Il proletariato è la sola forza che può fermare la guerra borghese – L’appello del partito comunista ai proletari: Rompere il fronte interno!
Categorie: Capitalist Wars, Imperialism
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Un manifesto del partito
Per il disfattismo proletario su entrambi i fronti delle guerre borghesi
Per l’affratellamento internazionale dei lavoratori
– 17 novembre
Dall’Ucraina a Gaza – passando per il Nagorno Karabakh e per tutti i focolai di crisi pronti ad accendersi, dai Balcani a Taiwan – il capitalismo promette un’apocalisse di guerra.
Da una parte e dall’altra dei fronti, i regimi politici borghesi – siano essi democratici o autoritari o camuffati dietro le più svariate ideologie, da quelle religiose a quelle falsamente socialiste – incolpano della guerra l’avversario, la sua politica, la sua civiltà: l’autoritarismo russo-cinese, la cultura egemonica statunitense, l’estremismo islamico, il sionismo…
Dietro a questi paraventi ideologici ci sono invece gli interessi economici capitalistici a nascondersi. Quando il bombardamento ideologico non basta, le borghesie non si fanno scrupolo a ricorrere a massacri terroristici per convincere i proletari che c’è un nemico straniero da combattere. La moderna guerra capitalista si distingue da tutte le precedenti per mietere vittime principalmente fra i civili, cioè fra i proletari.
A determinare l’accendersi di sempre più numerosi conflitti e la tendenza verso un terzo conflitto imperialista è la crisi economica mondiale del capitalismo. La sovrapproduzione che affligge i capitalismi senili, cosiddetti occidentali, dalla metà degli anni settanta, ormai si manifesta anche nei non più giovani capitalismi asiatici, a cominciare dalla Cina, i quali per tre decenni hanno tenuto in piedi il capitalismo mondiale.
L’avanzare inesorabile della crisi esaspera la concorrenza fra aziende e Stati capitalistici: la guerra da commerciale diviene militare. Come in pace, aziende e Stati borghesi chiedono ai propri lavoratori sacrifici economici per vincere nella concorrenza economica, in guerra chiedono di sacrificare le loro stesse vite per i pretesi interessi superiori del paese.
La lotta dei lavoratori contro lo sfruttamento, per impedire la concorrenza degli uni contro gli altri a colpi di salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori, è il primo passo verso la loro azione congiunta internazionale, e dunque verso l’opposizione alla guerra imperialista cui il capitalismo sta conducendo l’umanità intera.
Solo l’unità internazionale della classe lavoratrice può impedire o fermare la guerra. Ma essa non si basa su vaghi richiami a valori morali, in nome della pace sociale e dei buoni sentimenti, alla maniera delle Chiese o degli appelli ipocriti dei politicanti, bensì sulla necessità di lottare uniti in difesa delle proprie condizioni e della vita stessa contro un nemico che è innanzitutto interno, cioè contro la propria borghesia nazionale e il suo regime politico. Per questo in tutti i paesi le borghesie indicano ai lavoratori un nemico esterno, che sarebbe causa delle loro sofferenze, da combattere.
I proletari palestinesi sono carne da cannone per gli interessi della borghesia palestinese, che da decenni li usa mercanteggiando con parte delle borghesie arabo-mediorientali e con le potenze imperialistiche mondiali che la spalleggiano. Anche i proletari d’Israele sono vittime della loro borghesia, del suo bisogno di costruire un suo spazio vitale capitalistico, sostenuta dall’imperialismo statunitense, e saranno da essa costretti a un conflitto regionale e mondiale, in cui moriranno a decine di migliaia, se non saranno capaci di abbatterla politicamente con la rivoluzione.
Le masse proletarie palestinesi porranno fine alle loro sofferenze non perseguendo l’obiettivo della “Palestina libera” dal “Giordano al mare”, ma con la rivoluzione internazionale dei lavoratori contro tutti i regimi nazionali dell’area: dall’Iran all’Egitto, dall’Iraq al Libano, dalla Siria alla Turchia. Solo una rivoluzione sociale della classe proletaria che faccia piazza pulita dei regimi borghesi e dei loro interessi, potrà permettere la vera convivenza pacifica dei lavoratori oggi divisi per etnie e religioni dalle sanguinarie macchinazioni delle borghesie assassine.
Un testo distribuito a Genova
– 24 novembre
Proletari di tutti i paesi unitevi!
Dopo il crollo nell’URSS del falso comunismo – con cui dalla seconda metà degli anni ‘20 del Novecento la controrivoluzione staliniana ha mascherato lo sviluppo del capitalismo di Stato russo – e nei paesi satelliti, sottomessi da quell’imperialismo, le borghesie dei cosiddetti paesi Occidentali, alleate e sottomesse all’imperialismo USA, avevano inneggiato al trionfo del capitalismo, che doveva da allora in avanti procedere nel suo pacifico e progressivo sviluppo economico, sociale e politico.
Con questa operazione ideologica, la borghesia internazionale, comprese quella russa e cinese, dovevano perpetuare la menzogna del falso socialismo per privare il proletariato di tutti i paesi d’ogni speranza di superare il capitalismo e approdare a una società senza sfruttamento, classi, miseria, guerre.
Come previsto dall’autentico marxismo, il capitalismo mondiale stava invece procedendo verso una sempre più profonda crisi economica, che avrebbe portato più sfruttamento, più miseria, più guerre.
I conflitti militari sono proseguiti sempre più gravi: Iraq 1990, ex Jugoslavia negli anni ‘90, Afghanistan dal 2001, Iraq nel 2003, Siria dal 2011, Ucraina dal febbraio 2022 e da ultimo il conflitto in corso a Gaza; per citare solo i principali.
In tutti questi conflitti le borghesie di entrambe le parti hanno sempre incolpato quale responsabile della guerra la cultura sociale e politica dell’avversario.
Per le democrazie occidentali i conflitti sarebbero il prodotto di uno scontro fra civiltà, che includerebbe sia il mondo islamico sia l’autoritarismo di regimi – e società – quali quello russo e, dietro di esso, il cinese.
Dalla parte opposta del fronte, le borghesie nazionali propongono una ideologia speculare, solo rovesciata a proprio uso e consumo: le guerre sarebbero conseguenza della cultura egemonica, militarista e prevaricatrice dell’imperialismo dominante, che dopo la seconda guerra mondiale è quello USA. Anche per il cosiddetto anti-americanismo è in corso uno scontro fra civiltà: prodotto dalla civiltà statunitense.
A dare sostegno a queste ideologie falsamente pacifiste del fronte borghese – al momento – più debole, che si scontra con il fronte borghese dominante con a capo gli USA, sono anche i rottami politici del crollo del falso comunismo staliniano, quei partiti la cui falsificazione è giunta tanto in basso dal presentare come alternative al capitalismo paesi quali la Cina, la Corea del Nord e perché no la stessa Russia, né disdegnano di indicare quali alleati regimi come quello siriano, iraniano e movimenti come Hamas.
Tutti i partiti borghesi, da una parte o dall’altra degli schieramenti imperialisti, di destra o di sinistra, operano una cesura fra il mondo politico, coi suoi risultati sul piano militare, e quello dell’economia. Invece la politica non è che un concentrato dell’economia e tutte le guerre sono il prodotto di interessi economici, non di culture, religioni, etnie, ecc.
Le masse proletarie palestinesi sono usate come carne da macello dai regimi borghesi arabi e mediorientali, dalle potenze imperialistiche mondiali che li spalleggiano e dalla stessa borghesia palestinese per i loro interessi economici. L’oppressione nazionale palestinese – un fatto tragico e innegabile – è per essi solo un pretesto. Gli stessi proletari d’Israele sono condotti verso il massacro di una guerra imperialista per gli interessi della loro borghesia e di quella statunitense.
L’economia capitalistica mondiale sprofonda sempre più in quella che è una crisi di sovrapproduzione. I capitalismi senili – cosiddetti Occidentali – sono affetti dalla sovrapproduzione sin dalla metà degli anni ‘70 del secolo scorso. Il capitalismo mondiale ha potuto sopravvivere negli ultimi decenni grazie allo sviluppo capitalistico nell’Asia, in primo luogo in Cina. Ma ormai anche il capitalismo cinese è entrato nella fase della sovrapproduzione, come ammettono gli stessi economisti borghesi. Il risultato è l’approssimarsi di un crollo catastrofico dell’economica capitalistica mondiale.
I conflitti sempre più frequenti e gravi, sempre più vicini ai centri dell’imperialismo mondiale, sono manifestazione dell’approfondirsi della crisi dell’economia capitalistica. Per tutti i gruppi industriali, finanziari e per gli Stati borghesi è sempre più difficile far quadrare i conti. Sono tutti aggrediti dalla crisi che erode i margini di profitto. E diventano tutti aggressori.
La guerra – cioè la massima barbarie – è l’unica soluzione che ha il capitalismo alla sua crisi economica. A far uscire il capitalismo dalla crisi economica degli anni venti e trenta del Novecento non furono le politiche keynesiane di interventismo statale in economia, ma la seconda guerra mondiale, con le sue distruzioni e 60 milioni di vittime, quasi tutte proletari e contadini poveri. La guerra imperialista distrugge le merci in eccesso che impediscono al capitalismo di proseguire la sua folle anti-umana e anti-storica accumulazione capitalistica, che chiamano crescita.
Ma la guerra imperialista non distrugge solo beni, fabbriche, infrastrutture, città. Essa distrugge anche la merce forza lavoro, cioè milioni di proletari inutili ai fini dell’accumulazione del capitale perché licenziati dalla chiusura delle aziende a seguito della crisi o, se ancora occupati, schiacciati da uno sfruttamento portato a livelli sempre più alti.
Tutte le borghesie nazionali e le loro macchine di dominio statali sono minacciate, non dalla crisi economica in sé ma, in ultima istanza, dalla rivolta delle masse proletarie affamate e sfruttate.
Al di sopra delle guerre per interessi economici che le contrappongono, tutte le borghesie nazionali sono cointeressate acché la guerra venga combattuta e che in essa vengano massacrati i proletari a milioni, onde evitare la rivoluzione e così salvare il proprio dominio e i propri privilegi.
La guerra imperialista al di sopra dei fronti è un’unica guerra contro il proletariato mondiale per la conservazione del capitalismo, di questa società di sfruttamento e barbarie. La guerra non è un fatto politico separato dall’economia capitalistica ma è l’inevitabile conseguenza di un modo di produzione fondato sullo sfruttamento dei lavoratori.
La sola forza che può impedire o fermare la guerra è quella della classe lavoratrice. Questa forza inizia a formarsi nella lotta contro lo sfruttamento e porta ad opporsi alla massima forma di oppressione che è la guerra, il sacrificio della stessa vita dei proletari per gli interessi economici della borghesia.
La lotta dei lavoratori contro lo sfruttamento è una lotta anti-nazionale: meno sfruttamento significa salari più alti, orari di lavoro più brevi, ritmi meno intensi. Questo implica meno competitività delle aziende e del capitalismo nazionale. Per questo tutti i partiti borghesi si appellano sempre al bene del paese: frustano la bestia da soma che è il proletariato!
Come i borghesi e i loro governi d’ogni colore chiedono oggi ai lavoratori di lavorare di più per far vincere l’azienda e il paese nella competizione del mercato, così domani imporranno ai lavoratori di andare al massacro della guerra, con un pretesto il più adeguato allo scopo: la democrazia, la minaccia islamica, la risposta a un attentato, a una strage.
La classe lavoratrice è interessata a unirsi per impedire che i lavoratori si facciano concorrenza a colpi di salari bassi e ritmi di lavoro alti fra un’azienda e l’altra, fra un paese e l’altro. I lavoratori devono unirsi oggi al di sopra delle divisioni fra aziende, settori, territori e financo fra paesi per resistere allo sfruttamento, domani per opporsi alla guerra.
Solo l’unità internazionale della classe proletaria può fermare la guerra. Ma questa unità non è un fatto ideale, morale, al pari dei falsi appelli alla pace della chiesa di Roma. L’unità dei lavoratori salariati è l’unità della lotta e inizia dichiarando e praticando la lotta innanzitutto contro la propria borghesia, rigettando gli appelli all’unità nazionale.
Anche in Palestina, è solo l’unità fra proletari palestinesi e israeliani che porrà fine al conflitto. È solo combattendo i partiti borghesi palestinesi che vogliono una Palestina “libera” dal Giordano al mare, con l’implicito massacro di milioni di ebrei israeliani, che i proletari palestinesi possono dare ai proletari israeliani la forza per combattere i partiti della loro borghesia, che li spingono alla guerra contro i palestinesi con la minaccia che essi vogliano la loro distruzione.
Ed è solo con la lotta dei proletari d’Israele contro la loro borghesia, contro la sua politica di segregazione e pulizia etnica anti-palestinese, che i proletari palestinesi possono trovare la forza per combattere i partiti borghesi nazionalisti palestinesi.
Più in generale, in tutta l’area arabo-mediorientale, le borghesie utilizzano il nemico esterno rappresentato dal binomio USA-Israele per deviare contro di esso la rabbia delle masse proletarie, e così salvare il proprio dominio e privilegio. Tutte le borghesie nazionali in tutto il mondo cercano sempre di deviare verso il nemico esterno la rabbia dei lavoratori.
L’oppressione nazionale palestinese avrà fine non con la formazione di uno Stato palestinese ma con la rivoluzione proletaria internazionale e la formazione di una repubblica socialista comprendente sempre più paesi dell’area, in cui a tutte le minoranze, compresa quella ebraica, saranno garantiti tutti i diritti.
Gaza ridotta in macerie non è il risultato dell’odio fra popoli e religioni ma dei più moderni e cinici interessi borghesi. È il futuro che il capitalismo promette a gran parte delle città d’Europa e del mondo.
La prima parola d’ordine del comunismo è sempre la stessa e attuale, moderna, giusta e necessaria: proletari di tutto il mondo unitevi!