Bangladesh – Crescono le fabbriche – Montano i contrasti tra predoni borghesi – Divampa la lotta di classe
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L’ascesa dell’economia
Il Bangladesh è uno dei capitalismi nazionali a più rapida crescita in Asia meridionale. In forza della sua ascesa industriale dal febbraio 2021 non è più classificato tra i paesi meno sviluppati dalla Commissione ONU per lo sviluppo. Negli ultimi 15 anni ha registrato tassi di crescita superiori al 6%, fatta eccezione per il 2020 in cui ha risentito degli effetti economici della pandemia da coronavirus. Anche allora, al contrario di altri paesi dell’area, la sua economia è rimasta stabile grazie alla solidità della valuta nazionale, e di conseguenza ad un buon tasso di cambio, e a un limitato debito pubblico.
La sostenuta ascesa economica ha fatto sì che l’ex Pakistan orientale diventasse oggetto del desiderio per il rapace capitale internazionale. Ormai da alcuni anni tutti i suoi settori economici sono aperti agli investimenti esteri, interessati in maniera significativa all’informatica, alle infrastrutture e soprattutto all’abbigliamento. Per allettare gli investitori sono state create le cosiddette Zone Economiche Speciali dove la classe dominante bengalese offre convenienti esenzioni fiscali a chi investe in industrie votate all’esportazione.
L’economia del Paese ha un punto di forza nelle esportazioni, nelle quali l’industria tessile rappresenta l’82%. Dopo la pandemia la produzione è cresciuta del 35%. L’ascesa del tessile ha anche tratto vantaggio dalla guerra russo ucraina e dalle sempre più aspre tensioni tra Cina e Usa: marchi occidentali che in precedenza importavano abbigliamento dalla Cina ora si riforniscono in Bangladesh. Inoltre dal 2009 la borghesia bengalese sostiene gli esportatori di abbigliamento con un incentivo in contanti, allo scopo di accrescere le esportazioni verso nuovi mercati, come quello indiano.
Pechino ha da tempo fiutato la “fertilità” di questa terra e oggi molti imprenditori cinesi investono in Bangladesh, grazie a diverse tipologie di incentivi e all’eliminazione del 97% dei dazi di ingresso rispetto a quelli di qualche decennio fa.
Quando, dopo la classificazione a “paese non povero”, la Banca Mondiale ritirò il finanziamento al progetto di un imponente ponte sul fiume Padma, ramo principale del delta del Gange, la borghesia bengalese non ha esitato a chiedere e a ricevere dalla Cina i capitali necessari per completare l’opera. Il capitalismo cinese è oggi il maggiore investitore, superando gli Stati Uniti, nei settori chiave delle infrastrutture stradali, ferroviarie ed energetiche.
Il Bangladesh in pochi decenni è quindi passato dalla condizione di uno Stato praticamente senza peso internazionale, industrialmente arretrato, e in cui la popolazione in povertà sfiorava l’80%, ad uno dei paesi con la più rapida crescita economica e di forte espansione infrastrutturale.
Una crescita che però non si è tradotta in condizioni di vita migliori per il proletariato e gli strati inferiori e non ha ridotto le disuguaglianze sociali. Ha ingrossato invece e ingrassato la classe borghese locale, e ha arricchito gli investitori stranieri che hanno sfruttato la grande massa di bengalesi costretti a vendere la propria forza lavoro a basso prezzo.
Ma l’attuale primo ministro è riuscito a sfruttare questa ricchezza per garantirsi il consenso di alcuni strati della popolazione, grazie anche all’appoggio delle forze armate, dei tribunali, della pubblica amministrazione e di gran parte dei media.
Il fertile (per il capitale) settore tessile e la condizione operaia
Il Bangladesh è il secondo esportatore mondiale, dopo la Cina, di Ready Made Garment (RMG), chiamato anche Fast Fashion – in Italia il Pronto Moda, abbigliamento realizzato attraverso un processo produttivo rapido ed economico –, per un valore di 55 miliardi di dollari nel 2022, con una quota di mercato mondiale che sfiora l’8%. Queste merci vengono esportate principalmente negli Stati Uniti, in Europa, nel Regno Unito e in Canada, fra i committenti troviamo decine di noti marchi internazionali. Nei primi tre trimestri del 2023 i capitalisti bengalesi hanno esportato nell’Unione Europea maglieria per 9 miliardi di dollari, superando per la prima volta la Cina in questo settore.
Oggi si contano oltre 6.000 aziende, in gran parte medie e piccole, in locali spesso fatiscenti, che lavorano in subfornitura per fabbriche più grandi. La classe operaia impiegata nel settore è composta perlopiù da giovani donne, che spesso raggiungono le aree industriali provenendo dalle zone rurali del paese, dove vive ancora oltre il 70% della popolazione. Una recente indagine ha confermato come molti di questi proletari siano ancora esposti a rischi mortali, dovuti alla mancanza di attrezzature e impianti antincendio e a gravi difetti strutturali degli stabilimenti.
In questa triste situazione molti minorenni sono costretti a lavorare, tra cui anche i figli delle lavoratrici del tessile. Si stima che ce ne siano oltre un milione nelle fabbriche bengalesi.
È quindi evidente come, nonostante le ingannevoli rassicurazioni della classe dominante, poco o nulla sia cambiato dopo una delle più grandi stragi di lavoratori della storia del capitalismo, provocata nel complesso di Rana Plaza, avvenuto il 24 aprile 2013, quando a Savar, nella grande area metropolitana di Dacca, in seguito del crollo di quell’edificio di otto piani, in gran parte occupato da aziende tessili, persero la vita 1.134 lavoratori, soprattutto donne. Quando il 23 aprile furono notate delle crepe nell’edificio, i negozi e una banca ai piani inferiori furono chiusi, mentre l’avviso di evacuare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili, che chiamarono al lavoro le operaie. Il crollo avvenne alle 8,45 del giorno dopo.
Le condizioni di vita e di lavoro divennero ancora più drammatiche durante la pandemia da coronavirus, quando più di un milione di queste lavoratrici furono licenziate in conseguenza del forte calo delle commesse estere, gettandole nella miseria. Anche se poi sono state numerose le riassunzioni, molte operaie per mantenere la famiglia devono far affidamento sugli straordinari (la normale settimana lavorativa è di 48 ore), ricorrendo a prestiti da banche o da strozzini locali. È oramai d’uso che per accrescere le ore di straordinario si consumi il pranzo continuando a lavorare.
I salari si sono ulteriormente abbassati nell’ultimo anno: la Bangladesh Bank nell’ottobre scorso ha rilevato un’inflazione media mensile su 12 mesi del 9,37%, mentre i generi alimentari hanno registrato un aumento di oltre il 12%. L’inflazione è causata anche dalla volatilità dei prezzi del petrolio conseguenza del conflitto Russia-Ucraina. Ciò ha comportato gravi difficoltà per un vasto numero di bengalesi che non sono riusciti a comprare beni essenziali come carburante e cibo a sufficienza.
Alcuni sindacati da tempo criticano l’attuale metodo di calcolo dei salari chiedendone la revisione con una periodicità annuale. Chiedono anche che il rappresentante dei lavoratori, figura presente nella commissione salariale in ogni azienda, provenga dai sindacati effettivamente rappresentativi e non da quelli nominati dagli industriali e dal governo. Non è raro infatti che il padronato praticamente neghi la libertà di organizzazione, sia attraverso la imposizione di sindacati apertamente aziendali, sia con la violenza fisica contro le organizzazioni di classe che si battono per il miglioramento della condizione operaia. Il democratico governo borghese ha inoltre creato un corpo, la polizia industriale, istituita appositamente per la repressione delle manifestazioni operaie.
È una condizione generale quindi, dei lavoratori e dei sindacati, critica e sotto attacco.
Solo le lotte operaie hanno imposto alla classe dominante delle riforme. Dallo scorso settembre è concesso per legge organizzarsi in sindacati in quelle che vengono chiamate Zone Economiche Speciali, mentre permane il divieto di coalizione in gran parte delle Zone di trasformazione per l’esportazione (Export Processing Zone – Epz) che comprendono la maggioranza delle fabbriche dell’industria tessile.
Tali condizioni, che sono state “caldeggiate” dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca mondiale, permettono al capitale internazionale di eludere l’obbligo di rispettare tutte le leggi nazionali riguardanti il lavoro.
Lo sciopero dei tessili
Dalla fine di ottobre i salariati del tessile del Bangladesh, che sono 4 milioni e mezzo, sono scesi in sciopero chiedendo l’aumento del salario minimo, stabilito dalla legge in 8.000 taka bengalesi, circa 73 dollari, a 23.000 taka, 209 dollari. Un aumento di quasi il 200%. Il salario attuale non permetteva di vivere ed era nettamente inferiore a quello dei fratelli di classe indiani e cinesi, ma anche cambogiani, pachistani, laotiani, thailandesi e vietnamiti. La paga dei lavoratori bengalesi corrisponde a quella dei tessili birmani e in tutto il mondo supera soltanto quella degli etiopi.
Il Bangladesh ha un sistema di revisione quinquennale del salario minimo, diverso per ciascun settore dell’economia. Era il primo dicembre del 2018 quando, dopo la convocazione di una commissione composta da governo, imprenditori e alcuni sindacati, venne fissato l’aumento a 8.000 taka, il 51% in più rispetto al 2013.
Lo sciopero, iniziato a metà ottobre, dapprima in poche fabbriche, si è diffuso rapidamente coinvolgendo gran parte degli operai in diverse aree industriali, in particolar modo attorno alla capitale Dacca (nei distretti di Ashulia, Gazipur e Savar). La Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), l’organizzazione padronale del settore, ha presentato la sua proposta di un aumento del 25%, a 10.400 taka (95 dollari).
Il 22 ottobre un corteo ha marciato verso la sede della Commissione per il Salario Minimo, per respingere la proposta e ribadire la richiesta di aumento a 23.000 taka. La manifestazione era stata convocata da alcune decine di federazioni sindacali del settore, di cui 15 riunite nella Garment Workers Alliance. Tra queste la Lega per l’unità dei lavoratori dell’abbigliamento (GSUL), la Federazione dei lavoratori dell’abbigliamento tessile (TGWF), il Centro sindacale dei lavoratori dell’abbigliamento e maglifici del Bangladesh (GWTUC), la Green Bangla Garments Workers Federation (GBGWF) e la Federazione dell’abbigliamento e dei lavoratori industriali del Bangladesh (BGSSF).
Decine di migliaia di lavoratori, per diversi giorni, hanno formato picchetti davanti alle fabbriche e hanno bloccato le principali arterie scontrandosi con le forze di polizia. Centinaia di fabbriche del settore sono rimaste chiuse, alcune sono state saccheggiate, altre incendiate.
Le forze dell’ordine hanno fatto ampio ricorso ai gas lacrimogeni e non hanno esitato a sparare sugli operai in sciopero proiettili di gomma, e non solo, uccidendo almeno tre manifestanti e ferendone diverse decine, di cui parecchi gravemente.
Nel tentativo di soffocare le proteste, nelle zone più calde sono stati organizzati pattugliamenti del Battaglione d’azione rapida (RAB) e della Guardia di frontiera (BGB, paramilitari noti per la loro brutalità), congiuntamente alla polizia industriale e a quella locale. Per giorni uno stato di guerra civile si è perpetuato in varie zone della capitale, dove ai tessili si sono uniti operai di altri settori e disoccupati. Sull’autostrada Dhaka-Mymensingh i manifestanti hanno risposto col lancio di mattoni ai proiettili dei 3.000 agenti di polizia intervenuti per disperderli.
Il 7 novembre il Comitato statale del salario minimo ha comunicato l’importo dell’aumento: il 56%, 12.500 taka (114 dollari), nuovo salario minimo nell’industria tessile. È inoltre previsto un incremento annuo del 5%. La premier Sheikh Hasina molto democraticamente ha esortato i lavoratori ad accettare l’aumento dal governo, oppure “tornatevene ai vostri villaggi”!
In un primo momento la maggioranza delle organizzazioni sindacali ha giudicato l’aumento irrisorio e l’ha rigettato. Lo sciopero è proseguito ancora per un po’. Ma il fronte sindacale ha cominciato a incrinarsi e in pochi giorni gli operai sono tornati al lavoro smobilitando i blocchi e i picchetti.
A sciopero concluso si contano oltre 200 scioperanti arrestati, tra cui diversi esponenti sindacali, più di diecimila denunce per blocco stradale, picchetti e resistenza.
Tre sigle sindacali – la Bangladesh Garments and Industrial Workers Federation, il National Garment Workers Federation e la Bangladesh Garments Workers Unity Council – affermano che tra i 2.000 e i 4.000 lavoratori sono stati licenziati o si sono dati alla macchia per evitare gli arresti.
Lo scontro tra arnesi della classe dominante
Il Bangladesh è da tempo teatro di un’aspra lotta tra le fazioni borghesi al governo e quelle all’opposizione. Uno scontro che nel corso degli ultimi anni si è inasprito, ma che è stato utilizzato da tutto il fronte borghese per indebolire il movimento di classe in atto.
Del principale partito di opposizione, il BNP, centinaia i militanti e dirigenti sono stati arrestati, tra cui Mirza Fakhrul Islam Alamgir, segretario generale del partito. Khaleda Zia, principale rivale della premier Sheikh Hasina e dirigente del BNP, è agli arresti domiciliari accusata di corruzione. Questi dirigenti borghesi in lotta per il potere sono espressione di due dinastie politiche della classe dominante bengalese che si sono contese il potere con sanguinose efferatezze. Il padre di Hasina, era Sheikh Mujibur Rahman, fondatore della Lega Awami, il partito al governo, primo Presidente del Paese dopo la scissione con il Pakistan e considerato “padre della nazione”. Fu assassinato nel 1975 assieme a sua moglie e ai figli in un colpo di Stato che portò al potere il generale Ziaur Rahman. Hasina si salvò dall’eccidio perché si trovava all’estero, nella Germania Ovest. Anche Ziaur fu assassinato, nel 1981, in un colpo di Stato dell’esercito. La sua vedova è proprio Khaleda Zia, ex primo ministro dal 1991 al 1996 e dall’ottobre 2001 all’ottobre 2006, e attuale capo del Partito Nazionalista del Bangladesh dopo l’uccisione del marito. Hasina nel corso degli anni ha dimostrato di saper ben rispondere al capitale nazionale e internazionale. Ha proposto importanti riforme utili alla borghesia locale per attrarre investimenti stranieri.
Se lo scontro tra predoni borghesi per la conquista del potere può essere anche violento ciò non toglie che il nemico principale della borghesia bengalese, e mondiale, sia sempre il proletariato internazionale, che in Bangladesh si è dimostrato capace di una tenace lotta per la difesa del salario.
Non è un caso se il BNP ha proclamato due giorni di blocchi stradali e sue manifestazioni contro il governo per le giornate dell’8 e del 9 novembre, proprio dopo che l’esecutivo aveva decretato il nuovo salario minimo e gran parte delle organizzazioni sindacali lo avevano rigettato. Manifestazioni queste partecipate anche da lavoratori, ingenuamente così schierati per uno dei fronti borghesi, indebolendo il loro fronte di classe. Occorreva ai borghesi disunire il fronte proletario e spostare la sua attenzione e le richieste dai temi e dagli obiettivi di classe – salario, orario, condizioni di vita e di lavoro – al restauro della perduta democrazia. Il fuoco della lotta proletaria è stato spento con bastonate, gas, proiettili e con l’acqua della politica interclassista dell’elettoralismo e della democrazia.
Il presidente della Bangladesh Sramik Federation (Federazione dei lavoratori bengalesi) ha esplicitamente denunciato come il partito d’opposizione abbia cavalcato demagogicamente lo sciopero dei lavoratori tessili. Dichiarazione certamente veritiera. Peccato provenga da uno dei fronti borghesi, da una federazione strettamente controllata dal partito al governo.
Il Partito Nazionalista del Bangladesh e i suoi alleati hanno ripetutamente chiesto al premier Hasina, capo del governo ininterrottamente dal 2009, di dimettersi per consentire a un governo provvisorio di supervisionare le elezioni. Hasina, alla ricerca del suo quarto mandato quinquennale consecutivo, ha escluso la possibilità di un governo provvisorio accusando il BNP di “terrorismo e teppismo”. Il BNP ha deciso di non partecipare alle elezioni, liberando la via alla Lega Awami che si è aggiudicata la maggioranza dei seggi dello Jatiya Sangsad, il Parlamento bengalese.
La situazione è seguita con attenzione anche dalle cancellerie delle potenze imperialistiche: India, Cina, Russia e Stati Uniti hanno grossi interessi da difendere, o da affermare, in Bangladesh.
Se gli Stati Uniti con la loro richiesta di “libere elezioni” cercano di ritagliarsi un ruolo in entrambi gli schieramenti (con risultati non brillanti), Cina e Russia hanno invece protestato contro le interferenze statunitensi negli affari interni del Bangladesh, sostenendo la premier in carica.
L’India, per non contraddire gli Stati Uniti, ha chiesto anch’essa “elezioni democratiche”, ma di fatto sostiene l’attuale governo con il quale negli ultimi anni ha intessuto profittevoli relazioni economiche.
L’attuale crisi interna, in qualsiasi modo venga risolta, non andrà a mutare i legami internazionali del paese. La politica estera è infatti trasversale a entrambi gli schieramenti borghesi, sempre più in affari con la Cina, la Russia, e anche l’India. Lo dimostrano le dichiarazioni del BNP, un partito storicamente anti-indiano, che nel suo programma propone una «visione geopolitica regionale comune con l’India».
Questa duttilità diplomatica di Dacca si misura anche nell’intensificazione delle relazioni con Mosca dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Da allora la Russia ha offerto al Bangladesh petrolio e grano a prezzi ridotti. Inoltre Mosca, attraverso la società statale russa per l’energia nucleare, sta finanziando la costruzione della prima centrale nucleare del paese, che sorgerà a Roppur, nell’occidente del paese. Non a caso per la prima volta in 50 anni alcune navi militari russe hanno fatto tappa nel porto bengalese di Chittagong.
È evidente che, emulando la politica indiana di equidistanza, Dacca prova a dialogare, per il bene del proprio capitalismo, con tutti gli attori in gioco. È un equilibrismo oggi permesso dalle condizioni internazionali che le consentono di oscillare tra Pechino e Washington. Nello stesso giorno in cui sono stati firmati importanti accordi con gli Stati Uniti nel settore della difesa, è stata inaugurata la più grande centrale elettrica finanziata interamente dalla Cina.
Il proletariato bengalese contro Stato e democrazia
Il Bangladesh, con i suoi 170 milioni di abitanti, uno dei più densamente popolati al mondo, potrebbe trovarsi nei prossimi anni al centro della contesa tra le potenze imperialistiche nel contesto dell’Asia.
Al suo interno emergeranno sempre più i contrasti tra le classi, e la coscienza dei compiti del proletariato e dei nemici, che esso dovrà riconoscere e combattere.
Abbiamo più volte descritto la combattività di questa porzione della classe internazionale del lavoro, che ripetutamente ha dovuto lottare contro governi, apparati polizieschi e sindacati collaborazionisti. I compagni potranno rileggere, tra i vari, gli articoli L’ultima preda del capitale multinazionale nel numero 360 e Scendono coraggiosi nelle strade gli operai del tessile in Bangladesh nel numero 393.
L’insufficiente aumento salariale ottenuto, a causa dell’inflazione non porta alcun miglioramento sostanziale, e il malessere operaio sarà costretto a tornare ad esplodere in luminose fiammate di lotta di classe.
Se in occidente il regime del capitale tenta di arginare la sua crisi economica con l’aumento dello sfruttamento, dei licenziamenti e della disoccupazione, politiche simili, ma con conseguenze devastanti, si impongono anche in nazioni come il Bangladesh, dove il capitale trae ancora vantaggio da uno sfruttamento assoluto della forza lavoro. In questi paesi di senza riserve, dove la difesa del salario è condizione di vita o di morte, i proletari saranno costretti a rispondere colpo su colpo agli attacchi dei padroni e dei loro Stati per non sprofondare in insopportabili precarietà e miseria. Già oggi gli avvenimenti descritti mostrano come gli interessi dei proletari siano opposti a quelli di tutte le altre classi.
A Nord come a Sud, a Oriente come a Occidente, la borghesia si avvale di partiti e sindacati di regime che lavorano quotidianamente per trascinare la classe dei salariati sul terreno melmoso della collaborazione patriottica. I mantra ideologici sono sempre gli stessi: da una parte si esortano i lavoratori ad accettare miseri stipendi per il “bene del paese”, che altro non è se non il bene della classe dominante; dall’altra l’opposizione borghese devia la rabbia operaia con la denuncia di una pretesa democrazia violata.
Gli enormi profitti estratti nell’industria tessile del Bengala non sono altro che salario non pagato e questo è possibile grazie alla macchina di oppressione politica e sociale dello Stato borghese, democratica o autoritaria che sia la forma di governo.
Le lotte delle masse di puri proletari dei paesi sulla via dell’infernale sviluppo capitalistico sono destinate a confluire con quelle dei proletari dei paesi a capitalismo senile ricondotti dalla crisi economica del capitalismo alla condizione di senza riserve, in un enorme fiume storico che darà ai proletari di tutti i paesi la forza per collegarsi al partito della rivoluzione mondiale.