Partito Comunista Internazionale

Contributi alla organica ripresentazione storica della teoria rivoluzionaria marxista

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LA ’’INVARIANZA’’ STORICA DEL MARXISMO

Riunione di Milano, 7 settembre 1952

1. Si adopera l’espressione “marxismo” non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo “accompagna” in tutto il corso di una rivoluzione sociale – e conserviamo il termine “marxismo” malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari.

2. Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione. Primo gruppo: i borghesi che sostengono definitivo il tipo capitalista mercantile di economia ed illusorio il suo superamento storico col modo socialista di produzione, e con coerenza rigettano in pieno la dottrina del determinismo economico e della lotta di classe. Secondo gruppo: i sedicenti comunisti stalinisti che dichiarano di accettare la dottrina storica ed economica marxista ma pongono e difendono, anche nei paesi capitalisti sviluppati, rivendicazioni non rivoluzionarie ma identiche se non peggiori di quelle politiche (democrazia) ed economiche (progressismo popolare) dei riformisti tradizionali. Terzo gruppo: i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l’attuale abbandono di essa da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata.
    Negatori – falsificatori – aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori.

3. La storia della sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le “ondate” del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dalla organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848. In altre trattazioni si trova richiamata la storia di tali lotte nelle tre Internazionali storiche: contro utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, e oggi nazionalcomunisti o popolarcomunisti. Tale lotta ha coperto il campo di quattro generazioni e nelle sue varie fasi appartiene non a una serie di nomi ma ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito.

4. Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se, invece di trarne l’insegnamento della “invarianza”, si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in “continua elaborazione storica” e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie.

5. La negazione materialista che un “sistema” teorico sorto a dato momento (e peggio ancora sorto nella mente e ordinato nell’opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico. Anzi la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere “migliorati” è un elemento principale di forza della “classe sociale” a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi. La successione di tali sistemi e corpi di dottrina e di prassi si lega non più all’avvento degli uomini-tappa, ma al succedersi dei “modi di produzione” ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane.

6. Pure avendo ovviamente riconosciuto errato il contenuto formale dei corpi di dottrina di tutti i grandi corsi storici, non si nega con questo dal materialismo dialettico la loro necessità al loro tempo, e tanto meno si immagina che l’errore avrebbe potuto essere evitato da migliori pensamenti di sapienti o legislatori, e che si poteva accorgersi prima dei loro errori, e far le rettifiche. Ogni sistema possiede una sua spiegazione e ragione nel suo ciclo; e quelli più significativi sono quelli che più organicamente si sono mantenuti immutati in lunghe lotte.

7. Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l’apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato, come quelle del mondo fisico, delle stelle del cosmo, della geologia e della stessa filogenesi degli organismi viventi.

8. Essendo l’ideologia di classe una soprastruttura dei modi di produzione, anche essa non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva fase critica, alla successiva rivoluzione storica.

9. Proprio le dottrine del capitalismo, giustificando le rivoluzioni sociali del passato fino a quella borghese, asserivano che da quel punto la storia avrebbe proceduto per una via di graduale elevamento e senza altre catastrofi sociali, in quanto i sistemi ideologici avrebbero con una graduata evoluzione assorbito il flusso di nuove conquiste del sapere puro ed applicato; ed il marxismo dimostrò la fallacia di tale visione del futuro.

10. Lo stesso marxismo non può essere una dottrina che si va ogni giorno plasmando e riplasmando di nuovi apporti e con sostituzione di “pezzi” – meglio di rattoppi e “pezze”! – perché è ancora, pure essendo l’ultima, una delle dottrine che sono arma di una classe dominata e sfruttata che deve capovolgere i rapporti sociali, e nel farlo è oggetto in mille guise delle influenze conservatrici delle forme ed ideologie tradizionali proprie delle classi nemiche.

11. Anche potendo da oggi, anzi da quando il proletariato è apparso sulla grande scena storica, intravedere la storia della società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni, deve affermarsi che per il lunghissimo periodo che a tanto condurrà, la classe rivoluzionaria in tanto assolverà il suo compito in quanto si muoverà usando una dottrina e un metodo che restino stabili e siano stabilizzati in un programma monolitico, in tutto il volgere della tremenda lotta – variabilissimo restando il numero dei seguaci, il successo delle fasi e degli scontri sociali.

12. Per quanto dunque la dotazione ideologica della classe operaia rivoluzionaria non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva “scienza”, essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principii e anche delle sue regole di azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, il Talmud, la Bibbia, il Corano, o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali “scarti”, alla enorme loro forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione.

13. Proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di “verità assoluta”, e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o della astratta ragione, ma uno “strumento” di lavoro ed un’ “arma” di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per “ripararlo” né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone.

14. Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – e anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede.

15. Per la classe proletaria moderna formatasi nei primi paesi dal grande sviluppo industriale capitalistico le tenebre sono state squarciate poco prima della mezzeria di secolo che precede la presente. L’integrale dottrina in cui crediamo, in cui dobbiamo e vogliamo credere ha avuto allora tutti i dati per formarsi e descrivere un corso di secoli che dovrà verificarla e ribadirla dopo lotte smisurate. O questa posizione resterà valida, o la dottrina sarà convinta di falso e la dichiarazione di apparizione di una nuova classe con carattere, programma e funzione rivoluzionaria sua propria nella storia sarà stata data a vuoto. Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del “corpus” marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di chi lo rinnega in pieno e ne dichiara l’aborto.

16. Il carattere del periodo seguente a quello “esplosivo” in cui la stessa novità della nuova rivendicazione la rende chiara e a limiti taglienti, può essere ed è, in ragione della cronicizzazione delle situazioni, di equilibrio tale, che non si ha miglioramento e potenziamento, ma involuzione e degenerazione della cosiddetta “coscienza” della classe. I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione: basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente.

17. Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbie da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici.

18. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi mezzi-uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i Profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde a un balzo enorme nel “modo di produzione”. Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per la dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinanzi alla illuminista dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere.

19. Né mancano gli esempi dei restauratori rispetto a revisioniste degenerazioni, come è Francesco rispetto a Cristo quando il cristianesimo sorto per la redenzione sociale degli umili si adagia tra le corti dei signori medioevali, come erano stati i Gracchi rispetto a Bruto; e come tante volte gli antesignani di una classe da venire dovettero essere rispetto ai rivoluzionari rinnegatori della fase eroica di precedenti classi: lotte in Francia del 1831, 1848, 1849 ed innumerevoli altre fasi in tutta l’Europa.

20. Noi stiamo sulla posizione che tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista. Riferiamo questo soprattutto ai punti che hanno provocato (ancora una volta) le grandi defezioni sul terreno di classe e messo in imbarazzo anche quelli che giudicano opportunismo pieno le posizioni staliniste: questi punti sono l’avvento di forme centralizzate e totalitarie capitaliste tanto nel campo economico che in quello politico, l’economia diretta, il capitalismo di stato, le dittature borghesi aperte; e dal suo canto il procedimento dello sviluppo russo ed asiatico socialmente e politicamente. Vediamo quindi sia la conferma della nostra dottrina, sia quella del suo nascere in forma monolitica ad un’epoca cruciale.

21. Chi riuscisse a porre gli eventi storici di questo vulcanico periodo contro la teoria marxista riuscirebbe a provare che questa è errata, completamente caduta e con essa ogni tentativo di dedurre dai rapporti economici le linee del corso storico. Nello stesso tempo riuscirebbe a provare che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione.

22. Uscita illusoria dalle difficoltà dell’ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli, sicché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga. Aberrazione è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisori e, peggio, risolto con una libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine.

23. Questo è un momento di depressione massima della curva del potenziale rivoluzionario e quindi è lontano mezzi secoli da quelli adatti al parto di originali teorie storiche. In tale momento privo di vicine prospettive di un grande sommovimento sociale non solo è un dato logico della situazione la politica disgregazione della classe proletaria mondiale; ma è logico che siano gruppi piccoli a saper mantenere il filo conduttore storico del grande corso rivoluzionario, teso come grande arco tra due rivoluzioni sociali, alla condizione che tali gruppi mostrino di nulla voler diffondere di originale e di restare strettamente attaccati alle formulazioni tradizionali del marxismo.

24. La critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il Medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore della immensa e complessa lotta.

25. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della Chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanismo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse. Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde dell’azione collettiva è tutto.

26. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza.

E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo i fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme monolitica costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello.

FALSA RISORSA DELL’ATTIVISMO

Riunione di Milano, 7 settembre 1952

1. Una corrente obiezione che a sua volta non è originale ma ha già fiancheggiato i peggiori episodi di degenerazione del movimento, è quella che svaluta la chiarezza e continuità dei principii ed incita ad “essere politici” a immergersi nell’attività del movimento, che insegnerà lui le vie da prendere. Non fermarsi a decidere compulsando testi e vagliando precedenti esperienze, ma procedere oltre senza soste nel vivo dell’azione.

2. Questo praticismo è a sua volta una deformazione del marxismo, sia che voglia porre avanti la risolutezza e la vivacità di gruppi di direzione e di avanguardia senza troppi scrupoli dottrinali, sia che riconduca ad una decisione e consultazione “della classe” e delle sue maggioranze, coll’aria di scegliere quella via che i più dei lavoratori, spinti dall’economico interesse, preferiscono. Sono vecchi trucchi, e nessun traditore e venduto alla classe dominante è mai partito senza sostenere: primo, che egli era il migliore e più attivo propugnatore “pratico” degli interessi operai; secondo, che egli faceva così per la manifesta volontà della massa dei suoi seguaci… o elettori.

3. La deviazione revisionista, ad esempio quella evoluzionista, riformista, legalitaria di Bernstein, era in fondo attivista e non ultradeterminista. Non si trattava di surrogare al troppo vasto scopo rivoluzionario quel poco che la situazione consentiva ottenere agli operai, ma di chiudere gli occhi alla bruciante visione dell’arco storico e dire: il risultato dell’ora è tutto, poniamoci non universalmente ma localmente e transitoriamente scopi immediati ridotti, e sarà possibile plasmare tali risultati sulla volontà. Sindacalisti violentisti alla Sorel dissero lo stesso e fecero la stessa fine: i primi guardavano più a strappare parlamentarmente misure legislative, i secondi vittorie aziendali e di categorie: ambo volgevano le terga ai compiti storici.

4. Tutte queste e le altre mille forme di “eclettismo”, ossia di rivendicata libertà di mutare fronti e mutare corpi di dottrina, cominciarono da una falsificazione: che una simile continua rettifica del tiro, o accostata nella rotta, si trovasse nell’indirizzo e negli scritti di Marx e di Engels. In tutto il nostro lavoro con copia di studi e di citazioni approfondite abbiamo mostrato la continuità della linea, tra l’altro nel rilievo che le più recenti opere e testi richiamano i passi e le teorie fondamentali dei primi con le medesime parole e con la medesima portata.

5. Leggenda vuota è dunque quella delle due successive “anime” del Marx giovanile e maturo: il primo sarebbe stato ancora idealista, volontarista, hegeliano e, sotto l’influsso degli ultimi fremiti delle rivoluzioni borghesi, barricadiero e insurrezionista; il secondo sarebbe divenuto un freddo studioso dei fenomeni economici contemporanei, positivo, evoluzionista e legalitario. Invece sono le reiterantisi deviazioni nella lunga serie da noi tanto illustrata, si presentino esse come estremiste o moderate nella banale accezione, che non reggendo alla tensione rivoluzionaria del materialismo dialettico sono ricadute in una analogamente borghese deviazione idealista, individualista, “coscientista”. Attività pettegola concreta ed incidentale, passività, anzi irrevocabile impotenza rivoluzionaria, alla scala storica.

6. Basterebbe ricordare che la fine conclusiva del primo tomo del Capitale con la descrizione della espropriazione degli espropriatori mostra, in nota, di altro non essere che la ripetizione del corrispondente passo del «Manifesto». Le teorie economiche del secondo e terzo tomo non sono che sviluppi sul tronco della teoria del valore e plusvalore data nel primo, con gli stessi termini, formule e persino simboli, e vanamente tentò di intaccare tale unità Antonio Graziadei. Anche la separazione tra la parte analitica descrittiva del capitalismo e quella programmatica della conquista del socialismo è fittizia. Tutti i tralignatori hanno mostrato di non avere mai afferrata la potenza della critica marxista dell’utopismo, come non afferrarono quella della critica del democratismo. Non si tratta di dipingersi uno scopo e restar paghi di averlo sognato o sperare che il color rosa del sogno muova tutti a farne realtà, ma di trovare il termine solidamente e fisicamente da raggiungere e puntare dirittamente su di esso, sicuri che cecità e incoscienza umana non toglieranno che sia raggiunto.

7. Fondamentale è certo che Marx abbia stabilito il legame (dai migliori utopisti già presentito) tra questa realizzazione lontana e il fisico attuale moto di una classe sociale già in lotta: il moderno proletariato. Ma questo è poco per intendere tutta la dinamica della rivoluzione di classe. Se si conosce tutta la costruzione dell’opera di Marx, che non gli fu consentito compiere, si vede che egli riservava a coronamento questo problema, tuttavia chiaro nel suo pensiero e nei suoi testi, del carattere e della attività non personale della classe.
    Con tale trattazione si corona tutta la costruzione economica e sociale, nel solo modo conforme al metodo che ha permesso di impiantarla.

8. Sarebbe insufficiente dire che il determinismo marxista elimina come cause motrici dei fatti storici (al solito: non si confonda la causa motrice con l’agente operatore) la qualità e l’attività di pensiero o di lotta di uomini di eccezionale valore, e ad essi sostituisca le classi, intese come collettività statistiche di individui, spostando semplicemente i fattori ideali di coscienza e di collettività dall’uno ai tanti. Questo sarebbe puramente il passare da una filosofia aristocratica ad una demopopolare: da noi più della prima lontana. Trattasi di capovolgere il posto della causa e portarla fuori della coscienza ideale, nel fatto fisico e materiale.

9. La tesi marxista dice: non è possibile, anzitutto, che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa; il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono – con una data fase ritardata perché vi sia il tempo della generale determinazione – da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad “agire insieme” storicamente molto prima che possano “pensare insieme”. La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe, e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta a un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe.

10. La dittatura del proletariato non è per noi una democrazia consultiva portata all’interno del proletariato, ma la forza storica organizzata che ad un dato momento, seguita da una parte del proletariato e anche non dalla maggiore, esprime la pressione materiale che fa saltare il vecchio modo di produzione borghese per aprire la via al nuovo comunista.
    In tutto questo non è di secondaria importanza il fattore sempre indicato da Marx dei disertori della classe dominante che passano al campo rivoluzionario, e contrappesano l’azione di intere masse di proletari che sono al servizio della borghesia per materiale ed ideale servitù; e che quasi sempre sono la maggior parte statistica.

11. Tutto il bilancio della Rivoluzione in Russia non conduce la nostra corrente a menomamente attribuirne il passivo alla violazione della democrazia interna di classe o ad avere dubbi sulla teoria marxista e leninista della dittatura, la quale ha per giudice e limite non formule costituzionali o organizzative ma solo lo storico rapporto di forze.
    L’abbandono completo del terreno della dittatura di classe è invece appunto palesato dal completo capovolgimento stalinista del metodo rivoluzionario. Non meno di tutti gli altri, gli ex-comunisti ovunque passano sul terreno della democrazia, si pongono su quello della democrazia popolare e nazionale, e in Russia non meno che fuori abbandonano gli scopi di classe per scopi nazionali in tutta la loro politica, anche nella solita banale descrizione di essa come una pura rete di statale spionaggio oltre frontiera. Ognuno che tenta la via democratica, imbocca la via capitalistica. E così i vaghi antistalinisti che gridano in nome del parere proletario conculcato in Russia.

12. Innumerevoli sarebbero le citazioni di Marx che dimostrano questa impersonalità del fattore dell’evento storico, senza la quale sarebbe improponibile la teoria della sua materialità.
    Noi sappiamo che la grande opera del «Capitale» non fu completata da Marx se non pel primo volume. Nelle lettere e nelle prefazioni Engels ricorda l’asprezza del lavoro che fu necessario per ordinare il secondo e il terzo volume (a parte il quarto che è una storia delle dottrine avversarie in economia).
    Allo stesso Engels rimasero dei dubbi sullo stesso ordine dei capitoli e delle sezioni dei due libri, che studiano il processo di insieme delle forme del capitalismo, non per “descrivere” il capitalismo del tempo di Marx, ma per dimostrare che, checché avvenga, la forma del processo generale non va verso equilibri e verso uno “stato di regime” (come sarebbe quello di un fiume perenne e costante senza magre e senza inondazioni), ma verso serie di crisi esasperantisi, e verso il crollo rivoluzionario della “forma generale” esaminata.

13. Marx, come aveva indicato nella prefazione del 1859 alla «Critica dell’economia politica» prima stesura del «Capitale», dopo aver trattato delle tre classi fondamentali della società moderna: proprietari del suolo, capitalisti, proletari, si riservava altri tre argomenti: «Stato, commercio internazionale, mercato mondiale». L’argomento «Stato» si trova nel testo sulla Comune di Parigi del 1871 e nei classici capitoli di Engels, nonché in «Stato e Rivoluzione», quello «commercio internazionale» nell’Imperialismo di Lenin. Si tratta del lavoro di una scuola storica e non di “Opera Omnia” di una persona. Il tema «mercato mondiale» fiammeggia oggi nel libro del fatto, che non si sa leggere, e a cui un morente Stalin accennò con la debole teoria del doppio mercato, e vi si troverebbero le micce dell’incendio che nel secondo mezzo secolo presenterà il capitalismo mondiale, se i ricercatori non si fossero dati ad inseguire le sorti delle Patrie e dei Popoli, e degli ideologismi in bancarotta del tempo borghese: Pace, Libertà, Indipendenza, Santità della Persona, costituzionalità delle decisioni elettorali!…

14. Marx dopo aver trattato il modo con cui il prodotto sociale di divide fra le tre classi base formandone il provento economico (meno esattamente il reddito): rendita, profitto, salario, dopo aver dimostrato che il passaggio della prima allo Stato non muterebbe l’ordinamento capitalistico, e che nemmeno tutto il passaggio del plusvalore allo Stato uscirebbe dai limiti della forma di produzione (in quanto lo sperpero di lavoro vivo ossia l’alto sforzo e tempo di lavoro resterebbero gli stessi per la forma aziendale e mercantile del sistema), conchiude la parte strettamente economica così: «Ciò che caratterizza il modo di produzione capitalista è che la produzione di plusvalore è lo scopo diretto e il motivo determinante della produzione. Il capitale produce essenzialmente capitale, ma non lo fa che producendo plusvalore». (Il comunismo saprà solo produrre plusvalore che non sia capitale).
    Ma la causa non sta per nulla nella esistenza del capitalista, o della classe capitalista, che non solo sono puri effetti, ma effetti non necessari. «Nella produzione capitalista, la massa dei produttori diretti trova davanti a sé il carattere sociale della produzione sotto forma di una autorità meticolosa e di un meccanismo sociale completamente ordinato e gerarchizzato (id est: burocratizzato!) ma questa autorità non appartiene ai suoi detentori che in quanto personificazione delle condizioni del lavoro di fronte al lavoro, e non, come nei modi di produzione antichi, in quanto padroni politici o teocratici. Tra i rappresentanti di tale autorità i capitalisti, i proprietari di mercanzia, regna la più completa anarchia, nella quale il processo sociale di produzione prevale unicamente come legge naturale, onnipotente in confronto dell’arbitrio individuale».
    Occorre dunque e basta tenersi alla invarianza formidabile del testo per legare i pretesi aggiornatori nelle tenebre del più sciatto pregiudizio borghese, che di ogni inferiorità sociale cerca o il responsabile “arbitrio individuale”, o tutt’al più la collettiva “responsabilità di una classe sociale”. Laddove tutto era ben chiaro da allora, e poteva il capitalista o la classe capitalista cessare qua o là di “personificare” il capitale, che questo sarebbe rimasto, di fronte a noi, contro di noi, quale “meccanismo sociale” quale “onnipotente legge naturale” del processo di produzione.

15. Questo il formidabile e conclusivo Capitolo 51 che chiude la “descrizione” dell’economia presente, ma che ad ogni pagina “evoca” lo spettro della rivoluzione. È il successivo Capitolo 52, di poco più di una pagina, quello sotto la riga spezzata del quale lo stanco Engels scrisse, tra parentesi quadra: «Qui il manoscritto si ferma…».
    Titolo: “Le classi”. Siamo sulla soglia del rovesciamento della prassi, e avendo bocciato l’individuale arbitrio, muoviamo alla ricerca dell’agente della rivoluzione.
    Anzitutto il capitolo dice: abbiamo date le leggi della società capitalista pura, con le dette tre classi. Ma neppure in Inghilterra essa esiste (nemmeno nel 1953 ivi od altrove esiste, né mai esisterà, al pari dei due soli punti materiali dotati di massa cui la legge di Newton riduce il cosmo).
    «Ma dobbiamo ora rispondere alla domanda: che cosa forma una classe?». «A prima vista l’identità dei proventi, delle fonti di provento». «Ma, se fosse così, ad esempio, i medici e i “funzionari” formerebbero una classe gli uni e gli altri, perché appartengono a due diversi gruppi sociali, nei quali i proventi dei componenti derivano per ciascun gruppo dalla stessa fonte. Lo stesso ragionamento si applica all’infinito numero di interessi e di situazioni che la divisione del lavoro provoca tra operai, capitalisti, e proprietari fondiari (viticultori, coltivatori di campi, proprietari di foreste, di mine, di piscine, ecc.)…».
    Pensiero e periodo sono spezzati qui. Ma ve n’è abbastanza.

16. Senza chiedere diritto di autore su una sola frase, si può completare il capitolo cruciale, spezzato dalla morte, arbitrario incidente individuale per Carlo Marx, solito in questo a citare Epicuro, cui giovane dottorino aveva dedicato la tesi di laurea. Come riferì Engels: «ogni evento che deriva da necessità, porta in sé la sua consolazione». Inutile rimpiangere.
    Non è l’identità delle fonti dei proventi, come sembra “a prima vista”, che definisce la classe.
    Di un colpo solo, sindacalismo, operaismo, laburismo, corporativismo, mazzinianesimo, cristiansocialesimo, sono messi a terra e per sempre, passati o futuri che siano.
    La nostra conquista andava ben oltre che un flaccido riconoscimento, da parte di ideologi dello spirito e dell’individuo, della società liberale e dello Stato costituzionale, che esistono e non possono ignorarsi interessi collettivi di categoria. Tutt’al più una nostra prima vittoria è che era vano, davanti alla “questione sociale” anche così ridotta in pillolette, torcere il muso e chiudere gli occhi. Essa avrebbe penetrato il mondo moderno. Ma altro è permearlo capillarmente, altro è farlo saltare in mille frantumi.
    Non serve a nulla sul quadro statistico selezionare “qualitativamente” le classi secondo la fonte pecuniaria di entrata. Più stupido ancora è selezionarla quantitativamente con la “piramide dei redditi”. Da secoli è stata rizzata; e censimento di Stato a Roma significò appunto scala dei redditi. Da secoli, ai filosofi della miseria, semplici operazioni aritmetiche hanno risposto che riducendo la piramide ad un livellatore prisma sulla stessa base fonderemo solo la società dei pezzenti.
    Come uscire qualitativamente e quantitativamente da centomila imbarazzi? Un alto funzionario è pagato a stipendio, e quindi a tempo come il manovale salariato, poniamo in una salina di stato, ma il primo ha un reddito più alto di molti capitalisti di fabbrica che vivono di profitto e commercianti, il secondo lo ha più alto non solo di un piccolo contadino lavoratore, ma anche di un minimo proprietario di case, che vive di rendita…
    La classe non si definisce da conto economico, ma da posizione storica rispetto alla lotta gigantesca con cui la nuova generale forma della produzione supera, abbatte, sostituisce la vecchia.
    Se è idiota la tesi che la società è la pura somma di individui ideali, non lo è meno quella che la classe è la pura somma di individui economici. Individuo classe e società non sono pure categorie economiche né ideali, sono, in cangiamento incessante di luogo e di data, prodotti di un generale processo, di cui la potente costruzione marxista riproduce le leggi reali.
    Il meccanismo effettivo sociale conduce e plasma individui, classi e società senza “consultarli” a nessuna scala.
    La classe è definita dalla sua strada e compito storico, e la nostra classe, per arduo punto dialettico di arrivo dello sforzo immane, è definita dalla rivendicazione che essa stessa nella statistica delle quantità e delle qualità, ed essa stessa soprattutto (perché poco o nulla rappresenta la sparizione già in corso di quelle nemiche), sia sparita nel nulla.
    Il suo complesso oggi davanti a noi assume senza posa significati mutevoli: oggi come oggi è per Stalin, per uno Stato capitalista come quello russo, per una banda di candidati e parlamentari di gran lunga più antimarxisti dei Turati e Bissolati, Longuet o Millerand, di una volta.

17. Non resta dunque che il partito, come organo attuale che definisce la classe, lotta per la classe, governa per la classe a suo tempo e prepara la fine dei governi e delle classi. A condizione che partito non sia di Tizio o di Mevio, che non si alimenti di ammirazione per il capo, che ritorni a difendere, se occorre con cieca fede, l’invariabile teoria, la rigida organizzazione, il metodo che non parte da settario preconcetto, ma che sa come in una società sviluppata alla sua forma tipo (come Israele dell’anno zero, Europa dell’anno 1900) si applica duramente la formula di guerra: chi non è con noi, è contro di noi.

(Dall’opuscolo “Sul Filo del Tempo – n° 1 – Contributi alla organica ripresentazione storica della teoria rivoluzionaria marxista”, maggio 1953).

Teoria ed azione

Riunione di Forlì, 28 dicembre 1952

 1. Data la situazione presente di decadimento al minimo dell’energia rivoluzionaria, compito pratico è quello di esaminare il corso storico di tutta la lotta, ed è errore il definirlo lavoro di tipo letterario o intellettuale contrapponendolo a non si sa quale discesa nel vivo dell’azione delle masse.

2. Quanti convengono nel nostro giudizio critico che l’attuale politica degli stalinisti è del tutto anticlassista ed antirivoluzionaria, constatando la bancarotta della III Internazionale più grave di quella della II nel 1914, devono scegliere tra due posizioni: deve forse cadere qualcosa che era comune a noi e alla piattaforma di costituzione del Comintern, a Lenin, ai bolscevichi, ai vincitori di Ottobre? No, noi affermiamo, deve solo cadere quanto la sinistra fino da allora ebbe a combattere, e restare in piedi tutto quanto i russi hanno dopo tradito.

3. Il grave errore di manovra nel primo dopoguerra, innanzi alla esitazione del moto rivoluzionario in Occidente, si riassume nei vari tentativi di forzare la situazione verso la fase di insurrezione e dittatura sfruttando risorse di forma legalitaria, democratica e operaistica. Questo errore largamente perpetrato nel preteso seno della classe operaia, sulla frangia di contatto coi socialtraditori della II Internazionale, doveva svilupparsi in una nuova collaborazione di classe sociale e politica, nazionale e mondiale, con le forze capitalistiche, e nel nuovo opportunismo e tradimento.

4. Per volere guadagnare al partito internazionale robustamente piantato su ribadita teoria e organizzazione una più vasta influenza, si è regalata influenza ai traditori e nemici, e si è rimasti senza la sognata maggioranza e senza il solido nucleo storico del partito di allora. La lezione è di non fare più la stessa manovra o seguire lo stesso metodo. Non è poca.

5. Vana fu l’attesa di una situazione nel 1946, alla fine della seconda guerra mondiale, tanto fertile quanto quella del 1918, per la maggior gravità della degenerazione controrivoluzionaria, l’assenza di nuclei forti capaci di restare fuori dal blocco di guerra militare politico e partigiano, la diversa politica di occupazione poliziesca sui paesi vinti. La situazione 1946 era palesemente tanto sfavorevole quanto quelle successive a grandi disfatte della Lega dei Comunisti e della I Internazionale: 1849 e 1871.

6. Non essendo dunque pensabili ritorni bruschi delle masse ad una organizzazione utile di attacco rivoluzionario, il miglior risultato che il prossimo tempo può dare è la riproposizione dei veri scopi e rivendicazioni proletari e comunisti, e il ribadimento della lezione che è disfattismo ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse.

7. Allo stupido attualismo-attivismo che adatta gesti e mosse ai dati immediati di oggi, vero esistenzialismo di partito, va sostituita la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre, vietando a gregari ma soprattutto a capi la tendenziosa ricerca e scoperta di “vie nuove”.

8. Questo andazzo, soprattutto quando diffama e diserta il lavoro dottrinale e la restaurazione teoretica, necessaria oggi come lo fu per Lenin al 1914-18, assumendo che l’azione e la lotta sono tutto, ricade nella distruzione della dialettica e del determinismo marxista per sostituire alla immensa ricerca storica dei rari momenti e punti cruciali su cui fare leva, uno scapigliato volontarismo che è poi il peggiore e crasso adattamento allo statu quo e alle sue immediate misere prospettive.

9. Tutta questa metodologia di praticoni è facile ridurla non a nuove forme di originale metodo politico ma alla scimmiottatura di antiche posizioni antimarxiste, e alla maniera idealista, crociana, di concepire la vicenda storica come evento imprevedibile da leggi scientifiche e che “ha sempre ragione” nella sua ribellione a regole e a previsioni di rotta per la umana società.

10. Va dunque messa in primo piano la ripresentazione, con riprova nei nostri classici testi di partito, della visione marxista integrale della storia e del suo procedere, delle rivoluzioni che si sono succedute finora, dei caratteri di quella che si prepara e che vedrà il proletariato moderno rovesciare il capitalismo e attuare forme sociali nuove: ripresentarne le essenziali originali rivendicazioni quali nella loro grandezza ed imponenza sono da un secolo almeno, liquidando le banalità con cui le sostituiscono anche molti che nella gora stalinista non sono, spacciando per comunismo richieste borghesoidi popolari e adatte al demagogico successo.

11. Un tale lavoro è lungo e difficile, assorbe anni ed anni, e d’altra parte il rapporto di forze della situazione mondiale non può capovolgersi prima di decenni. Quindi ogni stupido e falsamente rivoluzionario spirito di rapida avventura va rimosso e disprezzato, in quanto è proprio di chi non sa resistere sulla posizione rivoluzionaria, e come in tanti esempi della storia delle deviazioni abbandona la grande strada per i vicoli equivoci del successo a breve scadenza.

Il programma rivoluzionario immediato

1. Col gigantesco movimento di ripresa dell’altro dopoguerra, potente alla scala mondiale, e in Italia costituito nel solido partito del 1921, fu chiaro il punto che il postulato urgente è prendere il potere politico e che il proletariato non lo prende per via legale ma con l’azione armata, che la migliore occasione sorge dalla sconfitta militare del proprio paese, e che la forma politica successiva alla vittoria è la dittatura del proletariato. La trasformazione economica sociale è compito successivo, di cui la dittatura pone la condizione prima.

2. Il Manifesto dei comunisti chiarì che le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano “dispoticamente” sono diverse – essendo la via al pieno comunismo lunghissima – a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive del paese in cui il proletariato ha vinto, e della rapidità di estensione di tale vittoria ad altri paesi. Indicò quelle adatte allora, nel 1848, per i più progrediti paesi europei, e ribadì che quello non era il programma del socialismo integrale, ma un gruppo di misure che qualificò: transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente “contraddittorie”.

3. Successivamente, e fu uno degli elementi che ingannò i fautori di una teoria non stabile, ma di continuo rielaborata da risultati storici, molte misure allora dettate alla rivoluzione proletaria furono prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese; esempi: istruzione obbligatoria, banca di Stato, ecc.

Ciò non doveva autorizzare a credere che fossero mutate le precise leggi e previsioni sul trapasso dal modo capitalista a quello socialista di produzione con tutte le forme economiche, sociali e politiche, ma significava solo che diveniva diverso e più agevole il primo periodo postrivoluzionario: economia di transizione al socialismo, precedente il successivo del socialismo inferiore e l’ultimo del socialismo superiore o comunismo integrale.

4. L’opportunismo classico consistette nel far credere che tutte quelle misure, dalla più bassa alla più alta, le potesse applicare lo Stato borghese democratico sotto la pressione o addirittura la legale conquista del proletariato. Ma in tal caso quelle varie “misure”, se compatibili col modo capitalista di produzione, sarebbero state adottate nell’interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta, se incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato.

5. L’opportunismo attuale, colla formula della democrazia popolare e progressiva, nei quadri della costituzione parlamentare, ha un compito storico diverso e peggiore. Non solo illude il proletariato che alcune delle misure sue proprie possano essere attirate nel compito di uno Stato interclassista e interpartitico (ossia, quanto i socialdemocratici di ieri, fa il disfattismo della dittatura) ma addirittura conduce le masse inquadrate a lottare per misure sociali “popolari e progressive” che sono direttamente opposte a quelle che il potere proletario sempre, fin dal 1848 e dal Manifesto, si è prefisse.

6. Nulla mostrerà meglio tutta la ignominia di una simile involuzione che un elenco di misure che, quando si ponesse in avvenire, in un paese dell’occidente capitalista, la realizzazione della presa del potere, si dovrebbero formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del Manifesto, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora.

7. Un elenco di tali rivendicazioni è questo:
   a) Disinvestimento dei capitali, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.
   b) Elevamento dei costi di produzione per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.
   c) Drastica riduzione della giornata di lavoro almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.
   d) Ridotto il volume della produzione con un piano di sottoproduzione che la concentri sui campi più necessari, controllo autoritario dei consumi combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.
   e) Rapida rottura dei limiti di azienda con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.
   f) Rapida abolizione della previdenza a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.
   g) Arresto delle costruzioni di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.
   h) Decisa lotta con l’abolizione delle carriere e titoli contro la specializzazione professionale e la divisione sociale del lavoro.
   i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento.

8. Non è strano che gli stalinisti e simili oggi richiedano tutto l’opposto, coi loro partiti di Occidente, non solo nelle rivendicazioni “istituzionali” ossia politico-legali, ma anche nelle “strutturali” ossia economico-sociali. Ciò consente la loro azione in parallelo col partito che conduce lo Stato russo e i connessi, nei quali il compito di trasformazione sociale è il passaggio da precapitalismo a capitalismo pieno, con tutto il suo bagaglio di richieste ideologiche, politiche, sociali ed economiche, tutte orientate allo zenit borghese; volte con orrore solo contro il nadir feudale e medioevale. Tanto più sporchi rinnegati questi sozii di occidente, in quanto quel pericolo, fisico e reale ancora dalla parte dell’Asia oggi in subbuglio, è inesistente e mentito per chi guarda alla tronfia capitalarchia di oltreatlantico, per i proletariati che di questa stanno sotto lo stivale civile, liberale e nazionunitario.

(Dall’opuscolo “Sul Filo del Tempo – n° 1 – Contributi alla organica ripresentazione storica della teoria rivoluzionaria marxista”, maggio 1953).

Le rivoluzioni multiple

Riunione di Genova, 26 aprile 1953

1. La posizione della sinistra comunista si distingue nettamente (oltre che dall’eclettismo di manovra tattica del partito) dal bruto semplicismo di chi riduce tutta la lotta al dualismo sempre ed ovunque ripetuto di due classi convenzionali, sole ad agire. La strategia del moderno movimento proletario ha precise e stabili linee valevoli per ogni ipotesi di azione futura, che vanno riferite a distinte “aree” geografiche in cui si suddivide il mondo abitato, e a distinti cicli di tempo.

2. L’area prima e classica dal cui gioco di forze fu tratta la prima volta l’irrevocabile teoria del corso della rivoluzione socialista è quella inglese. Dal 1688 la rivoluzione borghese ha soppresso il potere feudale e rapidamente estirpate le forme di produzione feudali, dal 1840 è possibile dedurre la concezione marxista sul gioco di tre essenziali classi: proprietà borghese della terra – capitale industriale, commerciale, finanziario – proletariato, in lotta colle due prime.

3. Nell’area europea occidentale (Francia, Germania, Italia, paesi minori) la lotta borghese contro il feudalesimo va dal 1789 al 1871, e nelle situazioni di questo corso si pone l’alleanza del proletariato coi borghesi quando lottano colle armi per rovesciare il potere feudale mentre già i partiti operai hanno rifiutata ogni confusione ideologica colle apologie economiche e politiche della società borghese.

4. Col 1866 gli Stati Uniti di America si pongono nelle condizioni dell’Europa Occidentale dopo il 1871, avendo liquidato forme capitalistiche spurie con la vittoria contro il sudismo schiavista e rurale. Dal 1871 in poi, in tutta l’area euramericana, i marxisti radicali rifiutano ogni alleanza e blocco con partiti borghesi e su qualunque terreno.

5. La situazione pre-1871, di cui al punto 3, dura in Russia e in altri paesi dell’est europeo fino al 1917, e si pone in essi il problema già noto dalla Germania 1848: provocare due rivoluzioni, e quindi lottare anche per i compiti di quella capitalista. Condizione per un passaggio diretto alla seconda rivoluzione proletaria era la rivoluzione politica in occidente, che venne meno, pure avendo la classe proletaria russa conquistato sola il potere politico, conservandolo per alcuni anni.

6. Mentre nell’area europea di Oriente può oggi considerarsi compiuta la sostituzione del modo capitalista di produzione e di scambio a quello feudale, nell’area asiatica è in pieno corso la rivoluzione contro il feudalesimo, e regimi anche più antichi, condotta da un blocco rivoluzionario di classi borghesi, piccolo-borghesi e lavoratrici.

7. L’analisi svolta ormai ampiamente illustra come in questi tentativi di doppia rivoluzione si siano attuati vari esiti storici: vittoria parziale e vittoria totale, sconfitta sul terreno insurrezionale con vittoria sul terreno economico-sociale e viceversa. Fondamentale è per il proletariato la lezione delle semi-rivoluzioni e delle controrivoluzioni. Classici tra tanti esempi sono: Germania post 1848: doppia sconfitta insurrezionale di borghesi e proletari, vittoria sociale della forma capitalista e graduale stabilirsi di potere borghese. Russia post 1917: doppia vittoria insurrezionale di borghesi e proletari (febbraio e ottobre), sconfitta sociale della forma socialista, vittoria sociale della forma capitalista.

8. La Russia, almeno per la parte europea, ha oggi un meccanismo di produzione e scambio già capitalistico in pieno, la cui funzione sociale è riflessa politicamente in un partito e un governo che ha esperito tutte le possibili strategie di alleanze con partiti e Stati borghesi dell’area di occidente. Il sistema politico russo è un frontale nemico del proletariato e ogni alleanza con esso è inconcepibile, fermo restando che aver fatto vincere nella Russia la forma capitalistica di produzione è risultato rivoluzionario.

9. Per quei paesi dell’Asia, ove ancora domina l’economia locale agraria di tipi patriarcali e feudali, la lotta anche politica delle «quattro classi» è un elemento di vittoria nella lotta internazionale comunista, pur quando ne sorgano in via immediata poteri nazionali e borghesi, sia per la formazione di nuove aree atte alla posizione delle rivendicazioni socialiste ulteriori, sia per i colpi portati da tali insurrezioni e rivolte all’imperialismo euroamericano.

La rivoluzione anticapitalista occidentale

Riunione di Genova, 26 aprile 1953

1. Stabilita la valutazione della fase mondiale successiva alla Seconda Guerra imperialista, restando chiaro che il consolidamento dopo due vittorie delle grandi centrali capitalistiche imperiali non coesiste (come non potrebbe coesistere e convivere) col consolidamento di uno Stato operaio e costruente socialismo in Oriente, ma si tratta del rapporto tra forme di capitalismo maturo e forme di capitalismo recente e giovane, che possono sia incontrarsi in una economia mercantile mondiale unica, sia venire a conflitti armati per la disputa delle sfere di mercato, con molte possibili linee di frattura, va portata l’attenzione sul passaggio in Occidente dal capitalismo pieno alla società socialista: rivoluzione non duplice, non “impura”.

2. Come i dati dell’economia sociale russa nella versione “ufficiale” di Stalin sono da noi stati ricondotti a quelli classici che definiscono il capitalismo, battendo le due tesi che siano forma socialista o che siano forma “nuova” già ignota al marxismo (seconda tesi più della prima sciagurata), così quelli della economia di occidente e in primis di America, anche accettati da fonte “ufficiale” dalla sporca propaganda del “mondo libero”, sono in tutto collimanti colla marxistica descrizione del capitalismo da cui si deduce senza scampo il corso – opposto alla apologetica di equilibri e progressi – delle crisi interne della produzione, delle guerre per i mercati, del crollo rivoluzionario, della conquista proletaria del potere con la distruzione dello Stato capitalista, della dittatura proletaria e della eliminazione delle forme di produzione borghesi.

3. Il modo capitalista di produzione una volta instaurato non può sostenersi se non accrescendo di continuo, non la dotazione di risorse ed impianti atti ad una migliore vita degli uomini con minori rischi, tormenti e sforzi, ma la massa delle merci prodotte e vendute. Crescendo la popolazione meno della massa dei prodotti occorre trasformarne le masse in maggiori (quali che siano) consumi, e in nuovi mezzi di produzione, infilando una via senza uscita. Questo il carattere essenziale, inseparabile dall’aumentata forza produttiva, dei meccanismi materiali che scienza e tecnica mettono a disposizione. Ogni altro carattere relativo alla statistica composizione delle classi, e al gioco, indubbiamente influente, delle soprastrutture amministrative, giuridiche, politiche, organizzative ed ideologiche, non è che secondario ed accessorio e non sposta i termini della fondamentale antitesi col modo di produzione comunista contenuta intiera ed invariante nella dottrina proletaria rivoluzionaria, dal Manifesto del 1848.

4. In tutta l’economia mondiale sono verificati e ripetuti, anzi rafforzati, i caratteri dell’avvento e del processo capitalista fissati dalla monolitica valutazione di Marx: successiva, spietata espropriazione di tutti i detentori di riserve di merci e di mezzi produttivi (artigiani, contadini, piccoli e medi commercianti, industriali, tesaurizzanti) giusta le leggi dedotte soprattutto dai cicli del capitalismo inglese. Così per l’accumulazione del capitale: massa sempre più grande assolutamente e relativamente di strumenti di produzione senza posa (e anche senza ragione) aumentati e rinnovati; concentrazione in un numero sempre minore di “mani”, e non di “teste” (concetto precapitalista), di queste forze sociali, avendosi giganteschi complessi di stabilimenti ed aziende di produzione prima ignoti. Estensione inarrestabile, dopo la formazione dei mercati nazionali, di quello mondiale; dissoluzione delle isole chiuse di lavoro-consumo superstiti nel mondo.

5. Questa serie di conferme, di ritmo assai superiore alla stessa attesa dei nostri teorici, è data in primo luogo dall’economia americana e dai dati della produzione statunitense e dello stesso interno consumo in continua esaltazione. La questione è tra la possibilità di uno sviluppo continuo e senza scosse di una tale forma sociale, e l’attesa di dure scosse, crisi profonde, e sconvolgimenti che raggiungano le basi del sistema. Sono sufficienti a darle risposta le vicende di due grandi guerre mondiali e di una interposta gigantesca crisi di tutto l’apparato economico, nonché la instabilità in tutti i sensi di questo dopoguerra convulso, sicché giace in pezzi la descrizione di questa pretesa società prospera, avviata verso un livellamento del tenore di vita e della ricchezza individuale, che sarebbe composta da una classe media senza classi estreme, e per giunta priva di aperte lotte sindacali e di partiti con programma anticostituzionale. Per ora anche alla considerazione più banale della sottostruttura americana risulta relegato tra i fantasmi l’antico Stato amministrativo, federativo, non burocratico e non militare, che si contrapponeva alle bellicose potenze europee secolarmente in lotta per egemonie: i dati di America su questo riguardo battono da lontano – assoluti e relativi – tutti gli indici del mondo e della storia umana.

6. La descrizione di una simile economia, anche per un momento basando le deduzioni sui soli rapporti interni, che vengono vantati stabili nella instabilità confessata delle questioni internazionali (essendosi d’altro canto rinunziato alla vecchia teoria di estraniarsi dalle faccende estere ed extraamericane!) conduce dritta a tutte le leggi marxiste e alla condanna storica del modo capitalista di produzione, che nessuno può fermare nella sua corsa verso la catastrofe e la rivoluzione. La rete massiccia di stabilimenti e di impianti prima nel mondo, e la industrializzazione di ogni sfera di attività spinta al massimo, mostrano una società che le sorpassa tutte quanto a dominio del “lavoro morto” (Marx), o capitale cristallizzato in macchine, costruzioni e masse di materie prime e semilavorate, rispetto al “lavoro vivente” ossia alla attività incessante dei vivi uomini nella produzione. La vantata libertà sul piano giuridico non può dissimulare il peso e la pressione di questo cadavere, governatore dei corpi vitali.

7. L’aumentato tenore di vita del lavoratore quanto a massa dei suoi consumi ridotti ad una stessa misura di valore non è che conferma delle leggi marxiste sulla aumentata produttività del lavoro. Fanno impressione le statistiche a certe date cruciali: 1848, 1914, 1929, 1932, 1952, ma esse non svolgono che il nostro previsto ciclo. Se in dieci anni si vanta un aumento dei salari del 280 per cento, mentre l’aumento del costo della vita è stato del 180 per cento, vuol dire che l’operaio con il salario 380 deve comprare 280, ossia il miglioramento si riduce al 35 per cento. Nello stesso tempo si ammette che la produttività è aumentata del 250 per cento! Dunque l’operaio che dà tre volte e mezzo tanto riceve solo una volta e un terzo: sfruttamento e plusvalore cresciuti enormemente. È pienamente chiarito che la legge della miseria crescente non vuol dire discesa del salario nominale e reale, ma aumentata estorsione di plusvalore e aumentato numero di caduti nella espropriazione di ogni riserva.

8. L’aumento della produttività del lavoro che è stato in tutto il ciclo del capitalismo in America di diecine di volte, significa che con lo stesso tempo di lavoro viene elaborata una quantità di prodotti diecine di volte maggiore di un tempo. Il capitalista una volta anticipava uno di lavoro e uno di materie prime, oggi uno di lavoro e dieci o venti di materie prime. Se il suo margine di profitto restasse lo stesso rispetto al valore del prodotto venduto, verrebbe il profitto reso dieci o venti volte maggiore. Ma per ciò fare bisognava che quantità di prodotti dieci o venti volte maggiori trovassero acquirenti. Ed allora il capitalista si contenta di un minore “tasso di profitto” e aumenta la remunerazione dell’operaio, poniamo anche al doppio in valore reale ogni volta che la produttività si decuplica: ribassa al tempo stesso il prezzo di vendita perché la merce contiene due e non dieci di lavoro, e si trova dei clienti nel suo stesso personale. Qui la legge della discesa del tasso di profitto con l’aumento di produttività del lavoro e con la migliorata composizione organica (parte costante rispetto al tutto) del capitale. Ora tutte le deduzioni sulla impossibilità di questo sistema di tirare in lungo stanno e posano sulla verifica della legge di discesa del tasso (che, vedi “Dialogato”, Stalin imprudentemente o filocapitalisticamente mollava). Contro queste posizioni, e sempre più in quanto più esse divengono evidenti e stringenti, stanno le opposte dei comunisti: domini il lavoro vivente su quello morto! Si volga l’aumento di produttività non ad un pari folle aumento di inutile quando non rovinosa produzione, ma al miglioramento delle condizioni del lavoro vivo, ossia si riduca il tempo giornaliero di lavoro drasticamente.

9. L’America che già nel 1850 Engels definiva come il paese in cui la popolazione raddoppia in venti anni, se è anche il paese in cui la produttività triplica in dieci anni e quindi in venti si sestuplica (o, con la legge di progressione geometrica da Stalin sognata per la Russia, diviene nove volte tanto) non è dunque il paese dove il socialismo “europeo” è inapplicabile, ma quello che ci ha sopravanzati di gran lunga nella marcia verso la pletora-crisi e la pressione esplosiva del capitalismo. L’apertura al proletariato di credito con il vendergli a rate articoli di lusso nel senso economico lo rende un più perfetto “paupero” e senza-riserva: il suo bilancio non è solo divenuto quello di chi possiede zero, ma quello di chi ha ipotecata una massa di lavoro futuro per arrivare a zero: una vera schiavitù parziale. Socialmente tutti questi consumi corrispondono a reti di influenza e spesso di corruzione degenerativa a vantaggio della classe dominante e delle tendenze di costumi e ideologie che le convengono. L’apparato mostruoso della pubblicità costringe il proletariato a comprare col suo sopraguadagno prodotti di consumo dalle qualità illusorie e spesso nocivi. La libertà personale della prospera America aggiunge al dispotismo di fabbrica del capitale il dispotismo e la dittatura sui consumi standardizzati e scatoliformi della classe sfruttata, cui si fabbricano bisogni assurdi per non darle ore di libertà dal lavoro e non fermare l’inondazione mercantile. Non diverso effetto ha il sistema di attribuire minime aliquote di dividendo della fabbrica in ragione del salario annuale. Fatto il conto su certi dati statistici, nei casi migliori si ha un aumento di salario del 5 o poco più per cento, assai bene recuperato con questa sferzata allo zelo dell’ingenuo e corbellato “azionista”.

10. La teoria delle crisi ricorrenti e sempre più gravi ha per fondamento quella dell’aumento di produttività e della discesa del tasso di profitto. Essa sarebbe superata solo quando quegli indici caratteristici del corso capitalista venissero a mancare. Tutto l’opposto è in America, e lo mostrano anche confronti degli industriali nostrani, che vorrebbero ad esempio in siderurgia da 80 tonnellate annue per operaio andare alle 200 americane. Chi non vorrebbe prendere il 4 per cento su 200 invece che 5 su 80? La crisi economica intrinseca, ossia della “astratta” (come in Marx) America che dovesse mangiare tutto quello che produce, si scrive con formule e si disegna con curve inesorabili. Uno specchio di merci che oscillano intorno alla media del pane ci viene a dire che oggi una libbra di pane l’operaio l’acquista con la remunerazione di 6 minuti primi del suo lavoro, mentre ve ne doveva dedicare 17 nel 1914. La popolazione operaia è certo aumentata in rapporto maggiore della popolazione totale. Come faranno i cittadini americani ad ingurgitare il triplo di pane rispetto al 1914, il decuplo forse rispetto al 1848? Per non crepare, avrebbero il consiglio di mangiare delle “brioches”! Ad un certo momento non si venderà, da un lato, una libbra più di pane, l’operaio dall’altro sarà licenziato e non ne potrà comprare nemmeno una libbra. Ecco scheletricamente perché verrà ancora il venerdì nero, sempre più nero.

11. Una soluzione è l’ingozzare di pane i popoli che finora hanno mangiato miglio, riso o banane (hanno forse torto i mau-mau?). E per far questo si comincia dal cannoneggiare chi impedisce lo sbarco e poi chi vendeva miglio, riso e banane. Ecco l’imperialismo. Se calza come un guanto la teoria marxista delle crisi e della catastrofe, non calza meno quella dell’imperialismo e della guerra, e i dati che stanno a base de ”L’Imperialismo” di Lenin, ricavati nel 1915, sono oggi offerti dalla statistica americana con virulenza decuplicata. La statistica tra l’altro confronta il tenore di vita in America e negli altri paesi che le fanno corteggio; prima gli alleati poi i nemici. Se una libbra di farina vale 4 di quei 6 minuti del pane in America, arriva a 27 in Russia, dice la statistica americana. Dica anche meno quella russa, è certo che, nella zona oriente, le leggi della produttività crescente, della composizione del capitale e della discesa del tasso ne hanno ancora di strada da fare, con gran confusione di chi legge a rovescio condizioni e distanze rivoluzionarie. Piazzato dove si voglia il primo pezzo di artiglieria e lanciato il primo V2, magari dalla Luna, è certo che si deve colpire al centro il sistema americano per applicargli robustamente la vicenda del freno al consumo e alla produzione follemente crescenti, insegnando che è ben vero che non de solo pane vivit homo, ma che se quest’uomo si ammannisce in sei minuti il pane della giornata, quando lavora più di due ore non è uomo, ma fesso.

12. Perché manchi il partito comunista con programma integrale e rivoluzionario in America, sebbene il programma sia così “attuale” e la maturità delle condizioni tanto spinta da significare disfacimento in potenza, è grande problema storico che si imposta alla scala mondiale. La terza ondata opportunista che ha schiantato il movimento marxista del primo dopoguerra immediato ha tre aspetti: riduzione a capitalista della forma di produzione sviluppantesi in Russia – abbandono delle rivendicazioni comuniste da parte dello Stato politico russo – politica di alleanze militari di questo e di alleanze politiche dei paralleli partiti in occidente, su rivendicazioni di natura borghese e democratica. Il brusco passaggio dalla apologia del regime capitalista americano come amico e salvatore del proletariato mondiale alla denunzia di esso come nemico della classe lavoratrice, quasi lo fosse divenuto solo nel 1946, non poteva che ulteriormente sabotare la preparazione rivoluzionaria del proletariato in America, e frapporre remore storiche allo sviluppo colà di un vero partito di classe. Non è possibile risalire questa situazione che sotto tutti gli aspetti: dimostrazione che in Russia non vi è costruzione di socialismo; che lo Stato russo se combatterà non sarà per il socialismo ma per rivalità imperiali; dimostrazione soprattutto che in Occidente le finalità democratiche popolari e progressive non solo non interessano la classe lavoratrice ma valgono a tenere in piedi un capitalismo marcio.

13. In questa lunga opera di ricostruzione, che deve mettersi al passo con l’avanzare della crisi della forma di produzione occidentale ed americana, alla quale sono date tutte le condizioni obiettive determinanti con una distanza che qualunque diversivo di politica interna e mondiale non potrà aumentare al di là di qualche decennio, non si deve seguire il miraggio che nuovi espedienti o schieramenti di pochi pretesi studiosi della storia possano valere più delle storiche conferme già date dagli eventi alla originale costruzione marxista rettamente intesa e seguita. Le condizioni di ideologia di coscienza e di volontà non sono un problema diverso e regolato da influssi diversi dalle condizioni di fatto di interessi e di forze. Il partito comunista difende la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita, e lavora in funzione di quel risultato dell’avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista che sembra miseramente espressa in ore, e ridotta a un conteggio materiale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità che tutti ci schiavizza e trascina. Anche allora, soppresso il capitalismo e le classi, la specie umana soggiacerà alla necessità data dalle forze naturali e resterà un vaneggiamento l’assoluto filosofico della libertà. Chi addirittura nel vortice del mondo di oggi, anziché trovare il filone della corrente, di questa impersonale nozione di condizioni future, in un lavoro durato intiere generazioni, voglia far stare nuove ricette sollecitatrici nell’ambito della sua povera testa, e detti formule nuove, va tenuto a deteriore rispetto ai più dannati conformisti e servitori del sistema del capitale, e ai sacerdoti della sua eternità.

(Dall’opuscolo “Sul Filo del Tempo – n° 1 – Contributi alla organica ripresentazione storica della teoria rivoluzionaria marxista”, maggio 1953).