che chiedono perciò alla loro organizzazione, al loro partito, di illuminarle e guidarle continuamente, con una ferma coerenza, con un obiettivo unico.

Tutta la realtà delle lotte di classe non è l’uniforme pasticcio “popolare”, ma lo scontro, l’urto fra interessi contrastanti che non possono trovare una effettiva composizione, ma ove la classe borghese manovra e agisce per conservare il suo dominio attraverso il suo possente apparato militare, poliziesco, parlamentare e giornalistico, e la classe operaia opera per preparare e instaurare la sua dittatura attraverso l’organizzazione politica che è rappresentata dal suo partito. Si tratta sempre di una lotta tra proletariato e borghesia per la guida d’ogni movimento anche particolare, per la guida dei grandi conflitti rivoluzionari.

In Russia, il proletariato è stato a guida dei grandiosi rivolgimenti sociali con una politica d’alleanza con i contadini e di neutralizzazione della classe borghese cui si toglieva la possibilità di accordarsi i contadini e di utilizzare il proletariato nella opposizione contro il regime czarista.

Un’applicazione di questa politica all’Italia capitalista non prospetta la marcia della rivoluzione, ma il cammino della controrivoluzione e questo perchè al potere in Italia non c’è una classe pre-borghese, ma la classe capitalista, perché il fascismo è una forma di governo della classe borghese (Ah! Le decisioni dell’IV congresso dell’I.C. sono in soffitta perché… trotskiste) e non la forma di governo di una classe precapitalista.

In Italia, si avanza, si procede, si va verso la rivoluzione alla sola condizione che il proletariato, attraverso il partito comunista, si orienti verso la sua dittatura di classe, verso la violenta dispersione della borghesia e non verso la sua neutralizzazione. Si va invece indietro, verso la consolidazione del regime capitalista se il partito comunista riproduce le deviazioni e degenerazioni che credevamo vinte col Congresso di Livorno, annulla l’egemonia del proletariato, che sarebbe ancora una volta trascinato senza direzione, verso nuove delusioni e disfatte.

Poiché il problema del potere politico è oggi la posta dei movimenti in Italia, occorre analizzare quali sono i programmi che si dispongono a questo proposito e tale analisi non può essere che quella marxista della determinazione degli interessi di classe che essi rappresentano.

Fascismo ed Antifascismo

Innanzi rileviamo che questa nuova categoria dell’”antifascismo” ha trovato il suo sviluppo sovrattutto all’estero mentre in Italia – malgrado le esitazioni del partito all’epoca del periodo Matteotti – è restata sempre nitida la presenza dei tre fattori: fascismo, democrazia, dittatura proletaria. (Riscontrare la polemica Gramsci-Bordiga al Congresso Federale di Napoli del 1924). Ripetiamo ancora che la parola antifascismo è in stridente contrasto con tutti i testi fondamentali dell’Internazionale, e vediamo precisare il significato che essa assume rispetto alla situazione italiana.

Se il fascismo è un metodo di governo della borghesia e non di un’altra classe, l’antifascismo è un diverso metodo di governo della stessa borghesia ed è inconcepibile che il partito comunista ne faccia una sua rivendicazione. Ma il potere politico, lo Stato, non sono che gli organi di dominio di una classe determinata e di fronte allo Stato due soluzioni esistono, e due solamente: dittatura capitalista sotto la forma democratica o fascista e dittatura del proletariato. Come può il proletariato fare sua la soluzione democratica o antifascista che è la soluzione borghese? La spiegazione è offerta dal neo-revisionismo comunista il quale, dopo aver seminato la confusione tra le nostre file, vorrebbe dare ad intendere che l’antifascismo è un movimento profondo delle masse e che per non staccarsi da queste sarebbe indispensabile mettere dell’acqua nel nostro programma. Questo, che non è poi un valido argomento comunista, è anche falso. Le masse italiane sono mature per capire che l’antifascismo e la democrazia a gran cassa nel 1919 hanno portato al fascismo, le masse sono nella crudele situazione attuale confortate da una sola organizzazione, quella comunista. Non vi è altro paese nel mondo ove le situazioni mettano con tanta chiarezza in evidenza la necessità di seguire il programma del partito comunista.

Ricordiamoci del ’19, ’20; allora le masse presero le fabbriche e le piazze ma quale direzione avevano esse? Nessuna, perché il partito socialista non le aveva educate alla coscienza della conquista violenta del potere per l’instaurazione della dittatura proletaria. La ripetizione sarebbe, per il partito comunista, estremamente peggiorata, perché esso avrebbe indirizzato i milioni di lavoratori che insorgono contro il capitalismo, verso la soluzione antifascista.

E non vale a nulla il dire che noi vogliamo trasformare la rivoluzione popolare, la rivoluzione antifascista, in una rivoluzione comunista. Innanzi tutto le parole rivoluzione antifascista e simili significano nulla; le rivoluzioni le fanno le classi e non esiste una “classe popolare” o una “classe antifascista”.

E poi che cosa significa la prima rivoluzione tedesca? Che dopo il massacro bellico i traditori sono riusciti ad avere ragione dell’evolutissimo proletariato tedesco e quelli che tradirono nel ’14 sono gli stessi che hanno massacrato gli spartachisti i quali durante la guerra furono i soli a difendere il proletariato.

Questa esperienza riprova che a nulla serviranno i terribili sacrifici dei comunisti in Italia se non proclamiamo nettamente al proletariato, fin da oggi, quale è lo scopo della resistenza d’oggi, quale sarà l’obiettivo della lotta di domani. Bisogna essere sordi per non capire che la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani, prontissimi a fucilare in nome dell’antifascismo i proletari comunisti.

L’insurrezione in Italia

Lenin ha scritto che una delle condizioni per la vittoria dell’insurrezione proletaria, è data dal manifestarsi di una grave crisi della classe dominante nel senso che questa perde il pieno controllo del suo grande apparato di dominio e soprattutto delle sue forze armate.

In Italia la natura dello sviluppo delle situazioni contiene fin da oggi gli elementi per la vittoria insurrezionale di domani; irreparabile dissesto economico, profondo orientamento e netta maturità delle masse. Nel contempo il capitalismo italiano che più, o molto più, dei concentrazionisti e di non pochi dirigenti comunisti, è cosciente della catastrofica situazione, rafforza ogni giorno la sua corazza difensiva e fa una guerra a morte contro il partito comunista per guadagnare tempo, per sorvegliare la situazione internazionale nella fiducia soprattutto che un disastro rivoluzionario in Russia gli dia la possibilità di sgominare la spinta rivoluzionaria delle masse.

Tutta la situazione italiana è dominata dalla lotta contro il partito comunista, contro il partito della rivoluzione. Oggi il capitalismo riesce ad assassinare i comunisti che non cedono, e in questi ultimi tempi il Tribunale Speciale funziona con gran lena perché si vuole sbaragliare e definitivamente ogni organizzazione rivoluzionaria. Lo stesso accanimento del fascismo prova che il pericolo esiste, per la borghesia, di movimenti di massa che slegati saranno soffocati, se provvisti di direzione, saranno minacciosi.

Tutto l’apparato capitalista si getta crudelmente contro le forme comuniste che resistono in una lotta atroce, e spetta al nostro partito di sorvegliare realmente la situazione perché la terribile resistenza d’oggi dia il frutto che essa merita e che le masse si aspettano. Non appena sarà dato di coordinare i movimenti, di collegarli, il partito dovrà trasformare le sommosse in rivolte e lanciare la parola delle rappresaglie contro gli sgherri del capitalismo per il massacro dei proletari comunisti.

Tutto l’apparato di dominio del capitalismo potrà essere indebolito e sconvolto solo da un intervento fermo e violento del proletariato comunista in rispondenza ai movimenti delle masse.

L’ultima mozione del C.C., ha modificato la primitiva parola “disarmo delle camicie nere” completandola con l’altra “Armamento del proletariato”. Sta bene, al V congresso dell’I. C., la Sinistra aveva sostenuto questa modificazione, ma ciò non toglie i legittimi dubbi sollevati dal resoconto apparso sulla stampa del partito a proposito dello sciopero di Pordenone quando si rilevavano puramente e semplicemente gli episodi di fraternizzazione fra militi fascisti e scioperanti.

Ma questo non basta. Non si procede a pizzichi con le questioni fondamentali del nostro programma e della nostra azione.

L’antifascismo è una parola che deve essere combattuta, non accettata anche sotto la nuova – altrettanta e più equivoca edizione di “antifascismo rivoluzionario”. È come dire democrazia o social democrazia rivoluzionaria, e noi siamo e resteremo i comunisti che apprendono dalle situazioni le lezioni che esse comportano e ripetono antifascismo controrivoluzionario, lotta su due fronti (quanti sono i dirigenti che hanno oggi dimenticato questa rubrica che sotto l’Esecutivo di Sinistra appariva tutti i giorni sui nostri quotidiani!), dittatura del proletariato.