Il poderoso discorso di Bordiga alla IV° Sessione del Comitato Esecutivo Allargato dell’I.C. Pt.1
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Pubblichiamo il sunto di una esposizione che ha durato una intera seduta e che è stato controllato ed approvato dal compagno Bordiga.
Compagni, io penso che è assolutamente impossibile limitare la nostra discussione sul terreno del progetto di tesi e del rapporto.
Abbiamo nell’Internazionale una situazione che non può essere considerata soddisfacente.
In un certo senso, noi abbiamo una crisi. Uno sguardo sommario alla storia dell’I.C. proverà l’esistenza di una crisi; questa è, in fondo, l’opinione di noi tutti, ed è stata più volte riconosciuta.
La formazione dell’I.C., dopo il disastro della II° Internazionale, si è realizzata sulla parola d’ordine della formazione dei partiti comunisti. Ci trovavamo tutti d’accordo nel riconoscere che vi erano delle condizioni oggettive per la lotta, ma che mancava l’organo di questa lotta.
Al III° Congresso, dopo l’esperienza di numerosi avvenimenti, ma soprattutto, dopo l’azione del marzo 1921 in Germania, l’Internazionale è stata costretta a riconoscere che la sola formazione dei partiti comunisti non era stata sufficiente. Nei paesi più importanti si erano formate delle sezioni abbastanza forti, ma il problema dell’azione rivoluzionaria non era stato risolto. Il III° Congresso ha dovuto discutere questo problema e ha dovuto constatare che non basta possedere dei partiti comunisti, anche se vi sono le condizioni oggettive della lotta, ma che è anche necessario che i nostri partiti possano influenzare le larghe masse.
Non sono contrario alla concezione del III° Congresso sulla necessità della conquista delle masse come condizione dell’offensiva finale, ma osservo che in una tale concezione, nel senso cioè del III° Congresso, l’idea della tattica del fronte unico non è ancora completa; questa tattica corrisponde ad una posizione di difensiva, creata dall’offensiva del capitale, contro la quale si cerca di riunire tutti i lavoratori sulla base di rivendicazioni immediate.
L’applicazione del fronte unico ha prodotto degli errori dopo il III° Congresso e soprattutto dopo il IV° Congresso. Secondo noi, questa tattica è stata adottata senza che se ne precisasse il significato. Noi eravamo completamente d’accordo quando si è trattato di porre alla base di questa tattica le rivendicazioni materiali immediate del proletariato, rivendicazioni che erano sollevate dall’offensiva del nemico. Ma quando si è voluto porre alla base del fronte unico le nuove formule del governo operaio, noi ci siamo opposti dicendo che questa parola d’ordine ci faceva uscire dai limiti della buona tattica rivoluzionaria.
Dopo la disfatta dell’ottobre 1923 in Germania, l’Internazionale ha riconosciuto che si era sbagliato.
Ma invece di cambiare in modo radicale ciò che era stato deciso al IV° Congresso, si colpirono soltanto alcuni compagni. Bisognava trovare dei responsabili. Furono trovati nella destra del partito tedesco e non si volle riconoscere che vi era in ciò una responsabilità di tutta l’Internazionale. Tuttavia, al V° Congresso le tesi furono rivedute e fu data una nuova formula del governo operaio.
Perché non siamo stati d’accordo con le tesi del V° Congresso? Secondo noi le revisioni non erano sufficienti. Le tesi ed i discorsi erano molto sinistri, ma non ci siamo accontentati di questo; abbiamo previsto ciò che sarebbe accaduto dopo il V° Congresso, ed è per questa ragione che non siamo stati soddisfatti.
Passo ora alla bolscevizzazione ed affermo che il suo bilancio è sfavorevole sotto tutti i punti di vista. Si diceva un solo partito, il partito bolscevico russo, ha realizzato la vittoria rivoluzionaria. Dobbiamo dunque seguire la medesima strada del partito russo per giungere alla vittoria; questo è perfettamente vero, ma non è sufficiente. Il partito russo lottava in condizioni speciali, cioè in un paese ove l’autocrazia feudale non era stata ancora sopraffatta dalla borghesia capitalista. È necessario per noi sapere come si attacca uno stato borghese democratico moderno, che ha da un lato delle risorse atte a corrompere e a deviare il proletariato, e dall’altro si difende sul terreno della lotta armata con maggiore efficacità che la stessa autocrazia zarista non abbia saputo fare. Questo problema non è contenuto nella storia del partito comunista russo, e se s’interpreta la bolscevizzazione nel senso che alla rivoluzione russa si può domandare la soluzione di tutti i problemi della strategia della lotta rivoluzionaria, la concezione della bolscevizzazione è insufficiente. L’esperienza grandiosa del partito russo è preziosa, ma oltre ad essa, ci bisogna ancora qualche cosa. L’insegnamento della rivoluzione russa e la restaurazione del marxismo sono definitivi solamente nel campo della dottrina.
Una gran parte del problema della bolscevizzazione risiede nella questione della riorganizzazione dei partiti. Nel 1925 si dichiara che tutta l’organizzazione delle sezioni dell’Internazionale è falsa, che l’A.B.C. dei principi d’organizzazione non è stato ancora applicato. È strano che non ce se ne sia accorti prima. Otto anni dopo la vittoria della rivoluzione russa, ci si dice: Gli altri partiti sono impotenti perché non sono organizzati sulla base delle cellule di fabbrica. Ora, Marx e Lenin c’insegnano che l’organizzazione non è l’essenziale nella lotta rivoluzionaria. Per risolvere il problema della rivoluzione non basta dare una formula di organizzazione. Sono dei problemi di forze, e non di forme, che si presentano a noi.
Io contesto che il partito comunista debba necessariamente essere organizzato sulla base delle cellule di fabbrica. Ma, nelle tesi di organizzazione presentate da Lenin al III° Congresso, è più volte ripetuto che riguardo alla questione di organizzazione, non vi sono delle soluzioni di principio valevoli per ogni paese. Noi non neghiamo che nella Russia zarista la situazione determinava precisamente il P.C. verso un’organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica.
Ma crediamo che la cellula presenti degli svantaggi per gli altri paesi. Perché?
Prima di tutto perché un gruppo di lavoratori riuniti in una cellula non riesce mai a discutere tutte le questioni politiche.
Voi ci direte che noi domandiamo ciò che tutti gli elementi di destra domandano, cioè la riunione degli operai in sezioni, ove gli intellettuali dirigono tutta la discussione. Ma questo pericolo esisterà sempre, e bisogna tener conto che la classe operaia non può fare a meno degli intellettuali, i quali, checché se ne dica, le sono necessari.
Al movimento sono necessari degli organizzatori, degli agitatori, che sono presi tra i disertori delle altre classi oppure tra gli operai avanzati. Ora, per questi elementi, divenuti capi, il pericolo della corruzione e della demagogia, non è minore che per gli intellettuali. In certi casi, gli ex operai hanno avuto l’attività più losca nel movimento proletario. Infine, l’azione degli intellettuali è forse annullata con l’organizzazione sulla base delle cellule di fabbrica? Essi ora formano – con gli ex operai – tutto il meccanismo del partito, e la loro azione è divenuta più pericolosa. Eppoi, voi non ignorate che esiste una solidarietà tecnica assoluta tra le organizzazioni dello stato ed i padroni, e quando un operaio cerca di organizzare gli altri, il padrone fa intervenire la polizia. L’attività del partito nella fabbrica è perciò molto più pericolosa. Per la borghesia, è una cosa molto semplice scoprire il lavoro che viene fatto nella fabbrica, ed è perciò che proponiamo di tenere l’organizzazione di base del partito al di fuori della fabbrica.
In Russia, i rapporti tra i padroni capitalisti e lo stato erano differenti. D’altronde, il problema del potere si sarebbe posto inevitabilmente, e il pericolo del «labourismo» apolitico che riscontriamo nelle cellule, era molto minore.
Vogliamo per questo trascurare il lavoro del partito nella fabbrica? No, bisogna avere un’organizzazione del partito nelle fabbriche, ma questa non può essere la base del partito. Nelle fabbriche vi devono essere delle organizzazioni del partito per la condotta politica del partito. È impossibile avere un legame con la classe operaia senza un’organizzazione di fabbrica.
Siamo dunque favorevoli al legame delle organizzazioni comuniste nelle fabbriche, ma la discussione politica si deve fare nelle sezioni territoriali.
Passo ad un altro punto di vista: quello del regime interno del Partito e dell’Internazionale Comunista.
Si è fatta un’altra scoperta: quello che ci è mancato fino ad oggi in tutte le sezioni, è la ferrea disciplina bolscevica, di cui la Russia ci ha dato l’esempio. Bisogna proibire la formazione di frazioni e si obbligano tutti i membri del partito, qualunque sia la loro opinione, a partecipare al lavoro comune, anche nella direzione centrale.
È evidente che dobbiamo avere un partito comunista di un’unità assoluta, senza divergenze e senza differenti gruppi all’interno. Ma come bisogna operare per giungere a questo risultato? Come pervenire ad un’unità effettiva, vitale, e non all’immobilizzazione del Partito? Quando in un partito, una crisi si produce, bisogna ricercarne le cause. Secondo noi, queste non possono essere trovate in una specie di codice criminale del Partito. In questi ultimi tempi si impiega nei partiti uno sport che consiste a colpire, intervenire, spezzare, aggredire, ed in questi casi i colpiti sono spesso degli ottimi rivoluzionari. Trovo che questo sport del terrore nell’interno del partito non ha nulla di comune col nostro lavoro. Si tratta di colpire e di spezzare il capitalismo, è su questo terreno che il nostro Partito deve dar prova di sé, e penso che su questo terreno vedremo fallire molti dei nostri terroristi interni dal pugno di ferro!
Il merito non consiste nel soffocare la rivolta; l’essenziale è che non vi sia rivolta. L’unità si giudica dai risultati e non da un regime di minaccia e di terrore. Quando degli elementi deviano in modo evidente dal cammino comune, bisogna colpirli. Ma se, in una società, l’applicazione del codice criminale diviene una regola, ciò significa che la società è imperfetta.
Bisogna che le sanzioni siano eccezionali, e non una regola, uno sport, l’ideale per i dirigenti del Partito. Ecco ciò che bisogna cambiare, se vogliamo formare un blocco compatto.
Vi sono del resto, dei buoni passaggi su questo argomento, nelle tesi qui presentate. Sarà data maggiore libertà. Ma ciò sarà fatto in pratica? Ci occorre assolutamente un regime più sano nel partito, è assolutamente necessaria che si dia al partito la possibilità di costruire la sua opinione. Bisogna raggiungere questo scopo perché vi sia nella grna massa del partito una coscienza politica comune.