Partito Comunista Internazionale

Aspetti della rivoluzione africana (Pt. 1)

Categorie: Africa, Asia, Colonial Question, National Question, National Revolution

Articolo genitore: Aspetti della rivoluzione africana

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Nel movimento anticoloniale l’Africa è stata preceduta dall’Asia.

La rivoluzione nazional-democratica nelle colonie – l’accadimento più importante di questo secolo, dopo la Rivoluzione socialista russa – in pochi anni ha percorso l’intero continente asiatico, e con la sua ondata ha spazzato via imperi secolari.

Al grandioso rivolgimento l’Africa ha partecipato validamente, ma in essa gli avvenimenti si sono svolti finora con un ritmo meno veloce.

Solo il settore del continente che si suol definire Africa bianca, in quanto abitata da razze non propriamente negre, è riuscito a condurre vittoriosamente la rivolta contro l’imperialismo. La lotta è tuttora aperta in Algeria.

Ciò non significa che nel resto del continente il colonialismo abbia avuto giorni facili. Il moto rivoluzionario inizia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Infatti è dal 1946 che nell’Africa nera l’indistinto movimento di rivolta all’oppressione coloniale francese assume forme organizzate. A cominciare da quell’anno sorgono i primi partiti africani moderni, quali l’Unione Democratica africana (Rassemblement Democratique Africaine, RDA), la Convenzione Africana, il Movimento Socialista Africano, l’Unione dei Popoli del Camerun.

Scoppiano grandi lotte rivendicative, le organizzazioni sindacali, affiliate in origine alle centrali sindacali parigine, si emancipano, divenendo organizzazioni propriamente africane.

Né manca la lotta diretta contro l’occupante straniero. Nel 1950, il governo francese, che i nazionalisti degollisti accusavano di “mollezza”, condusse una sanguinosa repressione contro il movimento anticolonialista. La Costa d’Avorio, dove il RDA era sorto per diffondersi in tutta l’Africa nera francese, fu particolarmente presa di mira dai giannizzeri colonialisti, che si abbandonarono ad un’orgia di arresti, deportazioni, ed esecuzioni sommarie.

Ancor più sanguinaria era stata la repressione della rivolta malgascia, rimasta tristemente nota. Nel marzo 1947, il Madagascar si levò in armi contro gli oppressori francesi, che risposero perpetrando un spaventoso massacro. Gli stessi documenti ufficiali francesi ammettono che persero la vita per mano delle truppe di repressione oltre 80.000 ribelli malgasci su una popolazione di 4.600.000 persone. Ogni attività politica fu soppressa nell’isola. I capi della rivolta, tra cui i deputati del Madagascar all’Assemblea Nazionale Francese, furono deferiti alle Corti marziali benché si trovassero fuori del Madagascar all’epoca della rivolta. Condannati a morte, ebbero commutata la pena nel carcere a vita e si trovano tuttora in carcere.

Certo, mentre i popoli asiatici lottavano contro il colonialismo gli africani non ristavano. Non si muovevano solo i negri e i malgasci. Come non ricordare l’eroica, per quanto confusa, rivolta dei Kukuiu del Kenya, le enormi perdite subite dagli insorti in Marocco, in Tunisia, i 700.000 morti algerini.

È vero che, pur non perdendo d’occhio gli avvenimenti africani, noi abbiamo dato maggior risalto a quelli asiatici. Ciò è accaduto per due ragioni. Innanzitutto è in Asia, sede di civiltà precoloniali più evolute, che i fenomeni economici e sociali suscitati dall’invasione colonialista si presentano nella loro forma più chiara. Qui più che altrove il colonialismo ha svelato apertamente la sua essenza reazionaria, impedendo lo sviluppo dei paesi soggetti e perpetuando rapporti sociali retrogradi. In secondo luogo, è nei movimenti rivoluzionari asiatici che si è verificato il fenomeno del connubio tra il revisionismo antimarxista dei falsi partiti comunisti della scuola di Mosca e l’ideologia radicale della democrazia rivoluzionaria piccolo-borghese, assimilabile, in senso lato, al giacobinismo delle borghesie occidentali del secolo XVIII.

Il compito del marxista che intende rendersi conto della sostanza dei rivolgimenti afro-asiatici, non è facile. Il declino del colonialismo non ha dato luogo, come pretendono molti, a un cambio della guardia tra i nuovi e i vecchi imperialismi. La formazione degli Stati nazionali sulle macerie degli imperi coloniali, anche se non ha cancellato la dipendenza economica dei nuovi Stati verso le centrali finanziarie dell’imperialismo, è un fatto rivoluzionario, come insegna la dottrina leninista sul principio del diritto delle nazioni alla autodecisione, cioè alla separazione dai super Stati plurinazionali e plurirazziali. La separazione resta un fatto rivoluzionario, anche se è facilitata dalle rivalità egemoniche che dividono gli imperialismi.

Nelle attuali condizioni dei rapporti di forza mondiali tra borghesia e proletariato, sboccando la rivoluzione anticoloniale in regimi di democrazia borghese, è assolutamente secondaria la questione dei rapporti tra i nuovi Stati indipendenti e gli Stati di antico capitalismo. Presto o tardi, prima o dopo la conquista dell’indipendenza, gli Stati afroasiatici, in quanto regimi borghesi, cercheranno la “coesistenza pacifica” coi colossi capitalistici che dominano il mondo. Ciò che è veramente rivoluzionario è il fatto che la soppressione del colonialismo e la formazione dello Stato nazionale sbloccano, per dirla con Lenin, i “potenti fattori economici” che sono alla base della rivoluzione nazional-democratica, cioè liquidano gli ultimi residui di modi di produzione precapitalistici.

Ma a tale consapevolezza teorica arriva solo chi ha smascherato il gioco dei revisionisti del marxismo. Questi tendono – l’esperienza del P.C. cinese insegni per tutti – a far passare per politica comunista il blocco leale coi partiti della piccola borghesia nazionalista, e per socialismo le finalità cui tendono programmi di schietto capitalismo di Stato. Bisognava allora, per evitare che si falsasse il significato dei rivolgimenti afro-asiatici, lottare anzitutto contro il revisionismo dei partiti “comunisti” legati a Mosca. Perciò abbiamo dedicato maggiore attenzione agli avvenimenti asiatici, trascurando un po’ quanta accadeva in Africa. Da questo momento lavoreremo ad eliminare lo squilibrio.

Ma prima di passare in rassegna i movimenti politici africani, sarà bene occuparci di alcune questioni generali che interessano l’intero continente.

Facevamo la constatazione che l’Asia ha preceduto l’Africa nel cammino verso la emancipazione. Spiegandoci le ragioni del primato asiatico verremo a comprendere il perché del ritardo segnato dall’Africa. Non si tratta di una questione accademica. La liberazione dell’Asia ha comportato conseguenze enormi per il movimento anticoloniale africano. Infatti, le potenze colonialiste, essendo state scacciate dai loro possedimenti asiatici e costrette a trincerarsi nelle ultime roccheforti coloniali rimaste nelle loro mani, hanno inasprito drasticamente i loro metodi di repressione. La liberazione dell’Asia ha in un certo senso facilitato il compito dei colonialisti nelle altre parti del mondo, in quanto li ha esentati dall’obbligo di disperdere le loro forze in un immenso teatro di operazioni. È ovvio, ad esempio, che la Francia, se dovesse mantenere ancora truppe negli ex possedimenti asiatici, troverebbe difficoltà a mantenere, non solo l’entroterra del Nordafrica, ma la stessa città di Algeri.

La condizione ideale per una rapida vittoria della rivoluzione anticoloniale in Asia e in Africa sarebbe stata la simultaneità dei moti nei due continenti. Ciò non è accaduto. Non poteva accadere. L’Asia non poteva non muoversi e vincere per prima, per una serie di cause che crediamo di poter raggruppare in tre ordini principali: la grande tradizione storica dell’Asia, l’influenza della rivoluzione russa, la posizione geografica.

1) La grande tradizione storica dell’Asia. Il colonialismo europeo è stato soffocatore implacabile delle forme di civiltà portate avanti dai popoli sottomessi, ma non ha potuto condurre in Asia la sua opera di demolizione nella misura che doveva raggiungere in Africa. L’epoca precoloniale aveva prodotto nel continente asiatico, antichissima culla di civiltà, organizzazioni sociali che nulla avevano da invidiare agli Stati europei coevi. Il vero “distacco” tra Europa e Asia ha inizio allorché l’industria si sgancia dalle forme artigiane, aprendo l’epoca della manifattura e, quindi, del macchinismo. Ma il balzo in avanti dell’industria europea avviene dopo che l’Asia (e l’Africa) sono cadute sotto l’invasione coloniale. Meglio, avviene perché l’Asia (e l’Africa) sono discese al rango inferiore di colonie, cioè di terre di sfruttamento e spoliazione. L’accumulazione primitiva senza di che il capitalismo europeo non si sarebbe sviluppato così rapidamente, non avrebbe marciato al ritmo che conosciamo, se i pirati colonialisti non avessero spogliato le terre d’oltremare.

La dominazione europea poteva arrestare lo sviluppo dell’Asia, non cancellare le insopprimibili sopravvivenze di millenni di storia, nel corso dei quali giganteschi Stati si erano formati testimoniando delle altissime vette raggiunte dall’organizzazione sociale e dell’evoluzione culturale delle nazioni. In realtà, il colonialismo europeo non era riuscito a cancellare del tutto l’indipendenza politica dell’Asia. Tranne la temporanea occupazione americana, il Giappone non ha mai perduto l’indipendenza. Né un secolo di reiterate aggressioni riusciva a sottomettere definitivamente la Cina, il massimo Stato asiatico per dimensioni fisiche ed economiche, per tradizioni sociali e per sviluppo culturale. Questi Stati, pur combattendosi tra loro (destino ineluttabile di tutti gli Stati nazionali) dovevano mantener viva la lotta per l’indipendenza.

Sarebbe ozioso mettersi ad immaginare che cosa sarebbe accaduto se il colonialismo europeo avesse impedito l’esistenza indipendente del Giappone. È certo, però, che le velleità imperialistiche del capitalismo nipponico dovevano contribuire, sia pure negativamente, alla sconfitta del colonialismo europeo. Infatti, invadendo gli antichi possedimenti europei d’Asia, le armate del “Tenno” dovevano vibrare un colpo mortale al prestigio bianco.

Le grandi tradizioni storiche dell’Asia dovevano impedire agli invasori colonialisti di imporre una dominazione totale sui continente. Al momento della lotta contro i dominatori coloniali, esse si sono trasformate dialetticamente in forze materiali.

2) L’influenza della rivoluzione russa. Esiste una non causale coincidenza tra le sollevazioni rivoluzionarie in Russia e in Asia. Il 1905 è l’anno della prima rivoluzione russa. Per Lenin esso segna l’apertura di un’epoca rivoluzionaria nell’Europa orientale e in Asia. Difatti alla rivoluzione russa seguono le rivoluzioni di Persia, di Turchia, di Cina. Specialmente sui capi della rivoluzione cinese, massimo Sun Yat-sen, le tradizioni rivoluzionarie russe esercitano una grande influenza.

Non è il caso di occuparsi qui degli articoli scritti da Lenin su Sun Yat-sen. Pur vedendo in lui un esponente della democrazia rivoluzionaria piccolo-borghese e lodandone l’onestà politica e la saldezza di carattere, Lenin misurava scrupolosamente le distanze che separavano l’ideologia e il programma del fondatore del Kuomintang dal comunismo marxista. Ma era innegabile che il Kuomintang e Sun Yat-sen si riattaccavano ad alcune correnti del pensiero rivoluzionario russo, nel solco del populismo, la tendenza a concepire la democrazia contadina come ponte di passaggio al socialismo, e quindi a ritenere possibile il “salto” dal feudalismo al socialismo senza passare per la dittatura del proletariato. Lenin sapeva che le ideologie e l’azione politica di Sun Yat-sen e seguaci, divergevano dalle finalità del comunismo.

Conseguentemente, allorché si trattò di dettare il programma dei partiti comunisti operanti nei paesi coloniali e arretrati, Lenin pose la condizione indispensabile che i partiti comunisti, pur cooperando con i partiti demonazionali sul terreno insurrezionale, mantenessero ben distinti i loro programmi e le loro organizzazioni. Se il partito comunista cinese, fin dalle sue prime azioni, si confuse col Kuomintang fino a far proprio il programma di Sun Yat-sen, appiccicandovi sopra l’etichetta di comunismo, tutto ciò non torna certo a colpa del leninismo e del movimento internazionale.

Ma non è questo il luogo per ritornare su tali questioni. Quel che interessa è di portare l’attenzione sul fatto innegabile che le influenze della rivoluzione russa agirono come un acceleratore sul movimento rivoluzionario, non soltanto cinese, ma di tutta l’Asia. Fatti come il congresso dei popoli di Oriente (Baku, settembre 1920) non potevano non lasciare una traccia profonda. Partecipavano all’assemblea duemila delegati provenienti da tutti i paesi coloniali e arretrati d’Asia e d’Africa. L’Internazionale Comunista si metteva in tal modo alla testa della rivoluzione anticoloniale.

Trentacinque anni dopo, nell’aprile del 1955, la Conferenza afro-asiatica di Bandung, offrendo all’Occidente capitalista la “coesistenza”, è venuta a provare come la rivoluzione asiatica, arrestandosi alla fase democratico-borghese, abbia attuato solo in parte il programma di Baku. La rivoluzione nazional-democratica nelle colonie doveva, nella grande concezione strategica della III Internazionale, indebolire il campo dell’imperialismo facilitando l’attacco del proletariato occidentale alle cittadelle borghesi d’Europa e d’America. Il mancato attacco rivoluzionario del proletariato occidentale – immobilizzato dagli apparati venduti della socialdemocrazia prima e dalla controrivoluzione staliniana poi – impediva che la rivoluzione nazional-democratica nelle colonie superasse la fase borghese.

È chiaro, tuttavia, che, indipendentemente dall’involuzione delle sue finalità sociali, l’industrializzazione dell’enorme area formata dalla Russia europea e dalle sue propaggini asiatiche ha influito profondamente sullo sviluppo ulteriore del continente. Infatti non ai modelli sorpassati dell’Occidente ma all’esperienza viva della rivoluzione industriale russa si ispirano i programmi e l’azione politica dei nuovi regimi asiatici, non solo quelli che assumono ad etichetta il nome di Mao Tse-Tung, di Ho-Ci-Min, di Kim-ir-Sen, ma anche gli altri che hanno per bandiera i Nehru e i Sukarno.