Il partito comunista nella tradizione della sinistra
Indici: Centralismo Organico
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine, Party History
Articoli figli:
- Il partito comunista nella tradizione della sinistra (Premessa – Parte II)
- Il partito comunista nella tradizione della sinistra (Parte III)
- Il partito comunista nella tradizione della sinistra (Parte IV)
- Il partito comunista nella tradizione della sinistra (Parte V – Conclusione)
- Nell’organica predisposizione del Partito la sua preparazione alla rivoluzione (Pt. 1)
- Nell’organica predisposizione del Partito la sua preparazione alla rivoluzione (Pt. 2)
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PRESENTAZIONE – 1986
Il testo che segue, “Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra” del giugno 1974, è il prodotto dello sforzo collettivo del partito per rimettere ordine nelle questioni fondamentali, poste in discussione ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione. Nulla v’è da modificare nel testo, composto “di getto” sotto l’incalzare d’urgenze dettate dal bisogno sempre presente ed impellente di rimettere in piedi i fondamenti su cui nel 1952 il Partito aveva preso a marciare.
Questo lavoro apparve in un opuscolo, il primo di una serie, perché allora non era stata varata la nuova testata dell’organo di stampa del Partito, “Il Partito Comunista”. In tal modo la circolazione del testo è stata forzatamente limitata, mentre è indispensabile che i compagni, i lettori e i proletari che seguono la nostra lotta conoscano e studino le soluzioni che la Sinistra ha dato e dà al complicato intrecciarsi delle questioni, riassumibili nel titolo di un nostro testo classico “Natura funzione e tattica del partito comunista rivoluzionario della classe operaia” del 1945.
Vi si espone, con il nostro potente metodo storico e impersonale, la perfetta coerenza di definizione del Partito comunista secondo la scuola marxista, rappresentata, dopo la distruzione della III Internazionale, unicamente dalla tradizione di posizioni e di battaglia della Sinistra Comunista.
Tratte lungo l’arco di mezzo secolo, dal 1920, anno ancora di rivoluzione in Europa, al recente 1970, attraverso il ciclo semisecolare di controrivoluzione (altro che le pettegole “nuove fasi” scoperte ogni sei mesi dall’immediatismo antimarxista), le citazioni, e le premesse che ne ribadiscono il dettato, dimostrano le storicamente determinate caratteristiche del partito rivoluzionario, “proiezione nell’oggi dell’uomo-società di domani”.
II testo, proprio perché assolutamente niente aggiunge o modifica agli assunti che la Sinistra difese nell’Internazionale contro il corrompimento stalinista, e poi contro l’imbastardimento delle correnti antistaliniste di matrice non marxista, e a quanto fu codificato e di fatto realizzato in una non breve tradizione di partito internazionale in questo dopoguerra, costituisce un documento sintetico e sistematico, e la conferma delle nostre Tesi programmate sulle cosiddette questioni di organizzazione. Portiamo a conoscenza delle giovani generazioni di proletari, rivoluzionari di domani, e di chiunque ci avvicini quelle Tesi rivendicate unicamente dalla nostra organizzazione di partito.
II testo fu redatto all’indomani dell’ultima lacerazione nella compagine del partito, la più grave e drammatica del dopoguerra perché voluta e condotta proprio dal Centro dirigente contro chi nel Partito si dichiarava in tutto fedele ai principi programmatici ed alla disciplina organizzativa. È da considerarsi prosecuzione di un lavoro svolto secondo la nostra tradizione ed il nostro metodo, con il quale si era mantenuto, nell’infuriare di “nuovi corsi” organizzativi, il corretto orientamento sui principi di base che regolano e disciplinano la vita di partito, la sua azione, la sua natura; lavoro che era stato riproposto a tutta l’organizzazione perché non fosse smarrito il nord della bussola rivoluzionaria.
Circolò allora come testo interno, rivolto esclusivamente ai compagni di partito ed al Centro, perché non altro interessava che la revoca del provvedimento amministrativo di espulsione, convogliando le forze di tutti i compagni a ribadire le omogenee basi comuni, il comune antico metodo di lavoro, i comuni principi che, a parole, nessuno diceva di voler mettere in discussione. E principalmente a riaffermare quelle caratteristiche e peculiari forme della vita di relazione all’interno del partito che lo avevano caratterizzato fin dal suo ricostituirsi nell’immediato dopoguerra.
Testo e lavoro di partito, non documento polemico o capo d’accusa scissionista verso una pretesa “altra parte”; nella premessa di allora si leggeva: “Questo lavoro è un modesto contributo, svolto sulla traccia proposta alcuni anni or sono, dal Centro rigettato come se fosse stata un cumulo di bestemmie e di scempiaggini. Se la “bussola” non fosse impazzita, il testo sarebbe apparso sulle colonne di “Programma Comunista”, sicuramente al posto degli equivoci articoli sull’ ’’organizzazione”.
Dovemmo constatare che la bussola era impazzita ed in modo irreversibile: le due organizzazioni hanno da allora proseguito su strade diverse e nessuna richiesta o rimprovero abbiamo più da avanzare. Rimane però, lezione irrinunciabile, il metodo con il quale fu risposto al disastro dilagante della scissione, e degli errori che la provocarono, la sostennero e sconciamente la conclusero negli anni successivi, che hanno visto ridotta ad ignobili e vergognosi brandelli quella pretesa organizzazione di ferro che sarebbe dovuta sorgere dall’allontanamento dei deboli, degli “indisciplinati”, della frazione come si diceva, dell’anti-centralismo, che si opponevano ai nuovi corsi organizzativi, alle sterzate disciplinari, non per timore della disciplina e della potenza organizzativa, ma perché vedevano in quei mezzi, in quei criteri, la strada della disorganizzazione, e dunque della rottura dell’unità programmatica.
Questo lavoro tenace mirava a suscitare nel Partito non soddisfazioni personali di “sconfitti” o “vincitori”, ma una sana reazione che lo riportasse tutto intero sulle posizioni corrette, senza riabilitazioni o autocritiche o processi a chicchessia.
Il testo ripropone quindi soltanto una corretta affermazione, tratta dall’integrale tradizione della Sinistra Comunista, dei postulati noti a tutto il partito e da tutti i militanti accettati, che hanno lavorato a scolpire vecchie e nuove generazioni con la volontà di fortificare e dilatare l’organizzazione combattente di partito, che si rafforzava in questo continuo instancabile lavoro.
Nello sbandamento e nella generale ritirata del movimento proletario, quando anche partiti che si dichiaravano comunisti cedevano alle antiche superstizioni borghesi e idealistiche che tutto confidano al mito del capo illustre o all’ossequienza piccolo-borghese alla gerarchia, o peggio ad aritmetiche maggioranze, solo la Sinistra seppe tirare la lezione della controrivoluzione riconoscendo nella III Internazionale, nei primi suoi due congressi, l’anticipazione del partito comunista mondiale, antica aspirazione del comunismo marxista e necessità storica; e viceversa denunciare le forme caduche, le sopravvivenze di federalismo e di eterogeneità dottrinaria e programmatica all’interno del partito e la degenere conseguenza: il meccanismo democratico e il suo complemento, il burocratismo e l’abuso dei formalismi organizzativi.
Già nell’Internazionale la Sinistra si oppose a che il metodo di lavoro interno, lo studio della realtà sociale e dell’individuazione della tattica adeguata, derivasse come risultato dalla lotta politica al suo interno, dallo scontro e dal mutevole rapporto di forza fra diverse frazioni.
A maggior ragione nel partito rinato nel dopoguerra, già embrione del partito comunista unico mondiale, escludemmo che la vita interna si potesse fondare sullo scontro di diverse correnti, ideologicamente contrapposte, essendosi ormai definitivamente raggiunta, per maturità storica rivoluzionaria e della lotta di classe, l’unità dottrinaria del partito ed essendosi codificato un sistema di norme tattiche.
Tale maturità oggettiva dell’esperienza proletaria, cristallizzata in fatti, testi e Tesi, e pulsante nella compagine vivente del partito e nel suo univoco e scientifico lavoro di indagine e di ricerca, rende possibile – anzi esige – un organico metodo per la realizzazione della tattica e per il suo coerente muoversi.
Affermiamo che il massimo rendimento nell’utilizzo di tutte le forze del partito risiede nei metodi unitari di lavoro poggianti sulla “fraterna solidarietà e considerazione fra compagni”, relegando quindi e finalmente nel museo della preistoria, anche dell’organizzazione proletaria, i metodi oggi distruttivi, che solo per immaturità storica del nostro movimento dovettero avere in essa dei precedenti, del “combattimento” fra compagni e fra frazioni con tutto l’armamentario fatto di democrazia, confronti numerici, ma anche esagerazioni e forzature polemiche, fino la frazione di sinistra dover sopportare attacchi personali, calunnie, pettegolezzi, manovre fra personaggi più in vista, manipolazioni di adulate basi.
Potemmo infine escludere, insieme, l’abitudine alla “personificazione del partito” o dell’”errore”, secondo il quale il partito potrebbe raffigurare a sé stesso il corretto indirizzo solo nell’autorevolezza di un “leader” o viceversa la deviazione in un “colpevole”. Nel partito rivoluzionario mondiale la ricerca del giusto indirizzo tattico fu finalmente possibile senza l’assurdo dispendio d’energie (lo “sport del frazionismo” nella III Internazionale) della battaglia tra frazioni: il fine non è più quello di vincere, sopraffare numericamente o allontanare dalla direzione organizzativa un dato gruppo di compagni, con qualsiasi mezzo, ma quello di convincere l’insieme dell’organismo partito della giustezza della sua linea tattica e così saldamente fondare l’unità del movimento.
Conoscevamo l’obiezione: il partito, in ogni modo sottoposto alla pressione dell’ambiente borghese esterno, deve difendersi dalle ideologie e dagli indirizzi spuri che penetrano al suo interno. Fuori da ogni inutile moralismo o caccia al diavolo da sagrestia rispondemmo semplicemente, con le nostre limpide Tesi, che l’esperienza ci ha insegnato che l’involuzione opportunista dei partiti si è sempre manovrata dall’alto, sbandierando ad arte maggioranze numeriche e disciplina formale. Introdurre i metodi della lotta politica nel partito significò quindi abbandonare il partito proprio nelle mani di chi si affermava di voler combattere. Il partito deve e può difendersi dalla pressione, permanente e terribile, dell’ambiente esterno, attraverso i suoi metodi di vita organica. Questi non sono un lusso estetico o una liturgia formale da accantonare quando si passi dalla “fase della ricerca teorica a quella della “lotta di classe”. La sola difesa del partito è nella massima coerenza del suo metodo organico.
Questi temi sono ulteriormente esposti in un recente rapporto, “Nell’organica predisposizione del partito la sua preparazione alla rivoluzione”, che qui inseriamo a seguito del testo del 1974.
Nel 1951, al “fondo della depressione” controrivoluzionaria, completato lo scivolamento dello Stato russo nel campo della difesa dei rapporti borghesi e consumata l’ubriacatura patriottica della seconda guerra imperialistica, il Partito Comunista Internazionalista, nel costituirsi in modo chiaro e omogeneo, formulò un corpo di tesi caratteristiche allo scopo di definire e delimitare nettamente il nostro movimento rispetto a forze, che lasciarono il Partito, e rispetto a gruppi solo apparentemente a noi affini che allora e da allora fino ad oggi hanno accompagnato la marcia dei grandi apparati della socialdemocrazia ufficiale.
In quelle Tesi, alle quali la nostra attuale organizzazione fa pieno riferimento, nei capitoli Teoria, Compiti del partito comunista, Ondate storiche di degenerazione opportunista, Azione del partito in Italia ed altri paesi al 1952, si tratta non di filosofia o di storia astratta al modo professionale, ma si tratteggia un modo d’essere di un partito, non solo saldamente impostato su «i principi del materialismo storico e del comunismo critico di Marx ed Engels», ma che può ed intende far vivere quella scienza sociale e quelle previsioni future in un organismo che agisce, in un partito all’interno del quale si postuli la soppressione dell’antagonismo fra coscienza e azione, fra teoria della rivoluzione ed attività rivoluzionaria.
Pur trattandosi di un’organizzazione di non grandi effettivi, per determinazione storica, nella Tesi della Parte IV si rivendica:
Cit. 1 – Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze)- 1951
IV, 4 – Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo è mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.
Le poche forze di militanti che si riorganizzarono nell’immediato dopoguerra riconobbero ormai storicamente indiscussa la selezione del programma per l’emancipazione rivoluzionaria della classe lavoratrice dalla società capitalistica; della quale parti integranti ed essenziali sono non solo i principi teorici della critica sociale e conoscitiva comunista, ma anche un compiuto sistema di norme tattiche derivato da un arco secolare di guerra proletaria e di un metodo di lavoro e di relazione organico proprio del partito proletario. La maturità e le conferme dei nostri postulati teorici provenienti dalla viva verifica della lotta di classe permise al partito di allora di affermare nella Tesi 5 della Parte IV:
Cit. 2 – Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze) – 1951.
IV, 5 – Attività principale, oggi, è il ristabilimento della teoria del comunismo marxista… Per questo il partito non lancerà alcuna nuova dottrina, riaffermando la piena validità delle tesi fondamentali del marxismo rivoluzionario, ampiamente confermate dai fatti.
Appunto perché il proletariato è l’ultima classe che sarà sfruttata e che quindi non succederà a nessuna nello sfruttamento d’altre classi, la dottrina è stata costruita sul nascere della classe e non può essere mutata né riformata.
Lo sviluppo del capitalismo dalla sua nascita ad oggi ha confermato e conferma i teoremi del marxismo, quali sono enunciati nei testi, ed ogni pretesa “innovazione” o “insegnamento” di questi ultimi trent’anni conferma solo che il capitalismo vive ancora e che deve essere abbattuto.
Conseguenza di questa nostra certezza di scienza e del metodo ad essa coerente: il programma non è, tanto meno oggi, da inventare, riscoprire o aggiornare; il programma della rivoluzione esiste nei fatti terribili delle sconfitte proletarie e nella putrescenza dell’universo borghese. In dottrina il programma della rivoluzione esiste da un secolo e mezzo, come affinamento ultimo nelle lezioni che la sinistra marxista trasse e codificò dal culmine di proletaria avanzata della rivoluzione russa e della Terza Internazionale, prima palpitante realizzazione della prevista unica direzione mondiale del proletariato insorto. Da allora compito del partito è di conservare tale sentimento e tale scienza eversiva. Compito del partito non è scoprire nell’oggi informe nuove eccezioni ai nostri teoremi ma saperli leggere nei fatti dell’oggi e del passato.
All’altezza storica della nostra tradizione il partito da allora si dedicò, con limitazioni “solo quantitative”, come affermano le Tesi, all’impersonale e indispensabile lavoro di difesa della continuità comunista.
Si postula la forma organizzata di tipo partito, propria, dal 1848 almeno, dell’organizzazione proletaria cosciente, ed unica, che può ospitare la milizia comunista quando è potuto minimamente esistere. Organizzazione partito unitario come unitario è il nostro programma e privo di scontro d’interessi contrastanti il mondo per il quale lottiamo. Dalla monoliticità del programma discendono centralismo e disciplina, che nel partito è e non può che essere spontanea e sentita non come una costrizione amministrativa o terroristica ma come il naturale modo di vita di un organismo tutto teso verso lo stesso fine e che ben conosce il percorso, le svolte e i pericoli che ad esso portano; la disciplina nel senso più forte, quell’organica, è possibile solo nel partito comunista; per questo nel partito, a differenza che negli organismi della morente società di classe, il richiamo alla disciplina non si avvale di costrizione, solo potendosi dedurre, in caso di non individuale indisciplina, che qualcosa di più profondo nel lavoro del partito si sta allontanando dal suo tracciato storico. È nostra tesi che dal partito può essere bandita la lotta politica interna e lo scontro di frazioni, nella teoria essendo escluso che all’interno del movimento comunista possano delinearsi nuove scuole o ideologie: quando il partito si dividesse in due schieramenti questo segnerebbe la fase immediatamente precedente la morte di quel partito e la nascita di una nuova organizzazione che reagisce alla degenerazione della vecchia, come la storia del nostro movimento, antico e recente, mostra in vari svolti.
Nel concetto di partito comunista tratteggiato nelle Tesi sta anche il rigetto di ogni localismo e contingentismo nel lavoro di difesa del programma e di propaganda esterna, vecchi residui questi propri di strati sociali piccolo borghesi, stretti nell’angusto orizzonte del circolo, del gruppo “di studio” locale, che pretende “percorrere la sua strada verso il partito”, nuovi obliqui viottoli, tortuosi e senza sbocco, di fronte all’autostrada del vecchio collaudato metodo impersonale di partito.
Nel partito e solo nel partito si realizzano i moduli di relazione umana propri della società futura: in serrata resistenza alle potenti influenze dell’ambiente esterno solo nel partito si nega la borghese superstizione della “persona”, falsa astrazione della borghesia sorgente, con i mercantili accessori delle carriere, dei premi, della concorrenza.
Assunto che la consegna del partito storico, non “dogma rivelato” ma sintesi dell’esperienza passata proletaria, confermata dai fatti di ieri e d’oggi, costituisce il solco continuo nel quale l’organizzazione militante deve riuscire ad incanalarsi, alla Tesi 7 della Parte IV si ribadisce:
Cit. – 3 -Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze) -1951.
IV. 7 -… Ne consegue che il partito vieta la libertà personale di elaborazione e di elucubrazione di nuovi schemi e spiegazioni del mondo sociale contemporaneo: vieta la libertà individuale di analisi, di critica e di prospettiva anche per il più preparato intellettuale degli aderenti e difende la saldezza di una teoria che non è effetto di cieca fede, ma il contenuto della scienza di classe proletaria, costruito con materiali di secoli, non dal pensiero di uomini, ma dalla forza dei fatti materiali, riflessi nella coscienza storica di una classe rivoluzionaria e cristallizzati nel suo partito. I fatti materiali non hanno che confermato la dottrina del marxismo rivoluzionario.
Altra separazione di forze dal partito si verificò nel 1966 mentre la continuità dell’organizzazione si mantenne nel ribadimento delle norme di relazione interna al partito tratte dal bilancio della degenerazione della Terza Internazionale come specificamente espresso dalle Tesi del 1965-66. Come nel 1951 si formò altra organizzazione separata che si allontanò dal partito percorrendo direzioni diverse dalla nostra e delle quali mai c’interessò studiare il percorso.
Su queste basi si è costituito e ha lavorato il partito fino al 1973 identificato nella testata di “Programma Comunista”. Allora una scissione che definimmo “sporca”, disonesta perché chi allora tradì il partito non ebbe l’ardire di proclamare, se non a cose fatte ad ingannati militanti, l’intenzione di tralignare dal corso tracciato ma anzi – e la storia dei partiti formali c’insegna come sia la regola per ogni revisionismo – ostentando una reverenza formale quanto ipocrita per i grandi nomi degli uomini illustri e per i principi astratti messi in frigorifero. A differenza delle precedenti separazioni quella del 1973 fu particolarmente torbida e sofferta poiché per la prima volta dal 1951 la crisi e il frazionismo coinvolsero anche il centro direttivo dell’organizzazione.
Nel 1973 il fatto materiale dell’espulsione da Programma di una parte significativa dell’organizzazione per sé stesso provocò l’esistenza di due partiti distinti, ciascuno dei quali proseguì per la sua strada. L’incompatibilità storica delle posizioni della sinistra a coesistere con qualsivoglia opportunismo spiega la nettezza dell’irrevocabile separazione. La nuova organizzazione che pubblica i periodici “Il Partito Comunista” e “Comunismo” ebbe la possibilità di trarre il bilancio anche dell’ultima crisi del partito formale, sebbene “svolgentesi a livello delle galline”, ma “più carognesca”, e bollò la deviazione come opportunista e frutto di volontarismo e impazienza nelle direttive pratiche, capovolgendo contro gli accusatori il marchio d’attivismo che fu inventato contro la nostra inesistente frazione.
Dato che la possibilità d’esistenza del partito non la facciamo discendere meccanicamente dal grado del rapporto di forza fra le classi né dal numero dei militanti disponibili, ma dall’accettazione assoluta da parte di tutti dell’unico monolitico programma di sempre, il piccolo partito continuò il “grave lavoro” intrapreso nel 1951, impedendo che defezioni e la sovrastante pressione del mondo borghese potessero spezzare il “filo del tempo” che, continuo e senza scosse, è passato da una generazione all’altra di militanti. Nel 1973 non si combatté soltanto contro alcune deviazioni, o circa alcune soltanto delle questioni più discusse; ma si difese soprattutto il concetto stesso nostro di partito comunista, prova delle prove perché oggi riuscire a mantenere in vita l’organizzazione cosciente proletaria è prima e massima azione rivoluzionaria e bruciante sconfitta teorica per il giganteggiante nostro nemico.
Dal momento della separazione con la vecchia organizzazione quindi nessuna relazione abbiamo con lei né dobbiamo emettere alcun giudizio circa il suo progressivo allontanarsi dalla Sinistra.
Nell’ultimo decennio il partito ha “perseverato”, nel senso della tesi, “nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con unicità di metodo, al di sopra dello spazio e del tempo”, certo che il lavoro del partito sarebbe e sarà domani, se riuscirà a sopravvivere, un potentissimo fattore d’accelerazione per la ricostruzione del partito in grande della Rivoluzione. Non escludiamo la possibilità della rinascita futura del partito proletario, in altri paesi o in altri continenti, ovunque, esclusivamente tramite la riscoperta e la rilettura dei testi e della storia. Affermiamo però che questo processo, altrimenti lungo e tormentato, può essere enormemente abbreviato e reso più diritto dalla presenza anche di un piccolo partito che trasmetta il filo e le norme e le formule sintetiche e conclusive, in senso storico, della nostra scienza.
In una situazione sociale oggi non peggiore di quella del 1951, il partito si vanta di aver mantenuto, attraverso il più lungo riflusso della rivoluzione mondiale, questa “piccola continuità” del marxismo di sinistra, e non solo come “tesi e testi” ma come organo vivente ed operante. Privo ormai il movimento nostro di uomini famosi, dal cui genio, ormai “inutile”, trarre nuove illuminazioni, solo nel lavoro collettivo e impersonale del partito è possibile cercare la scienza sociale proletaria ed antivedere oltre le nebbie dell’amorfo ambiente presente.
Nulla riteniamo di dover aggiungere o modificare alle nostre tesi. Al di fuori di una stupida “boria di organizzazione” priva di contenuti programmatici, tipica, fra l’altro, di ogni opportunismo, anche recente, né affezionati ad un’organizzazione in sé, ribadiamo – soli contro una multiforme compagine di aggiornatori e di ripensatori – che rivendichiamo piena ed esclusiva continuità con quelle tesi e con quel partito che ebbe il sentimento rivoluzionario e la potenza dialettica di volersi proclamare tale contro i biascicamenti del razionalismo spontaneista e dello scetticismo dei “politici concreti”.
L’ultima parte del testo qui ripubblicato, la quinta, è dedicata al cruciale argomento della tattica, dell’azione pratica del Partito nelle varie epoche e nelle diverse situazioni geografiche, nodo fondamentale da sciogliere per l’assalto rivoluzionario, e per converso il più delicato e complesso ambito in cui l’organizzazione di Partito si muove, nel fuoco vivo della lotta sociale.
Come tutto il lavoro, questa quinta parte si presenta con una Premessa che inquadra sinteticamente il piano tattico generale del Partito, e con un’ampia serie di citazioni, articolate in sei capitoli, dai testi fondamentali del comunismo rivoluzionario e dalla nostra incorrotta tradizione di lotta allo stalinismo ed all’opportunismo, che dimostra appunto l’invarianza di quel filo rosso che corre lungo generazioni d’uomini e formazioni politiche.
Il campo tattico, al pari del campo organizzativo, di cui trattano le parti precedenti del testo, è sempre stato uno dei punti di maggior criticità, traverso il quale il Partito ha iniziato gli sbandamenti più pericolosi, e, nella pretesa che il possesso di “saldi principi” permettesse ogni manovra, o peggio che il maneggio di un’organizzazione “forte e disciplinata” consentisse ogni voltafaccia tattico, sono state stravolte in pochi anni strutture nate o rinate su basi dottrinarie e organizzative saldissime, ed addirittura sull’onda di una rivoluzione vittoriosa. Che poi la “degringolade” tattica sia sempre accompagnata dalla degenerazione della vita di relazione all’interno del Partito, alla comparsa del frazionismo dall’alto, a metodi di compressione organizzativa e di vera e propria lotta politica, è un dolente corollario di una dimostrazione ormai definitiva nella secolare storia dell’organo Partito.
Del pari il rigido quadro in cui la rosa delle eventualità tattiche può svolgersi rassicura e rafforza l’unità, la compattezza e quindi la disciplina dell’intera compagine del Partito, che non dovrà più essere sottoposto alle invenzioni tattiche della direzione del movimento, vincolata anch’essa al rispetto di norme e cardini vincolanti con ugual rigore base e vertici, universalmente accettate e conosciute, sulle quali il Partito stesso si è formato. E quindi non a consultazioni assembleari, né a scontri di maggioranze o minoranze, od a capi di maggior o minor genio potrà essere demandata l’esecuzione del piano tattico, ma ad un organo esteriormente anonimo, sostanziato da un anonimo, impersonale collettivo lavoro, opera dell’intera compagine, tanto più efficiente quanto più ricollegato saldamente a quella tradizione ed a quel metodo storico, dal Partito compresi e fatti propri.
Un arco di più di quaranta anni sottende il “gruppo d’affermazioni” raccolte nel primo capitolo, nel potente senso dialettico e storico che diamo alla nostra dottrina, in cui assommiamo l’autorità di morti e nascituri, dei militanti della Rivoluzione che sono stati e saranno sulla pietra angolare della “tattica” che fonda per certo verso l’intera vita del Partito. Il Partito vive ed “esiste” verso l’esterno, verso la classe che storicamente definisce, anche per la sua tattica; per l’insieme cioè delle regole d’azione che sono, che devono essere, il riflesso, o meglio la conseguente esecuzione del suo essere, del suo programma e dei suoi principi storici, di là delle contingenze storiche mutevoli o dei capi più o meno geniali che lo guidano.
La tattica non s’improvvisa, la tattica non può mutare a piacere del capo di turno, o delle impreviste contingenze del giorno, al di fuori dei binari rigidamente tracciati dall’esperienza storica del Partito, pena la distruzione del partito stesso, e la sconfitta del movimento rivoluzionario. Di più, buona tattica è quella che non trova il partito impreparato ad applicarla, a farla diventare arma d’attacco verso l’avversario.
Sottolineiamo il fatto che nella nostra e solo nostra tesi della assoluta autonomia del Partito, di cui si parla nel secondo capitolo e nel terzo, che si riferisce alle Tesi di Roma, si riassumono nel modo più completo e inconfondibile le caratteristiche del Partito, che ne fanno un organismo del tutto particolare e singolare rispetto a qualunque altro organismo, non solo proletario, ma che l’intera umanità abbia finora espresso, tanto da rappresentare nella realtà vivente di oggi l’anello di congiungimento tra il comunismo primitivo e il futuro comunismo superiore.
Il proletariato non ha bisogno di Partiti che sia capaci solo di condurlo a nuove sconfitte. Il proletariato ha bisogno del Partito che, avendo tratto tutte le lezioni del passato, lo sappia guidare alla vittoria definitiva contro il capitalismo. Ecco dunque la questione centrale della tattica: solo il Partito possiede una tattica tale per questo può impostare in maniera consapevole la questione della sua azione ed è proprio per questo che, in date condizioni storiche, può dispiegare maggiore potenza dello stesso Stato capitalista. È noto che abbiamo più volto espresso tale caratteristica del Partito, ed è questa la sua singolarità, col termine di “capovolgimento della prassi”, quindi il rapporto azione-coscienza si capovolge e l’azione dell’organo Partito può diventare consapevole, cosa negata a qualunque altro organismo e, a maggior ragione, individuo.
In ciò è contenuta in maniera del tutto evidente la tesi della assoluta autonomia del Partito da tutti gli altri Partiti, anche sedicenti proletari e “rivoluzionari”: se il Partito si confondesse con altri organismi la sua potenza ne risulterebbe inevitabilmente indebolita, in quanto l’incremento numerico degli aderenti ne limiterebbe la compattezza e l’unitarietà. È ovvio anche che l’esigenza dell’assoluta autonomia del Partito è indispensabile non solo nelle aree geostoriche a rivoluzione diretta, ma anche in quelle a doppia rivoluzione, l’unica differenza essendo quella relativa alla possibilità d’alleanze rivoluzionarie in queste ultime che non esistono nelle prime.
Il nucleo fondamentale della concezione marxista del Partito sta dunque proprio nel fatto che l’agire consapevole è attribuito al Partito stesso, la cui azione può essere precisamente prevista e coordinata con gli scopi da raggiungere proprio perché è azione collettiva e non individuale; e nemmeno di una somma semplicemente numerica d’individui ma di una collettività, che, ricollegandosi unitariamente, proprio nell’azione di Partito, a tutta l’esperienza storica del proletariato, esprime una potenza centuplicata rispetto alla sua semplice espressione numerica. Di conseguenza, ciò presuppone che l’azione del Partito sia caratterizzata da una sostanziale unitarietà di comportamento dei suoi membri, cosa possibile solo se le esigenze dell’azione sono “assommate in chiare regole di azione”, alle quali diventa possibile adeguarsi da parte di tutti gli aderenti indipendentemente dalla loro consapevolezza individuale.
Ecco così che risultano precisamente definiti due caratteri, e tutti e due essenziali, della natura del Partito:
– quello della precisione, della chiarezza e dell’assoluta autonomia del suo piano tattico;
– quello della prefigurazione della futura società comunista, già oggi vivente nei rapporti di Partito.
Un simile Partito non s’improvvisa, ma può essere solo il risultato di una lunga e difficile opera su tutti i piani: su quello primario della difesa e continua appropriazione della teoria, su quello della coerente azione e partecipazione ad ogni lotta proletaria, su quello della fraterna considerazione di tutti i compagni. Perciò e per nessun motivo può essere compromessa la sua assoluta autonomia nei confronti di qualsivoglia altro partito e movimento, perché significherebbe negare al proletariato l’unico appoggio alla ripresa della sua lotta rivoluzionaria e l’unico organo capace di guidarlo verso la vittoria sul mostro capitalista.
Tesi centrale, riproposta nel quarto capitolo con una minima selezione di citazioni dalla nostra documentazione risalenti all’arco di tempo dal 1922 al 1945, è quella che dal piano tattico del partito è ormai esclusa la possibilità d’attuazione del fronte unico, in altre parole del convergere delle direttive d’azione proletaria comuniste e dell’attività dei propri militanti con quelli d’altri partiti, al di fuori di un ambito ben preciso: come contenuto al di fuori di quello della azione diretta proletaria; azione, in pratica movimento effettivo, non dichiarazioni ideologiche e pura propaganda; diretta, cioè secondo i metodi della lotta di classe, non parlamentare, pacifista, d’opinione; proletaria, cioè che rivendica obiettivi proletari e mobilita il proletariato separato dalle altre classi. Come forma, inoltre, non al di fuori dell’organizzazione sindacale, il fronte unico essendo ormai possibile non fra il partito comunista e gli altri partiti, ma praticamente realizzato solo fra le frazioni sindacali presenti nelle organizzazioni di lotta. Base di questa tattica la previsione materialistica che “la difesa degli interessi immediati non si può fare che preparando ed attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi “rivoluzionari”
Al di fuori di quest’ambito, determinante nel percorso della ripresa rivoluzionaria ma nettamente definito, “il partito rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’agitazione contingenti comuni a più partiti”, e, al di fuori dell’azione diretta proletaria e dell’organizzazione sindacale, il partito non può convergere con altri partiti in direttive tattiche “che comportino attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici”.
Le tesi quindi passano a condannare le errate estensioni della tattica del fronte unico da parte dei partiti degenerati della Terza Internazionale, nel campo della convergenza fra partiti “proletari” o “rivoluzionari” e per obiettivi dichiaratamente governativi o parlamentari.
Non giudichiamo i partiti per quello che dicono di essere e nemmeno sulla base delle loro classi di reclutamento: i partiti che reclutano proletari oggi al di fuori del partito comunista sono partiti borghesi, non solo anti-rivoluzionari e anti-comunisti, ma anche anti-proletari.
Se può essere vero che non tutti i governi sono uguali agli effetti dello sviluppo della lotta di classe, è da considerare che spesso l’avvento di un governo “di sinistra” ha avuto effetti distruttivi sul movimento rivoluzionario peggio di un governo dichiaratamente borghese, e che se si può ritenere utile che i socialdemocratici si smascherino davanti ai proletari assurgendo in prima persona alle leve governative, questo sarà vero solo se il partito rivoluzionario non si sarà precedentemente compromesso nell’operazione e non avrà illuso i proletari spingendoli a battersi per questo, se ne sarà tenuto fuori ed avrà per tempo propagandato la contrapposizione di lotta e d’organizzazione.
Le direttive tattiche comuniste in merito al fronte unico hanno non carattere morale o etico o estetico ma essenzialmente storico. Affermammo:
Cit. 4 – Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1947.
… Nel periodo in cui la classe capitalistica non aveva ancora iniziato il suo ciclo liberale, doveva ancora rovesciare il vecchio potere feudalistico, o anche doveva ancora in paesi importanti percorrere tappe e fasi notevoli della sua espansione, ancora liberistica nei processi economici e democratici nella funzione statale, era comprensibile ed ammissibile un’alleanza transitoria dei comunisti con quei partiti che, nel primo caso, erano apertamente rivoluzionari, antilegalitari ed organizzati per la lotta armata, nel secondo caso assolvevano ancora un compito che assicurava condizioni utili e realmente «progressive» perché il regime capitalistico affrettasse il ciclo che deve condurre alla sua caduta…
Per conseguenza, la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col gran fatto della rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico.
Dopo tale fase, la possibilità anche teorica della tattica dei blocchi deve considerarsi formalmente e centralmente denunziata dal movimento internazionale rivoluzionario.
Per quanto riguarda le aree a doppia rivoluzione ulteriormente sviluppammo:
Cit. 5 -La piattaforma politica del Partito Comunista Internazionale – 1945.
21 -… Nel quadro della presente storia mondiale, se per avventura una residua funzione competesse a gruppi borghesi democratici per la parziale ed eventuale sopravvivenza d’esigenze di liberazione nazionale, di liquidazione d’isolotti arretrati di feudalesimo, e di simili relitti della storia, tale compito sarebbe svolto in maniera più decisa e conclusiva, per dare luogo all’ulteriore ciclo della crisi borghese, non con un accomodamento passivo ed abdicante del movimento comunista a quei postulati non suoi, ma in virtù di un’implacabile sferzante opposizione dei proletari comunisti all’inguaribile fiacchezza ed infingardaggine dei gruppi piccolo-borghesi e dei partiti borghesi di sinistra.
Dal 1945 in poi la tesi, ben evidenziata in “Natura, funzione e tattica del Partito…”, che la fase attraversata dal potere capitalista presenta caratteristiche peculiari in economia e in politica che ne fanno l’ultima dell’unitario e fetente modo di produzione capitalistico, è tesi esclusiva del nostro Partito. Tale fase, iniziata alla fine del secolo scorso e pienamente dispiegata con la prima guerra mondiale, ha sì caratteristiche peculiari, tali tuttavia che non modifica il modo di produzione, poiché non rappresentano altro che lo sviluppo di certe qualità già presenti nella prima fase del potere capitalistico, quella liberaldemocratica. In economia è prevalente, nella prima fase, la libera concorrenza, anche se per sua natura lo sviluppo della libera concorrenza porterà al monopolio, che caratterizza invece la fase imperialistica. E così in politica, pur con una sfasatura temporale dipendente dal fatto che l’impalcatura politico-giuridica è più lenta nel cambiamento della struttura economica, abbiamo il passaggio dallo Stato pluripartitico demoliberale allo Stato totalitario, trasformazione che avviene nella sua completezza con la prima guerra mondiale. La nostra tesi, nel testo qui confermata con le citazioni del quinto capitolo, è che da allora “il mondo capitalistico per tutto il tempo della sua sopravvivenza non potrà più ordinarsi in forme liberali, ma sarà sempre più incardinato su mostruose unità statali, spietata espressione della concentrazione economica”.
Con la fase imperialista abbiamo dunque l’ordinarsi in forma totalitaria di tutti gli Stati, sia di quelli che mantengono le forme dello Stato liberale, sia di quelli apertamente fascisti. Il ritorno alle forme liberali degli Stati ex-fascisti dopo la seconda guerra mondiale non è un ritorno allo Stato liberale della prima fase, ma lo Stato democratico post-fascista mantiene sostanzialmente, pur ostentando la forma liberale, le caratteristiche totalitarie che si esprimono attraverso uno stretto controllo sociale, una direzione politica unitaria, un’impalcatura gerarchica fortemente centralizzata.
Le due fasi (trascuriamo qui la fase in cui la borghesia rivoluzionaria lotta contro il regime feudale) sono caratterizzate da un atteggiamento diverso della borghesia verso il proletariato: nella prima la borghesia ha un atteggiamento difensivo contro il proletariato rivoluzionario; nella seconda la borghesia passa all’offensiva perché solo controllando il proletariato con concessioni economiche da un lato, con l’assoggettamento politico dall’altro, può impedirne i tentativi rivoluzionari.
Ecco perché, con gran sorpresa e sdegno di tutti gli intellettuali pseudorivoluzionari, noi non consideriamo affatto la democrazia come “valore supremo” da difendere contro il fascismo (anzi se mai quest’ultimo è meno pericoloso per la rivoluzione perché non nasconde l’uso della violenza diretta): la nostra serie infatti non è fascismo, democrazia, socialismo, ma democrazia, fascismo, dittatura del proletariato.
Una delle questioni tattiche che ebbero maggior rilievo nel periodo immediatamente successivo alla costituzione dell’Internazionale Comunista fu quella relativa alla partecipazione dei Partiti Comunisti alle elezioni democratiche, qui affrontata nel sesto capitolo. Essa, com’è noto, fu lungamente discussa al Secondo Congresso dell’I.C. e la Sinistra, dopo aver difeso le ragioni dell’astensionismo, applicò le tesi di Lenin sul cosiddetto “parlamentarismo”. La riprova storica di quanto già allora la Sinistra sosteneva, e cioè che una tale tattica, pur condotta con indubitabili intenzioni rivoluzionarie (Lenin riteneva che fosse il mezzo migliore per distruggere il Parlamento borghese), avrebbe finito viceversa per contagiare e far degenerare gli stessi partiti comunisti appena formati o addirittura ancora da formare come quello italiano, doveva ancora consumarsi come poi si è abbondantemente consumata. Fu dunque allora possibile alla Sinistra accettare con disciplina una tattica che pur riteneva ed era errata, ma che era sempre possibile correggere attraverso le inevitabili verifiche storiche successive: allora l’importante e l’essenziale era la formazione del Partito rivoluzionario su basi d’indiscussa fedeltà alla dottrina marxista come proprio al Secondo Congresso dell’Internazionale avvenne.
Tutto ciò ormai prova abbondantemente che l’unico modo di impostare con fedeltà ai principi rivoluzionari il problema della tattica è quello che la Sinistra sosteneva già nei primi anni di vita dell’Internazionale: vi è una stretta connessione tra le norme tattiche e le direttive programmatiche, per cui le prime vanno previste e delimitate deducendole dai principi e dall’esame della situazione storica.
La Sinistra sosteneva che la tattica del “parlamentarismo rivoluzionario” era diventata inadeguata con la situazione storica apertasi con la prima guerra mondiale. Con la guerra imperialista, la borghesia si era definitivamente smascherata, il suo atteggiamento nei confronti del proletariato era ormai definitivamente d’offensiva, basata esclusivamente sull’uso aperto della violenza, e pertanto ogni tattica “parlamentarista”, che in precedenza si fondava sulla funzione ancora progressiva della parte più radicale della stessa borghesia, si era completamente esaurita e da allora è esaurita per tutto il ciclo storico che si compirà con la rivoluzione proletaria mondiale.
La lotta per il Parlamento era addirittura stata la bandiera della borghesia rivoluzionaria contro gli Stati assoluti e feudali e in tale lotta il proletariato era stato il suo alleato più deciso, nonostante che il Parlamento non incarni e non abbia mai incarnato la forma del potere proletario, come la Comune e il Soviet hanno poi dimostrato.
Nel periodo dello sviluppo pacifico del capitalismo della fine Ottocento e del primo Novecento i giovani partiti socialisti parteciparono, con giusta tattica rivoluzionaria, alle elezioni democratiche, per conquistare maggiore influenza nella classe proletaria, non disdegnando di utilizzare a tale scopo la legalità borghese. Ciò si fondava sulla possibilità di lottare non solo per obiettivi di miglioramento delle condizioni economiche proletarie, ma anche per certe realizzazioni politiche alle quali era interessata anche la parte più radicale e progressiva della stessa borghesia. Tale tattica, tuttavia, come chiaramente affermato da Engels alla fondazione della Seconda Internazionale, non attribuiva alcun valore in sé alle eventuali conquiste (quando ciò avverrà saremo in piena degenerazione riformista), ma era esclusivamente finalizzata al rafforzamento del movimento rivoluzionario in attesa che fosse la borghesia stessa a scendere sul terreno rivoluzionario abbandonando la legalità, costretta a ciò da ineluttabili necessità materiali. La borghesia mondiale è scesa su questo terreno e definitivamente proprio con il 1914: il proletariato mondiale allora ha perduto un’importante battaglia, ma la guerra storica di classe è tuttora aperta e il proletariato mondiale potrà definitivamente prevalere ritrovando il suo organo naturale, il Partito di classe.
Gli avvenimenti e le stesse sconfitte proletarie di questo secolo non sono stati consumati invano e il Partito oggi, “permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche d’ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività”.
E oggi come di fronte a Lenin questa nostra posizione non deriva da errori teorici antimarxisti di tipo anarco-sindacalista, ma da una pratica esigenza tattica ed organizzativa: ogni partito, sia pure il più rivoluzionario possibile e immaginabile, è destinato a degenerare se fa dell’elezionismo (ci riferiamo all’elezionismo statale è non all’eventuale metodo elettivo nelle organizzazioni economiche di soli proletari), in quanto oggi, nell’epoca pienamente imperialista, “l’elezionismo è pensabile solo in funzione della promessa del potere, di lembi di potere”.
PREMESSA – Giugno 1974
Il testo che segue, come le lettere-circolari che lo precedono, è esclusivamente indirizzato ai membri del partito, sebbene ci siano giunte diverse richieste, da parte d’ex e di sconosciuti, per avere “testi”. È chiaro che non abbiamo soddisfatto alcuna curiosità, per altro sollecitata dai famigerati “comunicati” apparsi su “Programma Comunista” di questi ultimi mesi e culminanti con quella “ghiacciata diffida” da iscrivere nel museo delle mostruosità.
Questo lavoro è un modesto contributo, svolto sulla traccia proposta alcuni anni or sono, dal Centro rigettato come se fosse stata un cumulo di bestemmie e di scempiaggini. Se la “bussola” non fosse impazzita, il testo sarebbe apparso sulle colonne di “Programma Comunista”, sicuramente al posto degli equivoci articoli sull’”organizzazione”.
I compagni noteranno che i nove decimi del lavoro sono costituiti da brani di nostri testi fondamentali, allineati per argomento, lungo l’arco di sessant’anni, a riprova della continuità e dell’invarianza delle posizioni della Sinistra Comunista, sempre fedele al marxismo rivoluzionario.
La fatica non termina qui. Resta da studiare Marx e Lenin. Il lavoro però è già avanzato e sarà oggetto quanto prima di un secondo fascicolo.
Poiché la Sinistra Comunista è la continuatrice della tradizione che porta i nomi di Marx e Lenin, sarebbe sufficiente il riferirsi a lei; ma, con i tempi che corrono, in cui le falsificazioni, le manipolazioni e le arbitrarie interpretazioni si compiono quando e da chi meno te lo aspetti, perciò si è costretti a rifarsi ab ovo per ogni singola questione, il “filo del tempo” va afferrato il più lontano possibile; che d’altronde è sempre stato il nostro classico metodo.
Il testo, quindi, si ripropone soltanto una corretta affermazione dei postulati noti a tutti e da tutti una volta accettati, anche se non sempre condivisi, cui hanno lavorato vecchie e nuove generazioni di militanti, con l’intento di fortificare e dilatare l’organizzazione combattente di partito che con questo continuo ed instancabile lavoro si sviluppava sempre più.
La strada da percorrere è questa. Non n’esistono altre. Non ci sono “decisioni nuove” da prendere, “ristrutturazioni” da effettuare, “modificazioni” da apportare, sotto lo specioso e sempre dubbio pretesto di “nuove situazioni” che incombono. Il partito crea i suoi organi per l’azione, a misura che l’azione li richiede nelle molteplici forme del suo sviluppo; li modifica o li sostituisce con altri più idonei, per organica necessità, e non con la pretesa che la perfezione o l’automatismo di questi organi surroghi la giustezza dell’azione, quasi che tutto si dovesse ridurre ad organizzazione, errore questo di tipo attivistico nel campo organizzativo. L’organizzazione non si costituisce “in vitro”, nel fallace laboratorio del cervello, indipendentemente dal reale svolgimento della lotta di classe. Avremmo creato un grazioso modellino di partito, piuttosto che un vero partito, “compatto e potente”, che si forgia i suoi strumenti di battaglia nel fuoco degli scontri sociali.
L’inseguire parossistico del perfezionismo e dell’automatismo implica l’errore, più volte dalla Sinistra fatto rilevare all’Internazionale, che dal campo dell’organizzazione attacca quello della tattica e quindi della natura e delle funzioni del partito; l’errore, cioè, che con una forte organizzazione (dove “forte” significa subordinata a qualsiasi centralismo e disponibile per qualsiasi manovra) tutto si possa fare. Dateci un’organizzazione “bolscevica” e tutto sarà lecito. Costruiamo un partito disciplinato per ogni prova e la vittoria sarà assicurata.
Con la Sinistra sappiamo per certo che il partito si modifica sotto la spinta della sua stessa azione, per cui ad una tattica indiscriminata corrisponde il differenziarsi dell’organizzazione. È ineluttabile, allora, che il “modellino” perfetto si spacchi in mille pezzi. Per esempio, non si può ritenere lecito, anche in via eccezionale, il riconoscimento, sia pure episodico, dell’elezionismo, pensando che non si scalfirà la natura, la funzione e la struttura antidemocratica del partito. Un esempio ancora, di carattere “interno”: non si può impunemente scatenare oggi la “lotta politica” nell’organizzazione, senza pensare che questo modo di funzionare non diventi “normale”, forma utile per la soluzione di qualsiasi problema, conseguente periodica spaccatura dell’organizzazione. Si cadrebbe nel ben conosciuto “frazionismo dall’alto”. Ritenere ciò “leninismo” è fare una caricatura del leninismo.
Il corretto funzionamento del partito non può essere demandato a speciali strutture organizzative né all’utilizzo di mezzi politici entro l’organizzazione.
Non sull’organizzazione riposa la forza del partito. Ma la corretta formula è: l’organizzazione è forte e funzionale a misura che aderisce sempre più strettamente al programma e di conseguenza sviluppa la “giusta politica rivoluzionaria”. L’inverso, che si ha, cioè, “giusta politica rivoluzionaria” e aderenza più stretta al “programma” a misura che l’organizzazione è “forte” e “funzionale”, è falso. È Stalin. È una delle caratteristiche dell’opportunismo.
Assisteremmo così al fenomeno della “bolscevizzazione” alla rovescia. Allora, le distorsioni in fatto d’organizzazione conclusero gli errori in campo tattico; ora queste distorsioni permetterebbero gli errori tattici. E ricordando la reciproca influenza tra i due ordini di questioni, assisteremmo ad un progressivo sbandamento del partito in ogni campo.
Crediamo che questo processo di slittamento non debba ritenersi irreversibile, a patto che dal partito provengano sane reazioni che lo inducano a ritornare sulle sue corrette posizioni. In questo senso va il nostro sforzo, al cui potenziamento i compagni della Sinistra devono ritenersi impegnati.
Quanto nei “cappellini”, che introducono i rispettivi gruppi di citazioni, è svolto, è direttamente desunto dai testi, e ciascun compagno potrà serenamente constatare che non ne sono tirate conclusioni arbitrarie né polemiche.
Tutto è scontato e risaputo. Siamo del pari convinti che di meglio si possa fare. È questo il nostro modesto contributo di tempo, di lavoro, di passione rivoluzionaria.
Per concludere, non di polemica né di “lotta politica” tra compagni abbisogna il partito per il suo migliore attrezzaggio rivoluzionario.
Con il lavoro collettivo, con il concorso di tutte le sue forze, sotto la “dittatura del programma”, il partito si rafforza, dal vertice alla base, si amalgamano tutte le sue fibre per tendere dall’indispensabile minimum della “disciplina esecutiva” all’optimum della “convinzione”.
PREMESSA – Settembre 1974
Il testo che segue ripropone, attraverso citazioni tratte dai testi più importanti nell’arco di oltre cinquant’anni (1912-1970), la concezione marxista del Partito, dei suoi compiti, delle sue funzioni, della sua dinamica organica, che la Sinistra Comunista d’Italia, unica ad essersi mantenuta, sotto i colpi della controrivoluzione staliniana e del non meno fetido post-stalinismo, sulla linea di Marx, di Lenin e della III Internazionale, ha costantemente difeso e restaurato contro ogni sorta di deviazioni, codificandola in tesi e testi che costituiscono il risultato oggettivo dell’esperienza storica della lotta proletaria e del movimento comunista mondiale.
Il testo presenta le citazioni disposte in ordine cronologico e suddivise per argomenti. Ogni capitolo porta una premessa che serve ad inquadrare le citazioni ed a mettere in rilievo le implicazioni e le conseguenze del pensiero che esse esprimono. La suddivisione in capitoli e la loro titolatura hanno carattere puramente tecnico e strumentale, costituendo in realtà le enunciazioni contenute in ogni singola parte un blocco unitario ed inscindibile di posizioni che corrono in perfetta continuità sul filo del tempo.
La maggior parte delle citazioni è tratta dai seguenti testi, all’integrale lettura dei quali rimandiamo il lettore e il militante:
- Mozione della corrente di sinistra su “Educazione e Cultura” – 4° Congresso dei giovani socialisti, Bologna – 1912.
- Terza Internazionale – Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria – 1920.
- Partito e classe – 1921.
- Partito e azione di classe – 1921.
- Il principio democratico – 1922.
- La tattica dell’Internazionale Comunista – 1922.
- Tesi di Roma – 1922.
- Tesi del P.C.d’I. al IV Congresso dell’I.C. – 1922.
- Organizzazione e disciplina comunista – 1924.
- Mozione della Sinistra del P.C.d’I. alla Conferenza Nazionale di Como -1924.
- Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924.
- Discorsi e mozioni della Sinistra al V Congresso dell’I.C. -1924.
- La piattaforma della Sinistra – 1925.
- Il pericolo opportunista e l’Internazionale – 1925.
- Tesi di Lione – 1926.
- Discorso del rappresentante della Sinistra alla VI Sessione dell’Esecutivo Allargato – 1926.
- Piattaforma politica del Partito – 1945.
- Le prospettive del dopoguerra in relazione alla piattaforma del Partito – 1946.
- Il ciclo storico del dominio politico della borghesia – 1947.
- Il corso storico del movimento di classe del proletariato -1947.
- Natura, funzione e tattica del Partito rivoluzionario… -1947.
- Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948.
- Norme orientative generali – 1949.
- Tesi caratteristiche del Partito – 1951.
- Bollettino Interno n.1 – Teoria e azione nella dottrina marxista – 1951
- Le gambe ai cani – 1952.
- Politique d’abord – 1952.
- Il cadavere ancora cammina – 1953.
- Il battilocchio nella storia – 1953.
- Fantasime carlailiane – 1953.
- Gracidamento della prassi – 1953.
- Pressione “razziale” del contadiname… – 1953.
- Volcano della produzione o palude del mercato? – 1954.
- Russia e rivoluzione nella teoria marxista – 1955.
- Dialogato con i morti – 1956.
- I fondamenti del comunismo rivoluzionario – 1957.
- Struttura economica e sociale della Russia d’oggi – 1957.
- Lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi… – 1958.
- Contenuto originale del programma comunista… – 1958.
- L’Estremismo di Lenin condanna dei futuri rinnegati – 1960.
- Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione – 1964.
- Considerazioni sull’organica attività del Partito… – 1965.
- Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del P.C. Mondiale… – 1965.
- Tesi supplementari sul compito storico… – 1966.
- La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra – 1967.
- Premesse al volume “In difesa della continuità del Programma Comunista” – 1970.
Come si vede, è tutto quanto il patrimonio storico della Sinistra Comunista e del Partito Comunista Internazionale risorto sulla base delle sue posizioni nel 1952 che è rivendicato e riproposto integralmente.
La necessità della riproposizione globale di questo patrimonio storico è connessa alle vicende che hanno travagliato negli ultimi anni l’organizzazione del Partito Comunista Internazionale, rendendo necessaria la nascita della nuova testata “Il Partito Comunista” come punto di riferimento organizzativo per tutti coloro che intendono militare sulle posizioni della Sinistra; sulla più assoluta fedeltà alle quali è nato, si è sviluppato e soltanto può vivere il Partito Comunista Internazionale, cioè soltanto su queste basi, le sole correttamente marxiste, può organizzarsi il Partito Comunista Mondiale compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione proletaria e della successiva dittatura di classe.
PARTE I
CAP. 1 CENTRALISMO E DISCIPLINA, CARDINI DELL’ORGANIZZAZIONE DEL PARTITO
Nell’affrontare il problema delle caratteristiche che l’organo partito presenta, dobbiamo ribadire in primo luogo la tesi seguente che distingue la vera ed unica visione marxista del problema: il partito politico di classe è l’organo indispensabile alla conduzione della lotta proletaria, prima, durante e dopo la rivoluzione violenta e la conquista del potere. Il partito è l’unico organo che può esercitare la dittatura della classe proletaria che perciò, nella corretta visione marxista, non viene demandata ad altre forme di organizzazione del proletariato anche se comprendono solo proletari (sindacati, soviet e qualsiasi altro tipo di organizzazione immediata dei proletari). Il partito politico di classe eserciterà dunque in esclusiva e direttamente la dittatura e maneggerà le leve dello Stato dittatoriale del proletariato sottomettendo al suo indirizzo ed alla sua disciplina tutte le altre forme di organizzazione del proletariato, le quali possono avere una funzione rivoluzionaria solo in quanto sono influenzate e dirette dal partito. Nella concezione marxista, fin dal Manifesto del 1848, è il proletariato stesso che diventa classe soltanto quando sorge il suo partito politico. Senza il partito la classe è un puro elemento statistico, ma è incapace d’azione unitaria per le finalità rivoluzionarie, in quanto solo dal partito può venirle la coscienza dei suoi interessi storici generali e delle sue finalità. La coscienza della classe sta solo nel suo partito, non nei proletari presi singolarmente, né come massa statistica. Tutti questi concetti si trovano in Marx, in Lenin ed in tutta la tradizione del movimento comunista rivoluzionario.
Scrivevamo:
Cit. 6 – Partito e classe – 1921.
… Il concetto di classe non deve suscitare in noi un’immagine statica, ma un’immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere l’esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe.
Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo di azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un’organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità.
Senza questi due caratteri noi non possediamo ancora la definizione di una classe. Può, ripetiamo, il freddo registratore di dati costatare delle affinità di circostanze di vita in aggruppamenti più o meno vasti, ma nessuna traccia si segna nel divenire della storia.
E questi due caratteri non possono aversi che condensati, concretati nel partito di classe…
… Comprendendo una parte della classe, è pure solo il partito che le dà unità d’azione e di movimento, perché raggruppa quegli elementi che, superando i limiti di categoria e località, sentono e rappresentano la classe.
… Ma per poco che si pensi che in quella grande massa restante gli individui non hanno ancora coscienza e volontà di classe, vivono per il proprio egoismo, o per la categoria, o per il campanile, o per la nazione, si vedrà che allo scopo di assicurare nel movimento storico l’azione d’insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri – è la parola -; si vedrà che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze.
La classe presuppone il partito – perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa.
La vera e unica concezione rivoluzionaria dell’azione di classe sta nella delega della direzione di essa al partito. L’analisi dottrinale, ed un cumulo d’esperienze storiche, ci consente di ridurre facilmente alle ideologie piccolo-borghesi ed antirivoluzionarie qualunque tendenza ad inficiare e contrastare la necessità e la preminenza della funzione del partito.
È una evidente tesi marxista, discendente necessariamente da tutta la nostra visione teorica e dalla sua inevitabile conseguenza – la funzione primaria del partito – che il partito deve possedere una organizzazione centralizzata e disciplinata. L’organizzazione deve realizzare un’unità strettissima di movimento nello spazio e nel tempo. E questo significa che l’organizzazione del partito deve possedere degli organi di direzione e di coordinamento di tutta l’azione, ai cui ordini si deve da tutti l’aderente assoluta disciplina. Sarebbe completamente assurdo e contraddirebbe a quanto abbiamo detto sulla funzione del partito l’ammissione di qualsiasi autonomia dei vari reparti locali o nazionali, di qualsiasi “libertà” nell’azione da parte di singoli o di gruppi all’interno del partito. Nel partito comunista tutti i militanti sono tenuti alla massima disciplina verso le disposizioni centrali, all’esecuzione degli ordini provenienti dal centro dell’organizzazione.
Allineiamo di seguito le citazioni che dimostrano come precisamente questo sia stato sempre il pensiero della Sinistra Comunista e del nostro partito sulla linea di Marx e di Lenin, in lotta aperta contro spontaneisti, anarchici, autonomisti di ogni genere che sempre hanno impestato il movimento operaio.
CITAZIONI
Cit. 7 – Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria. 2° Congresso dell’I.C. – 1920.
13 -… Il partito comunista deve essere costruito sulla base di una incrollabile centralizzazione proletaria… Il partito comunista deve stabilire anche nelle sue file una severa, militare disciplina… Senza la più forte disciplina, senza una centralizzazione completa, senza una piena e cameratesca fiducia di tutte le organizzazioni di partito nel centro dirigente del partito stesso, la vittoria dei lavoratori è impossibile.
14 -… Il carattere assolutamente vincolante di tutte le direttive degli organi superiori per gli inferiori, e l’esistenza di un forte centro del partito, la cui autorità non può… essere contestata da nessuno, sono principi essenziali della centralizzazione.
15 -… Il partito comunista deve accordare al suo centro dirigente il diritto di prendere, quando necessario, decisioni importanti e obbligatorie per tutti i membri del partito.
16 – La rivendicazione di una larga “autonomia” per le singole organizzazioni locali di partito non può… che indebolire i ranghi del partito comunista.
Cit. 8 – Partito e classe – 1921.
… Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo d’azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un’organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità…
La rivoluzione esige un organamento di forze attive e positive, affasciate da una dottrina e da una finalità… La classe parte da un’omogeneità immediata di condizioni economiche che ci appaiono come il primo motore della tendenza a superare, ad infrangere l’attuale sistema produttivo, ma per assumere questa parte grandiosa essa deve avere un suo pensiero, un suo metodo critico, una sua volontà, che miri a quelle realizzazioni che l’indagine e la critica hanno additato, una sua organizzazione di combattimento che ne incanali ed utilizzi con il migliore rendimento gli sforzi e i sacrifici. Ed in tutto questo è il partito.
Cit. 9 – Partito e azione di classe – 1921.
… Un organismo che come il partito politico possieda da una parte una visione storica generale del processo della rivoluzione e delle sue esigenze, dall’altra una severa disciplina organizzativa che assicuri il subordinamento di tutte le funzioni particolari al fine generale di classe…
Il compito indispensabile del partito si esplica dunque in due modi, come fatto di coscienza prima, e poi come fatto di volontà, traducendosi la prima in una concezione teorica del processo rivoluzionario, che deve essere comune a tutti gli aderenti; la seconda nell’accettazione di una precisa disciplina che assicuri il coordinamento e quindi il successo dell’azione.
Cit. 10 – Il principio democratico – 1922.
… La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento.
Cit. 11 – Tesi sulla tattica al II Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Roma) – 1922.
I,2 – La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione.
Cit. 12 – Tesi del P.C.d’I. sulla tattica dell’I.C. al IV Congresso – 1922.
… L’Internazionale Comunista, per rispondere al suo compito di unificazione nella lotta del proletariato di tutti i paesi verso lo scopo finale della rivoluzione mondiale, deve prima di tutto assicurare la propria unità di programma e di organizzazione. Tutte le sezioni e tutti i militanti dell’Internazionale Comunista devono essere impegnati dalla loro adesione di principio al comune programma della Internazionale Comunista.
La organizzazione internazionale, eliminando tutte le vestigia del federalismo della vecchia Internazionale, deve assicurare il massimo di centralizzazione e di disciplina.
Cit. 13 – Norme orientative generali – 1949.
… Le forze di periferia del partito e tutti i suoi aderenti sono tenuti nella pratica del movimento a non prendere di loro iniziativa locale e contingente decisioni di azione che non provengano dagli organi centrali e a non dare ai problemi tattici soluzioni diverse da quelle sostenute da tutto il partito. Corrispondentemente gli organi direttivi e centrali non possono né debbono nelle loro decisioni e comunicazioni valide per tutto il partito abbandonarne i principi teorici né modificarne i mezzi d’azione tattica nemmeno col motivo che le situazioni abbiano presentato fatti inattesi o non preveduti nelle prospettive del partito. Nel difetto di questi due processi reciproci e complementari non valgono risorse statutarie ma si determinano le crisi di cui la storia del movimento proletario offre non pochi esempi.
Per conseguenza il partito, mentre chiede la partecipazione di tutti gli aderenti al continuo processo di elaborazione che consiste nell’analisi degli avvenimenti e dei fatti sociali e nella precisazione dei compiti e metodi di azione più appropriati, e realizza tale partecipazione nei modi più adatti sia con organi specifici che con le generali periodiche consultazioni congressuali, non consente assolutamente che nel suo seno gruppi di aderenti possano riunirsi in organizzazioni e frazioni distinte e svolgano la loro opera di studio e di contributo secondo reti di collegamento e di corrispondenza e di divulgazione interna ed esterna comunque diverse da quella unitaria del partito.
Cit. 14 – Marxismo ed autorità – 1956.
29 -… Nessun marxista può discutere menomamente sull’esigenza del centralismo. Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomia delle organizzazioni locali nel metodo politico. Queste sono vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale, contro ad esempio l’autodecisione del gruppo parlamentare del partito nella sua manovra, contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni, nei comuni e nelle province, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via.
Cit. 15 – L’”Estremismo”, condanna dei futuri rinnegati – 1961.
14 -… Prima che Lenin spieghi la vitale necessità del fattore disciplina, da tante parti sospettato e contestato, e definisca da suo pari il senso della disciplina nel partito e nella classe, citiamo un periodo che verrà poco oltre e che al concetto-base comunista della disciplina mette in parallelo l’altro non meno essenziale della centralizzazione, chiave di volta di ogni costruzione marxista.
“Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato in Russia ha mostrato all’evidenza, a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia”.
Lenin sa che in quell’epoca, anche in elementi che si autodefinivano di sinistra, vi erano esitazioni su queste due formule che sempre hanno avuto sapore di forte agrume: “centralizzazione assoluta” e “disciplina ferrea”.
La resistenza a queste formule deriva dall’ideologia borghese diffusa nella piccola borghesia e da questa pericolosamente tracimante nel proletariato, vero pericolo contro il quale questo scritto classico è stato levato.
Cit. 16 – Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione – 1964.
1 -… Tale corrente era fortemente rappresentata al II Congresso, specie da inglesi, americani, olandesi, ed anche da sindacalisti francesi e perfino da anarchici spagnoli. La Sinistra comunista italiana tenne a differenziarsi subito da queste correnti che, oltre a non comprendere le tesi sul partito, mal digerivano anche quelle sulla centralizzazione e sulla stretta disciplina anche vigorosamente affermata allora da Zinoviev.
Cit. 17 – Le tesi viste da noi allora e oggi – 1965.
… Nella concezione della Sinistra del centralismo organico, gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell’opera del centro e la scelta di uomini, ma su questioni d’indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale.
CAP. 2 CENTRALISMO TOUT-COURT
Lenin usò, per definire la struttura e la dinamica dell’organo partito, la formula di “centralismo democratico”. Questa formula, esattissima per descrivere i partiti della II Internazionale, risultò per la nostra corrente inadeguata ed imperfetta a definire il modo di muoversi dei partiti comunisti formatisi nel primo dopoguerra con la separazione definitiva dei marxisti rivoluzionari coerenti dai riformisti, e vi opponemmo la formula più adatta di “centralismo organico”. Ma le citazioni che seguono mostrano che con il termine “centralismo democratico” non si è mai inteso, da parte dei marxisti, indicare una prassi e una dinamica per cui il partito mitigherebbe in certo qual modo l’assoluto centralismo, necessario allo svolgimento delle sue funzioni e rispondente in pieno alla concezione marxista del divenire storico, con l’applicazione di una prassi di “democrazia” e di “libertà” all’interno dell’organizzazione. Non c’è gruppetto di pseudo marxisti che oggi non intenda la formula di Lenin come “centralismo mitigato dalla democrazia”, mentre per Lenin significava che, per ottenere il massimo di centralismo e di disciplina organizzativa nel partito, era necessario (e lo era veramente per i partiti socialisti e socialdemocratici della II Internazionale) l’utilizzo di meccanismi democratici formali.
Ritorneremo ampiamente su questo problema, ma intanto affermiamo che, per i marxisti autentici, l’unico principio organizzativo è il centralismo e l’applicazione di meccanismi democratici è stata soltanto un incidente storicamente necessario per realizzare la massima centralizzazione dell’organizzazione. In questo senso allineiamo la dimostrazione che contro qualsiasi rivendicazione di “autonomia” e di “libertà” noi marxisti siamo per il centralismo “senza aggettivi”. È la lotta dei marxisti “autoritari” contro i “libertari” all’epoca della I Internazionale; è la lotta di Lenin per il “centralismo burocratico” contro i menscevichi fin dal 1903; è la nostra posizione: “Chi si dà a protestare contro il centralismo senza aggettivi non può essere che un manutengolo della borghesia”.
CITAZIONI
Cit. 18 – I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista – 1957.
19 -… Il grido finale che esce dal loro cuore è sempre quello: “Centralismo burocratico, o autonomia di classe?” Se l’antitesi fosse questa, al posto di quella di Marx e di Lenin: “Centro Dittatoriale del Capitale, o del Proletariato?”, noi staremmo, e schiatti chi vuole, per il centralismo burocratico, che a certe svolte della storia può essere un male necessario, ben dominabile da un partito salvo dal mercanteggio di principi (Marx), dalla rilassatezza organizzativa, dal funambolismo tattico e dalla peste autonomistica e federalista. Quanto alla “autonomia di classe” è una coglioneria integrale.
Cit. 19 – Struttura economica e sociale della Russia d’oggi – 1957.
114 -… Fu allora che, ai fini della vita interna dell’Internazionale, Lenin pose nelle sue storiche tesi l’espressione di “centralismo democratico”. Noi della Sinistra italiana proponemmo – ancora una volta i fatti ci hanno dato ragione – di sostituire questa formula, che giudicavamo pericolosa, con quella di “centralismo organico”. Ci spieghiamo subito, ma fateci scrivere d’urgenza che chi si dà a fracassare il centralismo, senza aggettivi, oltraggia Marx, Lenin e la causa della rivoluzione: è un manutengolo di più della conservazione borghese.
CAP. 3 DIFFERENZIAZIONE DI FUNZIONI
È evidente che il sostenere la necessità di un’organizzazione di partito centralizzata e disciplinata implica, fra l’altro, una differenziazione gerarchica che vede i singoli militanti distribuiti in funzioni diverse e di diverso peso. Ci devono essere nel partito i capi e i responsabili per le diverse funzioni. Ci devono essere coloro che comandano e coloro che eseguono gli ordini e ci devono essere organi differenziati adatti a svolgere queste funzioni. L’organizzazione del partito si presenta così, nella nostra concezione, con una struttura che molte volte abbiamo definito piramidale, nella quale tutti gli impulsi provenienti dai diversi punti della struttura convergono verso un unico nodo centrale e da questo partono le disposizioni per tutta la rete organizzata. Come il differenziarsi dei diversi organi ed il collocarsi dei militanti nelle diverse funzioni e nei diversi gradini della scala gerarchica sia fatto naturale ed organico, non riconducibile alla prassi del carrierismo borghese, né ad un puro e semplice scimmiottamento, è quanto spiegheremo nel seguito. Per ora ci basta allineare le citazioni che dimostrano la necessità di questa differenziazione e di questa gerarchia se si vuol parlare d’organizzazione centralizzata e sostenere che questa non è soltanto la visione della Sinistra comunista, ma di Marx e di Lenin.
CITAZIONI
Cit. 20. Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924.
… L’organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi secondo le attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unificano sempre più intimamente “nel tempo e nello spazio”… Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nell’organizzazione: man mano che questa divisione di compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società), è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.
Cit. 21 – Norme orientative generali – 1949.
… Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche, con reti, organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti.
Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.
Cit. 22 – Contenuto originale del programma comunista… – 1958.
19 -… Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come di organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nell’organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo.
Cit. 23 – Tesi supplementari… (Tesi di Milano) – 1966.
8 -… Per la necessità, stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi. Nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista, ma si deve tendere a raggiungere organicamente quello che non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo-partito alla sua funzione.
PARTE II
PREMESSA
Abbiamo descritto la forma e la struttura dell’organo Partito; struttura centralizzata, esistenza di organi diversi e di un organo centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro. Questa struttura centralizzata è tipica però non soltanto del partito comunista mondiale, ma anche di altri organismi; le ferrovie devono funzionare secondo la stessa struttura centralizzata sotto pena di smettere di funzionare; così le grandi fabbriche capitalistiche. Lo Stato borghese e anche quel proletario hanno ugualmente una struttura fortemente centralizzata rivendicata dalla borghesia rivoluzionaria in lotta contro le autonomie feudali; i partiti stalinisti vanno famosi per la loro rigida centralizzazione e la disciplina ferrea e terroristica imposta ai loro militanti; il partito fascista ha menato lo stesso vanto di assoluta centralità e così la Chiesa cattolica etc. Non basta dunque riconoscere l’esistenza di una struttura organizzativa centralizzata per distinguere il partito di classe da tutti gli altri partiti ed organismi. Non è soltanto la struttura organizzativa centralizzata che definisce il partito di classe.
Il centralismo non è una categoria a priori, una specie di entità o di principio metafisico che si applica senza modificarsi alle varie fasi storiche, alle varie classi e organismi di classe. Se così fosse diverrebbe coerente concepire lo sviluppo storico come una progressiva affermazione del principio d’autorità o viceversa come lotta costante ed immanente tra il principio di autorità e quello opposto di libertà e di autonomia. Una concezione simile significherebbe sostituire il materialismo marxista con il più vieto idealismo. Secondo il marxismo non esistono principi fissi ed immanenti premessi al corso reale della storia; né il principio autoritario, né il principio democratico e libertario.
Dal punto di vista materialistico si costata che, nel corso storico, ogni organismo economico, sociale o politico ha avuto ed ha una struttura organizzata le cui caratteristiche dipendono dalle funzioni che esso è chiamato a svolgere. Così sarà esatto sostenere, da marxisti, che, se è vero che lo stato borghese e lo stato proletario presentano ambedue una struttura centralizzata, dispotica e repressiva, essi sono tuttavia completamente opposti, non solo per la base sociale su cui questa struttura poggia e per le funzioni che deve svolgere, ma anche, di conseguenza, per il modo in cui questa struttura si manifesta e svolge le sue funzioni. Se, da un punto di vista strutturale, lo stato del proletariato fosse completamente uguale allo stato borghese, sarebbe sufficiente cacciare la borghesia dalla direzione della macchina statale, farla dirigere dal partito unico del proletariato e magari far votare soltanto i proletari. In realtà la borghesia realizza il centralismo con mezzi, forme, caratteristiche sue proprie; così come il proletariato realizzerà il suo centralismo statale con forme, metodi, strumenti caratteristici dell’essenza della classe proletaria. Tanto è vero che il marxismo non preconizza la conquista anche violenta della macchina statale borghese, ma la sua completa distruzione e la sua sostituzione con un’altra macchina statale completamente diversa anche se utilizzata anch’essa a fini di dittatura, di violenza e di terrore.
Al piccolo borghese storicamente impotente ad andare di là dalle forme è impossibile comprendere che ben altra è la struttura della macchina partito messa in piedi da Mussolini o da Hitler e la macchina, altrettanto centralizzata, costituita dal partito bolscevico di Russia dei tempi di Lenin; e non soltanto per la base sociale e per le finalità e i principi cui i due organismi rispondevano e che erano completamente opposti, ma anche, di conseguenza, per i metodi, gli strumenti, la prassi e la dinamica organica dei due organismi. Per cui da mezzo secolo Mussolini e Lenin sono associati nella mente del piccolo borghese democratico allo spettro, per lui terribile, del concetto di dittatura e di terrore.
Esiste per noi marxisti una relazione diretta fra la classe sociale di cui un determinato movimento è espressione, i suoi principi, le sue finalità, i mezzi necessari a raggiungerle e le caratteristiche, i mezzi, i metodi che esso deve usare per giungere ad un’azione e ad una struttura centralizzata ed unitaria. Per cui è giusto dire che lo stato borghese realizza il suo centralismo, inerente alla sua natura di classe poggiando sulla farsa della volontà popolare periodicamente compulsata ed in realtà sulla creazione di una macchina burocratica e militare enorme tenuta insieme non certo dal convincimento, ma dalla coercizione e dal denaro. Lo stato proletario realizzerà il suo centralismo che non vedrà consulte democratiche né del «popolo», né dei soli proletari, ma la loro partecipazione in maniera sempre più larga all’effettivo svolgimento delle funzioni statali, e, di conseguenza, la scomparsa progressiva dell’apparato burocratico. Avremo, perciò, repressione, violenza di classe, centralizzazione assoluta senza avere burocrazia ed esercito permanente: tale la lezione della Comune di Parigi cui Marx rimprovera di non essere stata sufficientemente terroristica e centralistica, ma esalta che si potevano avere capi, dirigenze con poteri assoluti, terrorismo di classe, senza avere burocrati e corpi militari di mestiere. L’equazione centralismo uguale burocratismo è dunque falsa; è vera storicamente per lo stato borghese, non lo sarà per lo stato proletario, se non vogliamo rinnegare il marxismo.
Le comunità primitive realizzavano uno strettissimo centralismo ed una disciplina assoluta dell’individuo al gruppo sociale senza bisogno d’alcuna coercizione o macchina speciale, fondandosi esclusivamente sull’identità d’interessi e la solidarietà di tutti nella lotta contro l’ambiente naturale nemico e contro altri gruppi. La comunità primitiva è un esempio d’organizzazione centralizzata e differenziata senza coercizione. Ugualmente la futura società comunista. Anzi è fondamentale tesi marxista che solo quando ci fu tra i membri di un gruppo sociale inconciliabile contrasto d’interessi materiali fu necessaria una speciale struttura coercitiva per ottenere la stessa centralizzazione che nella primitiva comunità si otteneva in maniera naturale, spontanea, organica.
Che svolgimento centralistico delle funzioni ed esistenza di un apparato burocratico e coercitivo non siano assolutamente la stessa cosa, è questione che non possono capire solo i socialdemocratici staffilati da Lenin in «Stato e rivoluzione» i quali sostenevano essere eterna la necessità della macchina statale, perché altrimenti gli interessi individuali avrebbero disgregato la società, mentre postulato e fine del comunismo è la società senza stato, senza mezzi di coercizione sugli uomini con la conclusione che in lei la centralizzazione sarà massima e molto più completa che nella società attuale e si fonderà su di un comportamento naturale e spontaneamente solidale degli uomini fra di loro.
Saranno nella società comunista gli uomini tutti uguali, l’uno la brutta o la bella copia dell’altro per tutta l’estensione della specie? È vecchia ubbia borghese, insieme all’altra che non essendo gli individui costretti a lavorare, la produzione si fermerà in una totale ignavia collettiva. Ci saranno individui con caratteristiche diverse, più o meno dotati di mezzi fisici e cerebrali; la società conoscerà diversificazione di funzioni e d’organi adibiti a varie funzioni e distribuirà organicamente e naturalmente i vari individui nelle varie funzioni. Quello che non ci sarà più sarà la divisione sociale e tecnica del lavoro e tutti gli uomini saranno dalla società messi in grado di svolgere tutte le funzioni utili (Engels: Antidühring). I mezzi di produzione e di vita saranno proprietà di tutta la società e, di conseguenza, sarà per sempre escluso che l’individuo meglio dotato si comporti come privilegiato nei confronti degli altri; anzi, le sue doti «superiori» saranno un beneficio per la società, saranno al suo servizio.
Allora, se queste considerazioni sono in linea con la tradizione marxista, non basta vedere nel partito una organizzazione centralizzata, tutti i membri della quale rispondono come un solo uomo ad impulsi provenienti da un unico punto centrale. Non basta né per dire, come dicevano gli anarchici, che anche i comunisti sono «autoritari» e rivendicare contro di loro la «libertà» dell’individuo; e non basta neanche per dichiarare stupidamente che viceversa siamo per la sottomissione al principio d’autorità e, di conseguenza, ci va bene qualsiasi centralismo. purché sia centralismo, qualsiasi disciplina purché sia disciplina, Abbiano negato tutto questo mille volte nella nostra storia di partito.
Dal punto di vista marxista, definito il fatto che l’organo partito, per realizzare i compiti cui la storia lo chiama, ha bisogno di possedere una struttura assolutamente centralizzata, sarà pure necessario analizzare in che modo questa struttura possa realizzarsi in un organismo particolare come il partito comunista. E dovremo allora studiare quali siano le caratteristiche fisiologiche di quest’organismo, quale la dinamica del suo sviluppo e della sua azione, quali le sue malattie e le sue degenerazioni, quale influenza gli eventi storici delle lotte di classe hanno su di lui. Solo allora saremo in grado di descrivere meno superficialmente l’essenza del centralismo e della disciplina propri di questo particolare organo storico: l’organo partito comunista. Non un qualsiasi centralismo ed una qualsiasi disciplina, descrizione banale che si concluderebbe in due righe dicendo: «ci deve essere un centro che comanda ed una base che obbedisce»; con l’aggiunta che, siccome siamo antidemocratici, non vogliamo né la conta delle teste dei singoli, né l’elezione dei dirigenti e non ci fa schifo che comandi in maniera totale un ristretto comitato o addirittura un uomo solo senza bisogno che il suo potere sia sanzionato dalla maggioranza degli iscritti democraticamente consultata. Tutte cose che accettiamo, ma che non servono a spiegare la reale dinamica attraverso la quale l’organo partito realizza la sua massima centralizzazione o, viceversa, la perde e degenera in fasi sfavorevoli alla lotta rivoluzionaria di classe. E nemmeno a capire in che modo l’organo partito diviene robusto, cresce e si rafforza abilitandosi a vincere le malattie che possono colpirlo. Tutto questo è da spiegare per arrivare a comprendere quale sia l’essenza del centralismo e della disciplina comunista.
Bisogna, come in tutte le nostre tesi e particolarmente nelle tesi di Napoli del 1965, dare non una ricetta d’organizzazione (la «ricetta» è espressa nel termine stesso di centralismo), ma descrivere la reale vita del partito comunista, le vicende alle quali è stato sottoposto nella sua lunga storia, le malattie che mille volte lo hanno colpito e la efficacia dei rimedi che volta a volta si è inteso applicargli per guarirlo. Bisogna studiare la storia del partito dal 1848 fino ad oggi, vederlo muoversi nella reale vicenda storica, nelle fasi d’avanzata ed in quelle di rinculo della rivoluzione alla scala mondiale. Da questo soltanto si possono trarre delle lezioni che possono e debbono essere utilmente assimilate dal partito attuale rendendolo più forte e più capace di resistere a quei materiali fattori di segno negativo che distrussero tre Internazionali ed un movimento rivoluzionario del proletariato che sembrava votato, negli anni del primo dopoguerra, alla più splendida vittoria su tutto il pianeta.
Propinare la dottrinetta che tutto si riduce ad una deficienza di centralismo e che tutta la lezione da trarre è che abbiamo bisogno di una struttura ancora più centralizzata di quella del partito bolscevico e della Terza Internazionale, significa ingannare il partito e falsificare tutta la sua tradizione. Come ottenere nel partito la massima centralizzazione? Quali le malattie che minano la centralizzazione assoluta e l’assoluta disciplina? Possedendo un cast di capi più rigidi e totalitari di quanto fossero, putacaso, Lenin, Trotski e Zinoviev? O possedendo una base di militanti più disciplinati, più attaccati alla causa del comunismo, più obbedienti ed eroici di quanto fossero i militanti del sempre poco centralizzato partito comunista tedesco? Oppure informando meglio della dottrina storica marxista ogni nostro singolo militante, nella serie infernale che direbbe che se un militante non ha ben studiato tutti i testi di partito, non è programmato, non può militare in maniera disciplinata nell’organizzazione?
A quelle domande si risponde analizzando la storia del partito attraverso le lezioni che la Sinistra ne ha tratte e che sono codificate in testi e tesi che nessuno può modificare, aggiornare o, semplicemente, dimenticare di citare, perché vanno in linea continua dal 1912 al 1970; oltre cinquant’anni durante i quali il problema della vita, dello sviluppo e della degenerazione patologica dell’organo partito è stato impostato e risolto sempre allo stesso modo. Cominciamo dunque ad esaminare le caratteristiche di quest’organo partito. Da queste soltanto capiremo quali possono essere i metodi adatti per centralizzarlo e disciplinarlo al massimo o, viceversa, per disgregarlo e distruggerlo.
CAP. 1 PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE
Com’è ricordato nelle nostre tesi del 1965, è Marx ad usare per primo questa distinzione: partito nella sua accezione storica e partito contingente o formale, cioè le varie formazioni organizzate di combattenti rivoluzionari nelle quali, nel corso della storia, la dottrina, il programma, i principi del partito comunista si sono incarnati. È in altri termini, la trincea, la barricata stabilita dalla storia più di cento anni fa sulla quale si collocano con varia fortuna le diverse generazioni dei proletari rivoluzionari. Il proletariato non nasce oggi come classe rivoluzionaria, non esprime oggi per la prima volta il suo partito di classe, il suo organo politico, senza il quale non è capace d’azione unitaria in vista di un fine comune, cioè non è classe; lo ha espresso agli albori della società capitalistica, nel lontano 1848, quando è stato capace da una parte di dare vita alle prime insurrezioni armate, dall’altra di incontrare una teoria che lo sviluppo delle forze produttive e del pensiero teorico umano avevano portato a maturazione, ma che, per sua natura, era utilizzabile soltanto da parte di una classe rivoluzionaria che vedesse nella completa distruzione del regime capitalistico la strada della propria emancipazione. Da allora l’incontro della teoria marxista con la realtà bollente della lotta sociale ha dato vita al partito comunista marxista come falange di militanti della rivoluzione dotati collettivamente della possente arma di lettura della storia che è il marxismo e, di conseguenza, in grado di trarre le lezioni e le esperienze sia dalle sconfitte come dalle vittorie del proletariato. «Senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario»: questa la tesi di Lenin. Ed il partito esiste in quanto un nucleo piccolo o grande di rivoluzionari, spinti a combattere da oscure determinazioni sociali contro la società presente, impugna la teoria come un’arma e la usa come una guida per l’azione.
Quando diciamo che la coscienza della classe sta nel partito e soltanto in esso, intendiamo che questa coscienza consiste nelle lezioni storiche della lotta proletaria in tutto il mondo fin dal suo inizio, letta con la chiave della teoria unica ed invariante e che le formazioni presenti e future di rivoluzionari hanno il compito di impugnare e di rispettare nella sua integralità, illuminando la loro azione con la luce di questa lunghissima e mondiale esperienza che solo il marxismo può leggere e che rimane tenebra oscura per tutte le ideologie e le dottrine non marxiste.
Ogni volta che nella storia si è verificato, sotto la spinta di suggestioni diverse, l’abbandono di questo patrimonio storico che comprende non solo la teoria, i principi e le finalità, ma anche l’esperienza storica della marcia faticosa della rivoluzione, il partito formale, cioè l’organizzazione di combattimento di una data epoca o di una data generazione proletaria, ha inevitabilmente abbandonato il cammino e si è trovato, alla fine, dalla parte del nemico di classe. Per noi dunque il partito esiste e si sviluppa e marcia verso la vittoria solo in quanto è capace di rimanere aderente alla base del partito storico; se questa base viene anche soltanto scalfita si hanno i tradimenti e le diserzioni di cui è piena la storia dei partiti formali. Ora il fatto che l’organizzazione rivoluzionaria rimanga aderente ai cardini del partito storico da cui emana non è garantito da fattori di tipo culturale o didattico per cui, imparati a memoria alcuni testi, si possa dire di avere le carte in regola con il partito storico o balle di questo genere. Il patrimonio storico del partito deve informare di sé, permeare tutta l’azione anche quotidiana, anche limitata del partito formale. E questa continua trasfusione dell’esperienza storica nell’azione attuale del partito è prima di tutto fatto collettivo dell’organizzazione, non fatto individuale di singoli più o meno illuminati, più o meno sapienti. Quello che è necessario divenga patrimonio dell’organizzazione militante è la nozione di quest’assoluta aderenza che deve esistere tra la loro azione, tra quello che dicono e che fanno oggi e la teoria, i principi, l’esperienza storica passata e che questa, e non la loro personale e neanche collettiva opinione, sarà sempre la massima autorità in tutte le questioni di partito. Chi dà gli ordini nel partito? Abbiamo sempre affermato: li dà per noi prima di tutto il partito storico al quale si deve assoluta obbedienza e fedeltà. E da quale microfono detta gli ordini il partito storico? Può essere un uomo solo o milioni d’uomini; può essere il vertice dell’organizzazione, ma può essere anche la base che richiama il vertice all’osservanza di quei dati senza i quali la organizzazione stessa cessa di esistere.
Nel partito, scrivemmo nel 1967 in un testo che riportiamo, nessun comanda e tutti sono comandati; nessun comanda, perché non alla sua testa individuale si chiede la soluzione del problema; tutti sono comandati, perché anche il centro più assoluto non può dare ordini che non siano sulla linea continua del partito storico.
Dittatura su tutti, centro e base, dei principi, delle tradizioni e delle finalità del movimento comunista, pretesa legittima del centro ad essere obbedito senza opposizione in quanto i suoi ordini stanno su questa linea che deve manifestarsi in ogni azione del partito, rivendicazione della base, non ad essere consultata ogni volta che un ordine è emanato, ma ad eseguirlo solo ed in quanto stia sulla linea da tutti accettata ed impersonale del partito storico. Ci sono dunque nel partito delle gerarchie e dei capi; si tratta di strumenti tecnici di cui il partito non può fare a meno, perché la sua azione deve essere in ogni momento unitaria e centralizzata, deve rispondere al massimo d’efficienza e di disciplina. Ma questi organi del partito non decidono la direzione dell’azione partendo dalla loro testa più o meno geniale; devono sottostare anch’essi a decisioni che ha preso soprattutto la storia e che sono patrimonio collettivo ed impersonale dell’organo partito.
CITAZIONI
24 – Marxismo ed autorità – 1956.
29 -… Sulla questione dell’Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nell’analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nell’originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, seppure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende.
25 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
12 -… Quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice non può ottenersi che con il partito di classe e la dittatura di esso, e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe, forse per la scienza borghese, ma non per Marx e per noi; la conclusione da dedurre è che per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
13 -… Se la sezione sorta in Italia dalle rovine del vecchio partito della II Internazionale fu particolarmente portata, non per virtù di persone certamente, ma per derivazioni storiche, ad avvertire la esigenza della saldatura fra il movimento storico e la sua forma attuale, fu per aver sostenuto particolari lotte contro le forme degenerate ed aver quindi rifiutato le infiltrazioni non solo delle forze dominate da posizione di tipo nazionale, parlamentare e democratico, ma anche in quelle (italice, massimalismo) che si lasciarono influenzare dal rivoluzionarismo piccolo-borghese, anarco-sindacalista. Questa corrente di sinistra lottò particolarmente perché fossero rigide le condizioni d’ammissione (costruzione della nuova struttura formale), le applicò in pieno in Italia, e quando esse dettero risultati non perfetti in Francia, Germania etc., fu la prima da avvertire un pericolo per tutta l’Internazionale.
La situazione storica, per cui in un solo paese si era costituito lo Stato proletario, mentre negli altri non si era giunti a conquistare il potere, rendeva difficile la chiara soluzione organica di mantenere il timone dell’organizzazione mondiale alla sezione russa.
La Sinistra fu la prima ad avvertire che, qualora il comportamento dello Stato russo, nell’economia interna come nei rapporti internazionali, cominciasse ad accusare deviazioni, si sarebbe stabilito un divario tra la politica del partito storico, ossia di tutti i comunisti rivoluzionari del mondo, e la politica di un partito formale che difendesse gli interessi dello Stato russo contingente.
14 -… Quest’abisso si è da allora scavato tanto profondamente che le sezioni «apparenti», che sono alla dipendenza del partito-guida russo, fanno nel senso effimero una volgare politica di collaborazione con la borghesia, non migliore di quella tradizionale dei partiti corrotti della II Internazionale.
Ciò dà la possibilità, non diremo di diritto, ai gruppi che derivano dalla lotta della Sinistra italiana contro la degenerazione di Mosca, di intendere meglio d’ogni altro per quale strada il partito vero, attivo, e quindi formale, possa rimanere in tutta aderenza ai caratteri del partito storico rivoluzionario, che in linea potenziale esiste per lo meno dal 1847, mentre in linea di prassi si è affermato a grandi squarci storici attraverso la serie tragica delle sconfitte della rivoluzione.
26 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965
11 -… Indubbiamente, nell’evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni ed alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico…
La Sinistra comunista ha sempre considerato che la sua lunga battaglia contro le tristi vicende contingenti dei partiti formali del proletariato si sia svolta affermando posizioni che in modo continuo ed armonico si concatenano sulla scia luminosa del partito storico, che va senza spezzarsi lungo gli anni ed i secoli, dalle prime affermazioni della nascente dottrina proletaria alla società futura, che noi ben conosciamo, in quanto abbiamo ben individuato i tessuti ed i gangli dell’esosa società presente che la rivoluzione dovrà travolgere.
CAP. 2 ADESIONE AL PARTITO
Come neghiamo che il partito sia un raggruppamento di coscienti, d’apostoli e d’eroi, così la corretta visione marxista nega che l’adesione al partito avvenga per un fatto di comprensione razionale da parte dei singoli, i quali avendo capito le posizioni del partito scelgono di sostenerle con la loro opera. È nostra tesi che comprensione razionale ed azione non solo non sono fatti separabili e separati l’uno dall’altro, ma che nel singolo l’azione precede sempre la comprensione e la coscienza. Anche nel singolo che aderisce al partito. Per noi esiste in primo luogo lo sviluppo delle forze produttive che determina la divisione in classi della società e spinge gli uomini a prendere posizione rispetto a questo conflitto di cui possono avere più o meno coscienza.
Se, secondo il marxismo, le società non si riconoscono dalla coscienza che hanno di loro stesse, ma è necessario analizzarne l’anatomia economica per comprendere le loro espressioni ideali, questo vale anche per le classi che nella storia hanno svolto funzioni rivoluzionarie, le quali hanno sempre avuto una coscienza mistificata e deformata della loro funzione storica. Solo il proletariato moderno ha potuto forgiarsi una coscienza scientifica del divenire storico, delle sue finalità e della sua azione, ma questa coscienza non appartiene a tutti gli operai singolarmente o collettivamente presi, i quali sono spinti alla battaglia da determinazioni materiali ed incoscienti. Questa coscienza non sta nemmeno nei singoli individui che aderiscono al partito di classe, essendo anch’essi determinati a schierarsi sul fronte del comunismo da fattori materiali e sociali, come sono questi stessi fattori che possono determinare l’abbandono della trincea da parte dei singoli.
È la storica lotta che vede schierate due classi sociali con interessi inconciliabili e che nessuno può eliminare, perché pone le sue radici nel meccanismo produttivo della presente società che determina gli individui a schierarsi sull’uno o sull’altro fronte indipendentemente dalla coscienza che individualmente possono avere delle linee della trincea e dei piani di battaglia. Sono forze storiche, sociali e materiali che spingono gli individui a aderire al partito, ad accettare, come abbiamo sempre detto, questo blocco univoco di teoria e d’azione che costituisce il partito, anche senza avere mai letto un testo di Marx o di Lenin. La coscienza non sta nel singolo, né prima né dopo la sua adesione e nemmeno dopo lunghissima milizia, ma nell’organo collettivo il quale è composto di vecchi e di giovani, di colti e d’incolti, e il quale svolge un’azione complessa e continua sul filo di una dottrina e di una tradizione invarianti.
È l’organo partito che possiede la coscienza di classe, perché questo possesso è negato al singolo, e può esistere solo in una organizzazione che sappia uniformare tutti i suoi atti, il suo comportamento, la sua dinamica interna ed esterna alle preesistenti linee di dottrina, di programma e di tattica, e che sappia crescere e svilupparsi su questa base, che si accetta in blocco anche senza averla preventivamente capita. Fatto mistico nella adesione al partito è nozione che può spaventare solo il piccolo borghese illuminista convinto che tutto si possa imparare leggendo e studiando sui libri.
Nel 1912 opponemmo ai culturisti che volevano trasformare la Federazione Giovanile Socialista in una «scuola di partito» secondo la maledetta formula: «prima apprendere, poi agire», che il fatto per cui i giovani aderivano al nostro fronte di battaglia non era culturale, ma d’entusiasmo, d’istinto e di fede. E che questo sia puro materialismo è chiaro persino al borghese il quale nota che il suo potente apparato scolastico diventa incapace di far imparare qualunque cosa quando viene a mancare «l’interesse», cioè la spinta materiale che determina gli individui ad apprendere.
Nel partito si impara e si chiariscono le idee, partecipando al complesso lavoro collettivo che si svolge sempre sul triplice piano: difesa e scolpimento della teoria, partecipazione attiva alle lotte che le masse intraprendono, organizzazione. Al di fuori di questa partecipazione al lavoro reale del partito non ci può essere comprensione e coscienza. Nel Partito si svolge un continuo lavoro di preparazione teorica, d’approfondimento dei lineamenti programmatici e tattici, di spiegazione, alla luce della dottrina, dei fatti che si svolgono sull’arena sociale e si svolge contemporaneamente e senza scissione il lavoro pratico, organizzativo, di battaglia e di penetrazione in seno al proletariato. Il militante impara dalla partecipazione attiva a questo complesso lavoro e solo in quanto è immerso in esso e da esso si lascia sommergere. Non c’è altro modo di apprendere e le nostre tesi hanno sempre affermato che la divisione in compartimenti stagni dell’attività teorica e pratica è mortale riguardo non al solo partito, ma anche a ciascun militante singolarmente preso.
Descrivendo il modo in cui l’organo partito realizza il passaggio della teoria e della tradizione rivoluzionaria fra le generazioni e si lascia permeare nel suo complesso da questa teoria e da questa tradizione, noi non potremmo dunque vedervi una specie di piano scolastico secondo il quale i giovani che si avvicinano al partito vengano prima rapidamente indottrinati da bravi ed esperti insegnanti di marxismo e siano invitati a studiare determinati “brevi corsi” per poi passare alla vera e propria milizia ed alla battaglia pratica. Vi vediamo invece una collettività che studia mentre combatte e combatte mentre studia, ed impara sia dallo studio sia dalla battaglia; vi vediamo cioè una collettività che agisce, un organo che vive di una attività complessa e molteplice i cui vari aspetti non sono mai separabili l’uno dall’altro. E il giovane è attratto e aderisce a questo lavoro complesso, si immette in esso e in esso trova il suo posto, organicamente, nello svolgimento stesso del lavoro; a nessuno si chiede una laurea, né prima né dopo la sua adesione, come a nessuno si fanno esami: l’esame per tutti lo fa il lavoro che deve essere svolto e che seleziona organicamente gli individui al loro posto.
Per l’adesione al partito altre caratteristiche si richiedono che non la cultura «marxista» e la conoscenza individuale della nostra dottrina; si richiedono doti che Lenin chiamò di coraggio, abnegazione, eroismo, volontà di combattere; è per verificare queste qualità che si discrimina fra il simpatizzante o candidato e il militante, il soldato attivo dell’esercito rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza. Se così non fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve, nei momenti della ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno milioni d’uomini i quali non avranno né tempo, né necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche». E sarebbe stupido, oltre che antimarxista, sostenere che questi «ultimi arrivati» li useremo come «base», ma i dirigenti saranno quelli che hanno avuto il tempo di «apprendere» e di «prepararsi». Ci si prepara in un solo modo: partecipando al lavoro collettivo del partito. E il militante di partito è per noi non chi conosce la dottrina ed il programma, ma chi «ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale» (Considerazioni… P.C. – n. 2/1965, punto 11).
Ed è sicuro che non si è strappato proprio niente né dalla mente né dal cuore chi pensa che prima bisogna saper tutto, aver capito tutto e solo dopo si può agire; oppure chi concepisce il partito come una grande accademia per la preparazione di «quadri». Costui è immerso fino al collo nel mito più putrido della società presente in putrefazione: quello che l’individuo possa col suo misero cervello apprendere e decidere qualsiasi altra cosa che non siano i dettati delle classi dominanti, astute manipolatrici di cultura e d’idee.
CITAZIONI
27 – Mozione della corrente di sinistra su «Educazione e Cultura» – Bologna – 1912.
Il Congresso, considerando che in regime capitalista la scuola rappresenta un’arma potente di conservazione nelle mani della classe dominante, la quale tende a dare ai giovani un’educazione che li renda ligi e rassegnati al regime attuale, e impedisca loro di scorgerne le essenziali contraddizioni, rilevando quindi il carattere artificioso della cultura attuale e degli insegnamenti ufficiali, in tutte le loro fasi successive, e ritenendo che nessuna fiducia sia da attribuirsi ad una riforma della scuola nel senso laico e democratico… ritiene che l’attenzione dei giovani socialisti debba piuttosto essere volta alla formazione del carattere e del sentimento socialisti;
considerando che una tale educazione può essere data solo dall’ambiente proletario quando questo viva della lotta di classe intesa come preparazione alle massime conquiste del proletariato, respingendo la definizione scolastica del nostro movimento ed ogni discussione sulla sua cosiddetta funzione tecnica, crede che, come i giovani troveranno in tutte le agitazioni di classe del proletariato il terreno migliore per lo sviluppo della loro coscienza rivoluzionaria, così le organizzazioni operaie potranno attingere dall’attiva collaborazione dei loro elementi più giovani e ardenti quella fede socialista che sola può e deve salvarle dalle degenerazioni utilitarie e corporativiste;
afferma in conclusione che l’educazione dei giovani si fa più nella azione che nello studio regolato da sistemi e norme quasi burocratiche e in conseguenza esorta tutti gli aderenti al movimento giovanile socialista:
a) a riunirsi molto più spesso che non lo prescrivano gli statuti, per discutere tra loro sui problemi dell’azione socialista, comunicandosi i risultati delle osservazioni e delle letture personali e abituandosi sempre più alla solidarietà morale dell’ambiente socialista;
b) a prendere parte attiva alla vita delle organizzazioni di mestiere.
28 – Fantasime carlailiane – 1953.
3 -… La coscienza teorica – difesa a spada tratta dalla stessa corrente di sinistra come dotazione del partito e del movimento giovanile – non deve essere posta come una condizione paralizzante per la possibilità di tutti a combattere sotto la semplice spinta di un sentimento e di un entusiasmo socialista, naturalmente sorto per le condizioni sociali. Quelli che di tale dialettica posizione nulla capirono, e videro persino, nei riguardi dei motori che agiscono in un animo giovanile, mettere la fede ed il «fanatismo» prima della scienza e della filosofia dissero non poche e possenti balle, parlarono di rinnovato culto dell’eroe e di… abbandono di Marx per aderire a Carlyle!
29 – Marx e Il «comunismo rozzo» – 1959.
… Va chiesta al militante comunista la forza del muscolo che colpisce prima dell’orientamento di pensiero e della coscienza, come il grande marxista Lenin dimostrò magistralmente in «Che fare?».
30 – La facile derisione – 1959.
… Quando ad un certo punto il nostro banale contraddittore (…) ci dirà che noi costruiremo così una nostra mistica, atteggiandosi lui, poverello, a mente che ha superato tutti i fideismi e le mistiche, e ci deriderà coi termini di prostrati a tavole mosaiche o talmudiche, di biblici o coranici, di evangelici o catechistici, gli risponderemo che anche con questo non ci avrà indotti a prendere posizione di incolpati in difesa, e che – anche a parte l’utilità di fare dispetto al filisteo in tutti i tempi rinascente – non abbiamo motivo di trattare come un’offesa l’affermazione che ancora al nostro movimento, fin quando non ha trionfato nella realtà (che precede nel nostro metodo ogni ulteriore conquista della coscienza umana) può essere adeguata una mistica, e se si vuole un mito.
31 – «L’estremismo», condanna dei futuri rinnegati – 1961.
18 -… La base della disciplina risale in primo luogo alla «coscienza dell’avanguardia proletaria», ossia di quella minoranza del proletariato che si riunisce negli strati avanzati del partito, e subito dopo Lenin indica le qualità di questa avanguardia con parole che hanno un carattere più «passionale» che razionale, rilevando che, come da tanti altri suoi scritti (Che fare?) è messo in evidenza, il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo. Questa tesi fin dal 1912 nella gioventù socialista italiana fu sostenuta contro gli «immediatisti» – che sono sempre, al pari degli anarchici, «educazionisti» – nella lotta tra culturisti e anticulturisti, come si disse allora, ove ben s’intenda che i secondi, invocando un fatto di fede e di sentimento e non di grado scolastico nell’adesione del giovane rivoluzionario, provavano di stare sul terreno di uno stretto materialismo e di rigore della teoria del partito. Lenin, che apre arruolamenti e non accademie, parla qui di doti di «devozione, fermezza, abnegazione, eroismo». Noi, lontani allievi, abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente, di fatto, «mistico» nella adesione al partito.
32 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
11-… Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale.
CAP. 3 IL PARTITO COME ORGANIZZAZIONE DI UOMINI
Il partito è una organizzazione di uomini: vecchia storia e realtà innegabile.
L’organizzazione combattente è composta da individui con caratteristiche e capacità diverse, provenienti da ambienti sociali diversi, come da diverse esperienze individuali. Si tratta di sapere che cosa lega insieme questi uomini in una unica organizzazione: li lega evidentemente l’adesione ad un complesso di teoria, principi, finalità e ad una linea di azione che è propria dell’organo partito comunista nella sua storia e che gli individui, da qualsiasi parte provengano, riconoscono come propria ed alla quale sono determinati ad obbedire; li lega insieme l’adesione ad una posizione di battaglia, ad una trincea che la storia ha stabilito prima di loro ed alla quale essi devono assoluta fedeltà.
Gli individui che compongono il partito non hanno individualmente la coscienza di questo patrimonio storico al quale hanno aderito per via istintiva e, come in altra parte affermiamo, mistica.
La coscienza è posseduta dall’organo collettivo non soltanto nel senso dell’attività comune di tutti i membri del partito, attività al tempo stesso teorica e pratica, ma nel senso più ampio di attività collettiva sulla base di norme teoriche programmatiche e tattiche e di finalità preesistenti alla stessa collettività operante in una determinata epoca e in un determinato luogo.
A questa collettività operante si richiede una cosa sola: di rimanere in tutta la sua azione aderente al filo continuo che lega il passato all’avvenire, di niente innovare, niente inventare, niente scoprire. All’individuo singolo, che fa parte di questa collettività, si chiede di dare il suo contributo di cervello e di braccia a far marciare l’organizzazione sulla base tracciata ed impegnativa per tutti. E allora chi stabilisce l’indirizzo del partito, che cosa la collettività partito deve dire e fare? Lo stabiliscono la teoria, i principi, le finalità, il programma del partito che si traducono in attività; attività di studio, di ricerca, di interpretazione dei fatti sociali e di attivo intervento in essi. È da questa attività collettiva che devono uscire le decisioni pratiche che non devono in alcun modo contravvenire alla base storica su cui il partito poggia. Gli ordini di movimento a tutta la rete li dà il centro mondiale che è una funzione che può essere svolta da un uomo solo o da un gruppo di uomini, ma questo stesso centro è una funzione del partito, è il prodotto dell’attività collettiva del partito e gli ordini non escono dalle sue più o meno grandi capacità cerebrali, ma costituiscono il nodo di collegamento di un’attività che coinvolge tutto l’organismo e che deve stare sulla base del partito storico.
Nella nostra concezione non si consulta la totalità degli individui che compongono il partito per definire l’indirizzo di questo, ma esso non è nemmeno definito dal gruppo che si trova a svolgere la funzione centrale il quale esprime decisioni che hanno valore impegnativo per tutti i militanti in quanto poggiano sul patrimonio storico del partito e sono il risultato dell’opera e del contributo di tutto l’organismo. È dunque tesi nostra che agli individui non si attribuisce il merito del buon andamento del partito, né la colpa del suo eventuale sbandare. Nostro problema non sarà mai quello della ricerca degli «uomini migliori» che garantiscano il buon andamento del lavoro; né andremo mai, come risulta da tutte le nostre tesi, a rimediare ad un errore attraverso lo spostamento degli individui nella struttura gerarchica del partito. Agli individui singolarmente considerati la teoria nega coscienza, merito e colpa e li considera esclusivamente come strumenti più o meno validi di attività collettiva, come considera le loro azioni, corrette o sbagliate che siano, frutto di determinazioni impersonali ed anonime e non della loro volontà. È il lavoro collettivo sulla base della sana tradizione che seleziona gli individui ai vari gradi della gerarchia e alle varie funzioni che definiscono l’organismo partito. Ma la garanzia del corretto svolgimento delle funzioni non è data dal cervello o dalla volontà di un individuo o di un gruppo: è al contrario il risultato dello svolgimento di tutto il lavoro del partito.
CITAZIONI
33 – Tesi sulla tattica al II Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Roma) – 1922.
I, 2 -… Questi due fattori di coscienza e di volontà sarebbe erroneo considerarli come facoltà che si possano ottenere e si debbano pretendere dai singoli poiché si realizzano solo per l’integrazione dell’attività di molti individui in un organismo collettivo unitario.
III,16 – Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di patito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato.
34 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924.
… Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico e giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un «diritto» della massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.
Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.
Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta la organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a essere consultato sul «mandato» da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.
35 – Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924.
La funzione del capo.
… La manifestazione e la funzione del singolo sono determinate dalle condizioni generali dell’ambiente e della società e dalla storia di questa. Quello che si elabora nel cervello di un uomo ha avuto la sua preparazione nei rapporti con altri uomini e nel fatto, anche di natura intellettiva, di altri uomini. Alcuni cervelli privilegiati ed esercitati, macchine meglio costruite e perfezionate, traducono ed esprimono e rielaborano meglio un patrimonio di conoscenze e di esperienze che non esisterebbe se non si appoggiasse sulla vita della collettività.
Il cervello del capo è uno strumento materiale funzionante per legami con tutta la classe e il partito; le formulazioni che il capo detta come teorico e le norme che prescrive come dirigente pratico, non sono creazioni sue, ma precisazione di una coscienza i cui materiali appartengono alla classe-partito e sono prodotti di una vastissima esperienza. Non sempre tutti i dati di questa appaiono presenti al capo sotto forma di erudizione meccanica, cosicché noi possiamo realisticamente spiegarci certi fenomeni di intuizione che sono giudicati di divinazione e che, lungi dal provarci la trascendenza di alcuni individui sulla massa, ci dimostrano meglio il nostro assunto che il capo è lo strumento operatore e non il motore del pensiero e dell’azione comune…
La organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari «cervelli» (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi a seconda delle attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unifica sempre più intimamente «nel tempo e nello spazio» (questa comoda espressione ha un significato empirico e non trascendente). Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nell’organizzazione: man mano che questa divisione dei compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società) è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.
Essa è antindividualista in quanto materialista; non crede all’anima o a un contenuto metafisico e trascendente dell’individuo, ma inserisce le funzioni di questo in un quadro collettivo, creando una gerarchia che si svolge nel senso di eliminare sempre più la coercizione e sostituirvi la razionalità tecnica. Il partito è già un esempio di una collettività senza coercizione…
La questione non si pone a noi con un contenuto giuridico, ma come un problema tecnico non pregiudicato da filosofemi di diritto costituzionale o, peggio, naturale. Non vi è una ragione di principio che nei nostri statuti si scriva «capo» o «comitato di capi»: e da queste premesse parte una soluzione marxista della questione della scelta: scelta che fa, più che tutto, la storia dinamica del movimento e non la banalità di consultazioni elettive. Preferiamo non scrivere nella regola organizzativa la parola «capo», perché non sempre avremo tra le file una individualità della forza di un Marx o di un Lenin. In conclusione, se l’uomo, lo «strumento» di eccezione esiste, il movimento lo utilizza: ma il movimento vive lo stesso quando tale personalità eminente non si trova. La nostra teoria del capo è molto lungi dalle cretinerie con cui le teologie e le politiche ufficiali dimostrano la necessità dei pontefici, dei re, dei «primi cittadini», dei dittatori e dei Duci, povere marionette che si illudono di fare la storia.
Più ancora: questo processo di elaborazione di materiale appartenente a una collettività, che noi vediamo nell’individuo del dirigente, come prende dalla collettività e a essa restituisce energie potenziate e trasformate, così nulla può togliere colla sua scomparsa dal circolo di queste. La morte dell’organismo di Lenin non significa per nulla la fine di questa funzione, se, come abbiamo dimostrato, in realtà il materiale come egli lo ha elaborato deve ancora essere alimento vitale della classe e del partito.
36 – Tesi della Sinistra al 3° Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
I, 3 -… L’organo in cui si riassume il massimo di possibilità volitiva e di iniziativa in tutto il campo della sua azione è il partito politico: non certo un qualunque partito, ma il partito della classe proletaria, il partito comunista, legato, per così dire, da un filo ininterrotto alle ultime mete del processo avvenire. Una tale facoltà volitiva nel partito, così come la sua coscienza e preparazione teoretica, sono funzioni squisitamente collettive del partito… Per queste considerazioni il concetto marxista del partito e della sua azione rifugge, come abbiamo enunciato, così dal fatalismo, passivo a spettatore di fenomeni su cui non si sente di influire in modo diretto, come da ogni concezione volontaristica nel senso individuale, secondo cui le qualità di preparazione teorica, forza di volontà, spirito di sacrificio, insomma uno speciale tipo di figura morale ed un requisito di «purezza» siano da chiedersi indistintamente ad ogni singolo militante del partito, riducendo questo ad una èlite distinta e superiore al restante degli elementi sociali che compongono la classe operaia.
37 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926.
… Ciò di riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotski solleva nella prefazione al volume «Millenoventodiciasette» nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte, e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente.
Trotski non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, sebbene la situazione variabile e spesso sfavorevole segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore, avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa – cosa che oggi, nello stato attuale delle nostre organizzazioni, si può ben poco sperare.
38 – Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948.
V -… Quel compito è affidato invece non a schiere o gruppi di individui superiori scesi a beneficiare l’umanità, ma ad un organismo, ad un macchinismo differenziatosi nel seno della massa utilizzando gli elementi individuali come cellule che compongono i tessuti ed elevandoli ad una funzione che è resa possibile solo da questo complesso di relazioni; questo organismo, questo sistema, questo complesso di elementi ciascuno con funzioni proprie, analogamente all’organismo animale cui concorrono sistemi complicatissimi di tessuti, di reti, di vasi e così via, è l’organismo di classe, il partito, che in certo modo determina la classe di fronte a se stessa e la rende capace di svolgere la sua storia.
39 – II rovesciamento della prassi nella teoria marxista (Riunione di Roma) – 1951.
10 -… Nel partito, mentre dal basso vi confluiscono tutte le influenze individuali e di classe, si forma dal loro apporto una possibilità e facoltà di visione critica e teorica e di volontà d’azione, che permette di trasfondere ai singoli militanti e proletari la spiegazione di situazioni e processi storici e anche le decisioni di azione e di combattimento.
11 – Quindi, mentre il determinismo esclude per il singolo possibilità di volontà e coscienza premesse all’azione, il rovesciamento della prassi le ammette unicamente nel partito come il risultato di una generale elaborazione storica. Se dunque vanno attribuite al partito volontà e coscienza, deve negarsi che esso si formi dal concorso di coscienza e volontà di individui di un gruppo, e che tale gruppo possa minimamente considerarsi al di fuori delle determinanti fisiche, economiche e sociali in tutta l’estensione della classe.
12 – È quindi priva di senso la pretesa analisi secondo cui vi sono tutte le condizioni rivoluzionarie, ma manca una direzione rivoluzionaria. È esatto dire che l’organo di direzione è indispensabile, ma il suo sorgere dipende dalle stesse condizioni generali di lotta, mai dalla genialità o dal valore di un capo o di una avanguardia.
40 – Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze) – 1951.
II, 5 – La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito.
Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi.
41 – Le gambe ai cani – 1952.
… I nuovi fatti, tale la nostra posizione recisa, non conducono a correggere le posizioni antiche né ad aggiungere ad esse complementi e rettifiche. La lettura dei testi di principio la facciamo oggi come nel 1921 e prima, la lettura dei fatti successivi nello stesso modo, le proposte sul metodo di organizzazione e di azione restano confermate.
Questo lavoro non è affidato né ad una persona né ad un comitato, né tanto meno ad un ufficio, esso è un momento e un settore di un lavoro unitario che si svolge da oltre un secolo, e molto al di fuori dell’aprirsi e chiudersi di generazioni, e non si inscrive nel curriculum vitae di nessuno, nemmeno di quelli che abbiano avuto lunghissimi tempi di coerente elaborazione e maturazione dei risultati. Il movimento vieta e deve vietare iniziative estemporanee e personali o contingenti in tale opera elaborativi di testi di indirizzo e anche di studi interpretativi del procedere storico che ci circonda.
L’idea che con un’oretta di tempo, la penna e il calamaio, qualche buon figliolo si metta a freddo a redigere testi, o anche che lo faccia la cirenea «base» per l’invito di una circolare o di una effimera riunione accademica chiassosa o clandestina è idea bambocciale. I risultati sono da diffidare e squalificare in partenza. Soprattutto quando una tale disposizione di dettami viene dai maniaci dell’opera e dell’intervento umano nella storia. Intervengono uomini, dati uomini, o un dato Uomo con la maiuscola? Vecchia questione. La storia la fanno gli uomini, soltanto che sanno assai poco perché la fanno e come la fanno. Ma in genere tutti i «patiti» dell’azione umana e i dileggiatori di un preteso automatismo fatalista, da una parte sono quelli che accarezzano nel proprio foro interiore l’idea di avere nel corpicciolo quel tale Uomo predestinato, dall’altra sono quelli che nulla hanno capito e nulla possono; nemmeno intendere che la storia non guadagna o perde un decimo di secondo, sia che essi dormano come ghiri, sia che realizzino il sogno generoso di dimenarsi come ossessi.
Con gelido cinismo e senza il minimo rimorso ad ogni esemplare superattivista più o meno autoconvinto di serissimi funzioni e ad ogni sinedrio di novatori e pilotatori del domani ripetiamo: «iateve a cuccà!» Siete impotenti anche a caricare la sveglia.
Il compito di mettere a posto le Tesi e raddrizzare le gambe ai cani che deviano da tutte le bande, compito che si riapre sempre dove meno te lo aspettavi, vuole ben altro che la breve ora del congressino o del discorsetto. Non è facile tentare un indice dei posti dove si è dovuto accorrere a turare falle, opera evidentemente ritenuta ingloriosa da quelli nati per «passare alla Storia», con stile non tamponante, ma sfondante. Pensiamo possa servire un piccolo indice che ovviamente non è perfetto ed avrà ripetizioni e inversioni. Indichiamo le tesi corrette a fronte di quelle errate: non chiamiamo queste antitèsi, pronunziato piano, che si confonde con lo sdrucciolo antitesi ovvero contrapposta presenza di due diverse tesi. Diremo: controtesi.
Anche pure ragioni espositive dividiamo i punti in tre settori di evidente intercomunicazione: Storia, economia, filosofia (considerate il vocabolo fra virgolette)…
Le delucidazioni su questi sintetici cenni sono sparse in numerosi scritti di partito, e relazioni su convegni e riunioni.
Il freno ad improvvisazioni pericolose non significa che di tale lavoro possa pensarsi un monopolio e una esclusiva in mano di chicchessia.
Può con miglior cura darsi ordine agli argomenti, e può con maggiore chiarezza ed efficacia dettarsi l’esposizione. Con attività e studio può essere fatto meglio in altri sette anni e in sette ore per settimana.
Se poi avanzano bruciatori di tappe, ed a mazzetti, converrà dire (come ricordammo una volta del frigido Zinoviev) che sono venuti uomini di quelli che appaiono ad ogni cinquecento anni; ed egli lo diceva di Lenin.
Aspetteremo che siano imbalsamati. Noi non ci sentiamo da tanto.
42 – Politique d’abord – 1952.
… Sostituita la fede cieca in un nome al rispetto dei principi, delle tesi, delle norme di azione del partito come ente impersonale, assicurata dal favore ingenuo delle masse e degli stessi militanti la influenza di una persona, che alla pruriginosa ambizione, latente o meno, accompagnava doti (novantacinque volte almeno su cento assolutamente spurie) di ingegno, cultura, eloquenza, abilità e coraggio, riuscirono storicamente possibili le fenomenali svolte, le incredibili virate di bordo, con cui interi partiti e frazioni notevoli di partito spezzarono la linea della loro dottrina e della loro tradizione, e fecero si che la classe rivoluzionaria abbandonasse o addirittura invertisse il suo fronte di combattimento.
Strati di militanti e folle proletarie incassarono incredibilmente mutamenti mirabolanti di formule e di ricette; e quando non caddero nell’inganno ebbero ondeggiamenti esiziali. Fallì ad esempio Mussolini nel tentativo di trascinare il partito socialista italiano nella ubriacatura di guerra, ma alla sezione socialista di Milano che nell’ottobre 1914 unanime lo urlava via, osò gridare partendo: mi odiate perché mi amate!
Una lunga e tragica esperienza dovrebbe dunque avere appreso che nell’azione di partito bisogna adoperare tutti secondo le loro svariatissime attitudini e possibilità, ma che «non bisogna amare nessuno», ed essere pronti a buttare via chiunque, anche se avesse fatto su ogni anno di vita undici mesi di galera. La decisione sulle proposte di azione ai grandi svolti deve riuscire a farsi al di fuori della «autorità» personale di maestri, capi e dirigenti, ed in base alle norme prefissate di principio e di azione del nostro movimento: postulato difficilissimo, ben lo sappiamo, ma senza il quale non si vede via perché un movimento potente riappaia.
L’esaltazione per le «res gestae», per le gloriose imprese di questo o di quel preteso condottiero di folle, il mareggiare oceanico alle sue tirate o ai suoi atteggiamenti, ha sempre servito di passerella alle più sorprendenti manipolazioni sui principi del movimento. Seguaci e capo molte volte avevano talmente vissuta la esteriorità drammatica della lotta che avevano ignorate, dimenticate, forse mai penetrate, le «tavole» di teoria e di azione senza le quali non vi è partito, non vi è ascesa e vittoria di rivoluzione. E perciò quando il capo bara a sé stesso e agli altri e cambia le carte, avviene in mille casi lo smarrimento.
43 – Il battilocchio nella storia – 1953.
9 -… Freniamo quindi questa tendenza e in quanto praticamente possibile sopprimiamo, non certo gli uomini, ma l’Uomo con quel dato Nome e con quel dato Curriculum vitae…
So la risposta che facilmente suggestiona gli ingenui compagni. LENIN. Bene, è certo che dopo il 1917 guadagnammo molti militanti alla lotta rivoluzionaria perché si convinsero che Lenin aveva saputa fare e fatta la rivoluzione: vennero, lottarono e poi approfondirono meglio il nostro programma. Con questo espediente si sono mossi proletari e masse intere che forse avrebbero dormito. Ammetto. Ma poi? Con lo stesso nome si va facendo leva per la totale corruzione opportunista dei proletari: siamo ridotti al punto che l’avanguardia della classe è molto più indietro che prima del 1917, quando pochi sapevano quel nome.
Allora io dico che nelle tesi e nelle direttive stabilite da Lenin si riassume il meglio della collettiva dottrina proletaria, della reale politica di classe; ma che il nome come nome ha un bilancio passivo. Evidentemente si è esagerato. Lenin stesso di gonfiature personali aveva le scatole pienissime. Sono solo gli ometti da nulla a credersi indispensabili nella storia. Egli rideva come un bambino a sentire tali cose. Era seguito, adorato, e non capito…
Dovrà venire un tempo in cui un forte movimento di classe abbia teoria e azione corretta, senza sfruttare simpatie per nomi. Credo che verrà. Chi non ci crede non può essere che uno sfiduciato della nuova visione marxista della storia, o peggio un capo degli oppressi affittato dal nemico.
11 -… Ben deve la rivoluzione borghese avere un simbolo e un nome, per quanto sia anche essa in ultima istanza fatta da forze anonime e rapporti materiali. Essa è l’ultima rivoluzione che non sa essere anonima: perciò la ricordammo romantica.
È la nostra rivoluzione che apparirà quando non vi saranno più queste prone genuflessioni a persone, fatte soprattutto di viltà e di smarrimento, e come strumento della propria forza di classe avrà un partito fuso in tutti i suoi caratteri dottrinali organizzativi e combattenti, cui nulla prema del nome e del merito del singolo, e che all’individuo neghi coscienza, volontà, iniziativa, merito o colpa, per tutto riassumere nella sua unità a confini taglienti.
44 – Gracidamento della prassi – 1953.
19 -… L’attività è dei lavoratori, la coscienza solo del loro partito. L’attività, la prassi, è diretta e spontanea, la coscienza è riflessa, ritardata, anticipata solo nel partito, e solo quando vi è questo e questo opera la classe cessa di essere un freddo episodio da censimento e diviene forza operante nell’’epoca di sovversione, e rovescia su un mondo nemico un’azione che possiede un fine conosciuto e voluto; conosciuto e voluto non da individui, siano gregari o capi, soldati o generali, ma dalla impersonale collettività del partito, che copre paesi lontani e generazioni in catena, e non è quindi patrimonio chiuso in una testa, ma nei testi si, altra migliore tecnica non avendosi per passare al vaglio più rigido e il soldato e il generale soprattutto; mentre banalità senza fine è il contrasto immanente fra dirigente ed esecutore, ultima blague insipida d’oltralpe.
La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è una organizzazione di rivoluzionari professionali. Ad essi non si chiede: siete operai? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiolo? Essi possono così bene essere operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell’apparato fra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava.
45 – Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati – 1953.
Né libertà di teoria, né di tattica.
Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi d’azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotto a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali.
I mezzi non possono variare ed essere distribuiti a piacere, in tempi successivi o peggio da distinti gruppi, senza che sia diversa la valutazione degli scopi programmatici cui si tende e del corso che vi conduce.
È ovvio che i mezzi non si scelgono per loro qualità intrinseche, se belli o brutti, dolci o amari, morbidi od aspri. Ma con grande approssimazione, anche la previsione sul succedersi della loro scelta deve essere comune attrezzatura del partito, e non dipendere dalle “situazioni che si presentano”. Qui la vecchia lotta della Sinistra. Qui anche la formula organizzativa che in tanto la cosiddetta base può essere utilmente tenuta ad eseguire i movimenti indicati dal centro, perché il centro è legato ad una ’rosa’ (per dirla breve) di possibili mosse già previste in corrispondenza di non meno previste eventualità. Solo con questo legame dialettico si supera il punto scioccamente perseguito con le applicazioni di democrazia interna consultativa, che abbiamo ripetutamente dimostrate prive di senso. Sono infatti da tutti rivendicate, ma tutti sono pronti a dare spettacolo, in piccolo e in grande, di strani e incredibili colpi di forza e di scena nell’organizzazione.
46 – Dialogato con i morti – 1956.
74 -… Il marxismo, e qui avreste bisogno del trattatino storico-filosofico, non fa perno né su una Persona da esaltare, né su un sistema di persone collettivo, come soggetti della decisione storica, perché trae i rapporti storici e le cause degli eventi da rapporti di cose con gli uomini, tali che si portino in evidenza i risultati comuni a qualunque singolo, senza pensare più ai suoi attributi personali, individuali.
Siccome il marxismo respinge come risolvente della «questione sociale» ogni formulazione «costituzionale» e «giuridica» premessa alla concreta corsa storica, non avrà preferenze e non darà risposta alle questioni malmesse: deve decidere tutto un uomo, un collegio di uomini, tutto il corpus del partito, tutto il corpus della classe? Anzitutto non decide nessuno, ma un campo di rapporti economico-produttivi comuni a grandi gruppi umani. Si tratta non di pilotare, ma di decifrare la storia, di scoprirne le correnti e il solo mezzo di partecipare alla dinamica di esse è di averne un certo grado di scienza, cosa assai diversamente possibile in varie fasi storiche.
E allora chi meglio la decifra, chi meglio ne spiega la scienza, l’esigenza? Secondo. Può essere anche uno solo, meglio del comitato, del partito, della classe. Il consultare «tutti i lavoratori» non fa fare più passi che consultare tutti i cittadini colla insensata «conta delle teste». Il marxismo combatte il laburismo, l’operaismo, nel senso che sa che in molti casi, nella maggior parte, la delibera sarebbe controrivoluzionaria e opportuniste… Quanto al partito, anche dopo la sua selezione da quelli che per principio negano le «pietre angolari» del suo programma, la sua meccanica storica neppure si risolve con la «base ha sempre ragione». Il partito è un’unità storica reale, non una colonia di microbi uomo. Alla formula che dicono di Lenin di «centralismo democratico» la Sinistra Comunista ha sempre proposto di sostituire quella di centralismo organico. Quanto poi ai comitati, moltissimi sono i casi storici che fanno torto alla direzione collegiale: non qui dobbiamo ripetere il rapporto tra Lenin e il partito, Lenin e il comitato centrale, nell’aprile 1917 e nell’ottobre 1917.
Il miglior detector delle influenze rivoluzionarie del campo di forze storiche può, in dati rapporti sociali e produttivi, essere la massa, la folla, una consulta di uomini, un uomo solo. L’elemento discriminante è altrove.
75 -… Nel citare Lenin non si sono accorti di una magnifica sua costruzione, che giunge a ben altro, che al… Comitato Centrale.
«La classe operaia… nella sua lotta in tutto il mondo… necessita di una autorità… nella misura in cui il giovane operaio necessita dell’esperienza dei combattenti più anziani contro l’oppressione e lo sfruttamento… dei combattenti che hanno preso parte a molti scioperi e a diverse rivoluzioni, che hanno acquistato saggezza per le tradizioni rivoluzionarie ed hanno quindi una ampia visione politica. L’autorità della lotta mondiale del proletariato è necessaria ai proletari di ogni paese… Il corpo collettivo degli operai di ogni paese che conducono direttamente la lotta sarà sempre la massima autorità su tutte le questioni».
Il centro di questo passo sono i concetti di tempo e di spazio portati alla estensione massima; tradizione storica della lotta, e campo internazionale di essa. Noi aggiungiamo alla tradizione il futuro, il programma della lotta di domani. Come si convocherà da tutti i continenti e sopra tutti i tempi questo corpus leniniano, cui diamo il potere supremo nel partito? Esso è fatto di vivi, di morti e di nascituri: questa nostra formula non l’abbiamo dunque «creata»: eccola nel marxismo, eccola in Lenin.
Chi ciancia ora di poteri e di autorità affidati ad un capo, a un comitato direttivo, a una consultazione di contingenti corpi in contingenti territori? Ogni decisione sarà per noi buona se starà nelle linee di quella ampia e mondiale visione. Può coglierla un occhio solo, o un milione.
Questa teoria eressero Marx ed Engels, da quando spiegarono, contro i libertari, in quale senso sono autoritari i processi delle rivoluzioni di classe, in cui l’individuo sparisce come quantité négligeable, coi suoi capricci di autonomia, ma non si subordina ad un capo, a un eroe, o a una gerarchia di passati istituti.
47 – Struttura economica e sociale della Russia d’oggi – 1956.
35 -… Tutto quello che Lenin grida e incide sulla carta di quelle storiche tesi è terribilmente contro quello che in Russia facevano, oltre ai partiti borghesi e piccolo-borghesi, anche quelli operai e lo stesso suo partito. Ma nello stesso tempo è ferocemente conforme a tutto quello che stava scritto, alla rotta data da Marx ed Engels nel 1848 e in cento svolti ribadita, e alla rotta tracciata da Lenin stesso dal 1900 in poi circa la Russia. I frettolosi che basiscono ogni volta che sentono parlare di una nuova, moderna direttiva, devono capire solo questo: noi difendiamo la immutabilità della rotta, ma non la sua rettilineità. Essa è piena di difficili svolti. Ma non nascono nella testa e nel capriccio del capo, del leader, come dice Trotski. Leader significa infatti guidatore. Il capo del partito non ha nelle mani un volante e davanti a sé l’arbitrio dell’angolazione dello sterzo, è il conducente di un treno o di un tranvai. La sua forza è che egli sa che il binario è determinato, ma non certo rettilineo ovunque, sa le stazioni dove passa e la meta dove conduce, le curve e le pendenze.
Non è certo solo a saperlo. Il tracciato storico appartiene non ad una testa pensante, ma ad una organizzazione che va oltre gli individui soprattutto nel tempo, fatta di storia vissuta e di dottrina (a voi la parola dura) codificata.
Se questo è smentito, siamo tutti fuori combattimento e nessun nuovo Lenin ci salverà mai. Andremo al macero stringendo i manifesti, i libri, le Tesi in una non spartibile bancarotta.
48 – L’«estremismo», condanna del futuri rinnegati – 1961.
14 -… Da quale microfono detta ordini questa forza collettiva? Contestammo sempre che vi fosse una regola meccanica e formalistica: non è la metà più uno che ha il diritto di parlare, anche se in molti trapassi servirà questo metodo borghese; e non accettiamo come regola metafisica la «conta delle teste» entro il partito, il sindacato, i consigli o la classe: alcune volte la voce decisiva verrà dalla massa in sommovimento, altre da un gruppo nella struttura di partito (Lenin non ha paura, come vedemmo, di dire: oligarchia), altre volte da uno solo, da un Lenin, come nell’aprile 1917 e nello stesso ottobre, contro il parere di «tutti».
49 – La grande luce si offuscò – 1961.
… Non basta la solidità teorica del partito… a portare al massimo il legame tra la dottrina e l’azione della classe. Vi può essere nei militanti del partito sicurezza ed entusiasmo, ma essi non lo possono comunque e sempre generare nelle masse per la loro attività di oratori, agitatori, scrittori. Non è un processo retorico che chiama le masse attorno al partito, né il possedere una rosa di uomini eletti, i famosi «capi», che hanno lasciato una storia, anzi cronaca, pietosa. Il processo è di fisica sociale, si constata, non si provoca.
Una tesi che ci preme enormemente è che non si tratta di scegliere un gruppo di uomini che formi lo «stato maggiore» del partito, e come si dice con la parola di moda lo «staff» o il «cast». Non si tratta di fabbricare con scoperte di persone quello che oggi dicono un trust di cervelli. Questa è una posizione pettegola e spregevole da cui è bene stare lontani. Questa illusione non è mai nutrita in buona fede, ma manifesta all’esterno il banale carrierismo, peste delle democrazie politiche, per cui si fanno avanti a spintoni elementi che non hanno qualità spiccate se non quella di furbi servitori di una ambizione morbosa, e in ogni caso di quanto sia più forte di loro. Ogni vanesio è un vile.
Perché la storia della miseria del Comintern, che seguì quella troppo breve dell’indimenticabile sua grandezza, fu quella che ci si mise a cercare gli uomini adatti. In tempo denunziammo senza reticenze questa che era una selezione alla rovescia. Forse i compagni russi in dati casi pensarono che questi pezzi della macchina di partito avrebbero potuto in breve tempo essere messi da lato nel caso già scontato di un rapido logorio. Ma noi accusammo questo criterio di evidente eccesso del più artificioso volontarismo.
50 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
9 -… Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi in numeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche.
14 -… La trasmissione da questa tradizione non deformata agli sforzi per rendere reale una nuova organizzazione di partito internazionale senza pause storiche, organizzativamente non si può basare su scelta di uomini molto qualificati o molto informati della dottrina storica, ma organicamente non può che utilizzare nel modo più fedele la linea tra l’azione del gruppo con cui essa si manifestava quarant’anni addietro e la linea attuale. Il nuovo movimento non può attendere superuomini né avere messia, ma si deve basare sul ravvivarsi di quanto può essere stato conservato attraverso lungo tempo, e la conservazione non può limitarsi all’insegnamento di tesi e alla ricerca di documenti, ma si serve anche di utensili vivi che formino una vecchia guardia e che confidino di dare una consegna incorrotta e possente ad una giovane guardia.
51 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
11 -… Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.
52 – Tesi supplementari… (Tesi di Milano) – 1966.
9 -… Lo sforzo attuale del nostro partito nel suo tanto difficile compito è di liberarsi per sempre dalla spinta traditrice che sembrava emanare da uomini illustri, e dalla funzione spregevole di fabbricare, per raggiungere i suoi scopi e le sue vittorie, una stupida notorietà e pubblicità per altri nomi personali. Al partito non devono mancare in nessuno dei suoi meandri la decisione ed il coraggio di combattere per un simile risultato, vera anticipazione della storia e della società di domani.
53 – Premessa alle «Tesi dopo il 1945» – 1970.
L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi tra «base» e «vertice»; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista non perché non abbia bisogno di «capi», ed anche di «esperti» in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più «umile» dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviano dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere – come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una «purezza» né ad una «perfezione» antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce e si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi «organi», a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare «processo» chi non si sente più di seguire la comune e immutabile via perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i propri rifiuti.
«La rivoluzione non è una questione di forme di organizzazione»; è l’organizzazione con tutte le sue forme che, viceversa, si costituisce in funzione delle esigenze della rivoluzione prevista non solo nel suo sbocco, ma nel suo cammino. Consultazioni, costituzioni e statuti sono propri delle società divise in classi, e dei partiti che esprimono a loro volta non il percorso storico di una classe, ma l’incrociarsi dei percorsi divergenti o non pienamente convergenti di più classi. Democrazia interna e «burocratismo» omaggio alla «libertà di espressione» individuale o di gruppo e «terrorismo ideologico» sono termini non già antitetici, ma dialetticamente connessi: unità di dottrina e di azione tattica, e carattere organico del centralismo organizzativo, sono egualmente le facce di una stessa medaglia.
CAP. 4 IL PARTITO PREFIGURAZIONE DELLA SOCIETÀ COMUNISTA
Da quanto abbiamo detto a proposito delle caratteristiche dell’organo partito, deve risultar chiara la nostra affermazione che il partito prefigura, nella sua dinamica interna, nei rapporti fra i suoi vari organi e le varie molecole che ne compongono il complesso organismo, la società comunista futura senza classi e senza Stato.
Il partito, attore e soggetto della rivoluzione violenta e della dittatura, non è un qualsiasi partito; è il partito comunista, legato perciò ad una speciale prospettiva storica da cui deriva il suo programma e la sua azione, espressione di una classe particolare la cui lotta non va nel senso di ristabilire il dominio di una classe su altre classi, ma di distruggere la divisione in classi della società. Il fine è la società senza classi, la società senza valori di scambio, la società nella quale l’interesse individuale e l’interesse della specie non sono più contrapposti, la società dove ognuno darà secondo le sue possibilità e riceverà secondo i suoi bisogni; la società infine nella quale l’adesione di tutti gli individui agli interessi sociali generali sarà ottenuta senza alcun tipo di costrizione, spontaneamente e organicamente.
Lo scontro violento fra le classi che il partito deve essere capace di dirigere senza esitazione, come senza esitazione dirigerà in prima persona violenza e terrorismo statale, si presenta dunque non come fine a sé stesso, ma come mezzo per il raggiungimento di un fine che la dinamica interna del partito già prefigura. Il partito infatti, esprimendo gli interessi di una sola classe in lotta per la eliminazione delle classi, non presenta al suo interno contrasti di interessi sociali; e di conseguenza è in grado di realizzare la sua gerarchia di funzioni organiche senza bisogno di particolari meccanismi ed apparati coercitivi o con valore legale. Nel partito non esistono più rapporti di tipo mercantile e il cemento dell’organismo è dato dalla libera adesione di tutte le cellule al combattimento e al sacrificio per un fine comune. Il cemento che tiene insieme i vari membri della organizzazione che lega il centro alla periferia e, viceversa, che fa sì che gli ordini vengano da tutti eseguiti, è la reciproca fiducia, la solidarietà fra compagni che riconoscono un unico fine, che lavorano in comune per un fine comune (Lenin, «Che fare?»).
Il partito deve essere e sarà lo stato maggiore della rivoluzione e della dittatura, ma lo sarà tanto più quanto più riuscirà a possedere una dinamica interna la quale rifugga da tutti i tipi di rapporti fra gli uomini che sono propri della società odierna; quanto meno i rapporti interni si fonderanno su scontri fra uomini e gruppi, espressione di interessi di classe, quanto meno le gerarchie saranno formali, meccaniche, democratiche o burocratiche, quanto meno la divisione delle funzioni fra i vari membri dell’organizzazione scimmiotterà la borghese divisione del lavoro, quanto meno dovrà contare sul nome di persona e quanto più prevarranno la ricerca solidale e razionale delle migliori soluzioni, la spontanea e naturale disciplina ad un indirizzo rivendicato da tutti come comune, il lavoro anonimo, impersonale e collettivo di tutte le cellule che compongono l’organismo.
Il partito può essere organo tagliente di lotta politica fra le classi nella misura in cui al suo interno cessa e viene meno la lotta politica; può essere organo di repressione dittatoriale efficiente nella misura in cui al suo interno non esiste né repressione, né dittatura.
Il partito intanto è «stato maggiore» in quanto è prefigurazione del modo di associarsi naturale e spontaneo che sarà proprio della futura umanità comunista. Se il partito perde questo carattere, se al suo interno prevale la lotta fra interessi contrastanti, la coercizione, il burocratismo, il formalismo, il carrierismo, l’omaggio ai grandi nomi etc., esso è al contrario indebolito nella sua primaria funzione di organo politico, di stato maggiore della rivoluzione proletaria. Significa questo concepire il partito come «un falansterio circondato da invalicabili mura», «un’isola di comunismo nelle viscere della società presente»? Assolutamente no! Perché il partito è sempre e costantemente esposto all’influenza della società in cui si trova a combattere. In maniera che il suo modo organico di funzionare, il suo prefigurare la futura società umana, non è frutto di una formula statutaria premessa come base dell’organizzazione, ma è frutto di una continua lotta del partito, di un lavoro continuo rivolto a questa realizzazione che è, come la disciplina, non un punto di partenza, ma un punto di arrivo.
La tesi nostra, dinamica, non statica, è che il partito cresce e si rafforza nella misura in cui riesce a realizzare questa dinamica sua propria; si indebolisce nella misura in cui le situazioni reali e storiche non gli permettono di marciare in questa direzione; muore quando eventualmente cessi di camminare su questa strada e di lottare per questo fine o addirittura, come fu per la III Internazionale dopo il 1923, teorizzi come sua propria una dinamica tipica delle società divise in classi e dei partiti che le rappresentano.
CITAZIONI
54 – Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924.
… La organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari «cervelli» (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi a seconda delle attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unifica sempre più intimamente «nel tempo e nello spazio».
Essa è antindividualista in quanto materialista; non crede all’anima o a un contenuto metafisico e trascendente dell’individuo, ma inserisce le funzioni di questo in un quadro collettivo, creando una gerarchia che si svolge nel senso di eliminare sempre più la coercizione e sostituirvi la razionalità tecnica. Il partito è già un esempio di una collettività senza coercizione.
55 – Vulcano della produzione o palude del mercato? – 1954.
15 -… In certo senso il partito è l’anticipato depositario delle sicure consapevolezze di una società ancora da venire e successiva anche alla vittoria politica e alla dittatura del proletariato. Né in questo vi è nulla di magico, poiché il fenomeno è storicamente constatabile per tutti i modi di produzione e per quello stesso della borghesia, i cui precursori teorici e primi lottatori politici svolsero la critica di forme e valori del tempo affermando tesi, che successivamente divennero di accezione generale: mentre nell’ambiente che li circondava gli stessi autentici borghesi seguivano le confessioni antiche e conformiste, non ravvisando nelle enunciazioni teoriche nemmeno i loro palpabili materiali interessi.
56 – Russia e rivoluzione nella teoria marxista – 1955.
II, 39 -… In termini esatti la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questo è nel partito del proletariato, non nella classe…
57 – I fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista – 1957.
III, 14 -… La strada per uscire da questa inferiorità passa, sia pure in una lunga serie di contrasti, per organi eretti senza alcun materiale e alcun modello tratto dagli organi del mondo borghese, e che possono essere solo il partito e lo Stato proletario, nei quali la società di domani si cristallizza prima di essere storicamente esistente. Negli organi che diciamo immediati e che copiano e serbano l’impronta della fisiologia della società attuale, non può altro in potenza cristallizzarsi che la ripetizione e la salvezza di questa.
58 – Contenuto originale del programma comunista… – 1958.
10 – Perché materialismo dialettico – … La capacità di descrivere in anticipo e di affrettare il futuro comunista, dialetticamente non cercata né nel singolo né nell’universale, è trovata in questa formula che ne sintetizza il potenziale storico: il partito politico attore e soggetto della dittatura.
16 – Persona e partito – … Se la persona è un pericolo – in effetti essa non è che un vaneggiare millenario degli uomini nelle ombre che li dividono dalla loro storia di specie – la via che lo combatte sta solo nella unitarietà qualitativa universale del partito, in cui si attua la concentrazione rivoluzionaria, oltre i limiti della località, della nazionalità, della categoria di lavoro, della azienda-ergastolo di salariati; in cui vive anticipata la società futura senza classi e senza scambio.
59 – Le lotte di classi e di stati nel mondo dei popoli non bianchi… – 1958.
13 – … Il partito comunista non ha nomi e non ha divi, nemmeno Marx o Lenin; esso è una forza che attinge il suo potenziale da una umanità non nata ancora e la cui vita sarà soltanto vita di collettività e di specie, dalle più semplici funzioni manuali fino alle più complesse ed ardue attività mentali. Definiamo il partito: proiezione nell’oggi dell’Uomo-Società di domani.
1 – Originalità integrale del marxismo – … Tale possesso della dottrina rivoluzionaria fa del partito il serbatoio della posizione del futuro uomo sociale comunista. In questo senso in più testi scrivemmo che in esso vive anticipata la società futura senza classi e senza scambio; in esso sta la morte dell’individualismo e di ogni ideologia e prassi personale.
60 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
13 – … Che nel partito si possa tendere a dare vita ad un ambiente ferocemente antiborghese, che anticipi largamente i caratteri della società comunista, è una antica enunciazione, ad esempio dei giovani comunisti italiani fin dal 1912.
Ma questa degna aspirazione non potrà essere ridotta a considerare il partito ideale come un falansterio circondato da invalicabile mura.
PARTE III
PREMESSA
«Il partito comunista non è un esercito, né un ingranaggio statale» ribadiscono continuamente le nostre tesi, sia quelle che stilammo quando ci opponevamo al «volontarismo organizzativo» che dal 1923 in poi prese piede e rovinò la III Internazionale, sia quelle che hanno posto a base della vita del partito ricostituito nel II dopoguerra, sulla base di quella tragica esperienza Il partito è, viceversa, un’organizzazione «volontaria» non nel senso che vi si aderisce per libera scelta razionale, cosa che anzi neghiamo, ma nel senso che ogni militante «è materialmente libero di lasciarci quando voglia» e che «neanche dopo rivoluzione concepiamo l’iscrizione forzata nelle nostre file». Quando si è nell’organizzazione si è tenuti all’osservanza della più ferrea disciplina nell’esecuzione degli ordini centrali, ma la trasgressione a questa regola non può essere eliminata dal centro se non attraverso l’espulsione dei trasgressori. Il centro non dispone, per farsi obbedire, d’altre sanzioni materiali.
È partendo da quest’elementare definizione che dobbiamo rintracciare gli elementi che garantiscono nel partito la disciplina più assoluta; e questa semplice constatazione esclude già che la disciplina nel partito possa essere ottenuta con un insieme d’imposizioni a carattere burocratico o con misure di coercizione. A che cosa aderisce il militante di partito? Aderisce ad un insieme di dottrina, programma, tattica, aderisce ad un fronte d’azione e di combattimento che istintivamente ritiene comune a sé stesso e a tutti coloro che insieme con lui lo accettano. Che cosa può mantenere il militante sul fronte di battaglia e renderlo ligio ed obbediente agli ordini che gli pervengono? Non certo le imposizioni di questi, ordini, bensì il riconoscimento che essi si collocano su quel terreno comune, sono coerenti ai principi, alle finalità, al programma, al piano d’azione cui esso ha aderito. È dunque nella misura in cui l’organo partito sa muoversi su questa base storica, sa acquisirla, sa permeare tutta la sua organizzazione e la sua attività che si pongono le condizioni reali per l’esistenza della disciplina più assoluta. Nella misura in cui questo si verifica i casi d’indisciplina, non riconducibili a questioni individuali, divengono meno frequenti ed il partito acquisisce un comportamento univoco nell’azione. Il lavoro per creare un’organizzazione veramente centralizzata e capace di rispondere in ogni momento a disposizioni unitarie, consiste dunque essenzialmente nella continua precisazione e scolpimento dei cardini di teoria, di programma, di tattica e nel continuo uniformarsi a loro dell’azione del partito, dei suoi metodi di lotta.
Dunque, nel partito primeggiano precisazioni e chiarimento delle basi, sulle quali soltanto l’organizzazione può esistere. Ad eliminare per sempre la stupida equazione: centralismo = burocratismo, riportiamo alcune citazioni delle Tesi del III congresso mondiale che furono riprese e puntualmente commentate nei nostri Appunti per le tesi sull’organizzazione del 1964.
Cit. 61 – Appunti per le tesi sulla questione d’organizzazione – 1964.
7 -… I passi seguenti mostrano già quali potrebbero essere i pericoli della falsa interpretazione delle formule centralismo democratico e democrazia proletaria. Ad esempio, la centralizzazione del partito comunista non deve essere formale né meccanica: «deve essere una centralizzazione dell’attività comunista, cioè la formazione di una direzione potente pronta all’attacco e nello stesso tempo capace d’adattamento. Una centralizzazione formale o meccanica non sarebbe che la centralizzazione del potere tra le mani di una burocrazia, col fine di dominare gli altri membri del partito o le masse del proletariato rivoluzionario esterne al partito». La tesi smentisce la versione menzognera che i nostri avversari danno del nostro centralismo.
Successivamente si deplora come tara del vecchio movimento operaio un dualismo che ha la stessa natura di quello nell’organizzazione dello Stato borghese, il dualismo tra la «burocrazia» e il «popolo», ossia tra funzionari attivi e massa passiva; purtroppo il movimento operaio eredita in un certo senso dall’ambiente borghese queste tendenze al formalismo e al dualismo che il partito comunista deve radicalmente superare. Il passo successivo, che mette in vista i due pericoli opposti e i due eccessi opposti: anarchismo e burocratismo, spiega in qual senso i comunisti abbiano cercato salvezza nel meccanismo democratico: «una democrazia puramente formale nel partito non può evitare né le tendenze burocratiche né le tendenze anarchiche, perché è precisamente sulla base di questa democrazia che l’anarchia e il burocratismo, nel movimento operaio, hanno potuto svilupparsi. Per questa ragione la centralizzazione, cioè lo sforzo per ottenere una direzione forte, non può essere successo se si tenta di ottenerla sul terreno della democrazia formale. Tutto il seguito delle tesi, nei paragrafi che seguono il 2°, si basa sulla descrizione del lavoro comunista, della propaganda ed agitazione, e delle lotte politiche, mettendo in vista che la soluzione si trova nell’azione pratica e non nella codificazione organizzativa. È particolarmente illustrato il collegamento del lavoro legale con l’illegale.
Di seguito allineiamo le citazioni dai nostri testi fondamentali che, divise in capitoli e disposte in ordine cronologico, servono a dimostrare in che cosa la sinistra, traendo le lezioni di una tragica esperienza storica, abbia individuato le «garanzie» della centralizzazione e della disciplina nell’organo partito, garanzie certo non assolute, perché il partito è al tempo stesso prodotto e fattore della storia e, di conseguenza, il suo rafforzarsi, svilupparsi, centralizzarsi o viceversa disgregarsi e perire è in primo luogo ostacolato o favorito dallo svolgersi delle situazioni storiche, ma che servono comunque ad indicare che cosa può favorire il realizzarsi della massima centralizzazione e disciplina e che cosa, al contrario, può favorire l’indisciplina, il frazionismo, la disgregazione organizzativa.
La prima serie di citazioni, sotto il titolo: «Il modello d’organizzazione» definisce in maniera irrevocabile che la «garanzia» che il partito si muova in maniera centralizzata e disciplinata non risiede appunto in un «modello» organizzativo il quale applicato al partito renderebbe impossibile il frazionismo e l’indisciplina. Dire, a priori: la struttura del partito deve essere quest’o quest’altra e l’indisciplina, la contestazione, il dissenso nascono dal fatto che non possediamo questa struttura-modello significa cadere nell’idealismo e nel volontarismo. È tesi nostra, in mille circostanze ribadita, che la struttura organizzata e centralizzata del partito nasce e si sviluppa sulla base dello svolgimento di tutta quanta la complessa attività del partito, come conseguenza e strumento di essa. In termini 1967 la questione si definisce nel modo seguente:
«Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il partito vive e agisce non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo pre-marxista, architetto di ben pianificate strutture da calare belle e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo formatosi, in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche, sul filo di una direttrice di marcia costante; come scriveva la nostra Piattaforma del 1945: ’le norme d’organizzazione del partito sono coerenti Alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie».
È nell’esercizio delle sue funzioni tutte e non una, che il partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che lì disfà e li ricrea, non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile né a priori né a posteriori; nulla ci autorizza a dire per dare un esempio molto terra terra, che la migliore rispondenza alla funzione per questo uno qualunque di loro è nato sia garantita dal suo maneggio da parte di un solo o di più militanti; la sola richiesta che ci si possa fare è che i tre o i dieci – se ci sono – lo maneggino come una volontà sola, coerente a tutto il percorso passato e futuro del partito, e che l’uno, se c’è, lo maneggi perché nel suo braccio e nella sua mente operi la forza impersonale e collettiva del partito e il giudizio sulla soddisfazione di tale richiesta è dato dalla prassi, dalla storia, non dagli articoli del codice. La rivoluzione è un problema non di forma ma di forza; lo è altrettanto il partito nella sua vita reale, nella sua organizzazione come nella sua dottrina. Lo stesso criterio organizzativo di tipo territoriale anziché «cellulare» da noi rivendicato non è né dedotto da principi astratti e in temporali, né elevato a dignità di soluzione perfetta e in temporale; lo adottiamo solo perché è l’altra faccia della principale funzione sintetizzatrice (di gruppi, di categorie, di spinte elementari) che assegniamo al partito.
La seconda serie di citazioni stabilisce che, essendo il partito organismo formato sulla base di volontarie adesioni, la «garanzia» che risponda alla più severa disciplina deve essere ricercata nella chiara definizione delle norme tattiche uniche ed impegnative per tutti, nelle continuità dei metodi di lotta e nella chiarezza delle norme organizzative. Quando la Sinistra vide l’Internazionale dilaniarsi nel frazionismo e nell’insubordinazione non ne trasse la lezione che occorreva dei particolari meccanismi organizzativi o un centro più forte e più capace che reprimere le velleità autonomistiche delle singole sezioni. Ne trasse la lezione che gli sbandamenti, la mancanza di disciplina, la resistenza agli ordini erano l’effetto di un’imperfetta sistemazione delle norme tattiche, di una discontinuità nei metodi d’azione del partito e dei contorni sempre più sfumati che l’organizzazione andava assumendo attraverso il metodo delle fusioni, dei filtraggi, del noyautage in altri partiti ecc.
La tesi della Sinistra fu che, senza ristabilire saldamente questo terreno pregiudiziale a qualsiasi organizzazione, non si sarebbe mai e con nessun marchingegno ottenuta una forte e disciplinata struttura organizzativa, né un forte centro mondiale dell’azione proletaria. Ne derivano affermazioni costanti della Sinistra come quella che «la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo», «è il riflesso ed il prodotto dell’attività del partito sulla base della dottrina, del programma, delle norme tattiche omogenee ed unitarie».
La terza serie dimostra, alla luce dell’esperienza storica, che, quando nel partito si presentano e divengono frequenti i casi di dissenso o di frazionismo, questo significa non che «1a borghesia si sta infiltrando», ma che «qualcosa non va nel lavoro e nella vita del partito».
Le frazioni sono il sintomo di una malattia del partito, non la malattia stessa. La malattia consiste nel disgregarsi per mille ragioni ed una di quella base omogenea di principi, dottrina, programma, tattica su cui poggia l’unità e la disciplina organizzativa.
Il rimedio al moltiplicarsi dei dissensi e delle frazioni non va dunque cercato in una «esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico», nell’intensificazione delle pressioni e repressioni organizzative e disciplinari, nel cambiamento di posto d’uomini o di gruppi, nei processi e nelle condanne e tanto meno nella richiesta della «disciplina per la disciplina». Il terrore ideologico, le espulsioni, lo scioglimento di gruppi locali, le imposizioni e le costrizioni devono tendere a scomparire se l’organismo di partito è sano: tendono ad intensificarsi e a divenire la regola di funzionamento del partito quando questo si avvia alla degenerazione e alla morte. Tanto è ribadito nella quarta serie di citazioni, mentre la serie successiva culmina nella definizione della vita interna di partito non come scontro fra uomini e gruppi, fra correnti e frazioni che si contendono la direzione del partito, ma come lavoro di continua ricerca e definizione razionale dei cardini teorici, programmatici e tattici su cui deve poggiare l’azione organizzativa del partito. Nel partito l’omogeneità e la disciplina non si raggiungono attraverso la «lotta politica interna», ma attraverso un lavoro collettivo e razionale per definire sempre meglio e per acquisire sempre di più quei cardini che formano la base dell’azione del partito e che sono a tutti comuni e da tutti accettati. Niente lotta politica interna.
CAP. 1 IL «MODELLO» DI ORGANIZZAZIONE
Definito il fatto che il partito comunista deve per la necessità stessa della sua azione prima, durante e dopo la conquista del potere politico, possedere una struttura centralizzata e gerarchica come necessaria base dell’unicità di tattica, dobbiamo esaminare la dinamica reale perciò questa struttura si realizza e si potenzia. È nostra, infatti, l’affermazione di Lenin nel Che fare?: «Senza un’organizzazione salda, preparata alla lotta politica in ogni momento e in tutte le situazioni, non si può parlare di quel piano sistematico d’azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato che è l’unico che meriti il nome di tattica». Senza un’organizzazione centralizzata ed unitaria non si può parlare di realizzare una tattica unitaria; l’organizzazione unica è lo strumento materiale di azione senza la quale non può esistere una tattica unica. Ma la prima e determinante affermazione che noi troviamo costantemente nei nostri testi e che risponde pienamente al pensiero di Lenin del Che fare? e del terzo congresso dell’Internazionale, è quella che quest’organizzazione non nasce come «modello» nella testa di qualcuno per essere poi calata nella reale dinamica del partito. Non esiste un «modello» di partito cui debba uniformarsi la sua dinamica reale. Non esiste il «modello bolscevico» o il modello «della Sinistra» determinabili e teorizzabili in astratto ed a priori sui quali modellare la struttura del partito. L’ipotesi aprioristica di un simile «modello» costituì la base della cosiddetta «bolscevizzazione» della III Internazionale che non servì a formare dei partiti «bolscevichi», ma a distruggere i partiti comunisti nel primo dopoguerra.
La dizione del centro di Mosca ormai degenerante fu, dal 1924 in poi: «i partiti comunisti d’Europa sono impotenti a sfruttare le occasioni rivoluzionarie, ad applicare la giusta politica rivoluzionaria, perché mancano di una struttura organizzativa come quella che possiede il partito bolscevico di Russia». Era così invertito il problema, perché si affidava la realizzazione dell’indirizzo rivoluzionario dei partiti all’esistenza o meno di una certa struttura organizzativa, di un modello appunto. E fu la fine dei partiti e dell’Internazionale. Se è vero, infatti, che la disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo, il punto di arrivo dell’attività collettiva del partito sulla base di una teoria, di un programma, di una tattica unica ed omogenea, è vero anche che la struttura organizzata del partito è anch’essa «un punto di arrivo e non un punto di partenza»; è il punto di arrivo, il riflesso del muoversi del partito sulle sue basi teoriche, programmatiche e tattiche in determinate condizioni storiche, sociali e politiche in cui quest’attività complessa si svolge. L’organizzazione per cellule di fabbrica del partito bolscevico non rispondeva certo ad un modello di organizzazione inventato da Lenin o da qualche altro organizzatore da operetta; era soltanto il riflesso in termini di organizzazione dell’attività di un organo collettivo coerentemente impiantato sulla base del marxismo rivoluzionario nelle condizioni storiche, sociali, politiche della Russia zarista. E quella struttura permise al partito bolscevico di vincere in Russia non perché fosse la più adeguata al modello di partito comunista ma perché era la più adatta a condurre la lotta politica nelle condizioni della Russia. Era il riflesso più adeguato dell’attività del partito in Russia. La stessa struttura, applicata all’Occidente europeo, doveva dare risultati necessariamente negativi e spezzare l’organizzazione invece di rafforzarla. Ma anche la struttura «territoriale» dei partiti occidentali non costituiva un «modello», né inferiore, né superiore, a quel bolscevico.
Era semplicemente un risultato storico, un dato di fatto: l’attività dei partiti comunisti occidentali assumeva organicamente la forma strutturale delle sezioni territoriali invece che quella delle cellule di fabbrica per mille ragioni materiali che facevano sì che questa forma si presentasse come la più adatta allo svolgimento dei compiti che si ponevano al partito. Possiamo al massimo affermare che la struttura per sezioni territoriali meglio rispondeva al compito di organo sintetizzatore delle spinte immediate e parziali, di gruppo, di categoria, di località che attribuiamo al partito. Ma neanche questo è un principio o un modello a priori. L’organizzazione del partito infatti è un prodotto della sua attività in condizioni determinate, «nasce e si sviluppa sulla base della coerente azione del partito, dello svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari» di cui rappresenta lo strumento tecnico necessario ed insostituibile. È per questo che diviene falso ed antimarxista ricercare in Lenin il «modello di organizzazione del partito» come sarebbe altrettanto falso ricercare un modello nella struttura di qualsiasi altro partito, compreso il nostro.
La Sinistra ha preteso, nel secondo dopoguerra, di edificare un’organizzazione di partito centralizzata senza ricorrere all’utilizzo dei meccanismi di democrazia interna e, di conseguenza, senza codificazioni statutarie e legali. Ma anche questo non risponde al «modello della Sinistra», bensì ad una corretta valutazione dello sviluppo storico che permette al partito di oggi di fare a meno di strumenti e di pratiche che dovevano essere adottate dai partiti di ieri. Il partito nostro ha avuto ed ha costruito fin dal suo sorgere una «forma strutturale della sua attività», cioè una struttura centralizzata adeguata all’attività che il partito era chiamato a svolgere; la forma strutturale non rispondeva ad una «invenzione» o ad un «modello», ma ai seguenti dati reali: base teorica e programmatica omogenea ed unitaria (non insieme di circoli e di correnti come in Russia nel 1900), piano tattico unico e definito fin dall’inizio nelle sue basi fondamentali sulla base delle lezioni storiche (rifiuto del parlamentarismo rivoluzionario, obbligo di lavoro nei sindacati, rifiuto dei fronti unici politici, tattica non equivoca nelle aree di rivoluzione doppia). Questi dati permisero all’organizzazione di strutturarsi fin dall’inizio intorno ad un giornale unico, rispondente ad un unico indirizzo politico e le sue varie parti si manifestarono non come «circoli locali», ma come sezioni territoriali di un’unica organizzazione con disposizioni ed ordini provenienti fin dall’inizio da un solo ed unico punto (il centro internazionale).
Altri dati che definirono la struttura organizzativa: attività teorica 99%, attività esterna in seno al proletariato 1%, effettivi del partito limitati a poche decine o centinaia di elementi. Tutti fattori, come si vede, indipendenti dalla volontà di chiunque. L’organizzazione del partito, la sua struttura «di lavoro» fu quella che doveva e poteva essere in conseguenza di questi dati reali, non per volontà di Tizio o di Caio. Fu una strutturazione organica dell’attività di partito svolta in condizioni reali date e con effettivi determinati. Questa strutturazione si modificherà, fermi restando i risultati storici di fatto (omogeneità di teoria, di programma, di tattica, eliminazione per sempre dei meccanismi democratici e perciò «burocratici» interni) nella misura in cui si modificheranno le condizioni materiali in cui si svolge l’attività del partito, nella misura in cui i rapporti quantitativi fra i vari settori di attività subiranno dei cambiamenti come riflesso della ripresa della lotta proletaria, nella misura in cui gli effettivi del partito aumenteranno di numero, ecc.
Il lavoro del partito esige degli organi, degli strumenti di centralizzazione, di coordinamento, di indirizzo; questi strumenti, meccanismi, ecc. sono espressione di esigenze reali che l’attività esprime. È l’azione del partito che ha bisogno di una struttura adeguata e che spinge, sollecita a costruirla, a realizzarla. Non è, invece, una determinata struttura tipo che è calata nella realtà e che definirebbe il partito indipendentemente dalla sua attività. Sostenere che il partito deve, per potersi definire tale, possedere, in ogni momento della sua vita una determinata struttura, determinati organi, ecc. significa cadere nel più astratto volontarismo antimarxista. Non lo diciamo noi, lo dicono tutti i nostri testi, lo dice Lenin se non è letto da filistei alla ricerca di ricette sicure per il successo. Perché necessariamente, lo abbiamo già detto, il presupporre un «modello di organizzazione» porta di filato ad un’altra deviazione ancora più grave dal sano materialismo: porta a riconoscere nell’esistenza e nella realizzazione di questa struttura tipo la «garanzia» che il partito si muova sulla linea della «giusta politica rivoluzionaria». La nostra classica serie si arrovescia e la struttura organizzativa viene a garantire la tattica, il programma, i principi stessi.
Per Marx, per Lenin, per la Sinistra, l’unica «garanzia» per questo può esistere e svilupparsi l’organizzazione fortemente strutturata e complessa di cui il partito ha bisogno consiste nello svolgimento dei compiti del partito sulla base di un’omogeneità di teoria, di programma, e di tattica. Per gli idealisti di tutti i tempi, come per gli stalinisti, la struttura organizzativa del partito, la centralizzazione, la disciplina, vengono assunti come dato a priori e sono esse che «garantiscono» l’unicità ed omogeneità di teoria di programma di tattica. Per Lenin l’organizzazione è l’arma senza la quale la tattica unica non può realizzarsi: organizzazione unica come riflesso e prodotto organico di un’attività svolgentesi su presupposti unici e secondo un indirizzo unico. Per i «leninisti» del tipo Stalin l’organizzazione unica, il centralismo, la disciplina, sono la premessa per arrivare a possedere una tattica ed un indirizzo di azione unici.
Il marxista enuncia: se il movimento accetta una teoria unica, un unico programma, un piano tattico unitario, si sviluppa, attraverso lo svolgimento dell’attività del partito su queste basi, una struttura organizzativa centralizzata e disciplinata; se queste basi vengono a mancare saltano l’organizzazione, la centralizzazione, la disciplina, e non esistono ricette organizzative per impedire che tutto si disgreghi.
Per Stalin ci possono essere tattiche divergenti, non chiare, oscillanti, mutevoli, ma, purché esista la centralizzazione e la disciplina organizzativa, tutto va bene: le divergenze, i dissensi, le correnti e le frazioni si eliminano con provvedimenti organizzativi, rafforzando la struttura organizzativa, dotando il partito di strumenti e meccanismi organizzativi che hanno in sé il potere di tenere il partito sulla retta via. Come si vede il processo è completamente arrovesciato: i «leninisti» del tipo Stalin leggono il Che fare? partendo dall’ultimo capitolo, e lo fanno perché inseguono il mito piccolo-borghese del modello di partito, garantito, in virtù della sua struttura, oggi, domani e sempre, dagli errori e dalle deviazioni. La piccola borghesia cerca sempre assicurazioni sulla… riuscita della rivoluzione.
CITAZIONI
62 – Il principio democratico – 1922.
… Tutte queste considerazioni nulla hanno di assoluto, e ciò conduce alla nostra tesi che nessuno schema costituzionale ha valore di principio, e che la democrazia maggioritaria intesa nel senso formale e aritmetico non è che un metodo possibile per la coordinazione dei rapporti che si presentano nel seno degli organismi collettivi, al quale da nessuna parte si può costruire una presunzione di necessità o di giustizia intrinseca, non avendo per noi marxisti queste espressioni addirittura alcun senso, e non essendo d’altra parte nostro proposito quello di sostituire all’apparato democratico da noi criticato un altro progetto meccanico di apparato esente per sé stesso da difetti o errori (corsivo nostro).
63 – Per rifarsi all’ABC. La natura del partito comunista – L’Unità n. 172 – 1925.
… A conclusione di tutto questo bisogna ristabilire una fondamentale tesi marxista secondo cui il carattere rivoluzionario del partito è determinato da rapporti di forza sociali e da processi politici e non da vane forme, dal tipo di organizzazione… In tutte queste manifestazioni è un sopravvivere antimarxista e antileninista dell’utopismo, in quanto questo consiste nell’affrontare i problemi non partendo dall’analisi delle forze storiche reali, ma vergando una magnifica costituzione o piano organizzativo o regolamento. Non dissimile è l’origine della fallace impostazione ideologica del problema frazionistico cui assistiamo, per questo tutto si riduce a codificare sulla carta la proibizione e lo stroncamento delle frazioni.
64 – Tesi della Sinistra al 3° congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
I, 2… Quanto ai pericoli di degenerazione del movimento rivoluzionario, ed ai mezzi per assicurare quella continuità di indirizzo politico necessaria nei capi e nei gregari, non è possibile eliminarli con una formula di organizzazione.
65 – Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948.
V -… La posizione della Sinistra comunista italiana su questa che potremmo chiamare la “questione delle guarentigie rivoluzionarie” è anzitutto che garanzie costituzionali o contrattuali non ve ne possono essere.
66 – Norme orientative generali – 1949.
… Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali, ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.
67 – Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione -1964.
6 -… Un primo paragrafo tratta le generalità e stabilisce che la questione di organizzazione non può essere regolata da un principio immutabile, ma deve adattarsi alle condizioni e agli scopi dell’attività del partito, durante la fase della lotta di classe rivoluzionaria e durante il periodo di transizione ulteriore verso la realizzazione del socialismo – questo primo grado della società comunista. Le differenti condizioni da paese a paese devono essere considerate, ma entro certi limiti. «Il limite [oggi tutti l’hanno dimenticato] dipende dalla somiglianza delle condizioni della lotta proletaria nei differenti paesi e nelle differenti fasi della rivoluzione proletaria, che costituisce, al disopra di tutte le particolarità, un fatto di importanza essenziale per il movimento comunista. È questa somiglianza che dà la base comune dell’organizzazione dei partiti comunisti in tutti i paesi: è su questa base che bisogna sviluppare l’organizzazione dei partiti comunisti e non tendere alla fondazione di qualche nuovo partito modello al posto di quello che già esiste, o inseguire una formula di organizzazione assolutamente corretta, e degli Statuti ideali».
68 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del Partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
11 -… Su un’altra tesi fondamentale di Marx e di Lenin la Sinistra è fermissima, ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni. Quest’illusione s’inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbiamente, nell’evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni e alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione Secondo la linea storica noi utilizziamo non solo la conoscenza del passato e del presente dell’umanità, della classe capitalistica e anche della classe proletaria, ma altresì una conoscenza diretta e sicura del futuro della società e dell’umanità, come è tracciata nella certezza della nostra dottrina che culmina nella società senza classi e senza stato, che forse in un certo senso sarà una società senza partito, salvo che non si intenda come partito un organo che non lotta contro altri partiti, ma che svolge la difesa della specie umana contro i pericoli della natura fisica e dei suoi processi evolutivi e probabilmente anche catastrofici.
La Sinistra comunista ha sempre considerato che la sua lunga battaglia contro le tristi vicende contingenti dei partiti formali del proletariato si sia svolta affermando posizioni che in modo continuo ed armonico si concatenano sulla scia luminosa del partito storico, che va senza spezzarsi lungo gli anni e secoli, dalle prime affermazioni della nascente dottrina proletaria alla società futura, che noi ben conosciamo, perché abbiamo bene individuato i tessuti ed i gangli dell’esosa società presente che la rivoluzione dovrà travolgere…
Ma egualmente vana, e forse più di tutte le altre, sarebbe l’idea di fabbricare un modello del partito perfetto, idea che risente delle debolezze decadenti della borghesia che, impotente nella difesa del suo potere, nella conservazione del suo sistema economico che va in pezzi e nello stesso dominio del pensiero dottrinale, si rifugia in deformi tecnologismi da robot per ottenere in questi stupidi modelli formali automatici una sua sopravvivenza, e sottrarsi alla certezza scientifica, per questo noi abbiamo scritto sulla sua epoca storica e la sua civiltà la parola: morte!
CAP. 2 LE «GARANZIE»
Le citazioni che si allineano e che vanno dal 1922 al 1970 seguono una linea di continuità nella concezione comunista delle questioni di organizzazione. Secondo questa linea l’organizzazione centralizzata e disciplinata del partito poggia non sulla consultazione democratica delle opinioni della maggioranza né tanto meno sulle imposizioni di un capo o di un gruppo di capi, ma sulla chiarezza e sul chiarimento continuo delle linee di dottrina, principi, programma, finalità e sull’acquisizione sempre più profonda di queste linee da parte dell’organizzazione. Poggia, di conseguenza, sulla delimitazione e chiarezza delle norme tattiche che devono essere conosciute da tutti e chiarite in tutte le loro possibili implicazioni. Il lavoro di costruzione organizzativa è dunque un lavoro necessario che mira costantemente a rendere chiaro e inequivocabile a tutta l’organizzazione il patrimonio storico di esperienze e bilanci dinamici di cui l’organizzazione non è che l’espressione attuale. Se esiste l’omogeneità e l’accettazione da parte di tutti gli aderenti delle basi teoriche, programmatiche, tattiche, esisterà anche necessariamente, come risultato, l’omogeneità e la disciplina organizzativa; l’ubbidienza generale e spontanea agli ordini del centro.
Se quest’omogeneità non esiste è vano cercare rimedio alle divergenze attraverso la compressione disciplinare, l’imposizione forzata degli ordini centrali, l’esistenza di un forte organo centrale capace di imporre le sue decisioni alla periferia. Bisognerà viceversa lavorare a ricostituire questa base omogenea scolpendo e precisando le linee della dottrina, del programma e della tattica alla luce della nostra tradizione. Ora questo non equivale ad affermare che il partito non deve avere organi centrali con poteri assoluti non contestabili da nessuno. Significa affermare che la garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro non sta nella capacità di lui di punire i disubbidienti, ma nel fare in modo che disubbidienti non ve ne siano, e questo non si ottiene con misure organizzative, ma con un lavoro continuo costante di tutta l’organizzazione teso all’acquisizione delle sue basi di dottrina, di programma, di tattica.
Quando si dice «sorgono divergenze su problemi di teoria, di programma, di tattica, perché non abbiamo sufficiente centralizzazione organizzativa, perché il centro non è capace di imporre per amore o per forza le sue soluzioni all’organizzazione», si capovolge il problema e si esce dal solco storico che la Sinistra ha tracciato. Di più: si distrugge il partito, perché si pone all’inizio quello che deve stare alla fine di un processo. La disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo e, se in un determinato momento gli ordini del centro trovano resistenza nell’organizzazione, questo significa che o sono ordini che deviano dalle basi tradizionali su cui l’organizzazione poggia (e allora la resistenza è positiva), o l’organizzazione nel suo insieme non ha acquisito le sue basi tradizionali. In ambedue i casi la imposizione, la misura amministrativa, la punizione può servire all’immediato a far muovere il partito, ma non certamente a risolvere la situazione. È un’obiezione vile contro la Sinistra quella che dice che, pur possedendo l’omogeneità teorica, programmatica, tattica, non è detto che automaticamente si possieda l’organizzazione centralizzata. L’organizzazione si deve costruire, è vero, ma deve poggiare sulle basi già viste.
E allora la costruzione dell’organizzazione diviene un fatto tecnico, la logica conseguenza in termini di strumenti pratici che servono a coordinare, armonizzare, dirigere tutto il lavoro e l’azione del partito. Ci vorrà un organo centrale funzionante dal quale emanino le disposizioni; ci vorranno dei responsabili dei vari settori di attività; ci vorrà una rete di comunicazioni centralizzata e metodica; ci vorranno mille strumenti di lavoro e dovranno essere messi in piedi con fatica. Certamente! Ma a niente serviranno se non poggeranno su quella base. E guai se in un determinato momento si pensasse di ottenere da questi strumenti formali la garanzia del buon funzionamento del partito e della sua disciplina interna. Si tratta di strumenti tecnici che il partito deve utilizzare per agire in maniera coordinata e centralizzata, ma non costituiscono assolutamente la garanzia dell’azione stessa, della centralizzazione e della disciplina.
CITAZIONI
69 – Tesi sulla tattica al II Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Roma) – 1922.
29 -… Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro, la tattica nelle successive situazioni deve essere in rapporto al programma, e perciò le norme tattiche generali per le situazioni successive devono essere precisate entro certi limiti non rigidi, ma sempre più netti e meno oscillanti mano mano che il movimento si rafforza e si avvicina alla sua vittoria generale. Solo un tale criterio può permettere di avvicinarsi sempre più al massimo accentramento effettivo nei partiti e nell’Internazionale per la direzione dell’azione, in modo che l’esecuzione delle disposizioni centrali sia accettata senza riluttanza non solo nel seno dei partiti comunisti, ma anche nel movimento delle masse che essi sono pervenuti ad inquadrare; non dovendosi dimenticare che a base dell’accettazione della disciplina organica del movimento vi è un fatto di iniziativa dei singoli e dei gruppi dipendente dalle influenze della situazione e dei suoi sviluppi, ed un continuo logico progresso di esperienze e di rettifiche della via da seguire per la più efficace azione contro le condizioni di vita fatte dall’assetto presente al proletariato. Perciò il partito e l’Internazionale devono esporre in maniera sistematica l’insieme delle norme tattiche generali per l’applicazione delle quali potranno chiamare all’azione e al sacrificio le schiere dei loro aderenti e gli strati del proletariato che si stringono attorno ad esse.
70 – Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica dell’I.C., al 4° Congresso – 1922.
… Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sull’esatta formazione dei metodi da applicare.
Un’organizzazione politica, fondata cioè sull’adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.
Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgano di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.
Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riducono al minimo le ribellioni e le diserzione. Gli statuti organizzativi, non meno dell’ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità.
71 – Discorso del rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’I.C. – 1922.
… Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali. Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato, e dall’altro lato i più sinceri impegni a rispettarla… La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo al lume della dialettica marxista qual è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto ed in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica. La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella precisazione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure di organizzazione.
72 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924.
Considerare la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile da impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: l’Internazionale è il partito comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.
Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono organismi a adesione «volontaria». Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti… Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniforma alla disciplina interna: ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando creda…
Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi, dell’obbedienza assoluta nell’esecuzione di ordini venuti dall’alto. Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività…
Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»; vi è un insieme di ordini e di disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che, emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa…
Noi riassumiamo così la nostra tesi; e crediamo di essere fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera con la quale il partito agisce verso «l’esterno», hanno a loro volta conseguenze sull’organizzazione e costituzione «interne» di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per un’azione, una tattica, una manovra strategica «qualunque», ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti.
Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica.
73 – Discorso del rappresentante della Sinistra al V Congresso dell’I.C. – 1924.
… Noi vogliamo una vera centralizzazione, una vera disciplina. E per questa occorre chiarezza nella direttiva tattica e continuità nella posizione delle nostre organizzazioni di fronte agli altri partiti.
74 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
I,3… Negare la possibilità e la necessità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore; ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti del partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte dell’autorità gerarchica è preminente e nulla quella dell’adesione volontaria; è ovvio il notare che la membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita dal partito stesso. La buona tattica è quella che, alla svolta delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazioni del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso opposto all’affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria; essa non può essere affidata se non all’utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione… Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa schematizzazione… Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali.
75 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926.
… È un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere, nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente.
76 – Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1947.
… La causa di questi insuccessi deve farsi risalire al fatto che le successive parole tattiche sono piovute sui partiti e in mezzo ai loro inquadramenti col carattere di improvvise sorprese e senza alcuna preparazione dell’organizzazione comunista alle varie eventualità. I piani tattici del partito, invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento, non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alla tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l’organizzazione in modo che questa sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevole e sfavorevoli vicende dell’andamento della lotta. Pretendere qualcosa in più o di diverso dal partito, e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario, ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nell’influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi all’iniziative di repressione.
77 – Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948.
V -… Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dall’antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettico. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l’azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base.
Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l’intelligente riflesso dei limiti posti all’azione dei capi.
78 – Marxismo ed autorità – 1956.
29 -… L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso? Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte ed illustrate ancora nel Dialogato coi Morti. Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, fin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni, ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altri movimenti. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi. Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forma dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.
79 – Dialogato coi morti – 1956.
77 -… Le nostre garanzie sono note e semplici.
1 – Teoria – Come abbiamo detto non nasce in una fase storica qualunque, né attende per farlo l’avvento del Grande Uomo, del Genio. Solo in certi svolti può nascere: delle sue «generalità» è nota la data, non la paternità. La nostra dovette nascere dopo il 1830 sulla base dell’economia inglese. Essa garantisce in quanto (anche ammettendo che l’integrale verità e scienza sono obiettivi vani, e solo si può avanzare nella lotta contro la grandezza dell’errore) la si tiene ferma nelle linee dorsali formanti un sistema completo. Durante il suo corso storico ha due sole alternative: realizzarsi o sparire. La teoria del partito è un insieme di leggi che reggono la storia ed il suo corso passato, e futuro. Garanzia dunque proposta: niente permesso di rivedere, e nemmeno di arricchire la teoria. Niente creatività.
2 – Organizzazione – Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale o nazionale, dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e ’geografiche’ che danno fondamentali svolti all’azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all’altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunciatore di ’nuovo corso’ uguale traditore.
Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando si vieta a gruppi locali di ’creare’ per conto loro autonomi programmi, prospettive e movimenti. Questa dialettica relazione tra la base e il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta. Da Stalin ad un comitato di sottostalinisti, nulla è stato capovolto.
3 – Tattica – Sono vietate dalla meccanica del partito ’creatività’ strategiche. Il piano d’operazioni è pubblico e noto e ne descrive i limiti precisi, ossia i campi storici e territoriali. Un esempio ovvio: in Europa, dal 1871, il partito non solidarizza con alcuna guerra di Stati. In Europa, dal 1919, il partito non partecipa (non avrebbe dovuto…) ad elezioni. In Asia ed Oriente, oggi tuttora, il partito appoggia i moti rivoluzionari democratici e nazionali ed un’alleanza di lotta tra proletariato ed altre classi fino alla borghesia locale. Diamo questi crudi esempi per evitare si affermi che lo schema è uno e rigido sempre e dovunque, ad eludere la famosa accusa che questa costruzione, materialistica storica integralmente, derivi da postulati immoti, etici od estetici o mistici addirittura. La dittatura di classe e di partito non degenera in forme diffamate come oligarchie, a condizione che siano palese e dichiarata pubblicamente in relazione ad un preveduto ampio arco di prospettiva storica, senza ipocritamente condizionarla a controlli maggioritari, ma alla sola prova della forza nemica. Il partito marxista non arrossisce delle taglienti conclusioni della sua dottrina materialistica; non è fermato, nel trarle, da posizioni sentimentali e decorative.
Il programma deve contenere in linea netta l’ossatura della società futura perché negazione di tutta la presente ossatura, punto dichiarato d’arrivo per tutti i tempi e luoghi. Descrivere la presente società è solo una parte del compito rivoluzionario. Deprecarla e diffamarla non è affare nostro. Costruire nei suoi fianchi la società futura nemmeno. Ma la rottura spietata dei rapporti di produzione presenti deve avvenire secondo un chiaro programma, che scientificamente prevede come su questi spezzati ostacoli sorgeranno le nuove forme d’organizzazione sociale, esattamente note alla dottrina del partito.
80 – Tesi sul compito storico… (Tesi di Napoli) – 1965.
13 -… Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamò contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con un’unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito.
81 – Premessa a «Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica al IV Congresso dell’I.C.» – 1965.
… Alcuni punti interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunistici e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin da allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il Centro può basare la sua sicura autorità.
82 – Tesi supplementari… (Tesi di Milano) – 1966.
7… Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali, ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e dell’azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista.
83 – Premessa a «Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica per il IV Congresso dell’I.C.» – 1970.
… E di riflesso salta il fondamento di una disciplina internazionale non fittizia, non meccanica, non basata sull’esegesi degli articoli di un codice civile o penale, ma organica, subentrandole la disciplina formale imposta da un organo insieme deliberante ed esecutivo, la cui capacità di mantenere nel gioco complesso e imprevedibile delle manovre il filo della continuità teorica, pratica e organizzativa, è data a priori per ammessa in forza di un’immunizzazione supposta permanente…
La disciplina è il prodotto dell’omogeneità programmatica e della continuità pratica: introducete la variabile indipendente dell’improvvisazione, e avrete un bel circondarla di clausole limitative; al termine del processo c’è solo il knut. Se preferite, c’è Stalin.
84 – Premessa a «Tesi della Sinistra al 3° Congresso del P.C. d’I. (Tesi di Lione)» – 1970.
Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza ed invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostituisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto…
Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente com’era all’origine; si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei «partiti veramente bolscevichi»: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone staliniano, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevano ammonito: «La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure d’organizzazione». Ripetemmo al V Congresso che era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad ogni disciplina e omogeneità organizzativa; che era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla libertà di scelta, concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei principi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una «bolscevizzazione» che non significasse intransigenza nei fini, e aderenza dei mezzi ai fini.
85 – Premessa a «Tesi dopo il 1945» – 1970.
… Se il partito è in possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre, ma una realtà da difendere con le unghie e coi denti e, se nel caso, riconquistare ogni volta), la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle sue diverse forme d’esplicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa.
CAP. 3 CORRENTI E FRAZIONI
Dunque, nella concezione della Sinistra il sorgere all’interno del partito di dissensi e di frazioni è il sintomo, la manifestazione esteriore di una malattia che ha colpito l’organo partito. Di conseguenza non si tratta tanto di combattere i sintomi, ma di ricercare le cause del male, che risiedono sempre in un modo non corretto dello svolgersi del lavoro collettivo del partito e delle funzioni centrali. Il lavoro del partito è inadeguato o scorretto rispetto alla linea storica su cui deve poggiare; il processo d’assimilazione delle basi teoriche, programmatiche e tattiche da parte dell’organizzazione è inadeguato: di conseguenza possono nascere le divergenze e le frazioni. Questa la tesi della Sinistra. Oppure, il partito è alla presenza di un processo degenerativo opportunistico e il frazionismo è la sana reazione dell’organo partito a questa deviazione.
Tutto il contrario, come si vede, della tesi sostenuta a più riprese dal centro attuale, secondo cui le frazioni sono le portatrici dell’opportunismo all’interno del partito. La tesi della Sinistra conduce ad una conclusione pratica: il formarsi di frazioni è un campanello d’allarme che indica che qualcosa non va nella conduzione generale del partito; bisogna, perciò, nel lavoro di partito, ritrovare le cause che hanno portato al sorgere delle frazioni. Rimessi sulle loro classiche basi il lavoro e l’azione del partito, le frazioni scompaiono e non hanno più ragione di manifestarsi. L’accento è posto anche qui sul corretto svolgersi del lavoro in campo teorico, programmatico, tattico, sulla chiarificazione interna attraverso il lavoro, sulla risoluzione sostanziale, cioè in campo teorico, programmatico, tattico, dei dissensi che sorgono nel partito.
La tesi del centro conduce alla conclusione opposta: le frazioni sono la malattia, sono dovute al virus opportunista e piccolo-borghese che cerca di penetrare nel partito; di conseguenza bisogna espellere, distruggere, uccidere le frazioni; espulsi i facitori di frazioni, la vita del partito ritorna normale e regolare. Per la Sinistra l’opportunismo penetra nel partito sotto la bandiera dell’unità, della prosternazione ai capi, della disciplina per la disciplina. Per il centro l’opportunismo penetra nel partito sotto la bandiera del frazionismo, dell’indisciplina ecc. Per la Sinistra la repressione del frazionismo non è compito del partito, bensì lo è la sua prevenzione attraverso la giusta politica rivoluzionaria. Per il centro la repressione del frazionismo, la disciplina per la disciplina, l’assoluta obbedienza alle gerarchie centrali diventano il principale compito del partito. Per la Sinistra una certa sottoscrizione al P.C. sarebbe suonata così: «contro le cause che hanno permesso il manifestarsi del frazionismo»; per il Centro la stessa sottoscrizione suona: «contro il frazionismo». Per la Sinistra non è la gamba marcia che minaccia di far marcire tutto l’organismo, ma l’organismo ammalato che fa marcire la gamba. Per il centro basta amputare la gamba perché l’organismo ritorni sano.
Le conseguenze di queste opposte concezioni sono necessariamente le seguenti: per la Sinistra i provvedimenti disciplinari, le compressioni organizzative, il terrore ideologico, l’energia repressiva, solo sono un rimedio contro il frazionismo, ma rappresentano un sintomo di un latente opportunismo; per il centro, al contrario, la caccia al frazionismo, l’energia repressiva, i provvedimenti disciplinari, la sfiducia tra i compagni, sono indizi di vitalità e di forza dell’organo partito. Per la Sinistra i provvedimenti disciplinari devono divenire sempre più rari per avviarsi infine alla loro scomparsa. Per il centro questo «ignobile bagaglio» deve divenire la regola di funzionamento del partito. Per la Sinistra il partito funziona bene quando non ha bisogno di adottare provvedimenti repressivi. Per il centro il partito funziona tanto meglio quanto più è capace di adottare provvedimenti di questo genere.
Il centro attuale del partito cammina dunque su una strada opposta a quella del marxismo rivoluzionario e della Sinistra; il suo comportamento, a base di quotidiane uccisioni di frazioni, è appunto, secondo la Sinistra, il sintomo di un latente opportunismo.
CITAZIONI
86 – Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica dell’I.C. al IV Congresso -1922.
… Nella misura in cui l’Internazionale applicherà tali espedienti, si verificheranno manifestazioni di federalismo e rotture disciplinari. Se dovesse arrestarsi od invertirsi il processo per tendere all’eliminazione di tali anormalità o se queste dovessero elevarsi a sistema, si presenterebbe con estrema gravità il pericolo di una ricaduta nell’opportunismo.
87 – Dichiarazione della Sinistra sul progetto d’organizzazione al VI Congresso dell’I.C. – 1922.
… Devo tuttavia proporre che, se vogliamo realizzare un’effettiva centralizzazione, in pratica una sintesi delle forze spontanee dell’avanguardia del movimento rivoluzionario nei diversi paesi, per potere eliminare le crisi disciplinari che oggi constatiamo, dobbiamo sì centralizzare il nostro apparato organizzativo, ma nello stesso tempo unificare i nostri metodi di lotta e precisare bene tutto ciò che si riferisce al programma e alla tattica dell’I.C. A tutti i gruppi e compagni appartenenti all’I.C. devono spiegare esattamente che cosa significhi il dovere d’incondizionata obbedienza che essi contraggono entrando nelle nostre file.
88 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924.
… Appunto perché siamo antidemocratici, pensiamo che in materia una minoranza può avere vedute più corrispondenti di quelle della maggioranza all’interesse del processo rivoluzionario. Certo questo avviene eccezionalmente, ed è d’estrema gravità il caso che si presenti questo capovolgimento disciplinare, come avvenne nella vecchia Internazionale e com’è ben augurabile non abbia più ad avvenire nelle nostre file. Ma senza pensare a questo caso estremo, vi sono altre situazioni meno acute e critiche, in cui tuttavia il contributo di gruppi nell’invocare una precisazione delle direttive da tracciare al centro dirigente è utile ed indispensabile.
89 – Mozione della Sinistra alla Conferenza Nazionale di Como del P.C.d’I. – 1924.
10 – È indiscutibile che l’Internazionale, funzionante come partito comunista mondiale, la centralizzazione organica e la disciplina escludono l’esistenza di frazioni o gruppi che possa e meno addossarsi la direzione dei partiti nazionali, come ora avviene in tutti i paesi. La Sinistra del P.C.d’I. è per il più rapido raggiungimento che quest’obiettivo, ma considera che esso non si realizza con decisioni e imposizioni meccaniche, bensì assicurando il giusto sviluppo storico del Partito Comunista Internazionale, che deve essere parallelo nella precisazione dell’ideologia politica, nella non equivoca definizione della tattica, e nel consolidamento organizzativo.
90 – Replica della Sinistra a Zinoviev al V Congresso dell’I.C. – 1924.
… Esattamente la stessa cosa dicevo in quell’articolo, e in pratica: «È un fatto che in seno all’Internazionale, in tutti i paesi, esistono delle frazioni che si combattono nei congressi e lottano per la conquista della direzione dei rispettivi partiti. Anche noi siamo dell’avviso che nell’Internazionale queste frazioni non debbano esistere, se l’Internazionale deve diventare un partito mondiale comunista veramente centralizzato. Ma che cosa è necessario per raggiungere quest’obiettivo? Non basta a questo fine biasimare e richiamare più o meno energicamente alla disciplina singole persone: è invece necessario condurre il lavoro nel modo da noi richiesto, cioè imprimendo all’Internazionale Comunista una linea organizzativa unitaria e coerente. Se ciò avverrà, le frazioni scompariranno. Se si seguirà non questa via, ma l’opposta, allora non si otterrà la scomparsa delle frazioni internazionali e si dovrà prendere in considerazione la costituzione di una frazione internazionale».
91 – Il pericolo opportunista e l’Internazionale – 1925.
… Non vediamo gravi inconvenienti in un’esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista. Certo il criticismo e l’allarmismo fatti per sport sono deplorevolissimi; ma dato anche che essi siano – anziché il preciso riflesso di «qualche cosa che non cammina bene», e l’intuizione di deviazioni gravi che si preparano – puro prodotto d’elucubrazioni di militanti, è certo che essi non avranno modo di indebolire menomamente il movimento e saranno facilmente superati. Mentre gravissimo è il pericolo se, all’opposto, come purtroppo è avvenuto in tanti precedenti, la malattia opportunista grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare vigorosamente l’allarme. La critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l’errore senza la critica.
92 – La Piattaforma della Sinistra – 1925.
… L’apparire e lo svilupparsi delle frazioni sono indici di un male generale del partito, è un sintomo della mancata rispondenza delle funzioni vitali del partito stesso alle sue finalità, e si combattono individuando il male per eliminarlo, non abusando dei poteri disciplinari per risolvere in modo necessariamente formale e provvisorio la situazione.
93 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
II, 5 – Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia dell’efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo.
L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente, un’egemonia al partito comunista russo.
Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta l’impostazione del problema è inadeguata. In linea di fatto non si è evitato l’imperversare del frazionismo nell’Internazionale, ma se ne sono incoraggiate invece forme dissimulate ed ipocrite. Dal punto di vista storico poi il superamento delle frazioni nel partito russo non è stato un espediente né una ricetta ad effetti magici applicata sul terreno statutario, ma è stato il risultato e l’espressione della felice impostazione dei problemi di dottrina e d’azione politica.
Le sanzioni disciplinari sono uno degli elementi che garantiscono contro le degenerazioni, ma a patto che la loro applicazione resti nei limiti dei casi eccezionali, e non divenga la normalità e quasi l’ideale del funzionamento del partito…
I partiti comunisti devono realizzare un centralismo organico che, col massimo compatibile di consultazione della base, assicuri la spontanea eliminazione d’ogni aggruppamento tendente a differenziarsi. Questo non si ottiene con prescrizioni gerarchiche formali e meccaniche, ma, come dice Lenin, con la giusta politica rivoluzionaria.
La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale dell’evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso.
Essendo assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il partito e l’Internazionale siano misteriosamente assicurati contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, che possono dipendere da mutamenti della situazione come dal gioco dei residui delle tradizioni socialdemocratiche, nella risoluzione dei nostri problemi si deve ammettere che ogni differenziazione di opinione non riducibile a casi di coscienza e di disfattismo personale può svilupparsi in un’utile funzione di preservazione del partito e del proletariato in generale da gravi pericoli.
Se questi si accentuassero, la differenziazione prenderebbe inevitabilmente ma utilmente la forma frazionistica, e questo potrebbe condurre a scissioni non per il bambinesco motivo di una mancanza di energia repressiva da parte dei dirigenti, ma solo nella dannata ipotesi del fallimento del partito e del suo asservimento ad influenza controrivoluzionarie…
Il pericolo dell’influenzamento borghese sul partito di classe non si presenta storicamente come organizzazione di frazione, ma piuttosto con un’accorta penetrazione sventolante una demagogia unitaria e operante come una dittatura dall’alto, immobilizzatrice delle iniziative dell’avanguardia proletaria.
Si riesce ad individuare e colpire un simile fattore disfattista non ponendo la questione di disciplina contro i tentativi di frazione, ma riuscendo ad orientare il partito ed il proletariato contro una tale insidia nel momento in cui prende l’aspetto non solo di una revisione dottrinale, ma di una proposta positiva di un’importante manovra politica ad effetti anticlassisti.
94 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926.
… Ma, quando delle divergenze insorgono, ciò significa che la politica del partito è caduta in errori, che esso non possiede la capacità di combattere vittoriosamente quelle tendenze deviazionistiche che, in dati svolti della situazione generale, sogliono prodursi nel movimento operaio. Quando si verificano casi di indisciplina, essi rappresentano un sintomo che il partito non ha ancora raggiunto tale capacità. La disciplina quindi è un punto d’arrivo, non un punto di partenza, non una piattaforma che si posso ritenere incrollabile. Ciò si ricollega, del resto, al carattere volontario dell’adesione alla nostra organizzazione di partito. Non è dunque in una specie di codice penale del partito che si può cercare un rimedio ai casi frequenti di indisciplina…
E vengo alle frazioni. A mio parere, la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale, dal punto di vista del codice penale. V’è nella storia un solo esempio che un compagno abbia organizzato una frazione per divertirsi? No, un caso simile non è mai avvenuto. V’è un solo esempio nella storia che l’opportunismo si sia infiltrato nel partito per la via della frazione, che l’organizzazione di frazione sia servita di base alla mobilitazione disfattista della classe operaia e il partito rivoluzionario si sia salvato grazie all’intervento degli uccisori di frazioni? No, l’esperienza prova che l’opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell’unità. È nel suo interesse di influenzare la massa più gran possibile; è quindi dietro la schermo dell’unità che esso avanza le sue proposte insidiose. La storia delle frazioni mostra, in generale, che esse non fanno onore ai partiti entro i quali esse si formano, ma fanno onore ai compagni che le creano. La storia delle frazioni è la storia di Lenin; è la storia non degli attentati all’esistenza dei partiti, ma della loro cristallizzazione e della loro difesa contro le influenze opportunistiche…
La genesi di una frazione indica che c’è nel partito qualcosa che non va. Per rimediare al male bisogna risalire alle cause storiche che l’hanno prodotto, che hanno determinato la nascita della frazione o della tendenza a costituirla; e queste cause risiedono in errori ideologici e politici del partito. Le frazioni non sono la malattia, sono un sintomo, e, se si vuol combattere l’organismo malato, bisogna non già combattere i sintomi, ma cercare di stabilire le cause del male. D’altronde, nella maggioranza dei casi, ci si trova davanti a compagni che non hanno per nulla cercato di creare un’organizzazione a sé stante o che di simile, a punti di vista e a tendenze che cercavano di farsi strada per la via normale, regolare e collettivo lavoro di partito.
95 – Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948.
V -… Quando questa crisi scoppia, appunto perché il partito non è un organismo immediato ed automatico, avviene le lotte interne, le divisioni in tendenze, le fratture, che sono in tal caso un processo utile come la febbre che libera l’organismo dalla malattia, ma che tuttavia «costituzionalmente» non possiamo ammettere, incoraggiare e tollerare.
Per evitare quindi che il partito cada nella crisi d’opportunismo o debba necessariamente reagirvi col frazionarsi non esistono regolamenti e ricette. Vi è però l’esperienza della lotta proletaria di tanti decenni che ci permette di individuare talune condizioni la cui ricerca, la cui difesa, la cui realizzazione devono essere instancabile compito del nostro movimento.
96 – Dialogato con i morti – 1956.
76 -… La classe ha una guida nella storia perché i fattori materiali che la muovono si cristallizzano nel partito, perché questo possiede una teoria completa e continua, un’organizzazione a sua volta universale e continua, che non si scomponga e componga ad ogni svolta con aggregazioni e scissioni; queste sono però la febbre che costituisce la reazione di un simile organismo alle sue crisi patologiche.
97 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
10 -… Tuttavia i testi già indicati in cento loro passi mostrano che la Sinistra nel suo pensiero fondamentale ha sempre visto il cammino verso la soppressione delle scelte elettorali e dei voti sui nomi di compagni e su tesi generali come un cammino che andava verso l’abolizione di un altro ignobile bagaglio del democratismo politicantesco, ossia quelle delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti di gruppi locali. Abbiamo molte volte enunciato in tutte lettere la tesi che questi procedimenti disciplinari dovevano andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa.
Se il contrario avviene, e peggio se queste questioni disciplinari servono a salvare non principi sani e rivoluzionari ma proprio le posizioni coscienti od incoscienti di un opportunismo nascente, come avvenne nel 1924, 1925, 1926, questo significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in un modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più è sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare.
11 – È stata però sempre ferma e costante posizione della Sinistra che, se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del partito, e il problema merita di essere studiato. Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.
CAP. 4 GIUSTO POSTO DEL TERRORE IDEOLOGICO E DELLE PRESSIONI ORGANIZZATIVE
Ecco la concezione della Sinistra, frutto fra l’altro del sanguinoso bilancio della controrivoluzione staliniana: se le basi della disciplina organizzativa riposano sul possesso da parte dell’organizzazione collettiva del partito delle sue posizioni teoriche, programmatiche e tattiche, possesso che non è dato una volta per sempre, ma deve impegnare costantemente e quotidianamente il partito in un’opera di difesa, chiarimento, riproposizione, scolpimento di questi cardini; se l’apparire nel partito di dissensi, d’atti d’insubordinazione, di fenomeni di frazionismo, non è che il sintomo che qualcosa non va nello svolgimento di questo lavoro e la reazione sana ad un’inadeguata e scorretta impostazione di lui, è chiaro che le compressioni disciplinari devono tendere a scomparire nella misura in cui il partito è sano e lotta poggiando sulle sue classiche basi.
È chiaro che questi metodi organizzativi devono diventare rare eccezioni e finalmente scomparire; è chiaro che essi non risolvono nulla e non garantiscono nulla. È altresì chiaro che quando diventano il modo normale o quasi l’ideale della vita interna del partito, il partito stesso non è più garantito da nulla e di conseguenza si trova (allora sì!) veramente esposto alla deviazione opportunistica.
Ora, su questa base, viene dalla Sinistra messa al giusto posto un altro anello della nostra inalterabile catena: la funzione degli uomini, dei capi e delle gerarchie di partito. Queste devono esistere come strumenti tecnici di coordinamento e di direzione di tutto il lavoro di partito, ma non è la loro esistenza che garantisce il partito dagli errori e dalle deviazioni. Di conseguenza, quando deviazioni ed errori si verificano, la soluzione non sta nel giudicare l’operato d’uomini, nella scelta d’uomini migliori, nella sostituzione d’uomini con altri uomini. La soluzione sta nella corretta e razionale ricerca da parte dell’organo collettivo partito del filo storico che la deviazione e l’errore hanno spezzato. Gli uomini possono rimanere gli stessi (salvo che non siano dei traditori) purché l’organo partito ritrovi la sua strada.
La Sinistra indica, perciò, nella «personificazione degli errori», nella «scelta degli uomini più adatti», nella sostituzione di un uomo con un altro, intesi come risolventi dell’errore o della deviazione, il sintomo di una deformata visione della vita e della dinamica dell’organo partito. Indica la Sinistra che a questo metodo scorretto non possono non accompagnarsi altri fenomeni che, purtroppo, si riscontrano anche nella nostra organizzazione attuale: il carrierismo, il burocratismo, il cieco ottimismo di ufficio per il quale tutto va bene e la presunzione boriosa perciò chi si permette di dubitare non è che uno scocciatore da levare immediatamente dai piedi; infine, nel sovrapporsi alla base inerte e terrorizzata del partito di un corpo di funzionari scelti sull’unico criterio della cieca fedeltà al centro del partito.
L’imperversare degli scopritori e degli uccisori delle frazioni, la delazione, la sfiducia sistematica fra compagni, la diplomazia ad uso interno: tutti questi fenomeni che tendono già oggi a manifestarsi nell’organizzazione non sono che il corollario necessario di un’impostazione rovesciata della concezione del partito e del suo corretto funzionamento.
Nella concezione della Sinistra il partito non è una colonia di microbi-uomo. Nella concezione della Sinistra il partito distribuisce in maniera organica, funzionale, i vari membri nelle varie funzioni tecniche, compresa la funzione centrale di direzione che abbisogna di uomini o di un uomo solo ma nella quale non sta assolutamente la garanzia del corretto muoversi del partito. La parola, ancora una volta, alla nostra incorrotta tradizione di partito.
CITAZIONI
98 – Il pericolo opportunista e l’Internazionale – 1925.
… Nella mentalità che si va facendo strada tra gli elementi direttivi del nostro movimento, noi incominciamo a vedere il vero pericolo del disfattismo e del pessimismo latenti. Invece di muovere virilmente contro le difficoltà di cui è circondata in questo periodo l’azione comunista, di discutere coraggiosamente i multiformi pericoli e di ricostituire dinanzi a loro le ragioni vitali della nostra dottrina e del nostro metodo, essi si vogliono rifugiare in un sistema intangibile. La loro gran soddisfazione è di assodare, con largo ausilio di «ha detto male di Garibaldi», con indagini sulle supposte idee e intenzioni intime non manifestano ancora, che Tizio e Sempronio hanno contravvenuto al ricettario scritto sul loro taccuino, per gridare dopo: Sono contro l’Internazionale, contro il leninismo…
Questo sarebbe il vero, il peggiore liquidazionismo del partito e dell’Internazionale, accompagnato da tutti i fenomeni caratteristici e ben noti del filisteismo burocratico. Il sintomo di questo è il cieco ottimismo d’ufficio: tutto va bene, e chi si permette di dubitare non è che uno scocciatore da mandare al più presto fuori dei piedi. Noi ci opponiamo a quest’andazzo, appunto perché, fiduciosi nella causa comunista e nell’Internazionale, neghiamo che questa debba ridursi a consumare volgarmente «il suo patrimonio» di potenza e d’influenza politica…
Ma andiamo un poco più oltre in quest’affare della bolscevizzazione, e precisiamo la nostra diffidenza aperta verso di lei. In quanto lei si concreta nell’organizzazione per cellule, cui sovrasta onnipotente la rete dei funzionari, selezionati con il criterio dell’ossequio cieco ad un ricettario che vorrebbe essere il leninismo, in un metodo tattico e di lavoro politico che s’illude di realizzare il massimo di rispondenza esecutiva alle disposizioni più inattese, e in un’impostazione storica dell’azione comunista mondiale in cui l’ultima parola debba sempre trovarsi nei precedenti del partito russo interpretati da un gruppo privilegiato di compagni.
99 – La Piattaforma della Sinistra – 1925.
… Analogamente, il problema della disciplina si pone come incanalamento e utilizzazione delle forze che si sviluppano e che il sistema organizzativo deve essere capace di armonizzare. In tal caso le nuove esperienze diventano il patrimonio del partito, che le interpreta, le assimila: non diventano un ritrovato di pochi funzionari che le impongono al partito inerte secondo interpretazioni il più delle volte errate. Le sanzioni disciplinari divengono quindi repressioni di fenomeni sporadici e non compressione generale di tutto il partito, del quale anzi devono costituire una riserva contro singole manifestazioni aberranti.
100 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
II.5 -… Le sanzioni disciplinari sono uno degli elementi che garantiscono contro le degenerazioni, ma a patto che la loro applicazione resti nei limiti dei casi eccezionali, e non divenga la normalità e quasi l’ideale del funzionamento del partito…
La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale dell’evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso…
I risultati di questo metodo danneggiano il partito e il proletariato e ritardano il raggiungimento del «vero» partito comunista. Questo metodo, applicato in molte sezioni dell’Internazionale, è di per sé stesso un grave sintomo di un latente opportunismo.
101 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926.
(Dalla Premessa in Il Programma Comunista, n. 17/1965):
… Prescegliamo i passi che riguardano la storia degli errori tattici e della disfatta tedesca, la famosa campagna di disciplina ad alta pressione e di pretesa proibizione del frazionismo, definita «bolscevizzazione».
(Dal Testo):
… Quando poi ci trovammo di fronte agli errori ai quali questa tattica aveva portato, quando soprattutto intervenne la sconfitta dell’ottobre 1923 in Germania, l’Internazionale riconobbe di essersi sbagliata. Non si trattava di un piccolo accidente: si trattava di un errore che noi dovemmo pagare con la speranza di conquistare, dopo il primo paese acquisito alla rivoluzione proletaria, un altro gran paese; cosa che, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, avrebbe avuto un’importanza enorme.
Purtroppo ci si limitò a dire: non si tratta di rivedere in modo radicale i deliberati del IV Congresso; è solo necessario allontanare certi compagni che si sono sbagliati nell’applicazione della tattica del fronte unico; è necessario trovare i responsabili. Si trovarono nell’ala destra del partito tedesco, non si volle ammettere che la responsabilità ricadeva su tutta l’Internazionale…
Ma, se noi fummo contro le decisioni del V Congresso, è soprattutto perché esse non eliminavano i grandi errori e perché, a nostro avviso, non è bene limitare la questione ad un processo contro persone singole, mentre quello che è necessario è un cambiamento nella stessa Internazionale. Non si volle prendere questa via sana e coraggiosa. Noi abbiamo ripetutamente criticato il fatto che in noi, nell’ambiente in cui lavoriamo, si alimenti uno spirito parlamentare e diplomatico. Le tesi sono molto a sinistra, i discorsi sono molto a sinistra, perfino coloro contro i quali essi sono diretti lì votano, perché credono, in tal modo, di immunizzarsi…
E vengo ad un altro aspetto della bolscevizzazione: quello del regime interno vigente nel partito e nell’Internazionale Comunista. Si è fatta qui un’altra scoperta: quello che manca a tutte le sezioni è la ferrea disciplina bolscevica, di cui ci dà un esempio il partito russo. Si emana un divieto assoluto delle frazioni e si statuisce l’obbligo per tutti i militanti, qualunque sia la loro opinione, di partecipare al lavoro comune. Io sono dell’avviso che, anche in questo campo, la questione della bolscevizzazione sia stata posta in modo molto demagogico…
Ora, negli ultimi tempi, si è instaurato nei nostri partiti un regime di terrore, una specie di sport che consiste nell’intervenire, punire, reprimere, annientare, e questo con un gusto tutto particolare, come se si trattasse dell’ideale di vita del partito.
Gli eroi di queste brillanti operazioni sembrano addirittura credere che esse siano una prova di capacità e di energia rivoluzionaria. Io invece ritengo che i veri, i buoni rivoluzionari siano, in generale, quei compagni che di tali misure di eccezione formano oggetto e che le sopportano pazientemente per non buttare all’aria il partito. Penso che questo dispendio di energie, questo sport, questa lotta all’interno del partito, non abbiano nulla a che vedere col lavoro rivoluzionario che dobbiamo compiere. Verrà il giorno che si tratterà di colpire e annientare il capitalismo: è su questo terreno che il nostro partito fornirà la prova della sua energia rivoluzionaria. Non vogliamo nel partito nessuna anarchia, ma non vogliamo neppure un regime di rappresaglie permanenti, che non è se non la negazione della sua unità e compattezza.
Oggi il punto di vista ufficiale è il seguente: la Centrale attuale è eterna, essa può fare tutto ciò che vuole perché, quando prende provvedimenti contro di chi le resiste, quando sventa intrighi e sbaraglia opposizioni, ha sempre ragione. Ma il merito non consiste nello schiacciare le rivolte; l’importante è che non si verifichino rivolte. L’unità del partito si riconosce dai risultati ottenuti, non da un regime di minacce e di terrore. Che nei nostri statuti siano necessarie delle sanzioni, è chiaro: ma esse vanno applicate solo nei casi eccezionali, e non devono assurgere a procedimenti normali e permanenti. Quando vi sono elementi che lasciano palesemente il cammino comune, è chiaro che bisogna prendere delle misure contro di loro. Ma quando in una società il ricorso al codice penale diventa la regola, ciò significa che quella società non è delle più perfette. Le sanzioni devono colpire i casi di eccezione, non diventare la norma, un genere di sport, l’ideale dei dirigenti di partito. Ecco che cosa bisogna cambiare, se vogliamo costruire un blocco solido nel vero senso del termine…
Prima di parlare di frazioni che devono essere schiacciate, bisognerebbe almeno poter fornire la prova che esse sono in collegamento con la borghesia o con circoli ed ambienti borghesi, o che poggiano sulla base di rapporti personali con loro. Se quest’analisi non è possibile, allora bisogna cercare le cause storiche dell’origine della frazione, invece di condannarla a priori.
Col metodo della caccia alle frazioni, delle campagne scandalistiche, della sorveglianza poliziesca e della diffidenza verso i compagni – metodo che costituisce in realtà il peggior frazionismo dilagante negli strati superiori del partito – si sono soltanto peggiorate le condizioni del movimento e si è spinta ogni critica posata ed obiettiva verso il frazionismo.
Non è con questi metodi che si può creare l’unità nel partito: con essi s’instaura soltanto un regime che lo rende inetto ed impotente. È assolutamente necessaria una trasformazione radicale nei nostri metodi di lavoro. Le conseguenze, in caso contrario, saranno di una gravità estrema.
102 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del Partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
3 -… In una terza direzione la sinistra denunzia fin da allora, e sempre più rigorosamente negli anni successivi, il grandeggiare del pericolo opportunista: questo terzo argomento è il metodo di lavoro interno dell’Internazionale, per questo il Centro rappresentante dell’Esecutivo di Mosca usa verso i partiti, e sia pure verso parti dei partiti che siano incorsi in errori politici, metodi non solo di «terrore ideologico», ma soprattutto di pressione organizzativa, il che costituisce un’errata applicazione e man mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina senza eccezioni. Tale metodo di lavoro andò inasprendosi dappertutto, ma particolarmente in Italia negli anni successivi al 1923 – in cui la Sinistra, seguita da tutto il partito, fornì prova di disciplina esemplare passando le consegne a compagni destri e centristi designati da Mosca – poiché si abusò gravemente dello spettro del «frazionamento» e della costante minaccia di buttare fuori del partito una corrente accusata artificialmente di preparare una scissione, al solo fine di fare prevalere i pericolosi errori centristi nella politica del partito. Questo terzo punto vitale fu a fondo discusso nei congressi internazionali ed in Italia, ed è non meno importante della condanna alle tattiche opportunistiche ed alle formule organizzative di tipo federalista…
4 -… A questa penosa influenza del denaro, che sparirà nella società comunista, ma dopo una catena d’eventi di cui l’affermazione della dittatura comunista non è che il primo, si aggiungeva il maneggio di un’arma di manovra che noi in termini aperti dichiarammo degna dei parlamenti e delle diplomazie borghesi, o della borghesissima Società delle Nazioni, ossia l’incoraggiamento o il conculcamento, secondo i casi, del carrierismo e delle ambizioni vanesie delle persone dei capi da sottogoverno, che pullulano nei ranghi; in modo che ciascuno di costoro fosse posto nell’alternativa inesorabile di scegliere tra delle immediate e comode notorietà, susseguenti alla prona accettazione delle tesi dell’onnipotente Centrale, ovvero una non risalibile oscurità e forse miseria, se avesse voluto difendere le giuste tesi rivoluzionarie da cui la Centrale aveva deviato.
È oggi pacifico, per la storica evidenza, che quelle Centrali internazionali e nazionali erano sulla via della deviazione e del tradimento; secondo la teoria di sempre della Sinistra, è questa la condizione che deve togliere loro ogni diritto ad ottenere in nome di una disciplina ipocrita la cieca obbedienza della base.
103 – Premessa al «Discorso del rappresentante della Sinistra al V Congresso dell’I.C.» – 1965.
… La posizione della Sinistra italiana fu che non si dovevano colpire uomini, ma un metodo tattico errato di cui tutta l’Internazionale era responsabile, come già da noi denunciato nel IV Congresso del 1922.
104 – Premessa a «Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe» – 1965.
… Sono compresi nella parte conclusiva i passi che qui riportiamo, e resi vibranti i due temi, che il controllo democratico dal basso non rimedia a nulla ma è un inganno classico dell’opportunismo, mentre la gelida cinica pressione disciplinare dall’alto è parimenti e per pari storici nefasti da cancellare dai nostri metodi e dalla nostra vita interna di partito.
105 – Tesi supplementari… (Tesi di Milano) – 1966.
7 -… Altra lezione che sorge da episodi della vita della III Internazionale (nella nostra documentazione ripetutamente ricordati attraverso le coeve denunzie della Sinistra) è quella della vanità del «terrore ideologico», metodo disgraziato col quale si volle sostituire il naturale processo della diffusione della nostra dottrina attraverso l’incontro con le realtà bollenti nell’ambiente sociale, con una catechizzazione forzata d’elementi recalcitranti e smarriti, per ragioni o più forti degli uomini e del partito o inerenti ad un’imperfetta evoluzione del partito stesso, umiliandoli e mortificandoli in congressi pubblici anche al nemico, se pure fossero stati esponenti e dirigenti della nostra azione in episodi di portata politica e storica. Si costumò di costringere tali elementi (per lo più ponendo a loro scelta il riavere posizioni importanti nell’ingranaggio dell’organizzazione) ad una pubblica confessione dei propri errori, imitando così il metodo fideistico e pietistico della penitenza e del mea culpa. Per tale via veramente filistea e degna della morale borghese, mai nessun membro del partito diventò migliore né il partito pose rimedio alla minaccia della sua decadenza. Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e dell’azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista…
L’abuso progressivo di tali metodi non fa che segnare la sciagurata strada del trionfo dell’ultima ondata dell’opportunismo.
106 – Premessa a «Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica per il IV Congresso del – 1970
… In secondo luogo, e per le stesse ragioni, la Sinistra ammonì che, presa questa via contorta e non fermatisi in tempo, si sarebbe necessariamente percorsa tutta la china; un espediente se ne sarebbe tirato dietro un altro magari contrario; dell’insuccesso del primo si sarebbe cercata la responsabilità ed infine la «colpa» non nella sua natura divergente dal fine, ma nel suo «errato» maneggio da parte di singoli o gruppi, correndo affannosamente ai ripari con brusche virate di bordo ed improvvise crocifissioni di «capi», sottocapi e gregari, e così minando le stesse basi di quella disciplina internazionale, non formale ma sostanziale, che pur si voleva, a giusta ragione, instaurare…
L’allarme su una possibile ricaduta nell’opportunismo, che la Sinistra lanciò con sempre maggiore insistenza a partire dal 1922, riguardava (questa è per noi – soprattutto per i giovani militanti – un’altra lezione di primaria grandezza) un fenomeno non soggettivo ma oggettivo, del quale a nessuno meno che ai bolscevichi poteva e doveva farsi colpa, sia perché il suo insorgere non si spiega banalmente con gli «errori» di Tizio o di Sempronio, trattandosi invece di capire che Tizio o Sempronio agiscono come la via imboccata impone loro di agire… Non chiedemmo la testa di nessuno nemmeno quando si chiese e si ottenne la nostra: facemmo quanto era nelle nostre forze perché le teste e le braccia riprendessero a lavorare sull’unico binario che non avevamo mai creduto si potesse o dovesse rimettere in questione…
Non vogliamo cadere, e ci si dia atto del non esserci caduti, nel girone infernale della contrapposizione di a persone a persone, in cui Trotski si lascerà travolgere dopo il 1927 dal più che legittimo sdegno per il demone stalinista. Difendiamo il marxismo, non la proprietà intellettuale di nessuno; condanniamo una deviazione con le sue conseguenze ineluttabili, non l’uomo messo in berlina per la dubbia soddisfazione del giudice ed il morboso piacere della platea…
È un vecchio corollario delle «garanzie» che, quando sciaguratamente sono messe in campo, sorga il quesito: chi custodirà i custodi? O dirigenza e «base» sono legate da un vincolo comune e superiore (e questo non può essere che il programma invariante ed impegnativo per tutti) o deve risorgere l’apparato giudiziario dei tribunali di primo, secondo e terz’ordine, con tutto il gregge degli avvocati, dei pubblici ministeri e, ovviamente, dei professori di diritto costituzionale; e questo apparato non è un ente metafisico, è la sovrastruttura dell’organismo che teoricamente dovrebbe controllare e giudicare: giudice ed imputato in una persona sola. Non resta, allora, che sottoporlo anch’esso all’autorità suprema, non del buon Dio (che è, almeno finora, escluso), ma del poliziotto, poi del questore, infine del maresciallo.
107 – Premessa a «Tesi della Sinistra per il III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione» – 1970.
… Al V Congresso dell’Internazionale Comunista, 17 giugno- 8 luglio 1924, che da un lato riflette il profondo smarrimento dei partiti dopo il disastroso bilancio di un biennio di brusche svolte tattiche e d’ordini equivoci (…), dall’altro riconferma la prassi della crocifissione dei dirigenti delle sezioni nazionali sull’altare dell’infallibilità dell’Esecutivo, ancora una volta la Sinistra leva l’unica voce tanto severa, quanto serena e schiva da fronzoli personali e locali. Se mai fosse stato nel suo costume il rallegrarsi delle conferme schiaccianti delle sue previsioni alla terribile prova del sangue proletario inutilmente versato, o di chiedere a sua volta che teste di «rei» e di «corrotti» rotolassero per cedere il posto a teste «innocenti» e «incorruttibili», quello sarebbe stato il momento. Ma non questo chiede e vuole la Sinistra: chiede e vuole che si affondi coraggiosamente il bisturi nelle deviazioni di principio di cui quegli «errori» erano il prodotto inevitabile e le «teste» soltanto l’espressione occasionale…
Ora che il rosario delle innovazioni tattiche continuava a sgranarsi ridando fiato ogni volta alle correnti centrifughe sonnecchianti in tutti i partiti, e le svolte brusche si susseguivano ingenerando confusioni e sbandamenti anche nei militanti più saldi, la questione della «disciplina» si poneva necessariamente non come il prodotto naturale ed organico di una conseguita omogeneità teorica e di una sana convergenza d’azione pratica, ma al contrario come manifestazione morbosa della discontinuità nell’azione e della disarmonia nel patrimonio dottrinale. Nella stessa misura in cui si costatavano errori, deviazioni, cedimenti, e si cercava di rimediarvi rimaneggiando comitati centrali o esecutivi, s’imponevano da un lato il «pugno di ferro» e dall’altro la sua idealizzazione come metodo e norma interna del Comintern e delle sue sezioni, e come antidoto di sicura efficacia contro non già gli avversari o i falsi amici, ma i compagni. L’era dei processi a rotazione contro se stessi, di quello che la Sinistra al VI Esecutivo Allargato chiamò «lo sport dell’umiliazione e del terrorismo ideologico» (spesso ad opera di «ex oppositori umiliati») era incominciata: e non vi è processo senza carceriere.
Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente com’era all’origine: si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei «partiti veramente bolscevichi»: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone staliniano, queste caricature del partito di Lenin…
Allargammo la questione al problema ben più vasto e generale, e nel 1925-1926 coinvolgente tutte le questioni destinate a divenire brucianti nella lotta interna del partito russo: denunziammo, prima che fosse troppo tardi, la smania e la mania della «lotta al frazionismo», di quella caccia alle streghe che celebrerà i suoi saturnali nell’ignobile campagna 1926-1928 contro la sinistra russa… una caccia alle streghe che non aveva goduto diritto di cittadinanza nel partito bolscevico degli anni di splendore nemmeno contro il nemico aperto – distrutto, se necessario; mai vilmente coperto di fango – e che, varcando i confini statali russi, partorirà la sconcia figura del pubblico accusatore prima, del delatore d’ufficio poi, del carnefice infine…
«E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere ricercati altrove, cioè nel lavoro e nella politica del partito». Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi e persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto ora diveniva il prodotto di «congiunture sfavorevoli», di situazioni «avverse».
CAP. 5 LA LOTTA POLITICA NEL PARTITO
Le citazioni che seguono dimostrano che nella corretta visione marxista della sinistra il modo di muoversi del partito comunista, la sua dinamica interna, non si configura come lotta politica, scontro fra posizioni contrastanti, una delle quali deve prevalere sull’altra e dettare il suo indirizzo al partito. Il prevalere di una simile dinamica nell’organo partito indica che esso non è più l’espressione degli interessi omogenei ed unitari di una sola classe, ma degli interessi contrastanti di più classi che esprimono logicamente diversi indirizzi politici.
La lotta politica interna configurava la dinamica dei partiti della II Internazionale, proprio perché in loro convergeva un’ala proletaria rivoluzionaria ed un’ala piccolo-borghese riformista e gradualista. E quando una dinamica di lotta politica s’impose nella III Internazionale significò la sua graduale conquista da parte di un’ala controrivoluzionaria.
La Sinistra non condusse nella III Internazionale una lotta politica interna, ma anzi accettò volontariamente nel 1923 di essere sostituita nella direzione del partito italiano dagli elementi centristi, limitandosi a spiegare quali erano gli errori e le debolezze dell’organismo internazionale su diversi problemi e quali erano i pericoli cui questo si stava esponendo; rivendicò sempre una ricerca razionale ed obiettiva da parte di tutta l’Internazionale per la migliore soluzione dei problemi che si ponevano al partito e le «Tesi di Roma» del 1922 non solo fanno salva l’assoluta disciplina esecutiva alla centrale di Mosca, ma non sono intese come contrapposte alla posizioni della centrale stessa, bensì come contributo della sezione italiana alla soluzione razionale e consona ai principi comuni delle questioni tattiche.
È solo dopo il 1923 che la Sinistra, identificando i pericoli di ricaduta nell’opportunismo, che l’Internazionale presentava sempre più evidenti, prospetterà la possibilità, se la linea di Mosca non si fosse rovesciata, di arrivare alla costituzione di una frazione internazionale di sinistra per difendere l’Internazionale dalla risorta ala opportunista. E solo nel 1926 al Congresso di Lione la Sinistra presenterà un corpo di tesi globalmente opposto a quello della centrale italiana, identificando in lei il coagulo d’elementi che mai erano stati sul terreno del marxismo rivoluzionario e contrapponendovi la sua tradizione come l’unica aderente al comunismo e al marxismo.
Per la Sinistra, in quanto il partito comunista si costituisce sulla base di una dottrina unica, di un unico programma, di principi chiaramente enunciati e posti a base dell’adesione individuale al partito ed in quanto su questa base omogenea sono razionalmente definite le grandi linee della tattica, non cessano per questo di porsi al partito gravi e complessi problemi che esso deve risolvere tutti i giorni della sua vita. Ma l’omogeneità di base su cui il partito poggia fa sì che questi problemi possano trovar soluzione attraverso un lavoro ed una ricerca comune a tutto il partito, in una chiarificazione costante di quei cardini che tutti i militanti dichiarano di accettare e da cui la soluzione di un qualsiasi problema non deve mai debordare.
Il fatto che in determinati momenti possano presentarsi diverse soluzioni ad uno stesso problema e che su queste diverse soluzioni si schierino i militanti non deve indurre a dimenticare il patrimonio comune su cui il partito poggia ed al quale qualunque soluzione deve essere vincolata. La soluzione di un problema che il centro del partito decide di applicare non deve perciò dimostrare di essere l’espressione di un rapporto di forze fra gruppi contrapposti all’interno del partito e del prevalere dell’uno sull’altro, ma d’essere conforme alle linee dorsali fissate dalla dottrina, dal programma e dalla tattica del partito e questa fedeltà al patrimonio comune deve essere richiesta a qualsiasi impostazione di un qualsiasi problema. La soluzione dei problemi che assillano il partito è così demandata ad un lavoro collettivo svolto su di una base comune da tutti accettata e perciò suscettibile di ricerca obiettiva e razionale.
Al centro si deve la totale obbedienza e disciplina esecutiva in quanto dimostra non di essere l’espressione di una maggioranza di pareri individuali, ma di essere sul terreno di questa continuità.
Il presentarsi di dissensi su di una determinata questione tattica o di lavoro pratico, mentre impegna tutti i membri dell’organizzazione ad eseguire fedelmente gli ordini centrali, non autorizza nessuno a sostenere che il partito si è diviso in correnti e frazioni in lotta fra di loro, a misura in cui le due posizioni su quel problema, che è oggetto del dissenso, sono frutto di uno stesso modo d’impostazione dei problemi sulla base della comune tradizione di partito. Così gli errori che possono verificarsi nella soluzione di un determinato problema non autorizzano nessuno a sostenere che essi hanno dovuto alla presenza nel partito di un indirizzo tattico generale divergente da quello comune o ad accusare persone o gruppi di averlo commesso in quanto dissenzienti sull’indirizzo generale del partito.
La Sinistra non dedusse dal fatto che la dirigenza di Mosca applicava la tattica del fronte unico politico e nemmeno quella del governo operaio la conclusione che esisteva nel partito un’ala divergente sull’indirizzo generale o che avesse concezioni diverse dalle nostre sulle questioni fondamentali, e quando queste tattiche si dimostrarono praticamente errate non chiese la testa di nessuno, né chiese che si cambiassero i dirigenti dei partiti e dell’Internazionale. Partì sempre, nel dissentire sulle soluzioni che l’Internazionale stava dando a vari problemi, dalla concezione, per niente “idealistica” o “metafisica”, che sia i sostenitori del fronte unico politico e del governo operaio, sia noi eravamo in principio dei compagni che accettavano una base comune e rivendicò che la soluzione fosse da trovare nel chiarimento e nella precisazione di questa base.
Rinnegare questa nozione che nel partito comunista tutti sono in principio dei compagni anche quando sbagliano e fanno sbagliare l’intero partito significa dunque rinnegare tutta la tradizione della lotta della Sinistra nell’Internazionale; significa non trovar più risposta ai seguenti interrogativi: perché la Sinistra non chiese mai la sostituzione del centro di Mosca, sostenitore del fronte unico politico con un altro centro che sostenesse posizioni corrette? Perché la Sinistra abbandonò spontaneamente in mano ai sostenitori del fronte unico e del governo operaio la direzione del partito italiano, benché esso fosse completamente sulle sue posizioni? Perché non accusò Zinoviev o magari Lenin stesso di essere un agente infiltrato nel partito? È noto che la Sinistra non richiese mai niente di tutto questo, ma richiese invece che si ricercassero delle soluzioni tattiche corrette ed impegnative per tutti in un lavoro collettivo di chiarificazione e di definizione del patrimonio comune a noi tutti e vide nei processi agli uomini che avevano commesso degli errori, nella personificazione degli errori, nelle critiche e nelle autocritiche un allontanamento da questa sana dinamica e, di conseguenza, un pericolo di ricaduta nell’opportunismo.
Avendo a che fare con gente che ama dimenticare troppo facilmente, siamo costretti a fare un esempio pratico. Nel nostro piccolo partito la divergenza sul problema sindacale ha portato ad uno scontro in cui una parte dei compagni è stata definita affetta da attivismo e volontarismo e di conseguenza tutto il lavoro per risolvere la questione (si fa per dire) è stato impostato nel senso di esautorare questa parte dalle sue responsabilità passandole alla parte sana; da un possibile errore tattico come quello della «difesa della CGIL» si è tratta la deduzione che si era alla presenza di una corrente «anarco-sindacalista» all’interno del partito e che era necessario non solo correggere l’errore, ma anche smascherare questa corrente di cui l’errore non era che un riflesso.
Dal 1922 al 1926 la direzione dell’Internazionale comunista ha portato alla rovina un partito di milioni d’uomini ed ha «obiettivamente» sabotato la lotta rivoluzionaria di tutto il proletariato europeo e mondiale, ma mai dalla penna o dalla bocca della Sinistra è uscito in quattro anni, e neanche successivamente, che l’Internazionale era diretta da antimarxisti o da opportunisti e che perciò bisognasse strappare la direzione dell’organizzazione a coloro che erano colpevoli di fatali errori. Né non si troverà mai in uno scritto o in un discorso della Sinistra l’affermazione che noi lottavamo contro l’Esecutivo di Mosca dai cui errori tattici si doveva dedurre trattarsi di una corrente opportunistica infiltratasi nel partito. Non lo dicevamo nemmeno nel 1926 quando tutto era perduto. E non personificammo l’errore di Zinoviev o di Kamenev o di Trotski appiccicando loro etichette che valgono solo per chi sta fuori del partito, non per un rispetto sciocco verso la «dignità della persona», ma perché li ritenevamo e li riteniamo oggi «errori» non determinati da uomini.
Posizione questa completamente opposta a quella invece che dice: «si combattono le posizioni errate, ma quando queste si radicalizzano si combattono anche gli uomini che sono i vettori di queste posizioni», e che è sbagliata sia nella prima sia nella seconda parte, perché il nostro lavoro nell’Internazionale non fu mai di combattimento politico, ma di contributo e di chiarimento. Non combattemmo politicamente né le posizioni errate, né gli uomini-vettori di queste posizioni. Dimostrammo che le posizioni erano sbagliate e cercammo di impostare un lavoro collettivo ed impersonale per ricercare sulla base della reciproca fiducia, su un terreno sgombro da patteggiamenti, diplomazia, scontri, pressioni la posizione giusta alla luce dei nostri principi.
O il presupposto del nostro lavoro era che sia Amadeo Bordiga, sia Zinoviev «erano in principio dei compagni», anche quando davano allo stesso problema due soluzioni opposte o divergenti e che perciò il problema non era di «condannare» la soluzione di Zinoviev, ma di ricercare la soluzione valida per tutto il movimento comunista, oppure tutta la storia della Sinistra può essere mandata al macero.
CITAZIONI
108 – La politica dell’Internazionale – 1925.
… Ma dunque, si dirà, domandate voi per principio che ai prossimi congressi comunisti vi sia lotta e dissidio aperto e violento senza possibilità di una comune soluzione?
Rispondiamo subito che se l’unanimità si raggiungesse per lo studio e la considerazione oggettiva e superiore dei problemi, ciò sarebbe l’ideale; ma che l’unanimità artificiale è assai più dannosa dell’aperto dissenso nella consultazione del Congresso, salva sempre la disciplina esecutiva.
109 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924.
… Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella desiderata direzione, e conformare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nell’essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle sue file e dell’impostazione della sua politica.
110 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
I,3 -… Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo un’obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o ad un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente.
II.5 -… Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire all’elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, un’agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per l’unità e della disciplina per la disciplina.
III.10 -… La campagna culminante nella separazione del congresso è stata deliberatamente impostata dopo il V Congresso mondiale non come un lavoro di propaganda ed elaborazione in tutto il partito delle direttive dell’Internazionale, tendente a creare una vera ed utile più avanzata coscienza collettiva, ma come un’agitazione mirante a raggiungere nel modo più spiccio e col minimo sforzo la rinunzia dei compagni all’adesione alle opinioni della sinistra. Non si è badato se un tale metodo era utile o dannoso al partito agli effetti della sua efficienza verso i nemici esterni, ma si è mirato con ogni mezzo al raggiungimento de quell’obiettivo interno.
111 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. -1926.
… La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro, e non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere.
112 – Politique d’abord – 1952.
… Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta.
113 – Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista del popoli colorati – 1953.
Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi d’azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotto a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali.
114 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
5 -… Adottata alla vecchia consegna che risponde alla frase: «sul fili del tempo», il nostro movimento si dette a riportare davanti agli occhi e alle menti del proletariato il valore dei risultati storici che si era iscritti nel lungo corso della dolorosa ritirata. Non si trattava di ridursi ad una funzione di diffusione culturale o di propaganda di dottrinette, ma di dimostrare che teoria ed azione sono campi dialetticamente inseparabili e che gli insegnamenti non sono libreschi o professorali, ma derivano (per evitare la parola, oggi preda dei filistei, di esperienze) da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie. È ciò che noi abbiamo chiamato con vecchio criterio marxista classico: «lezioni delle controrivoluzioni».
7 – Trattandosi di un trapasso e di una consegna storica da una generazione che aveva vissuto le lotte gloriose del primo dopoguerra e della scissione di Livorno alla nuova generazione proletaria che si trattava di liberare dalla folle felicità della caduta del fascismo per ricondurla alla coscienza dell’azione autonoma del partito rivoluzionario contro tutti gli altri, e soprattutto contro il partito socialdemocratico, per ricostituire forze consacrate alla prospettiva della dittatura e del terrore proletari contro la grande borghesia come contro tutti i suoi esosi strumenti, il nuovo movimento trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindicennale…
8 – La struttura di lavoro del nuovo movimento, convinto della grandezza, della durezza e della lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera perché non prometteva, anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su incontri frequenti d’inviati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare dalle nostalgie del morbo antifascista, e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto la continuazione organica del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file della masse proletarie…
Questa opera e questa dinamica si ispirano ad insegnamenti classici di Marx e di Lenin, che dettero la forma di tesi alla loro presentazione delle grandi verità storiche rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella loro preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo, erano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storico era trasportato a contatto di tutto il partito. Non avrebbe alcun senso l’obiezione che si tratti di testi perfetti irrevocabili e immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato nel nostro seno che si trattava di materiali in continua elaborazione e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa; tanto che da tutte le fila del partito, ed anche da elementi giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l’apporto di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche proprie della Sinistra.
115 – Tesi supplementari… (Tesi di Milano) – 1966.
2 – Il piccolo movimento attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica attraversata rende molto difficile l’opera d’utilizzazione a forte distanza storica delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo dalle clamorose vittorie quanto dalle sconfitte sanguinose e dai ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario, nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli nei periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere. Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti opportuniste. Pure accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione.
Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che c’è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista.
116 – Premessa a «Tesi della Sinistra per il III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione» – 1970.
… Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi o persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto ora diveniva il prodotto di «congiunture sfavorevoli», di situazioni «avverse».
La verità era che non diciamo il processo, ma la revisione critica, andava fatta alla radice e basata su coefficienti impersonali mostrando come il gioco di cause ed effetti tra fattori oggettivi e soggettivi sia infinitamente complesso e se, sui primi – considerati solo per un momento come «puri», cioè a se stanti, fuori dell’influenza della nostra azione collettiva – il potere d’intervento del partito è limitato, è invece in nostro potere salvaguardare, anche a prezzo d’impopolarità e insuccessi momentanei, le condizioni che sole permettono ai secondi di agire sulla storia, e fecondarla.
Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto.
PARTE IV
CAP. 1 STRUTTURA DEL PARTITO
Ricostituendosi sulle sue classiche basi nel 1952 il nostro partito non si distingueva soltanto per il possesso di un corretto bagaglio dottrinario e teorico, programmatico e tattico che derivava dall’applicazione della continua ed invariante dottrina alle lezioni di cinquanta anni di controrivoluzione; né soltanto dalla sua predisposizione di combattimento tesa «a ricercare ogni più piccolo spiraglio» che gli permettesse, senza venir meno in nessun momento ai principi vitali, di allargare il settore di contatto con le masse proletarie ovunque queste fossero spinte alla lotta anche per obiettivi parziali ed immediati; ma anche, di conseguenza, per il forgiarsi di una struttura organizzativa e di lavoro centralizzata, adatta allo svolgimento dei compiti che al partito si ponevano.
Questa struttura di lavoro è definita ampiamente nelle citazioni che seguono. Essa si fonda, dal 1952, sull’esistenza di un centro da cui partono tutte le disposizioni per l’insieme della rete sotto forma di «circolari all’organizzazione»; su di un collegamento ancora più frequente che lega il centro con i vari punti dell’organizzazione impegnati nei diversi settori del lavoro; sul flusso opposto dalle sezioni territoriali e dai gruppi o singoli militanti attivi verso il centro; su periodiche riunioni di tutta la rete organizzata che fanno il punto, tramite relazioni estese, del lavoro svolto, sia in campo teorico che in campo pratico, dal partito in un determinato periodo di tempo. Il vasto materiale di queste periodiche riunioni è pubblicato sulla stampa di partito e costituisce oggetto di studio e d’ulteriore elaborazione nelle riunioni locali e regionali.
Questa struttura di lavoro ha permesso al partito la pubblicazione regolare dei suoi organi di stampa per la quale si esigono collaboratori e diffusori; gli ha permesso un lavoro continuo di scolpimento dei lineamenti teorici, programmatici e tattici del movimento ed un intervento costante nel vivo delle lotte operaie per coordinare e dirigere il quale si sentì, nel 1962, il bisogno di pubblicare un organo sindacale specifico, e, nel 1968, la necessità di creare un organo coordinatore chiamato «ufficio sindacale centrale».
Che questa struttura funzionasse male può essere e, di conseguenza, condividiamo tutti i tentativi di renderla più rigida e stretta intensificando i rapporti fra centro e periferia e viceversa ed esigendo maggiore regolarità e precisione nel doppio flusso attraverso il disporre, nei punti adatti dell’ingranaggio, tutte le braccia necessarie. È chiaro che, man mano che il lavoro del partito s’intensificherà e diventerà più complesso, occorreranno altri strumenti di coordinamento e di centralizzazione; si verificherà, in connessione con l’aumento del numero dei compagni ed il complicarsi del lavoro, la necessità di una selezione sempre maggiore fra i militanti, la sempre maggiore precisazione delle funzioni, degli organi addetti a svolgere le funzioni e degli uomini che devono essere adibiti ai diversi organi. Ma questo è fatto organico, non volontaristico; è determinato dal potenziarsi del lavoro del partito, non dalla volontà di qualcuno. Gli organi differenziati che il partito possiede in un determinato momento devono essere la risultante delle necessità funzionali dell’attività del partito, non di uno schema organizzativo campato in aria e considerato necessario solo perché corrisponde all’idea del partito perfetto o del meccanismo perfetto che qualcuno può avere nella sua testa.
Lenin ha sostenuto in «Che fare?» che, se è vero che l’organizzazione sempre più complessa del partito deriva dallo sviluppo del lavoro del partito stesso, è pur vero che le forme d’organizzazione possono a loro volta favorire o, viceversa, limitare lo sviluppo del lavoro. Questo equivale a dire che il partito deve avere in ogni momento una forma strutturale della sua attività che sia in grado di non inceppare, ma di favorire lo sviluppo dell’attività in tutti i campi. Ora, le forme d’organizzazione che il partito si è dato dal 1952 al 1970 sono forse inadeguate a contenere il rapido sviluppo dell’attività oppure, a causa dell’esistenza di queste forme, il lavoro non può svilupparsi quanto dovrebbe, né svolgersi al meglio? Il problema merita attenzione e studio razionale. Ma solo su questo piano e non su altri, frutto di cervellotiche elucubrazioni.
Si può dire che la struttura centralizzata del periodo 1952-1970 deve essere migliorata e potenziata per rispondere meglio ai compiti di più vasta portata che si presentano al partito, ma non si può dire che «finora la nostra è stata vita di circolo», «stiamo lottando per dare al partito una forma organizzata» etc. Affermazioni di questo genere, non solo falsificano la storia reale del partito il quale «fin dal 1952 trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindecennale» (Tesi 1965), ma può portare a conseguenze mortali nella concezione marxista del partito.
La prima conseguenza può essere quella di affermare che quest’organizzazione non esisteva, perché in realtà non esisteva il partito, bensì un gruppo d’apprendisti della teoria o un circolo marxista. Ne deriverebbe che la trasformazione di questo gruppo o circolo in partito sarebbe fatto organizzativo e, di conseguenza, che il partito deve ancora nascere e nascerà nella misura in cui si forgerà una struttura organizzativa determinata. Si ricadrebbe nell’idealisti «modello d’organizzazione» che caratterizzerebbe il partito, contro Marx, Lenin e la Sinistra.
Ma deviazione ancora più grave sarebbe l’identificare l’esistenza o meno di una struttura organizzativa centralizzata nella presenza di formalismi d’organizzazione come statuti, codici, apparati speciali di tipo burocratico, etc. affermando che, solo se questi esistono, si può parlare di struttura organizzata. Un’affermazione di questo genere ci porterebbe di peso ad una concezione idealistica del partito.
È il marxismo che ha affermato che è esistita ed esisterà una società, la quale, pur avendo organi differenziati e centralismo assoluto, non ha avuto bisogno, né avrà bisogno per mantenere questa struttura né di statuti, né di codici, né di uno speciale apparato differenziato dal corpo sociale, caratteristiche proprie soltanto delle società divise in classi, ma si servirà esclusivamente di una gerarchia di funzioni tecniche allo svolgimento delle quali saranno organicamente selezionati individui i quali saranno «tanto necessari quanto dispensabili» a seconda della loro idoneità a svolgere la funzione, intendendo che sono le funzioni tecniche che si servono degli individui e non viceversa. Ed abbiamo altrove chiarito che proprio in questo senso il partito prefigura la società futura.
Nel 1952 il partito ha rinunciato ad avere al suo interno codificazioni statutarie, così come ha rinunciato a servirsi dei meccanismi democratici interni fino alla convocazione di «congressi sovrani» non perché fosse una setta di studiosi o un «circolo» senza nessuna organizzazione, ma perché ha definito che può strutturarsi l’organizzazione di partito senza fare ricorso a questi meccanismi; vi ha rinunciato non per tornarvi successivamente, finita la fase del «circolo», ma per sempre.
Lasciamo dimostrare questo alla nostra corretta tradizione:
1) scrivemmo nel 1967 (P.C. n. 5/1967):
«La generosa preoccupazione dei compagni che il partito operi in modo organizzativamente sicuro, lineare ed omogeneo, si rivolga dunque – come ammoniva lo stesso Lenin nella ’Lettera ad un compagno’ – non alla ricerca di statuti, codici e costituzioni, o, peggio, di personaggi di tempra ’speciale’, ma a quella del modo migliore di contribuire, tutti e ciascuno, all’armonico espletamento delle funzioni senza le quali il partito cesserebbe di esistere come forza unificatrice e come guida e rappresentanza della classe, che è l’unica via per aiutarlo a risolvere giorno per giorno, ’da sé’ – come nel ’Che fare?’ di Lenin laddove si parla del giornale come di un ’organizzatore collettivo’ – i suoi problemi di vita e di azione. È qui la chiave del ’centralismo organico’, è qui l’arma sicura nella storica battaglia delle classi, non nella vuota astrazione delle pretese ’norme’ di funzionamento dei più perfetti meccanismi o, peggio, nello squallore dei processi agli uomini che per selezione organica si trovano a maneggiarli ’in basso’ o ’in alto’».
E poco prima:
«Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il partito vive e agisce non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo premarxista, architetto di ben pianificate strutture da calare belle e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo, formatosi in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche sul filo di una direttrice di marcia costante: come scriveva la nostra ’Piattaforma’ del 1945: “Le norme d’organizzazione del partito sono coerenti alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie”. È nell’esercizio delle sue funzioni, tutte e non una, che il partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che li disfà e li ricrea non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile, né a priori né a posteriori».
2) E nel 1970, a riprova che quanto scritto sopra fa parte del pensiero continuo del partito («In difesa…», pag. 131):
«L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari (…) Consultazione, costituzioni e statuti sono propri delle società divise in classi e dei partiti che esprimono a loro volta non il percorso storico di una classe, ma l’incrociarsi dei percorsi divergenti o non pienamente convergenti di più classi. Democrazia interna o ’burocratismo’, omaggio alla ’libertà di espressione’ individuale o di gruppo e ’terrorismo ideologico’ sono termini non già antitetici, ma dialetticamente connessi».
Tiriamo questa conclusione: il nostro partito ha preteso, fin dal 1945, di darsi una struttura centralizzata, differenziata in una gerarchia di funzioni tecniche («In difesa…», pag. 131) senza far ricorso a statuti, meccanismi democratici, apparati burocratici, processi, espulsioni, scelta d’uomini «speciali». Chi in questo vede un’assenza di strutture organizzative è organicamente al di fuori del nostro partito perché il partito vi vede invece, come dimostrato da tutte le citazioni, «la realizzazione di aspirazioni che erano manifeste nella Sinistra Comunista sin dal tempo della II Internazionale» (Tesi di Napoli) e «l’eliminazione dalla propria struttura di uno degli errori di partenza della Internazionale di Mosca» (Considerazioni…, 1965).
CITAZIONI
117 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
7 – Trattandosi di un trapasso e di una consegna storica da una generazione che aveva vissuto le lotte gloriose del primo dopoguerra e della scissione di Livorno alla nuova generazione proletaria che si trattava di liberare dalla folle felicità della caduta del fascismo per ricondurla alla coscienza dell’azione autonoma del partito rivoluzionario contro tutti gli altri, e soprattutto contro il partito socialdemocratico, per ricostituire forze consacrate alla prospettiva della dittatura e del terrore proletari contro la gran borghesia come contro tutti i suoi esosi strumenti, il nuovo movimento trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindecennale…
8 – La struttura di lavoro del nuovo movimento, convinto della grandezza, della durezza e della lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera, perché non prometteva anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su incontri frequenti d’invitati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare dalle nostalgie del morbo antifascista, e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto la continuazione organica del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie, dieci e cento volte percosse, ingannate e deluse, e che finalmente insorgeranno contro il fenomeno doloroso della decomposizione purulenta della società capitalistica…
Questa opera e questa dinamica si ispirano ad insegnamenti classici di Marx e di Lenin, che dettero la forma di tesi alla loro presentazioni delle grandi verità storiche rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella loro preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo, erano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storica era trasportato a contatto di tutto il partito. Non avrebbe alcun senso l’obiezione che si tratti di testi perfetti, irrevocabili e immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato nel nostro seno che si trattava di materiali in continua elaborazione e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa; tanto che da tutte le file del partito, ed anche da elementi giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l’apporto di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche proprie della Sinistra.
È solo nello sviluppo in questa direzione del lavoro che abbiamo tratteggiato che noi attendiamo il dilatarsi quantitativo delle nostre file e delle spontanee adesioni che al partito pervengono e che ne faranno un giorno una forza sociale più grande.
9 – Prima di lasciare l’argomento della formazione del partito dopo la seconda grande guerra, è bene riaffermare alcuni risultati che oggi valgono come punti caratteristici per il partito, in quanto sono risultati storici, di fatto, malgrado la limitata estensione quantitativa del movimento, e non scoperte d’inutili geni o solenni risoluzioni di congressi «sovrani».
Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole ed anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse ed anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti dalle nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, ed il partito aborre dalle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di mettere piede in quegli ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé un’attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori almeno statisticamente. È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento con l’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni che, per il marxista, è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici. Altrettanto erroneo sarebbe suddividere il partito o i suoi aggruppamenti locali in compartimenti stagni che siano attivi solo in uno dei campi di teoria, di studio, di ricerca storica, di propaganda, di proselitismo e d’attività sindacale, che nello spirito della nostra teoria e della nostra storia sono assolutamente inseparabili e in principio accessibili a tutti e a qualunque compagno.
Altro punto che il partito ha conquistato storicamente da cui mai potrà decampare, è la netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutele sue locali derivazioni.
118 – Tesi supplementari… (Tesi di MIlano) – 1966.
8 -… Ben sappiamo che la dialettica storica conduce ogni organismo di lotta a perfezionare i suoi mezzi d’offesa impiegando le tecniche in possesso del nemico. Da questo si deduce che nella fase del combattimento armato i comunisti avranno un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune. Questa verità non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito. Le vie di trasmissione delle operazioni devono essere univoche, ma questa lezione della burocrazia borghese non ci deve far dimenticare per quali vie si corrompe e degenera anche quando viene adottata nelle file di associazioni operaie. L’organicità del partito non esige per niente che ogni compagno veda la personificazione della forma partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizione che vengono dall’alto. Questa trasmissione tra le molecole che compongono l’orano partito ha sempre contemporaneamente la doppia direzione; e la dinamica d’ogni unità s’integra nella dinamica storica del tutto. Abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido.
CAP. 2 LE «FASI» DI SVILUPPO DEL PARTITO
Dalle citazioni che allineiamo di seguito, partendo dalle tesi di Roma del 1922 per arrivare a stralci della prefazione ad «In difesa…» del 1970, risulta chiaramente la nozione dello sviluppo del partito politico propria della scuola marxista rivoluzionaria. È la teoria marxista la quale ha sciolto il vecchio dilemma dell’umanità – la separazione fra pensiero ed azione, fra teoria e pratica – dimostrando che questi termini sono nella realtà strettamente ed inscindibilmente collegati tra loro. Nella società umana è l’azione che determina la coscienza e questo vale anche per la classe proletaria, la cui azione è determinata da fatti ed esigenze materiali. Nel partito di classe coscienza ed azione sono inscindibilmente collegate e non possono esistere l’una senza l’altra. L’unica differenza è che l’organo partito è suscettibile, a differenza di tutti gli altri, d’azione cosciente, cioè la coscienza è premessa dell’agire sul teatro delle lotte sociali.
Siamo alla presenza dell’organo partito di classe quando sono compendiati nella dinamica di un determinato raggruppamento i tre fattori già descritti nelle Tesi di Roma: difesa e scolpimento della teoria e della dottrina storica; organizzazione fisica di un nucleo combattente; intervento ed attività nella fisica lotta proletaria. Questi tre compiti sono contenuti contemporaneamente in ogni momento della vita del partito, perché sono i compiti che definiscono il partito. La proporzione fra le energie che vengono dal partito adibito a ciascuno di questi compiti può variare secondo le epoche storiche e delle situazioni oggettive in cui il partito si trova ad agire, ma nessuno di loro viene meno, almeno nella predisposizione del partito quand’anche una situazione assolutamente negativa lo riducesse praticamente a zero. In una situazione controrivoluzionaria come l’attuale e il 95 per cento delle energie del partito sono dedite alla restaurazione della sana dottrina e soltanto il 5 per cento all’insieme dell’attività organizzativa e d’intervento nelle lotte operaie. In una situazione di ripresa rivoluzionaria e d’attacco al potere borghese, la percentuale dell’energia sarà necessariamente invertita ed il 95 per cento di essa sarà dedicato ad opera d’organizzazione e d’intervento nelle lotte. Ma questo dipende solo ed esclusivamente dalla situazione esterna al partito la quale influisce su di esso non solo determinando il perimetro più o meno ristretto dell’organizzazione, ma anche imponendo una certa particolare distribuzione delle energie all’interno dell’organo.
Sono questi incidenti storici, ma il partito non rinunzia a nessun campo dello svolgimento di tutte le sue funzioni vitali in nessun momento della sua vita. Sono rapporti quantitativi fra le diverse manifestazioni d’energia che non il partito determina, ma la situazione esterna. Ma dal punto di vista qualitativo le funzioni del partito rimangono tutte in piedi in tutti i momenti della sua vita. In determinati momenti della storia il lavoro pratico fra le masse proletarie può, da un punto di vista immediato, essere inesistente, ma la predisposizione dell’organo partito a svolgere questo lavoro approfittando d’ogni spiraglio deve esistere. Allo stesso modo per quanto riguarda l’organizzazione armata e il lavoro illegale, la cui necessità deve essere sempre presente al partito anche, se, in pratica, esso non svolge nessun’attività in questo senso.
Dalla distribuzione delle energie del partito nelle varie attività – lavoro teorico, propaganda, proselitismo, azione sindacale, azione armata etc. – nulla si deve dedurre e nulla si deve concludere sulla natura del partito, perché qualitativamente non cambia nulla. Dedurre che, poiché il cento per cento degli effettivi sono dediti ad un lavoro teorico, cosa che può dipendere solo da condizioni oggettive esterne, il partito si trova nella «fase» della preparazione teorica e che è inutile o secondario il lavoro pratico d’organizzazione e di penetrazione nella classe, è bestemmia antimarxista che uccide il partito riducendolo ad un’accolita di pensatori che non sarebbe in grado neanche di apprendere la teoria, perché fa parte della natura della nostra teoria la caratteristica di poter essere patrimonio soltanto di un organo combattente e di non poter essere appresa per via intellettuale da un gruppo di «professori». Perciò chi concepisce non solo l’azione del partito, ma anche quella di un singolo militante, come affermano le nostre tesi, distribuita in «fasi» divise nel tempo – prima si apprende la teoria e i principi del movimento, si leggono e si studiano tutti i testi marxisti fino ad averne piena padronanza intellettuale, successivamente s’intraprende un lavoro per dare una struttura organizzativa a coloro che hanno «appreso», per trasformare i «professori di marxismo» in «militanti di una organizzazione», in ultimo l’organizzazione, armata della teoria appresa, si lancia nel campo dell’azione esterna – è fuori da tutta la concezione marxista.
È tesi marxista che le tre manifestazioni d’energia o vanno insieme o non esistono. La teoria può essere «imparata», è vecchia tesi marxista, solo da un nucleo organizzato ed immesso nell’azione pratica. Altrimenti non esiste neanche apprendimento, né chiarimento, né scolpimento, perché l’apprendimento della teoria marxista, arma di battaglia del partito, non può essere fatto individuale e culturale, ma è fatto collettivo dell’organo partito e si realizza nello svolgimento coordinato di tutta la sua attività.
È per questo che il nostro piccolo nucleo ebbe fin dalla sua ricostruzione il diritto di definirsi partito comunista. Era ed è numericamente ridottissimo, ma non ha mai cessato di svolgere le sue funzioni organiche: non si è ridotto ad un’accolita di pensatori o di studiosi pur essendo il raggio della sua attività esterna quantitativamente limitatissimo, non è caduto nell’attivismo e nell’immediatismo caratteristico di tutti i gruppuscoli gauchistes, ha saputo legare la fedeltà e la difesa assoluta della teoria, dei principi e delle esperienze storiche del proletariato allo svolgimento di tutta l’azione pratica possibile in quest’epoca di controrivoluzione, senza tralasciare occasione di intervenire anche nelle più limitate manifestazioni della lotta operaia in maniera organizzata e con caratteri di netta distinzione rispetto a qualsiasi altro raggruppamento. È in questa linea coerente, in questa battaglia teorica e pratica che si riconosce il partito. Ed è su questa base sicura che il procedere della crisi capitalistica ed il ritorno del proletariato alla lotta almeno sul terreno economico apporterà al piccolo nucleo di oggi le schiere delle giovani guardie rivoluzionarie che ricercheranno l’arma determinante per lanciarsi nel campo della guerra sociale. A patto che il partito abbia saputo mantenere questa continuità organica di programma e d’azione.
Al di fuori di questa concezione del partito non c’è che la morte. È completamente assurda la tesi secondo la quale c’è il partito storico-programma che è difeso da un nucleo d’intellettuali e studiosi; poi c’è la «società di propaganda»; poi ancora, a patto di darsi l’adeguata organizzazione, c’è il nucleo del partito. È veramente debilitante che simili costruzioni meccanicistiche ed idealistiche, che si possono ottenere solo falsificando Lenin e la tradizione della sinistra, trovino ancora modo di impestare il movimento operaio.
Se il partito mantiene questa continuità e questa connessione dialettica fra i vari compiti e le varie funzioni che formano la sua vita organica, l’organizzazione si sviluppa, si diversifica, si struttura, non per volontà di qualcuno, ma per le necessità stesse dello svolgersi, dell’ampliarsi, del divenire più complessa l’attività del partito. Si creano nuovi organi, perché le funzioni si complicano sempre di più e richiedono una struttura adeguata alle loro necessità, perché l’attività del partito preme richiedendo strumenti adatti al suo miglior dispiegarsi in tutti i campi, non per il bambinesco motivo che un giorno qualcuno pensa che sia giunta l’ora di dare finalmente struttura organizzata al partito e si mette, nel suo piccolo cervello, a ponzare un modello d’organizzazione magari ricopiando le ultime righe di un Lenin poco letto e poco capito, ma in compenso citato a man bassa anche per risolvere il problemino del quotidiano liberarsi di scorie liquide e solide.
Il partito, non la società di propaganda o il «circolo», si è formato definitivamente nel 1952 quando ha precisato in maniera definitiva i suoi cardini di dottrina, di programma e di tattica (natura, funzione e tattica; tesi caratteristiche ecc.) ed ha cominciato su quella base a svolgere tutto il complesso delle sue attività, nessuna esclusa. Dal 1952 si è data una struttura organizzativa adeguata alla sua estensione numerica ed allo svolgimento delle attività al grado consentito dalla temperatura sociale esterna. Questa struttura è descritta ampiamente nelle Tesi del 1965-1966. Questa struttura si modificherà certamente diventando più complessa, più stretta, più differenziata e con caratteri più netti e precisi, ma sotto la spinta dell’estendersi della rete degli organizzati, dello svilupparsi del lavoro, del crescere dell’influenza del partito sulla classe e non per la bella scoperta di qualche «inutile genio» o di qualche «congresso sovrano» che scopra che non possiamo dirci partito se non possediamo quel tale apparato che gli sembra di aver trovato descritto in Lenin.
CITAZIONI
119 – Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze) – 1951.
II.4 – Compiti egualmente necessari del partito prima, durante e dopo la lotta armata per il potere sono la difesa e la diffusione della teoria del movimento, la difesa e il rafforzamento dell’organizzazione interna col proselitismo, la propaganda della teoria e del programma comunista, e la costante attività nelle file del proletariato ovunque questo è spinto dalle necessità e determinazioni economiche alla lotta per i suoi interessi.
IV.4 – Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione in certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo è mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.
7 – Con questa giusta valutazione rivoluzionaria dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolita di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero da ieri considerandolo insufficiente…
9 – Gli eventi, non la volontà o la decisione d’uomini, determinano così anche il settore di penetrazione nelle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante.
10 – L’accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione.
120 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
8 – Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito d’oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin lo compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria e azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stesse e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme d’attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentano.
9 – Tutto ciò andrebbe svolto molto più lungamente, ma si può pervenire ad una conclusione circa la struttura organizzativa del partito in un trapasso tanto difficile. Sarebbe errore fatale riguardarlo come divisibile in due gruppi: uno dedito allo studio e l’altro all’azione, perché questa distinzione è mortale non solo per il corpo del partito, ma anche in riguardo ad un singolo militante. Il senso dell’unitarismo e del centralismo organico è che il partito sviluppa in sé gli organi atti a varie funzioni, che noi chiamiamo propaganda, proselitismo, organizzazione proletaria, lavoro sindacale etc., fino, domani, all’organizzazione armata, ma che nulla si deve concludere dal numero dei compagni che si pensano addetti a tali funzioni, perché in principio nessun compagno deve essere estraneo a nessuna di loro.
È un incidente storico che in questa fase possa sembrare troppi i compagni dediti alla teoria e alla storia del movimento, e pochi quelli già pronti all’azione. Soprattutto insensata sarebbe la ricerca del numero dei dediti all’una e all’altra manifestazione d’energia. Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi in numeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche.
121 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965.
5 -… Adottata la vecchia consegna che risponde alla frase: «sul filo del tempo», il nostro movimento si dette a riportare davanti agli occhi e alle menti del proletariato il valore dei risultati storici che si erano iscritti nel lungo corso della dolorosa ritirata. Non si trattava di ridursi ad una funzione di diffusione culturale o di propaganda di dottrinette, ma di dimostrare che teoria ed azione sono campi dialetticamente inseparabili e che gli insegnamenti non sono libreschi o professorali, ma derivano (per evitare la parola, oggi preda dei filistei, di esperienze) da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie. È ciò che noi abbiamo chiamato con vecchio criterio marxista classico: «lezioni delle controrivoluzioni».
122 – Premessa a «Tesi dopo il 1945» – 1970.
… Si può dire che soltanto nella seconda metà del 1951 e specialmente a partire dal 1952 il partito prese un indirizzo fermo ed omogeneo, basato sul riallacciamento alle tesi di fondo del periodo 1920-1926 e sul bilancio dinamico del venticinquennio successivo, che ad esse conferiva lineamenti ancora più netti e ormai inconfondibili; e si diede una struttura corrispondente a quest’apporto teorico intorno al nuovo quindicinale «Il Programma Comunista».
Il problema centrale era, senza dubbio, la riproposizione della dottrina marxista, mille volte calpestata e sfigurata dalla controrivoluzione staliniana, nella sua integralità; ma quest’obiettivo non poteva essere né non fu mai separato, in dottrina e in pratica, dallo sforzo costante non solo di propagandare le nostre posizioni teoriche e programmatiche, ma di «importarle», secondo la classica definizione di Lenin, nella classe operaia, partecipando nei limiti delle nostre forze alle sue lotte per obiettivi anche immediati e contingenti, e non facendo mai del partito, per piccolo che fosse numericamente, un’accademia di pensatori, un cenacolo d’illuminati, una setta di cospiratori armati di un bagaglio inestimabile, ma ignoto se non agli iniziati.
CAP. 3 PARTITO E TERZA INTERNAZIONALE
Le citazioni che seguono mostrano quale sia stato l’atteggiamento della Sinistra verso la III Internazionale e quali lezioni il partito abbia tratto dalla sua degenerazione prima e distruzione poi per opera della controrivoluzione staliniana. Influsso determinante sul partito ha lo svolgimento dei fatti sociali, in quanto il partito è il prodotto delle situazioni, che he ne favoriscono il cammino suo proprio o viceversa lo ostacolano. Risulterà però chiaro come noi abbiamo sempre individuato le cause di questo processo degenerativo non soltanto nel rifluire del movimento rivoluzionario internazionale, ma anche nelle debolezze che storicamente avevano contraddistinto il processo di formazione del nuovo organismo mondiale e che, quando si verificò il riflusso rivoluzionario, non potevano fare a meno di pesare sulle capacità di reazione dell’organismo stesso alla situazione sfavorevole. Queste “debolezze” organiche della III Internazionale sono dalla Sinistra identificate nei fatti seguenti:
1) – «Deve però dirsi che, se la restaurazione dei valori rivoluzionari fu grandiosa e completa per quanto riguarda i principi dottrinari, l’impostazione teorica e il problema centrale del potere dello Stato, non fu invece altrettanto completa la sistemazione organizzativa della nuova internazionale e l’impostazione della tattica di essa e di quella dei partiti aderenti» (da Natura, funzione e tattica…, 1945).
2) – «Nella situazione del primo dopoguerra, che appariva obiettivamente rivoluzionaria, la dirigenza dell’Internazionale si fece guidare dalla preoccupazione – peraltro non immotivata – di trovarsi impreparata e con scarso seguito nelle masse allo scoppio di un movimento generale europeo che poteva conseguire la conquista del potere in alcuni dei grandi paesi capitalistici. Era talmente importante per l’Internazionale leninista l’eventualità di un rapido crollo del mondo capitalistico, che oggi si comprende come, nella speranza di poter dirigere più vaste masse nella lotta per la rivoluzione europea, si largheggiasse nell’accettare l’adesione di movimenti che non erano veri partiti comunisti e si cercasse con la tattica elastica del fronte unico di tenere contatto con le masse che erano dietro le gerarchie di partiti oscillanti tra la conservazione e la rivoluzione.
Se l’eventualità favorevole si fosse verificata, i riflessi sulla politica e l’economia del primo potere proletario in Russia sarebbero stati talmente importanti da permettere il risanamento rapidissimo delle organizzazioni internazionali e nazionali del movimento comunista.
Essendosi invece verificata l’eventualità meno favorevole, quella del ristabilimento relativo del capitalismo, il proletariato rivoluzionario dovette riprendere la lotta ed il cammino con un movimento che, avendo sacrificato la sua chiara impostazione politica e la sua omogeneità di composizione e di organizzazione, era esposto a nuove degenerazioni opportunistiche» (da Natura, funzione e tattica…, 1951)3) – «Ma l’errore che aprì le porte della III Internazionale alla nuova e più grave ondata opportunistica non era soltanto un errore di calcolo delle probabilità future del divenire rivoluzionario del proletariato; era un errore di impostazione e di interpretazione storica consistente nel voler generalizzare le esperienze ed i metodi del bolscevismo russo, applicandoli ai paesi di enormemente più progredita civiltà borghese e capitalistica» (da Natura, funzione e tattica…, 1951).
4) – «Non minore confusione si arrecò nell’organizzazione interna e si compromise il risultato del difficile lavoro di selezione degli elementi rivoluzionari dagli opportunisti nei vari partiti e paesi. Si credete di procurarsi nuovi effettivi ben manovrabili dal centro con lo strappare in blocco ali sinistre ai partiti socialdemocratici. Invece, passato un primo periodo di formazione della nuova Internazionale, questa doveva stabilmente funzionare come partito mondiale ed alle sue sezioni nazionali si doveva aderire individualmente dai nuovi proseliti. Si vollero guadagnare forti gruppi di lavoratori, ma invece si patteggiò coi capi disordinando tutti i quadri del movimento, scomponendoli e ricomponendoli per combinazioni di persone in periodi di lotta attiva. Si riconobbero per comuniste frazioni e cellule entro i partiti socialisti e opportunisti e si praticarono fusioni organizzative; quasi tutti i partiti, anziché divenire atti alla lotta, furono così tenuti in crisi permanente, agirono senza continuità e senza definiti limiti tra amici e nemici, e registrarono continui insuccessi nelle varie nazioni. La Sinistra rivendica l’unicità e continuità organizzativa» (da Tesi caratteristiche del partito, 1951).
Su questi quattro punti, dunque, l’Internazionale mostrò debolezze che ne resero possibile la riconquista da parte dell’opportunismo, debolezze che la Sinistra italiana fu la sola ad identificare fin dal 1920. Fu la Sinistra italiana ad insistere perché fossero rese più rigide le condizioni di ammissione (1920) e riuscì a far inserire nei ventuno punti alcune sue vitali precisazioni, ma non riuscì a far approvare l’eliminazione delle «particolarità nazionali» alle quali poi si rifaranno i massimalisti italiani per il loro gioco di false adesioni che la direzione dell’Internazionale accettò sin dal 1921 proponendo una possibile revisione dell’irrevocabile scissione del PCd’I (vedi “Mosca e la questione italiana” su Rassegna Comunista, 1921).
Così, sempre al II Congresso, la Sinistra espresse i suoi dubbi sulle nozioni di «partito frazione della classe» e di «centralismo democratico» non per mania di letteraria purezza, ma per i pericoli che l’inadeguatezza di queste formulazioni esprimeva. Allo stesso II Congresso la Sinistra si oppose alla tattica del parlamentarismo rivoluzionario non solo in quanto tattica sbagliata per l’occidente europeo, ma anche in quanto incapace di tracciare una linea di demarcazione definitiva con i cosiddetti «comunisti elezionisti», cioè i massimalisti.
Al III Congresso, la Sinistra si oppone alla formulazione dubbia di «conquista della maggioranza» la quale, sebbene avesse un senso preciso e corretto in Lenin e Trotski, presentava immensi pericoli per i giovani partiti comunisti di occidente. Fin dal 1921 la Sinistra si oppone alla pratica delle fusioni, delle aggregazioni di parti di altri partiti a quel comunista, che deve essere unico e a adesioni individuali; si oppone così anche alla pratica del noyautage di frazioni comuniste in altri partiti e chiede che siano rese rigide le norme di organizzazione. Nel dicembre del 1921 vengono adottate le tesi sul fronte unico e la Sinistra avanza le note riserve pur essendo stata proprio la Sinistra a adottare per prima la tattica del fronte unico dal basso in Italia. Al congresso di Roma del 1922 la Sinistra vota le famose tesi sulla tattica nelle quali è rivendicata la necessità per l’Internazionale di una delimitazione e previsione dei mezzi tattici almeno nelle grandi linee e per grandi archi di spazio e di tempo allo scopo di impedire l’andazzo che poi s’instaurerà nell’Internazionale delle tattiche oscillanti e dettate esclusivamente dal modificarsi delle situazioni.
Le tesi di Roma, proposte come progetto per tutta l’Internazionale, saranno da questa criticate e respinte con l’accusa di «astrattismo», «schematismo», «formalismo», ecc. Di conseguenza sarebbe assurdo dire che la Sinistra ha avuto con l’Internazionale solo delle divergenze secondarie di carattere tattico. La Sinistra ha avuto con l’Internazionale una divergenza profonda sulla questione di come impostare i problemi tattici in generale. E il crollo successivo dell’Internazionale ha confermato che, mentre essa aveva risolto in maniera definitiva i problemi di teoria e di principio, non aveva potuto impostare il problema della tattica in maniera altrettanto definitiva ed adeguata e attraverso questa breccia rimasta aperta ha potuto passare di nuovo l’opportunismo. Le ragioni materiali e storiche per le quali questa necessaria sistemazione del problema tattico non fu possibile, le nostre tesi le spiegano chiaramente. È però un fatto che la sistemazione non ci fu nonostante la continua richiesta della Sinistra la quale proprio per questo si attirò, da parte dell’Internazionale, l’accusa di dottrinarismo e di astrattismo. Così sarebbe altrettanto inesatto sostenere che il partito bolscevico di Russia tentò sempre con tutte le sue forze di impostare i problemi dell’Internazionale in maniera coerentemente marxista, ma si trovò ad avere a che fare in occidente con un materiale che, eccettuata la Sinistra, rifiutava questa corretta impostazione. È evidente invece che la stessa posizione del partito bolscevico, costretto a resistere isolato al potere, influì sul modo in cui esso impostò e risolse i problemi dell’Internazionale, modo che fu dominato dalla necessità impellente di una vittoria rivoluzionaria in occidente a qualsiasi costo. Per cui il partito bolscevico largheggiò nell’accettazione di gruppi e frazioni non perfettamente marxiste, aprì alcune falle già con i ventuno punti e con la tattica del parlamentarismo rivoluzionario, le allargò con le oscillazioni tattiche e con una prassi organizzativa errata, rendendo così più difficile a sua volta il formarsi in occidente che veri partiti comunisti.
I partiti comunisti di occidente, e in particolare quel tedesco e francese, rimasero pieni di riformisti non per il bambinesco motivo che essi si nascondessero nell’organizzazione e che il centro di Mosca non fosse capace di energia repressiva per espellerli in massa, ma perché i confini dei partiti verso l’esterno rimasero sempre sfumati non nelle norme disciplinari o negli esami di ammissione individuale, ma nei campi vitali della tattica e delle norme di organizzazione; e rimasero tali, anzi sfumarono sempre di più, perché la dirigenza dell’Internazionale puntava tutte le sue carte su una vicina vittoria in Germania e, per avere un partito che fosse capace di dirigere il proletariato insorto, allargò le maglie dell’organizzazione. Le allargò, non dimenticandosi di verificare ogni adesione individuale e di far fare ai militanti singoli il rigido curriculum – lettore, ascoltatore, simpatizzante, compagno (modo in cui la rigidità organizzativa potrebbe essere intesa al massimo da gruppetti tipo “Lotta Comunista») – ma venendo meno alla regola delle stesse adesioni individuali, ammettendo le particolarità nazionali, mercanteggiando fusioni e filtraggi di altri gruppi, aprendo le porte a notori destri e centristi purché avessero un’influenza sulle masse proletarie ed infine lasciando in bianco la pagina delle norme tattiche. Questa prassi fece sì che, rifluendo il moto rivoluzionario, ci si ritrovò alle prese con partiti i quali non erano riusciti a svilupparsi in senso comunista, ma erano ancora imbevuti di mentalità socialdemocratica e addirittura parlamentare.
Ritorniamo così alla nostra corretta formulazione delle questioni di organizzazione. Le nostre tesi in nessun punto parlano di una mancata caccia alle streghe socialdemocratiche annidate nei partiti comunisti come fattore di debolezza dell’Internazionale. I socialdemocratici potevano «nascondersi» nei partiti comunisti, perché l’Internazionale non aveva definitivamente rotto con la prassi parlamentare, perché ammetteva le fusioni e i blocchi, perché rifiutava una delimitazione rigida delle norme tattiche e non perché non c’erano abbastanza «ispettori» da mandare a «controllare» le sezioni. Se la fisionomia organizzativa e tattica dei partiti comunisti fosse stata resa più netta e tagliente i socialdemocratici annidati nell’organizzazione sarebbero «organicamente» saltati fuori da sé e «organicamente» se ne sarebbero andati. Se questa precisazione in campo non disciplinare, ma tattico ed organizzativo, non era possibile, era vano trovar rimedio alla mancanza di essa in un irrigidimento delle norme disciplinari, delle penalità e delle espulsioni. Questa la battaglia della Sinistra.
CITAZIONI
123 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
II.1 – La crisi della II Internazionale, determinata dalla guerra mondiale, ha avuto con la costituzione dell’Internazionale Comunista una soluzione completa e definitiva del punto di vista della restaurazione della dottrina rivoluzionaria, mentre dal punto di vista organizzativo e tattico la formazione del Comintern costituisce un’immensa conquista storica, ma non ha dato alla crisi del movimento operaio una soluzione altrettanto completa.
Fattore fondamentale per la formazione della nuova Internazionale è stata la rivoluzione russa, prima gloriosa vittoria del proletariato mondiale. Per le condizioni sociali della Russia, la rivoluzione russa non ha dato il tipo storico generale per le rivoluzioni degli altri paesi sotto l’aspetto dei problemi tattici. In essa, nel trapasso dal potere feudale autocratico alla dittatura proletaria, non si è inserita un’epoca di dominio politico della classe borghese organizzata in un suo proprio esclusivo e stabile apparato statale.
Appunto per questo la conferma storica della concezione del programma marxista ha avuto nella rivoluzione russa la più grandiosa portata, ed ha maggiormente servito a sbaragliare il revisionismo socialdemocratico sul terreno dei principi. Ma sul terreno organizzativo la lotta contro la II Internazionale, parte integrante della lotta contro il capitalismo mondiale, non ha avuto eguale decisivo successo, e sono stati commessi molteplici errori per cui i partiti comunisti non hanno raggiunto l’efficienza che avrebbero loro consentito le condizioni oggettive.
Altrettanto deve dirsi sul terreno tattico, su cui sono stati risolti e si risolvono oggi insufficientemente molti problemi dello scacchiere su cui figurano: borghesia, Stato borghese moderno e parlamentare con apparato storicamente stabile, proletariato; e non sempre i partiti comunisti hanno ottenuto quanto era possibile agli effetti dell’avanzata del proletariato contro il capitalismo e della liquidazione dei partiti socialdemocratici, organi politici della controrivoluzione borghese.
II.4 – Nella fondazione del Comintern ebbe molto peso la considerazione che urgeva attuare un vasto concentramento di forze rivoluzionarie, prevedendosi allora molto più rapido lo sviluppo delle situazioni oggettive. Tuttavia si è potuto costatare che sarebbe stato più conveniente procedere con maggior rigore nei criteri d’organizzazione. Agli effetti della formazione dei partiti o della conquista delle masse i risultati non sono stati favoriti né dalle concessioni a gruppi sindacalisti ed anarchici, né da piccole transazioni ammesse nelle ventuno condizioni verso i centristi, né dalle fusioni organiche con partiti e parti di partiti ottenute con «noyautage» politico, né dal tollerare la doppia organizzazione comunista in certi paesi con i partiti simpatizzanti. La parola d’ordine dell’organizzazione dei partiti sulla base delle cellule, lanciata dopo il V Congresso, non raggiunge il suo scopo di sanare i difetti concordemente constatati nelle sezioni dell’Internazionale.
III.4 – Il Congresso di Roma (marzo 1922) definì una divergenza teorica tra la Sinistra italiana e la maggioranza dell’Internazionale, divergenza espressa prima assai male dalle delegazioni nostre al III Congresso e all’Allargato del febbraio 1922 le quali specialmente nella prima occasione commisero effettivi errori in senso infantilista. Le Tesi di Roma furono la felice liquidazione teorica e politica d’ogni pericolo d’opportunismo di sinistra nel partito italiano.
Nella pratica del partito l’unica divergenza con l’Internazionale si era manifestata a proposito della tattica verso i massimalisti, ma tale divergenza sembrava superata dai risultati unitari del Congresso socialista dell’ottobre 1921.
Le tesi di Roma furono votate come un contributo del partito alle decisioni dell’Internazionale e non come una linea d’azione immediata; questo nell’Esecutivo Allargato del 1922 fu confermato dalle Centrale e non si aprì la discussione teorica appunto per disciplina all’Internazionale e per decisione di questa.
Nell’agosto 1922 l’Internazionale, però, non interpretò i rapporti della situazione nel modo indicato dalla Centrale del partito, ma ritenne che la situazione italiana fosse instabile nel senso della diminuita resistenza dello Stato e pensò di rafforzare il partito sulla base della fusione con i massimalisti considerando come fattore decisivo non gli insegnamenti che il partito traeva dalla vasta manovra dello sciopero d’agosto, ma la scissione tra massimalisti e unitari.
È da questo momento che le due linee politiche divergono definitivamente. Al IV Congresso mondiale (dicembre 1922) la vecchia Centrale si opponeva alla tesi che prevalse e, al ritorno in Italia dei delegati, rimettendola alla Commissione di fusione, unanime declinava la sua responsabilità, pur conservando naturalmente le proprie funzioni amministrative. Sopravvennero gli arresti del febbraio 1923 e la grand’offensiva contro il partito; finalmente nell’Allargato del giugno 1923 veniva deposto il vecchio esecutivo e sostituito da altro totalmente diverso, situazione dinanzi a cui le dimissioni di una parte dei membri della Centrale furono una semplice conseguenza logica. Nel maggio 1924, una conferenza consultiva del partito dava alla Sinistra ancora una schiacciante maggioranza contro il Centro e la Destra e così si giungeva al V Congresso mondiale del 1924.
124 – Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1947
… A quest’indirizzo disastroso per il movimento operaio, reagì, attraverso la rivoluzione russa, la III Internazionale. Deve però dirsi che, se la restaurazione dei valori rivoluzionari fu grandiosa e completa per quanto riguarda i principi dottrinali, l’impostazione teorica e il problema centrale del potere dello Stato, non fu invece altrettanto completa la sistemazione organizzativa della nuova Internazionale e l’impostazione della tattica di essa e di quella dei partiti aderenti.
La critica agli opportunisti della II Internazionale fu bensì completa e decisiva non solo quanto al loro abbandono totale dei principi marxisti, ma anche quanto alla loro tattica di coalizione e di collaborazione con governi e partiti borghesi.
Fu posto in tutta evidenza che l’indirizzo particolaristico e contingentistico dato ai vecchi partiti socialisti non aveva condotto affatto ad assicurare ai lavoratori piccoli benefici e miglioramenti materiali in cambio della rinunzia a preparare ed attuare l’attacco integrale agli istituti ed al potere borghese, ma aveva condotto, compromettendo entrambi i risultati, il minimo e il massimo, da una situazione ancora peggiore, ossia all’impiego delle organizzazioni, delle forze, della combattività, delle persone e delle vite dei proletari per realizzare scopi che non erano quelli politici e storici della loro classe, ma conducevano al rafforzamento dell’imperialismo capitalistico. Questo aveva così superato nella guerra, per un’intera fase storica almeno, la minaccia insita nelle contraddizioni del suo meccanismo produttivo, e superata la crisi politica determinata dalla guerra e dalle sue ripercussioni con l’assoggettamento a sé gli inquadramenti sindacali e politici della classe avversaria attraverso il metodo politico della coalizioni nazionali.
Ciò equivaleva, secondo la critica del leninismo, ad avere completamente snaturato il compito e la funzione del partito proletario di classe che non è di salvare la patria borghese o gli istituti della cosiddetta libertà borghese da denunziati pericoli, ma di tenere schierate le forze operaie sulla linea dell’indirizzo storico generale del movimento, che deve culminare nella conquista totale del potere politico, abbattendo lo Stato borghese.
Si trattava nell’immediato dopoguerra, quando apparivano sfavorevoli le cosiddette condizioni soggettive della rivoluzione (ossia l’efficienza dell’organizzazione e dei partiti del proletariato) ma si presentavano favorevoli le condizioni oggettive, per il manifestarsi in tutta la sua ampiezza della crisi del mondo borghese, di riparare alla prima deficienza con la pronta riorganizzazione dell’Internazionale rivoluzionaria.
Il processo fu dominato, né poteva essere altrimenti, dal grandioso fatto storico della prima vittoria rivoluzionaria operaia in Russia, che aveva permesso di riportare in piena luce le grandi direttive comuniste. Si volle però tracciare la tattica dei partiti comunisti, che negli altri paesi riuniva i gruppi socialisti avversari all’opportunismo di guerra, sulla diretta imitazione della tattica vittoriosamente applicata in Russia dal partito bolscevico nella conquista del potere, attraverso la storica lotta dal febbraio 1917.
Quest’applicazione dette luogo fino da primo momento ad importanti dibattiti sui metodi tattici ella Internazionale, e specialmente su quello che fu detto del fronte unico, consistente in inviti rivolti frequentemente agli altri partiti proletari e socialisti per un’agitazione ed azione comuni ed aventi il fine di porre in evidenza l’inadeguatezza del metodo di quei partiti e spostare a vantaggio dei comunisti la loro tradizionale influenza sulle masse.
In effetti, nonostante gli aperti avvertimenti della Sinistra italiana e di altri gruppi di opposizione, i capi dell’Internazionale non si resero conto che questa tattica del fronte unico, spingendo le organizzazioni rivoluzionarie a fianco di quelle socialdemocratiche, socialpatriottiche, opportunistiche, dalle quali esse si erano appena separate in irriducibile opposizione, non solo avrebbe disorientato le masse, rendendo impossibili i vantaggi che da quella tattica si aspettavano, ma avrebbe – il che era ancora più grave – inquinato gli stessi partiti rivoluzionari. È vero che il partito rivoluzionario è il migliore e il meno vincolato fattore della storia, ma esso non cessa di essere ugualmente un prodotto di essa e subisce mutamenti e spostamenti ad ogni modificazione delle forze sociali. Non si può pensare il problema tattico come il maneggio volontario di un’arma che, volta in qualsiasi direzione, rimane la medesima; la tattica del partito influenza e modifica il partito stesso. Se anche nessuna tattica può essere condannata in nome di aprioristici dogmi, ogni tattica va pregiudizialmente analizzata e discussa alla luce di un quesito come questo: nel guadagnare un’eventuale maggiore influenza del partito sulla masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?
L’adozione della tattica del fronte unico da parte della III Internazionale significava, in realtà, che anche l’Internazionale Comunista si metteva sulla strada dell’opportunismo che aveva condotto la II Internazionale alla disfatta e alla liquidazione. Caratteristica della tattica opportunista era stato il sacrificio della vittoria finale e totale ai parziali successi contingenti; la tattica del fronte unico si rivela anch’essa opportunistica, proprio in quanto anche essa sacrificava la garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) all’azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed un maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte).
Nella situazione del primo dopoguerra, che appariva obiettivamente rivoluzionaria, la dirigenza dell’Internazionale si fece guidare dalla preoccupazione – peraltro non immotivata – di trovarsi impreparata e con scarso seguito nelle masse allo scoppio di un movimento generale europeo che poteva conseguire la conquista del potere in alcuni grandi paesi capitalistici. Era talmente importante per l’Internazionale leninista l’eventualità di un rapido crollo del mondo capitalistico, che oggi si comprende come, nella speranza di poter dirigere più vaste masse nella lotta per la rivoluzione europea, si largheggiasse nell’accettare l’adesione di movimenti che non erano veri partiti comunisti e si cercasse con la tattica elastica del fronte unico d tenere contatto con le masse che erano dietro le gerarchie di partiti oscillanti tra la conservazione e la rivoluzione.
Se l’eventualità favorevole si fosse verificata, i riflessi sulla politica e l’economia del primo potere proletario in Russia sarebbero stati talmente importanti, da permettere il risanamento rapidissimo delle organizzazioni internazionali e nazionali del movimento comunista.
Essendosi invece l’eventualità meno favorevole, quello del ristabilimento relativo del capitalismo, il proletariato rivoluzionario dovette riprendere la lotta ed il cammino con un movimento che, avendo sacrificato la sua chiara impostazione politica e la sua omogeneità di composizione e di organizzazione, era esposto a nuove degenerazioni opportunistiche.
Ma l’errore che aprì le porte della III Internazionale alla nuove e più grave ondata opportunistica non era soltanto errore di calcolo delle probabilità future del divenire rivoluzionario del proletariato; era un errore di impostazione e di interpretazione storica consistente nel voler generalizzare le esperienze e i metodi del bolscevismo russo, applicandoli ai paesi di enormemente più progredita civiltà borghese e capitalistica. La Russia anteriore al febbraio del ’17 era ancora una Russia feudale nella quale le forze produttive capitalistiche erano oppresse sotto i ceppi dei rapporti di produzione antichi: era ovvio che in questa situazione, analoga a quella della Francia del 1789 e della Germania del 1848, il partito politico proletario dovesse combattere contro lo zarismo anche se fosse apparso impossibile l’evitare che dopo il suo rovesciamento si stabilisse un regime borghese capitalistico; ed era in conseguenza altrettanto ovvia che il partito bolscevico poteva accedere a contatti con altri aggruppamenti politici, contatti resi necessari dalla lotta contro lo zarismo. Tra il febbraio e l’ottobre ’17, il partito bolscevico riscontrò le condizioni oggettive favorevoli ad un più vasto disegno: quello di innestare sull’abbattimento dello zarismo l’ulteriore conquista rivoluzionaria proletaria. In conseguenza, irrigidì le sue posizioni tattiche, assumendo posizioni di lotta aperta e spietata contro tutte le altre formazioni politiche, dai reazionari fautori di un ritorno zarista e feudale, ai socialisti rivoluzionari e ai menscevichi. Ma il fatto che poteva temersi un effettivo ritorno reazionario de feudalesimo assolutistico e teocratico, e il fatto che le formazioni statali e politiche della borghesia o influenzate da essa, nella situazione estremamente fluida e instabile, non avevano ancora nessuna saldezza e capacità d’attrazione ed assorbimento delle forze autonome proletarie, misero il partito bolscevico in condizione di potere accettare contatti ed accordi provvisori con altre organizzazioni aventi seguito proletario, come avvenne nell’episodio di Kornilov.
Il partito bolscevico, realizzando il fronte unico contro Kornilov, lottava in realtà contro un effettivo ritorno reazionario feudale e, di più, non aveva da temere una maggiore saldezza delle organizzazioni mensceviche e socialiste-rivoluzionarie, che rendesse possibile un suo influenzamento da parte di queste, né un grado di solidità e di consistenza del potere statale che consentisse a quest’ultimo di trarre vantaggio dall’alleanza contingente con i bolscevichi per poi rivolgersi contro di loro.
Completamente diversi erano invece la situazione e i rapporti di forze nei paesi d’avanzata civiltà borghese. In essi non si poneva più (ed a maggior ragione non si pone oggi) la prospettiva di un ritorno reazionario del feudalesimo, e veniva quindi a mancare de tutto l’obiettivo stesso d’eventuali azioni comuni con altri partiti. Di più, in essi il potere statale e gli aggruppamenti borghesi erano talmente consolidati nel successo e nella tradizione del dominio, che si doveva ben prevedere che le organizzazioni autonome del proletariato, spinte a contatti frequenti e stretti per la tattica del fronte unico, sarebbero state esposte ad un pressoché inevitabile influenzamento e assorbimento progressivo da parte di quelli.
L’aver ignorato questa profonda differenza di situazioni, e l’aver voluto applicare nei paesi progrediti i metodi tattici bolscevichi, adatti alla situazione del nascente regime borghese della Russia, ha portato l’Internazionale Comunista ad una serie sempre crescente di disastri, ed infine alla sua ingloriosa liquidazione.
La tattica del fronte unico fu spinta fino a dare parole diverse da quelle programmatiche del partito sul problema dello Stato, sostenendo la richiesta e l’attuazione di governi operai, e cioè di governi formati da rappresentanze miste comuniste e socialdemocratiche, le quali giungessero al potere per le normali vie parlamentari senza rompere violentemente l’apparato statale borghese. Tale parola del Governo operaio era presentata al V Congresso dell’Internazionale Comunista quale corollario logico e naturale della tattica del fronte unico; ed era applicata in Germania ottenendo come risultato una grave disfatta del proletariato tedesco e del suo partito comunista.
125 – Tesi caratteristiche del partito (Tesi di Firenze) – 1951.
III.6 – La III Internazionale sorge sul doppio dato storico antisocialdemocratico e antisocialpatriottico.
Non solo in tutta l’Internazionale proletaria non si stringe alleanze con altri partiti per la gestione del potere parlamentare; di più: si nega che il potere possa anche «intransigentemente» conquistarsi dal solo partito proletario per le vie legali, e si afferma, sulle rovine del periodo pacifico capitalistico, la necessità della violenza armata e della dittatura.
Non solo non si stringono alleanze con i governi in guerra neppure «di difesa» e si rimane, anche in guerra, in un’opposizione di classe; di più: si tenta in ogni paese l’azione disfattista alle spalle del fronte, per trasformare in guerra imperialista degli Stati in guerra civile delle classi.
7 – Alla prima onda d’opportunismo reagiva la formula: nessun’alleanza elettorale parlamentare e ministeriale per ottenere riforme.
Alla seconda onda reagiva l’altra formula tattica: nessun’alleanza di guerra (dal 1871) con lo Stato e la borghesia.
La tarda efficacia delle reazioni impedì che dello svolto e del crollo 1914-18 si profittasse per ingaggiare ovunque e vincere la lotta per il disfattismo della guerra e la distruzione dello Stato borghese.
8 – Sola grandiosa eccezione storica è la vittoria di Russia dell’ottobre 1917. La Russia era il solo grande Stato europeo ancora retto dal potere feudale, e con scarsa penetrazione delle forme capitalistiche di produzione. In Russia vi era un partito non numeroso, ma tradizionalmente fermo sulla giusta linea della dottrina marxista, opposto all’Internazionale alle due onde opportunistiche, e nello stesso tempo all’altezza di porre, fin dalle prove grandiose del 1905, i problemi dell’innestarsi di due rivoluzioni: borghese e proletaria.
Questo partito lotta nel febbraio 1917 con altri contro lo zarismo e subito dopo non solo contro quelli borghesi liberali, ma contro quelli opportunisti proletari, e pervengono alla disfatta di tutti. Esso per di più è al centro della ricostituzione dell’Internazionale rivoluzionaria.
11 – La stessa evidenza della stretta necessità di accelerare la conquista del potere in Europa, per evitare in breve corso d’anni o la caduta violenta dello Stato Sovietico o la sua degenerazione a Stato capitalistico, non appena apparve che la società borghese si consolidava dopo la grave scossa della prima guerra mondiale, e che i partiti comunisti non riuscivano salvo che in tentativi presto repressi a vincere la loro battaglia, condusse a domandarsi quale manovra seguire per scongiurare il fatto che notevoli strati proletari seguivano ancora influenze socialdemocratiche ed opportuniste.
Due metodi si contrapposero: quello di considerare i partiti della II Internazionale, che apertamente conducevano una spietata campagna sia contro il programma comunista sia contro la Russia rivoluzionaria, come aperti nemici, lottando contro di loro come parte del fronte borghese di classe, e come la più pericolosa – e quello di ricorrere ad espedienti capaci di spostare a vantaggio del partito comunista l’influenza sulle masse dei partiti socialdemocratici, con «manovre» strategiche tattiche.
12 – Per avvalorare tale metodo si usarono a torto le esperienze della politica bolscevica in Russia, uscendo dalla giusta linea storica. Le profferte d’alleanza ad altri partiti, piccolo-borghesi e perfino borghesi, erano fondate sulla situazione in cui il potere zarista metteva tutti quei movimenti fuori della legge e li costringevano a lottare insurrezionalmente. In Europa non si potevano proporre, sia pure a scopo di manovra, azioni comuni che sul piano legalitario, fosse esso parlamentare o sindacale. In Russia brevissima era stata nel 1905 e in pochi mesi del 1917 l’esperienza di un parlamentarismo liberale e quelle stessa di un sindacalismo ammesso dalla legge; nel resto d’Europa un cinquantennio di degenerazione aveva fatto di quei campi di terreno favorevole all’assopimento d’ogni energia rivoluzionaria e all’imprigionamento dei capi proletari al servizio borghese. La garanzia consistente nella fermezza d’organizzazione e di principio del partito bolscevico era cosa diversa da una garanzia data dall’esistenza del potere statale in Russia, che per le stesse condizioni sociali ed i rapporti internazionali era il più esposto, come la storia ha dimostrato, ad essere travolto nella rinunzia ai principi ed alle direttive rivoluzionarie…
14 – L’esperienza del metodo tattico seguito dall’Internazionale dal 1921 al 1926 fu negativa, e ciò malgrado in ogni congresso (terzo, quarto, quinto ed Esecutivo Allargato del 1926) se ne dettero versioni più opportuniste. Alla base del metodo era il canone: cambiare la tattica secondo l’esame delle situazioni. Con pretese analisi si scorgevano ogni sei mesi nuovi stadi del divenire del capitalismo, e si pretendeva ovviare con nuove risorse di manovra. In fondo sta in ciò il revisionismo, che è stato sempre «volontarista»; ossia, quando ha costatato che le previsioni sull’avvento de socialismo non si erano ancora avverate, ha pensato di forzare la storia con una prassi nuova, ma con ciò ha anche cessato di lottare per lo stesso scopo proletario e socialista del nostro massimo programma. La situazione esclude ormai la possibilità insurrezionale, dissero i riformisti nel 1900. È nullismo aspettare l’impossibile: lavoriamo per le possibilità concrete, elezioni e riforme legali, conquiste sindacali. Quando tale metodo fallì, il volontarismo dei sindacati reagì imputando la colpa al metodo politico e al partito politico, e preconizzò lo sforzo d’audaci minoranze nello sciopero generale condotto dai soli sindacati per ottenere uno svolto. Non diversamente, allorché si vide che il proletariato occidentale non scendeva in lotta per la dittatura, si volle ricorrere a surrogati per superare il passo. N’avvenne che, passato il momento di squilibrio delle forze capitaliste, non mutò la situazione obiettiva e il rapporto delle forze, mentre il movimento andò indebolendosi e poi corrompendosi: così com’era avvenuto che i frettolosi revisionisti di destra e di sinistra del marxismo rivoluzionario erano finiti al servizio delle borghesie nelle unioni di guerra. Fu sabotata la preparazione teorica e la restaurazione dei principi quando s’indusse la confusione tra il programma della conquista del potere totale al proletariato e l’avvento di governi «affini» mediante appoggio e partecipazione parlamentare e ministeriale dei comunisti: in Turingia e Sassonia tal esperienza finì in farsa, bastando due poliziotti a gettar giù di scanno il capo comunista del governo.
15 – Non minor confusione si arrecò nell’organizzazione interna e si compromise il risultato del difficile lavoro di selezione degli elementi rivoluzionari dagli opportunisti nei vari partiti e paesi. Si credete di procurarsi nuovi effettivi ben manovrabili dal centro con lo strappare in blocco ali sinistre ai partiti socialdemocratici. Invece, passato un primo periodo di formazione della nuovo Internazionale, questa doveva stabilmente funzionare come partito mondiale ed alle sue sezioni nazionali si doveva aderire individualmente dai nuovi proseliti. Si vollero guadagnare forti gruppi di lavoratori, ma invece si patteggiò coi capi, disordinando tutti i quadri del movimento, scomponendoli e ricomponendoli per combinazioni di persone in periodi di lotta attiva. Si riconobbero per comuniste frazioni e cellule entro i partiti socialisti e opportunisti, e si praticarono fusioni organizzative; quasi tutti i partiti, anziché divenire atti alla lotta, furono così tenuti in crisi permanente, agirono senza continuità e senza definiti limiti tra amici e nemici, e registrarono continui insuccessi nella varie sezioni. La Sinistra rivendica l’unicità e continuità organizzativa.
126 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
14 -… Mancata anche quest’alea storica di salvare se non la rivoluzione almeno di nerbo del suo partito storico, oggi si è ricominciato in una situazione oggettiva torpida e sorda, in mezzo ad un proletariato infetto di democratismo piccolo borghese fino alla midolla; ma il nascente organismo, utilizzando tutta la tradizione dottrinale e di prassi ribadita dalla verifica storica di tempestive previsioni, la applica anche alla sua quotidiana azione, perseguendo la ripresa di un contatto sempre più ampio con le masse sfruttate, ed elimina dalla propria struttura uno degli errori di partenza dell’Internazionale di Mosca, liquidando la tesi del centralismo democratico e l’applicazione d’ogni macchina di voto, come ha eliminato dall’ideologia anche dell’ultimo aderente ogni concessione ad indirizzi democratoidi, pacifisti, autonomisti e libertari.
127 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965
3 – Per quanto riguarda il periodo successivo di vita della nuova Internazionale, forma patrimonio in obliabile della Sinistra comunista la giusta diagnosi teorica e previsione storica di nuovi pericoli opportunistici che si delineavano nel processo di vita dei primi anni della nuova Internazionale. Tale punto va sviluppato, ad evitare teoricismi pesanti, con metodo storico. Le prime manifestazioni denunziate ed opposte dalla Sinistra si verificarono nella tattica a proposito dei rapporti da stabilire con i vecchi partiti socialisti della Seconda Internazionale, da cui i comunisti si erano organizzativamente divisi con le scissioni, e conseguentemente anche in misure errate in materia di struttura organizzativa.
Il Terzo Congresso aveva giustamente costatato che non era sufficiente (già nel 1921 si poteva prevedere che la grand’ondata rivoluzionaria seguita alla fine della guerra nel 1918 andava raffreddandosi e che il capitalismo avrebbe tentato controffensive sia nel campo economico che in quel politico) avere formato partiti comunisti strettamente impegnati al programma dell’azione violenta, della dittatura proletaria e dello stato comunista, se una larga parte delle masse proletaria restava accessibile alle influenze dei partiti opportunisti, da tutti noi allora considerati come i peggiori strumenti della controrivoluzione borghese e che avevano le mani lorde del sangue di Carlo e di Rosa. Tuttavia la Sinistra comunista non accettò la formula che fosse condizione all’azione rivoluzionaria (deprecabile come iniziativa blanquista di piccoli partiti) la conquista della «maggioranza» del proletariato (tra l’altro non si seppe mai se si trattasse del vero proletariato salariato o del «popolo», includente contadini proprietari e micro-capitalisti, artigiani ed ogni altro piccolo borghese). Tale formula della maggioranza col suo sapore democratico destava un primo allarme, purtroppo verificato dalla storia, che l’opportunismo potesse rinascere introdotto sotto la solita bandiera dell’omaggio ai concetti mortiferi di democrazia e di conta elettorale.
Dal quarto Congresso, fine del 1922 in poi, la previsione pessimista e la vigorosa lotta della Sinistra seguitano a denunziare le tattiche pericolose (fronte unico tra i partiti comunisti e socialisti, parola del «governo operaio») e gli errori organizzativi (per i quali si volevano ingrandire i partiti non solo coll’accorrere a loro di proletari che abbandonassero gli altri partiti a programma, azione e struttura socialdemocratica, ma con fusioni che accettassero interi partiti e porzioni di partiti dietro patteggiamenti coi loro stati maggiori, ed anche coll’ammettere come sezioni nazionali del Comintern i pretesi partiti «simpatizzanti», il che era un palese errore in senso federalistico). In una terza direzione, la Sinistra denunzia fin da allora, e sempre più vigorosamente negli anni successivi, il grandeggiare del pericolo opportunista: questo terzo argomento è il metodo di lavoro interno dell’Internazionale, quindi il centro rappresentato dall’Esecutivo di Mosca usa verso i partiti, e sia pure verso parti dei partiti che siano incorsi in errori politici, metodi non solo di «terrore ideologico», ma soprattutto di pressione organizzativa, il che costituisce un’errata applicazione e man mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina senza eccezioni…
10 – Ritornando alla storia dei primi anni dell’Internazionale Comunista, ricorderemo che i dirigenti russi di questa, e quali avevano dietro di sé non solo una conoscenza profonda della dottrina e della storia marxista, ma anche il risultato grandioso della vittoria rivoluzionaria d’ottobre, concepivano tesi come quelle di Lenin come materiale che dovesse essere da tutti accettato, pure riconoscendo che nella vita del partito internazionale se ne sarebbe sviluppata un’elaborazione ulteriore. Essi richiesero che non si votasse mai, perché tutto andava accettato con adesione unanime e spontaneamente confermata da tutta la periferia dell’organizzazione, che in quegli anni gloriosi viveva un’atmosfera d’entusiasmo e anche di trionfo.
La Sinistra non dissentiva da queste generose aspirazioni, ma ritenne che, per pervenire agli sviluppi che tutti sognavano, sarebbe stato necessario rendere più vigorose e rigide certe misure d’organizzazione e di costituzione del partito comunista unico, e precisare nello stesso senso tutte le norme della sua tattica.
Allorché si delineò che una certa rilassatezza in questi terreni vitali, da noi denunziata allo stesso grande Lenin, cominciava a dare effetti dannosi, fummo costretti a contrapporre a relazioni a relazioni e a tesi a tesi.
A differenza da altri gruppi d’opposizione, da quelli stessi che si formavano in Russia e dalla stessa corrente trotskista, noi evitammo sempre con cura di dare al nostro lavoro interno all’Internazionale la forma di una rivendicazione di consultazioni democratiche ed elettive di tutta la base, o di reclamare elezioni generali dei comitati direttivi…
Nei primissimi anni la Sinistra sperò che le concessioni organizzative e tattiche trovassero spiegazioni nella fecondità del momento storico e avessero valore soltanto temporaneo, in quanto la prospettiva di Lenin attendeva grandi rivoluzioni nell’Europa centrale e forse occidentale, e dopo di queste la linea sarebbe ritornata quell’integrale e luminosa consona ai principi vitali; ma man mano che a questa speranza si sostituì sempre più la certezza che si sarebbe andati verso la rovina opportunista – che non poteva mancare di prendere forme sue classiche di una prospettazione magnificante e di un’esaltazione dell’intrigo democratico ed elettorale – più che mai la Sinistra condusse la sua difesa storica senza intaccare la propria diffidenza contro il meccanismo democratico.
CAP. 4 CENTRALISMO DEMOCRATICO E CENTRALISMO ORGANICO
Le citazioni che abbiamo riportato dimostrano all’evidenza che la differenza fra centralismo democratico e centralismo organico è tutt’altro che «terminologica». Oggi si usa affermare che nel partito «il centralismo democratico e il centralismo organico sono la stessa cosa», che noi «proponemmo di chiamare organico il centralismo per maggiore precisione di termini», che, in fondo, tutto si riduce alla rivendicazione del «centralismo senza aggettivi». Il centralismo organico significherebbe soltanto che abbiamo bisogno, perché siamo nell’ambiente del capitalismo putrescente, di un centralismo ancora più rigido di quello del partito bolscevico. E il bisogno di un centralismo «più rigido» avrebbe dettato la nostra posizione sull’eliminazione dei meccanismi democratici di consultazione interna. In sintesi le cose starebbero in questo modo: centralismo democratico significa un centralismo meno completo, perché inficiato dalle necessità della consultazione periodica della base; centralismo organico significherebbe «centralismo assoluto» in quanto non si consulta più nessuno e tutte le decisioni sono insindacabilmente rimesse al centro dirigente con poteri assoluti. In definitiva: centralismo democratico – meccanismi democratici = centralismo organico.
Resterebbe a spiegare perché i partiti della II Internazionale utilizzassero dei meccanismi di democrazia interna, mentre noi possiamo fare la sottrazione di cui sopra. È evidente che la ragione deve risiedere in una diversa dinamica, modo di muoversi, di vivere, di svilupparsi dei partiti della II Internazionale rispetto al nostro e alla stessa III Internazionale; perciò mentre i bolscevichi, supponiamo del 1903 o del 1905, erano costretti a teorizzare la formula «centralismo democratico» e a adoperare nell’organizzazione dei meccanismi di democrazia elettiva, noi possiamo dire oggi che nel nostro partito se ne fa per sempre a meno, dopo aver auspicato che se ne facesse a meno anche nell’Internazionale Comunista.
Una prima distinzione ben contenuta in tutte le nostre tesi s’impone: quella fra «valore di principio» da dare ai meccanismi di democrazia ed utilizzazione necessaria da parte del partito in una determinata epoca storica. Lenin, lo abbiamo sempre ribadito, non ha mai attribuito alcun valore di principio alla democrazia interna od esterna al partito; anzi ogni volta che è stato possibile e necessario non ha esitato a calpestarla ed a violarla; ma è stato costretto ad utilizzarla con tutto il suo armamentario statutario, formalistico, burocratico, come «meccanismo accidentale» per la costruzione dell’organizzazione di partito. Noi, non soltanto non le abbiamo mai attribuito alcun valore di principio, ma la abbiamo anche per sempre eliminata con tutto il suo codazzo in quanto strumento utile alla costruzione organizzativa. Nel 1920 proponemmo che non si dicesse che era nostro principio quello del «centralismo democratico», perché la democrazia non può essere un principio per noi, mentre il centralismo lo è senza dubbio..
La formula avrebbe dovuto essere: centralismo che può anche utilizzare come meccanismo utile praticamente il meccanismo democratico. Nel 1965 abbiamo definito che non solo non vogliamo il principio di democrazia, ma che non riteniamo utili nemmeno i suoi meccanismi e li rigettiamo per sempre. Non si tratta quindi di contrapporre un centralismo più rigido ad un centralismo meno rigido per arrivare alla conclusione aberrante che, organico o no, siamo per il centralismo qualunque esso sia. Il centralismo democratico, infatti, non era per niente un centralismo meno rigido, ma una centralizzazione dell’azione del partito ottenuta attraverso l’utilizzazione del meccanismo democratico; il centralismo organico non è un centralismo «più rigido», ma la centralizzazione ottenuta facendo a meno del meccanismo democratico. Ora, sulla scorta non solo di tutte le nostre tesi, ma anche di Lenin (Che fare?, Un passo avanti e due indietro, ecc.), quando parliamo di meccanismi democratici dobbiamo intendere non solo la consulta periodica della base, ma anche tutto l’armamentario connesso: congressi deliberanti e sovrani, statuti, codici, apparati burocratici, espulsioni, repressione a carattere legale come metodo di vita del partito, scelta od elezione di particolari compagni, ecc.
Che burocratismo e democrazia non siano termini antitetici, ma intimamente e dialetticamente connessi, sta scritto a chiare lettere in tutte le nostre tesi. Di conseguenza, se abbiamo eliminato dall’organizzazione la democrazia, vuol dire che abbiamo eliminato anche il burocratismo. Se rimanesse il burocratismo, prima o poi dovrebbe tornare anche la democrazia interna.
La prassi del centralismo democratico era adeguata e necessaria per i partiti della II Internazionale in quanto loro si muovevano effettivamente su una base non perfettamente omogenea attraverso lo scontro di correnti e frazioni contrapposte da divergenze non occasionali e momentanee sulla tattica e spesso anche sul programma. Si trattava di correnti diverse, espressione di diversi interessi di classe che confluivano nell’organizzazione del partito accordandosi su alcuni punti generali comuni, ma divergendo, senza possibilità di conciliazione, su altri. Ai primi del secolo era evidente per Lenin e per tutti i rivoluzionari che i revisionisti e i menscevichi esprimevano l’influenza delle aristocrazie operaie e della piccola borghesia riformista all’interno del partito proletario. Il partito si trovava così ad essere il prodotto della convergenza di diversi strati sociali e perciò di diverse tattiche anche se tutti riconoscevano un fine comune.
L’organizzazione di partito risultava così divisa in correnti divergenti non occasionalmente, ma fisiologicamente, come regola comune. La lotta politica interna è dunque per questi partiti una norma di vita, anzi la norma di vita. Menscevichi e bolscevichi lottano per la conquista della direzione del partito in quanto due linee tattiche si contrappongono: ala rivoluzionaria ed ala riformista all’interno di tutti i partiti socialisti e socialdemocratici. Perché la lotta interna non diventi immobilizzazione dell’azione pratica del partito, deve essere regolata da un meccanismo legale da tutti accettato e riconosciuto, deve stabilire i doveri e i diritti della «maggioranza» e della «minoranza». Siccome l’unicità di movimento pratico è sempre conseguente ad un’unicità di tattica e siccome le linee tattiche nel partito sono sempre almeno due, l’unico modo di far muovere il partito con un indirizzo pratico unico diviene quello della prevalenza di una linea sull’altra attraverso la convocazione di congressi democratici che sono «arene di lotta» per la vittoria di una corrente sull’altra. La gerarchia che esce da questi congressi nei quali si forma una «maggioranza» ed una «minoranza» deve avere un carattere necessariamente burocratico, perché rappresenta non il partito nel suo insieme, ma la vittoria di una parte del partito sull’altra parte.
Il centro del partito non può riferirsi, per ottenere il rispetto dei suoi ordini, ad un patrimonio di norme tattiche comune a tutto il partito, pubblico ed accettato da tutti i militanti, ma deve necessariamente riferirsi a delle deliberazioni aventi valore legale in quanto esprimenti il parere della maggioranza, deve riferirsi agli statuti, alle deliberazioni congressuali, ecc. Attraverso le democratiche deliberazioni dei congressi si crea così una gerarchia burocratica che deriva il suo potere dai deliberati del congresso e dagli statuti che nessuno può violare sotto pena di sanzioni fino all’espulsione dal partito. Gli uomini che dirigono il partito e quelli preposti alle diverse funzioni vengono scelti dal congresso il quale decide non in nome della capacità o meno dell’individuo a svolgere la funzione, ma in nome della sua appartenenza o meno ad una determinata linea politica. E di conseguenza devono essere conosciuti e denominati con nome e cognome, devono in certo qual modo portare un segnale speciale. Tutti i militanti che appartengano all’ala vittoriosa o a quella sconfitta al congresso devono riconoscere assoluta disciplina agli ordini di quel determinato uomo con quel determinato segnale.
L’Internazionale Comunista, nata sulla base omogenea della dottrina e del programma marxisti, sulla base di principi unitari e chiaramente enunciati, sulla base di finalità uniche, non avrebbe avuto più bisogno di questa prassi e di questi meccanismi nella misura in cui avesse proceduto nel senso della delimitazione dei mezzi tattici e con continuità nelle misure d’organizzazione. L’Internazionale cominciò a smontare questa prassi ed a sostituirvene una «organica» in molti settori, come spiegato chiaramente nei nostri «Appunti per le tesi». Non poté smontarla completamente, perché i partiti comunisti si erano formati e si andavano formando su basi non del tutto omogenee, perché non si arrivò mai alla fissazione di una tattica unica per tutta l’Internazionale e si ammisero le «particolarità nazionali» e le fusioni organizzative. Il processo di formazione era influenzato dalla prospettiva dei bolscevichi di una rivoluzione europea a breve scadenza per la direzione della quale si richiedeva un’organizzazione anche non del tutto omogenea, ma capace di guidare il proletariato all’assalto. La Sinistra, mentre si piegava a questa prospettiva da tutti ritenuta valida, chiese che non si facesse un principio della prassi democratica residua nei partiti e nell’Internazionale, ma che si dicesse che si trattava soltanto di un «meccanismo accidentale», mentre la reale costruzione del partito avveniva attraverso un metodo organico poggiato sulla conquista di una sempre maggiore omogeneità in campo tattico ed organizzativo. Se l’Internazionale avesse camminato su questa strada, il riflesso in campo organizzativo sarebbe stato l’eliminazione anche di ciò che restava della meccanica democratica e burocratica interna.
Di conseguenza il partito risorto nel secondo dopoguerra non ha fatto altro che tirare le conclusioni di un processo che si era iniziato nel 1919 e che il crollo dell’Internazionale aveva interrotto e rovesciato. Nel partito comunista mondiale, fondato su una teoria unica e da tutti riconosciuta valida ed invariante, su principi e finalità uniche, su di un programma unico e su un insieme di norme tattiche dedotte dai principi e rese patrimonio di tutti i militanti; nel partito comunista che rifiuta la prassi delle fusioni, del noyautage in altri partiti, delle «eccezioni nazionali e locali», ma ammette solo ed esclusivamente adesioni individuali, non c’è più posto né per la democrazia né per la burocrazia; non c’è più posto per le «scelte su nomi di compagni o su tesi generali»; non c’è più posto per la lotta delle correnti e delle frazioni, cioè per la lotta politica interna.
La garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro da parte della base non è più data dall’osservanza degli articoli di uno statuto o di un codice, ma dall’aderenza degli ordini al patrimonio comune del partito. La gerarchia del partito non ha più bisogno né di essere eletta dalla base, né di essere nominata dall’alto, perché l’unico criterio di selezione rimane quello della capacità allo svolgimento delle varie funzioni dell’organo partito. Che al centro si trovi un individuo piuttosto che un altro non può nulla cambiare nell’indirizzo politico del partito, né nella sua tattica; può cambiare la maggiore o minore efficienza centrale, ma la designazione dei militanti più adatti nelle varie funzioni diventa fatto «naturale e spontaneo» che non ha bisogno d’alcuna sanzione particolare.
La gerarchia del partito diviene così una gerarchia non politica, ma organica. Il partito si articola in diversi organi e funzioni le quali richiedono per il loro svolgimento degli uomini fisici; a questi uomini non si domanda più: siete bolscevichi o menscevichi? appartenete all’ala destra o all’ala sinistra del partito? Gli si domanda soltanto se sono in grado di svolgere il compito cui il partito li chiama, sia esso il più alto o il più basso della scala gerarchica. E, di conseguenza, non è più determinante sapere chi è l’individuo che dà gli ordini, ma si richiede che gli ordini siano sulla linea della tradizione comune a tutto il partito, che non si distacchino da essa e che siano tempestivi ed adeguati. Si richiede cioè che la funzione «centro» sia svolta nel modo migliore sulla linea del partito da chi la svolge. E la vita interna del partito non si manifesta più in una lotta costante fra correnti divergenti; lotta politica, cioè lotta per conquistare il potere centrale nell’organizzazione allo scopo di imporre ad essa una determinata linea tattica. Ammesso che sulla dottrina non si discute, che sul programma non si discute, che sulle linee dorsali del piano tattico non si discute, i rapporti interni si configurano come lavoro solidale e comune di tutti i membri del partito inteso a ricercare sulla base del patrimonio comune a tutti le soluzioni più idonee dei vari problemi.
Si devono scolpire sempre meglio i cardini teorici del movimento, si devono scolpire le sue linee tattiche, si devono risolvere alla luce dei principi comuni, della tattica comune e dell’esame delle situazioni in cui il partito si trova ad agire, i problemi complessi dell’azione pratica, la ricerca degli strumenti organizzativi più efficienti a coordinare tutta l’azione del partito; si deve lavorare ad acquisire tutto il patrimonio teorico e pratico del movimento e a trasmetterlo alle nuove generazioni di militanti. Ma tutto questo non avviene attraverso scontri e congressi o consulte delle opinioni; avviene attraverso la ricerca razionale e scientifica delle soluzioni, avendo per fermo che qualunque esse siano non devono debordare dai limiti che il partito ha tracciato a sé stesso in tutti i campi.
Su questa base anche gli errori che un qualsiasi organo del partito può commettere, compreso l’organo «centro», nel dare soluzione ad un determinato problema, non comporta la condanna d’uomini o la loro sostituzione, ma la ricerca comune delle cause reali dell’errore alla luce della nostra dottrina e delle nostre norme tattiche. Vero è che ad uno stesso problema tattico si possono dare più risposte. In questo caso può verificarsi la divisione temporanea e localizzata a quel problema di gruppi di militanti. Ma anche in questo caso non si crea una situazione di lotta politica, perché la richiesta fondamentale sarà sempre che, qualunque delle due soluzioni si adotti, questa non sia in contrasto con i principi e con le linee tattiche dorsali fissate dal partito. Il fatto che il partito adotti per ciascun problema la soluzione più idonea e non la peggiore è affidato non alla consulta delle maggioranze, né ad una pretesa infallibilità degli organi centrali o della persona dei capi, ma al crescere e all’approfondirsi del lavoro di partito e perciò della sua esperienza in tutti i campi della teoria come dell’azione pratica.
L’omogeneità teorica, programmatica, tattica del partito non è certo un dato assicurato una volta per sempre; è cosa che si mantiene e si difende in ogni atto del partito sempre e dovunque. Se in un determinato momento l’azione del partito viene a contraddire a questo patrimonio omogeneo, e questo può avvenire per il peso di situazioni esterne sfavorevoli o per scarsa adeguatezza del partito allo svolgimento dei compiti che la situazione gli impone, il riflesso nel campo organizzativo sarà necessariamente il crearsi di dissensi interni, di correnti e perfino di frazioni. Questo stato di malessere nell’organizzazione, è nostra classica tesi, deve indicare che «qualcosa non va nel lavoro e nella conduzione generale del partito», «che qualcosa nell’attività del partito si è svolta in modo sbagliato o inadeguato alle basi su cui il partito stesso poggia»; e il rimedio deve trovarsi non nella repressione «burocratica» del dissenso, né nell’invocare «la disciplina per la disciplina», cosa che rappresenta una soluzione momentanea e parziale del problema, ma nella precisazione dei cardini fondamentali del partito, nella ricerca oggettiva e nella riproposizione a tutta l’organizzazione di quei punti nodali di teoria e di prassi che devono dettare l’azione del partito. Si dovrà ricercare la linea di continuità che lega il passato del partito al suo presente e al suo futuro ed adeguare a questa linea le direttive d’azione chiamando i militanti a disciplinarsi su questa base.
È evidente l’obiezione del piccolo borghese: chi impedirà che gli individui facciano quello che loro pare, che disobbediscano perché in ogni individuo, anche militante nel partito, c’è il germe dell’individualismo, dell’autoesaltazione, dell’anarchismo, ecc.? Chi impedirà che i singoli sollevino problemi solo per il gusto di sollevarli o di criticare? La Sinistra ha già risposto 50 anni fa ad obiezioni di questo genere e la risposta suona così: in un organismo, come il partito, che si forma sulla base d’adesioni volontarie ad una comune trincea di combattimento e di sacrificio, queste manifestazioni individuali devono rimanere delle rare eccezioni ed in quanto tali si possono anche reprimere burocraticamente; ma se queste manifestazioni si moltiplicano e crescono invece di ridursi e tendere a scomparire vuol dire che qualcosa non va nella complessa attività del partito e nella sua conduzione centrale; non fosse che per il fatto che invece di attrarre individui sani e disposti a far gettito dei propri pruriti individualistici comincia ad attrarre chiacchieroni e vanesi. E anche questo si risolve non solo nel cacciare i chiacchieroni, ma appunto nel ricercare le cause per cui l’organo partito li attrae e il rimedio sta nel rendere talmente tagliente e netta la fisionomia del partito in tutte le sue manifestazioni teoriche e pratiche da scoraggiare qualsiasi adesione che non sia quella di chi è disposto a divenire un vero militante della rivoluzione.
La soluzione non sta mai, per la Sinistra, nell’intensificare i reticolati burocratici e le repressioni organizzative, di cui, abbiamo sempre dichiarato, possiamo benissimo fare a meno allo stesso titolo che facciamo a meno della conta delle teste individuali.
CITAZIONI
128 – Il principio democratico – 1922.
… Il criterio democratico è finora per noi un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non n’è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremmo a principio la nota formula organizzativa del «centralismo democratico». La democrazia non può essere per noi un principio; il centralismo lo è indubbiamente, poiché i caratteri essenziali dell’organizzazione del partito devono essere l’unità di struttura e di movimento. Per segnare la continuità nello spazio della struttura di partito è sufficiente il termine centralismo, e per introdurre il concetto essenziale di continuità nel tempo, ossia nello scopo cui si tende e nella direzione in cui si procede verso successivi ostacoli da superare, collegando anzi questi due essenziali concetti d’unità, noi proporremmo di dire che il partito comunista fonda e la sua organizzazione sul «centralismo organico». Così, conservando quel tanto dell’accidentale meccanismo democratico che ci potrà servire, elimineremo l’uso di un temine caro ai peggiori demagoghi e impastato d’ironia per tutti gli sfruttati, gli oppressi, e gli ingannati, quale quello di «democrazia», che è consigliabile regalare per esclusivo loro uso ai borghesi e ai campioni del liberalismo variamente paludato talvolta in pose estremiste.
129 – Tesi sulla Tattica al II Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Roma) – 1922
3 – Alla precisa definizione della coscienza teorico-critica del movimento comunista, contenuta nelle dichiarazioni programmatiche dei partiti e dell’Internazionale Comunista, come all’organizzarsi egli uni e dell’altra, si è pervenuti e si perviene attraverso l’esame e lo studio della storia della società umana e della sua struttura nella presente epoca capitalistica, svolti coi dati, colle esperienze e nell’attiva partecipazione alla reale lotta proletaria.
4 – La proclamazione di queste dichiarazioni programmatiche come la designazione degli uomini cui si affida i vari gradi dell’organizzazione di partito si svolgono formalmente con una consultazione a forma democratica di consessi rappresentativi del partito, ma devono in realtà intendersi come un prodotto del processo reale che accumula gli elementi d’esperienza e realizza la preparazione e la selezione dei dirigenti dando forma al contenuto programmatico ed alla costituzione gerarchica del partito.
130 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926.
II.5 -… I partiti comunisti devono realizzare un centralismo organico che, col massimo compatibile di consultazione della base, assicuri la spontanea eliminazione d’ogni aggruppamento tendente a differenziarsi. Questo non si ottiene con prescrizioni gerarchiche formali e meccaniche, ma, come dice Lenin, con la giusta politica rivoluzionaria.
131 – Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione – 1964.
2 – La formula sopra citata compare il punto 14 delle tesi di Zinoviev, ed è così formulata: «Il Partito Comunista deve essere basato su una centralizzazione democratica. La costituzione per mezzo d’elezioni di Comitati secondari, la sottomissione obbligatoria di tutti i comitati al comitato che è loro superiore, e l’esistenza di un Centro munito di pieni poteri, di cui l’autorità non può, nell’intervallo fra i Congressi del Partito, essere contestata da nessuno; tali sono i principi essenziali della centralizzazione democratica».
Queste tesi non entrano in maggiori dettagli e, per quanto riguarda il concetto di subordinazione della periferia al Centro, la Sinistra non aveva motivo di non accettarle. Il dubbio sorse sulla maniera di designazione dei Comitati dalla periferia al Centro e sull’impiego del meccanismo elettorale per conta dei voti, cui fanno evidente riferimento l’aggettivo democratico opposto al sostantivo centralismo…
12 – Quando la Sinistra comunista sviluppò maggiormente la sua critica alle deviazioni della III Internazionale sui problemi della tattica, fece anche una critica dei criteri d’organizzazione, e il seguito dei fatti storici ha dimostrato che quelle deviazioni hanno fatalmente condotto all’abbandono di posizioni-base programmatiche e teoriche…
La nostra formula centralismo organico voleva appunto assicurare che non solo il partito è in particolare organo della classe, ma per di più è solo quando esso esiste che la classe agisce come organismo storico e non solo come una sezione statistica che ogni borghese è pronto a riconoscere. Marx, nella ricostruzione storicamente fondamentale e irrevocabile di Lenin, non solo dice di non aver scoperto le classi, ma nemmeno la lotta fra le classi, e indica come connotato inconfondibile della sua originale teoria la dittatura del proletariato: questo vuole appunto assicurare che solo a mezzo partito comunista il proletariato potrà pervenire alla sua dittatura. Le due nozioni, dunque, di partito e di classe non si contrappongono numericamente perché il partito è piccolo e la classe è grande, ma storicamente e organicamente; perché solo quando nel campo della classe si è formato l’organo energetico che è il partito, la classe diventa tale e si avvia ad assolvere il compito che le assegna la nostra dottrina della storia.
13 – La sostituzione dell’aggettivo organico a quello democratico non è motivata solo dalla maggiore esattezza di un’immagine di tipo biologico rispetto alla sbiadita immagine di natura aritmetica, ma anche dall’esigenza solida e di lotta politica di liberarsi dalla nozione di democrazia, abbattendo la quale avevamo potuto con Lenin riedificare l’Internazionale rivoluzionaria
14 -… D’altra parte, le critiche organizzative della Sinistra al lavoro dell’Internazionale rimasero coerenti alla richiesta che il concetto d’organicità nella distribuzione delle funzioni in seno al movimento non fosse confuso con una rivendicazione di libertà di pensiero e tanto meno con un rispetto della democrazia elettiva e numerica…
Questi precedenti storici confermarono che ovunque il meccanismo di contare i voti è sempre una truffa e un inganno, nella società, nella classe o nel partito; ma la migliore resistenza fu offerta dal Partito italiano proprio in quanto la sua radicata tradizione politica ripudiava ogni omaggio, anche minimo, alle gesta e ai meccanismi della democrazia storica e del metodo della conta dei voti.
132 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965.
14 -… La Sinistra tentò storicamente, senza rompere con principio della disciplina mondiale centralizzata, di dare la battaglia rivoluzionaria anche difensiva tenendo il proletariato d’avanguardia indenne dalla collusione coi ceti intermedi, i loro partiti e le loro ideologie votate alla disfatta. Mancata anche questa alea storica di salvare se non la rivoluzione almeno il nerbo del suo partito storico, oggi si è ricominciato in una situazione oggettiva torbida e sorda, in mezzo ad un proletariato infetto di democratismo piccolo borghese fino alla midolla; ma il nascente organismo, utilizzando tutta la tradizione dottrinale e di prassi ribadita dalla verifica storica di tempestive previsioni, l’applica anche alla sua quotidiana azione perseguendo la ripresa di un contatto sempre più ampio con le masse sfruttate, ed elimina dalla propria struttura uno degli errori di partenza dell’Internazionale di Mosca, liquidando la tesi del centralismo democratico e l’applicazione di ogni macchina di voto, come ha eliminato dalla ideologia anche dell’ultimo aderente ogni concessione ad indirizzi democratoidi, pacifisti, autonomisti e libertari.
133 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito… (Tesi di Napoli) – 1965
7 – Trattandosi di un trapasso e di una consegna storica da una generazione che aveva vissuto le lotte gloriose del primo dopoguerra e della scissione di Livorno alla nuova generazione proletaria che si trattava di liberare dalla folle felicità della caduta del fascismo per ricondurla alla coscienza dell’azione autonoma del partito rivoluzionario contro tutti gli altri, e soprattutto contro il partito socialdemocratico, per ricostituire forze consacrate alla prospettiva della dittatura e del terrore proletari contro la gran borghesia come contro tutti i suoi esosi strumenti, il nuovo movimento trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindecennale. Il partito attuò aspirazioni che erano manifeste nella Sinistra comunista fin dal tempo della II Internazionale, e successivamente durante la lotta storica contro le prime manifestazioni di pericoli opportunisti della Terza. Quest’aspirazione secolare è la lotta contro la democrazia ed ogni influenza di questo turpe mito borghese; essa pone le radici nella critica marxista, nei testi fondamentali e nei primi documenti delle organizzazioni proletarie, dal Manifesto di Comunisti in poi.
Se la storia umana non si spiega con l’influenza d’individui d’eccezione che abbiamo potuto eccellere per forza e valore fisico o anche intellettuale e morale, se la lotta politica è vista in maniera falsa e diametralmente opposta alla nostra come una scelta di tali personalità d’eccezione (sia essa creduta opera della divinità o demandata ad aristocrazie sociali o – nella forma più ostile a noi tutte – demandata al meccanismo della ’conta’ dei voti ai quali siamo stati infine ammessi tutti gli elementi sociali); ed invece la storia è storia della lotta fra le classi e si legge e si applica alle battaglie, che sono non più critiche, ma violente ed armate, solo svelando i rapporti economici tra le classi si stabiliscono entro le forme di produzione; se questo fondamentale teorema era stato confermato dal sangue sparso da innumerevoli combattenti di cui la mistificazione democratica aveva fatto sì che fossero infranti gli sforzi generosi; e se il patrimonio della Sinistra Comunista si era eretto su questo bilancio d’oppressione, di sfruttamento e di tradimento, la via da percorrere era solo quella che nel processo storico ci avesse sempre più liberati del letale meccanismo democratico, non solo nella società e nei vari corpi che si organizzano in seno a questa, ma nel seno della stessa classe rivoluzionaria e soprattutto in quello del suo partito politico. Questa aspirazione della Sinistra, che non si può ricondurre ad un’intuizione miracolosa o da un illuminismo razionale di pensatori, ma che si è contessuta negli effetti di una catena di lotte reali, violente, sanguinose e spietate anche quando si sono chiuse con la sconfitta delle forze rivoluzionarie, ha le sue tracce storiche in tutta la serie delle manifestazioni della Sinistra; da quando lottava contro i blocchi elettorali e le influenze delle ideologie massoniche, contro le suggestioni belliche prima di guerre coloniali e poi della gigantesca prima guerra europea, la quale trionfò della aspirazione proletaria a disertare dalle divise militari e a capovolgere le armi contro chi le aveva fatte impugnare, soprattutto agitando lo spettro lubrico di conquiste di libertà e di democrazia; da quando infine in tutti i paesi dell’Europa e sotto la guida del proletariato rivoluzionario russo essa si gettò nella lotta per abbattere il primo e diretto nemico e bersaglio che copriva il cuore della borghesia capitalistica, contro la destra socialdemocratica e contro l’ancor più ignobile centro, il quale, diffamando noi come diffamava il bolscevismo, il leninismo e la dittatura sovietica russa, poggiò tutte le sue leve sul tentativo di gettare lì nuovo il ponte-trabocchetto tra l’avanzata proletaria e le criminose idealità democratiche. Nello stesso tempo tale aspirazione a liberarsi d’ogni influenza anche della stessa parola di democrazia si trova consacrata in tesi innumerevoli della Sinistra che all’inizio di queste tesi abbiamo rapidamente indicati.
13 -… Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sia azione e della sua tattica, con un’unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito.
Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire le iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori della giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare, che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive – tutte forme che da molto tempo si considerano superate, non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato vittorioso.
134 – Le tesi viste da noi allora ed oggi – 1965.
… La tesi quattordicesima così definisce il centralismo democratico: elezione dei comitati secondari da parte dei primari – subordinazione obbligatoria d’ogni comitato a quello superiore – centro con pieni poteri, non contestabili tra congresso e congresso. Notiamo solo che, nella concezione della Sinistra del centralismo organico, gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell’opera del centro e la scelta di uomini, ma su questioni di indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale.
135 – Premessa a «Tesi dopo il 1945» – 1970.
… Appunto a queste esigenze sempre vive, che il militante deve trovare chiaramente e definitivamente soddisfatte nelle basi programmatiche del partito, rispondono le ’Considerazioni’ redatte alla fine del 1964 e pubblicate sui primi del 1965 in una sintesi tanto succosa, quanto brillante che, tra l’altro, smentiscono senza possibilità d’appello la vecchia e stupida accusa rivolta alla Sinistra di sognare un’’élite’ di rivoluzionari ’puri’, perfetti nella loro esistenza all’interno di una ’torre d’avorio’, e si concludono con la rivendicazione di quel ’centralismo organico’ contrapposta al ’centralismo democratico’ della III Internazionale, che dal lontano 1921 è un costante postulato della Sinistra, ma che solo oggi può trovare piena attuazione senza possibilità di ritorno indietro, con l’esclusione di ogni ricorso a meccanismi ’democratici’ anche all’interno dell’organizzazione di partito…
In verità, la questione del centralismo organico in quanto contrapposto al centralismo democratico è tutt’altro che… terminologica. Nella sua contraddittorietà, la seconda formula riflette bensì nel sostantivo l’aspirazione al partito mondiale unico come noi l’abbiamo sempre auspicato, ma rispecchia nell’aggettivo la realtà di partiti ancora eterogenei per formazione storica e base dottrinaria, fra cui siede come arbitro supremo (anziché come vertice di una piramide, unito alla base da un filo unico ed omogeneo svolgentesi dall’uno all’altra e viceversa senza soluzione di continuità) un Comitato Esecutivo o un ente omonimo, il quale, non essendo a sua volta vincolato da quell’unico filo ma libero di prendere decisioni alterne e fluttuanti a seconda delle vicissitudini delle ’situazioni’ e degli alti e bassi del conflitto sociale, periodicamente ricorre – come nella tradizione per nulla affatto contraddittoria della democrazia – ora alla farsa della ’consultazione’ della periferia (certo di potersene assicurare l’appoggio plebiscitario o quasi), ora all’arma dell’intimidazione e del ’terrore ideologico’, nel caso dell’Internazionale Comunista spalleggiato dalla forza fisica e dal ’braccio secolare’ dello Stato.
Nella nostra visione, per contro, il partito si presenta con caratteri di centralità organica, perché non è una ’parte’, sia pure la più avanzata, della classe proletaria, ma il suo organo, sintetizzatore di tutte le sue spinte elementari, come di tutti i suoi militanti, da qualunque direzione provengano, e tale è in forza del possesso di una teoria, di un insieme di principi, di un programma, che scavalcano i limiti di tempo dell’oggi per esprimere la tendenza storica, l’obiettivo finale e il modo di operare delle generazioni proletarie e comuniste del passato, del presente e del futuro, e che superano i confini di nazionalità e di Stato per incarnare gli interessi dei salariati rivoluzionari del mondo intero; tale è, aggiungiamo, anche in forza di una previsione, almeno nelle grandi linee, dello svolgersi delle situazioni storiche, e quindi della capacità di fissare un corpo di direttive e norme tattiche obbligatorie per tutti (ovviamente, non senza considerare i tempi e le aree di «rivoluzione doppia» o, invece, di «rivoluzione proletaria pura», anch’essi previsti ed implicanti un ben preciso, anche se diverso, comportamento tattico). Se il partito è in possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre, ma una realtà da difendere con le unghie e con i denti, e se del caso riconquistare ogni volta), la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle sue diverse forme d’esplicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa.
L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi fra ’base’ e ’vertice’; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista perché abbia bisogno di ’capi’, e anche di ’esperti’ in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più ’umile’ dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviano dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere – come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una ’purezza’ né ad una ’perfezione’ antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce e si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi ’organi’ a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare ’processo’ chi non si sente più di seguire la comune e immutabile via, perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i propri rifiuti.
’La rivoluzione non è una questione di forme d’organizzazione; è l’organizzazione con tutte le sue forme che viceversa si costituisce in funzione delle esigenze della rivoluzione, prevista non solo nel suo sbocco, ma nel suo cammino. Consultazioni, costituzioni e statuti sono propri delle società divise in classi, e dei partiti che esprimono a loro volta non il percorso storico di una classe, ma l’incrociarsi dei percorsi divergenti o non pienamente convergenti di più classi. Democrazia interna e ’burocratismo’, omaggio alla ’libertà d’espressione individuale o di gruppo e ’terrorismo ideologico’, sono termini non già antitetici, ma dialetticamente connessi: unità di dottrina e d’azione tattica, e carattere organico del centralismo organizzativo, sono ugualmente le facce di una stessa medaglia.
CAP. 5 LA VITA REALE DEL PARTITO
Vogliamo terminare questa parte del lavoro con la ripresa integrale della parte finale di un rapporto tenuto ad una nostra riunione generale e pubblicato sul numero 5 del 1967 di «Programma Comunista». La conclusione di questo rapporto s’intitola «Vita reale del partito» e non abbiamo nulla da aggiungervi né da togliervi; lo rivendichiamo in tutte le sue enunciazioni.
Cit. 136 – La continuità d’azione del partito sul filo della tradizione della Sinistra – 1967.
Già dai lunghi brani ora citati balza agli occhi come per noi non solo i problemi d’organizzazione e di funzionamento del partito rivoluzionario marxista s’intreccino alle fondamentali questioni della dottrina, del programma e della tattica, ma la corretta soluzione di queste sia pregiudiziale alla corretta impostazione e soluzione di quelli. Anche qui la Sinistra completava, nel 1926, il ciclo di una battaglia sostenuta di anno in anno, senza mai deflettere, in seno all’Internazionale: e noi vogliamo ricordarla nel concludere questo già troppo lungo rapporto, rimandando per un quadro meno succinto alle Tesi di Roma da una parte, alle Tesi di Napoli e Milano dall’altra.
A quella data era giunto a maturazione completa il processo da noi tempestivamente e «cocciutamente» denunziato nelle sue tappe successive, attraverso il quale il Comintern, nella stessa misura e per la stessa ragione che adottava tattiche impreviste, eterogenee ed eclettiche, e compiva svolte a zig-zag tanto improvvise quanto disorientanti, per giungere infine alla teorizzazione dell’impiego di qualunque mezzo per raggiungere il fine; nella stessa misura e per la stessa ragione che, così facendo, lacerava irrimediabilmente il tessuto unitario dell’azione politica del partito mondiale, pretendeva di imporre ad esso un’uniformità formale, del tutto simile – appunto – a quella di un esercito, e di ritrovare grazie ad essa l’omogeneità politica perduta; e preparava il terreno su cui lo stalinismo avrebbe costruito il suo edificio di «unità» caporalesca, prima usando a destra e a manca l’arma dell’intervento disciplinare e del «terrore ideologico», poi quella della pressione fisica appoggiata dal «braccio secolare» del potere di Stato. A questa centralizzazione formale e casermesca noi non opponemmo mai la critica che essa «conculcava la libertà», ma proprio al contrario che era un’arma per consentire al centro dirigente tutte le libertà di conculcare l’unico, invariabile e impersonale programma. A questo falso centralismo non solo non contraddiceva, ma si applicava come un guanto, l’appellativo «democratico», giacché per il marxismo, la democrazia non è un mezzo di espressione della cosiddetta «volontà generale» o «maggioritaria», ma un mezzo di manipolazione della maggioranza al fine di sancire decisioni già prese alle spalle di essa: un mezzo di sopraffazione. Bisognava, per esser liberi di violare il programma cento volte l’anno infischiandosi delle reazioni della celebre e tanto corteggiata «base», ed anzi prevenendole prima che si scatenassero, imporre il vuoto guscio della centralizzazione sul modello degli Stati Maggiori di tutti gli eserciti del mondo (non per nulla l’Internazionale si riempì allora, collocandoli agli alti gradi della gerarchia organizzativa, di ex menscevichi ed ex socialdemocratici, i Martinov, gli Smeral, ecc., uomini – come disse Trotski – sempre pronti, per far dimenticare il loro passato in un presente che riabilitava le loro tradizioni politiche, a «tenere la mano sulla cucitura dei calzoni» come altrettanti furieri), teorizzando la disciplina per la disciplina, l’ubbidienza per l’ubbidienza, quali che fossero gli ordini dall’alto, anzi dall’Altissimo.
Parallelamente, e per la stessa ragione, si pretendeva di additare in un «modello organizzativo», in una specie di carta costituzionale definita una volta per tutte, la garanzia della compattezza e dell’efficienza del Partito (nella fattispecie, l’organizzazione per cellule) e la si chiamò, con bestiale impudenza, bolscevizzazione. La nostra risposta a questi due gravi slittamenti, forieri di tutto il fango e il sangue del trentennio successivo – una risposta che occupò gran parte della coraggiosa battaglia all’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo 1926 – fu limpida e definitiva. Al primo ribattemmo che l’unità e la centralizzazione reale – da noi più di tutti sempre rivendicata – nell’azione e nel modo di organizzarsi del partito è il prodotto, il punto di arrivo, non la causa e il punto di partenza, dell’unità e centralità della dottrina, del programma e del sistema delle norme tattiche: vano cercare quelle, se mancano queste; peggio che vano, distruttivo e mortifero. Noi siamo centralisti (ed è questo, se si vuole, il nostro unico principio organizzativo) non perché riconosciamo valido in sé e per sé il centralismo, non perché lo deduciamo da un’idea eterna o da uno schema astratto, ma perché unico è il fine al quale tendiamo e unica la direzione in cui ci muoviamo nello spazio (internazionalmente) e nel tempo (al disopra delle generazioni «dei morti, dei viventi e dei nascituri»); siamo centralisti in forza dell’invarianza di una dottrina che non è in potere né di singoli né di gruppi di mutare, e della continuità della nostra azione nel flusso e riflusso delle contingenze storiche, di fronte a tutti gli ostacoli di cui è seminato il cammino della classe operaia. Il nostro centralismo è il modo d’essere di un partito che non è un esercito anche se ha una rigorosa disciplina, come non è una scuola anche se vi s’insegna, ma è una forza storica reale definita da un suo stabile orientamento nella lunga guerra fra le classi.
È attorno a quest’inscindibile e durissimo nocciolo, dottrina – programma – tattica, possesso collettivo ed impersonale del movimento, che la nostra organizzazione si cristallizza, e ciò che la tiene unita non è il knut del «centro organizzatore» ma il filo unico ed uniforme che lega «dirigenti» e «base», «centro» e «periferia», impegnandoli all’osservanza e alla difesa di un sistema di fini e di mezzi nessuno dei quali è separabile dall’altro. In questa vita reale del partito comunista – non di qualunque partito ma solo e proprio di esso in quanto comunista sia di fatto e non di nome – il rompicapo che assilla il democratico borghese; chi decide: l’«alto» o il «basso», i più o i pochi? Chi «comanda» e chi «ubbidisce»?, si scioglie e definitivamente da sé: è il corpo unitario del partito che imbocca e segue la sua via; e in esso, come nelle parole di un oscuro soldato livellatore, «nessun comanda e tutti sono comandati», il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli. Ma rompete quest’unità di dottrina–programma–tattica, e tutto crolla, non lasciando che un… posto di blocco e di comando ad un estremo manovrante le masse dei militanti (come il generale – supposto «genio» strategico – muove i soldatini supposti poveri tonti, magari facendoli passare armi e bagagli in campo nemico, o come il capostazione manovra i suoi treni, magari facendoli andare a scontrarsi l’uno con l’altro) e una sconfinata piazza d’armi per ogni possibile manovra all’altro estremo. Rompetela, quest’unità, e logico e storicamente giustificato diviene lo stalinismo, come logica e storicamente giustificata diviene la rovinosa subordinazione di un Partito come il nostro, che ha per primo compito quello di assicurare «la continuità storica e l’unità internazionale del movimento» (punto 4 del programma di Livorno 1921), al meccanismo falso e bugiardo della «consultazione democratica». Rompetela, e avrete distrutto il partito di classe.
Forza reale operante nella storia con caratteri di rigorosa continuità, il partito vive e agisce (ed è qui la risposta alla seconda deviazione) non in base al possesso di un patrimonio statutario di norme, precetti e forme costituzionali, al modo ipocritamente voluto dal legalismo borghese o ingenuamente sognato dall’utopismo premarxista, architetto di ben pianificate strutture da calare belle e pronte nella realtà della dinamica storica, ma in base alla sua natura di organismo formatosi, in una successione ininterrotta di battaglie teoriche e pratiche, sul filo di una direttrice di marcia costante: come scriveva la nostra «Piattaforma» del 1945, «le norme di organizzazione del partito sono coerenti alla concezione dialettica della sua funzione, non riposano su ricette giuridiche e regolamentari, superano il feticcio delle consultazioni maggioritarie». È nell’esercizio delle sue funzioni, tutte e non una, che il partito crea i propri organi, ingranaggi, meccanismi; ed è nel corso di questo stesso esercizio che li disfa e li ricrea, non ubbidendo in ciò a dettami metafisici o a paradigmi costituzionali, ma alle esigenze reali e appunto organiche del suo sviluppo. Nessuno di questi ingranaggi è teorizzabile né a priori, né a posteriori; nulla ci autorizza a dire, per dare un esempio molto terra terra, che la miglior rispondenza alla funzione per cui uno qualunque di essi è nato sia garantita dal suo maneggio da parte di un solo o di più militanti, la sola richiesta che ci si possa fare è che i tre o dieci – se ci sono – lo maneggino come una volontà sola, coerente a tutto il percorso passato e futuro del partito, e che l’uno, se c’è, lo maneggi in quanto nel suo braccio o nella sua mente operi la forza impersonale e collettiva del partito; e il giudizio sulla soddisfazione di tale richiesta è data dalla prassi, dalla storia, non dagli articoli del codice. La rivoluzione è un problema non di forma ma di forza; lo è altrettanto il Partito nella sua vita reale, nella sua organizzazione come nella sua dottrina. Lo stesso criterio organizzativo di tipo territoriale anziché «cellulare», da noi rivendicato, non è né dedotto da principi astratti e in temporali, né elevato a dignità di soluzione perfetta e in temporale; lo adottiamo solo perché è l’altra faccia della primaria funzione sintetizzatrice (di gruppi, di categorie, di spinte elementari) che assegniamo al partito.
La generosa preoccupazione dei compagni che il partito operi in modo organizzativamente sicuro, lineare ed omogeneo, si rivolga dunque – come ammoniva lo stesso Lenin nella «Lettera a un compagno» – non alla ricerca di statuti, codici e costituzioni, o peggio, di personaggi di tempra «speciale», ma a quella del modo migliore di contribuire, tutti e ciascuno, all’armonico espletamento delle funzioni senza le quali il partito cesserebbe di esistere come forza unificatrice e come guida e rappresentanza della classe, che è l’unica via per aiutarlo a risolvere giorno per giorno, «da sé» – come nel Che fare?, di Lenin, là dove si parla del giornale come di un’«organizzatore collettivo» – i suoi problemi di vita e di azione. È qui la chiave del «centralismo organico», è qui l’arma sicura nella storica battaglia delle classi, non nella vuota astrazione delle pretese «norme» di funzionamento dei più perfetti meccanismi o, peggio, nello squallore dei processi agli uomini che per selezione organica si trovano a maneggiarli, «in basso» o «in alto»: meccanismi ed ingranaggi anch’essi, efficienti o inefficienti non in sé, cioè in virtù di qualità o assenze di qualità personali, ma della traccia in cui l’intero partito – il suo dittatoriale programma, la sua invariabile dottrina, la sua tattica conosciuta e prevista, i rapporti interni e reciproci fra parte e parte di un organismo le cui membra vivono o muoiono tutte insieme in quanto lo stesso sangue circoli o cessi di circolare nel muscolo centrale e nelle fibrelle periferiche – impone loro di muoversi.
O su questa via, o sui due binari, in apparenza diversi, in realtà convergenti, del caotico ed arbitrario democratismo e del bieco autoritarismo stalinista: nessun’altra «scelta» ci lasciano le tesi del 1920, del 1922, del 1926, del 1945, del 1966, e per dir tutto, di sempre.
PARTE V
PREMESSA – LA TATTICA DEL PARTITO
Dal fatto che il partito non è un’accolita di pensatori o di seguaci di una determinata filosofia, ma un organo di combattimento per la guerra fra le classi, che impugna come arma la teoria e la conoscenza, si deve dedurre, come fanno tutte le nostre tesi, che l’azione del partito non si limita a propaganda e spiegazione del suo indirizzo, né soltanto ad un lavoro di critica dei fatti sociali e politici, bensì interviene attivamente in loro, combatte collegato fisicamente con la classe proletaria che si muove anche per obiettivi parziali ed immediati, la organizza, la indirizza, la spinge a lottare. L’azione che il partito deve svolgere in quanto organo politico della classe proletaria è dunque molto complessa, ma essenziale per la preparazione del proletariato in senso rivoluzionario, preparazione che non sarà mai il prodotto di una semplice propaganda teorica o di una dimostrazione di superiorità interpretativa da parte dei comunisti. Se per il marxismo la coscienza viene dopo l’azione è evidente che il partito non può sperare di condurre dietro di sé la classe soltanto attraverso la propaganda od un’azione di tipo educativo e pedagogico; è necessario che mille legami si formino attraverso i fatti materiali e l’intervento in loro del partito che è riconosciuto così dalla classe come un’entità fisica di ben determinata fisionomia, attraverso elementi che non sono di comprensione razionale, di studio, di propaganda.
L’insieme dei mezzi che il partito deve usare nelle varie e molteplici vicende della lotta di classe, per volgerle in senso favorevole ai suoi fini, per attrarre il proletariato sotto le sue bandiere, per strapparlo dalle file dei partiti non comunisti, per demoralizzare ed abbattere infine il nemico di classe: ecco il problema della tattica, che la Sinistra ha sempre definito «grave e difficile», non sognandosi mai di eluderlo e di sostituirlo metafisicamente con una pura e semplice propaganda di principi teorici o con una semplice azione di critica intellettuale.
Riconosciuto che lo svolgimento della lotta fra proletariato e borghesia è fatto complesso e caratterizzato da vicende materiali innumerevoli e varie e che il proletariato non si collega con il suo partito per convincimento razionale, s’imposta il problema dei mezzi con cui il partito deve intervenire nella realtà della lotta, cioè il problema della tattica del partito.
La prima nozione in questo campo, che deriva dalla nostra stessa concezione materialistica, è una critica spietata di quello che è stato sempre da noi definito «infantilismo»: i mezzi tattici non si scelgono con criteri morali, estetici e formalistici; non si decide l’intrapresa o meno di un’azione a seconda che questa si presenti più o meno in linea con una nostra pretesa morale. Su questa base Lenin ebbe a deridere coloro che respingevano per principio i «compromessi» e la Sinistra fu sempre concorde totalmente con lui su questo piano.
Ma la Sinistra, con Marx e Lenin, ha sempre rivendicato che una scelta dei mezzi tattici deve essere fatta per la semplice ragione che non tutti i mezzi tattici sono adeguati al raggiungimento del fine e che l’uso dei mezzi che sembrano dare un successo immediato all’azione del partito possono invece dimostrarsi in contraddizione con lo svolgimento ulteriore e le finalità ultime dell’azione stessa.
La scelta dei mezzi tattici, non guidata da preconcetti morali, ma dalla giusta valutazione, alla luce della nostra dottrina materialistica, dei rapporti reali fra le classi e fra i partiti che esprimono la politica delle varie classi e dalla previsione delle vicende che la lotta attraverserà e di quali dovranno essere le azioni del partito alla presenza delle varie situazioni che si presenteranno, perché esse possano risolversi nel suo potenziamento e nella migliore predisposizione delle forze proletarie verso la battaglia finale, deve esserci, deve essere preventiva e costituire un patrimonio del partito allo stesso modo che lo costituisce la sua invariante dottrina.
È la teoria che permette al partito di definire il suo programma nel qual è contenuta la previsione di una serie ininterrotta d’eventi attraverso i quali la lotta delle classi arriverà allo sbocco previsto. È la teoria che permette al partito di delineare il campo d’azione delle forze sociali, di valutarne i rapporti reciproci, di stabilire le possibili reazioni alla presenza di fatti determinanti. Le lezioni dei fatti storici, lette alla luce della teoria, conducono il partito a stabilire che la strada per il comunismo passa necessariamente attraverso la rivoluzione violenta, la distruzione della macchina statale borghese, la violenza ed il terrore rivoluzionari esercitati dalla classe proletaria sotto la direzione del suo partito e attraverso la macchina statale della dittatura proletaria.
Il partito deve essere in grado di prevedere e di pianificare anche i mezzi che nella situazione storica concreta sono suscettibili di condurre a questi sbocchi finali, le forze che sono in gioco, le azioni e reazioni che intercorrono fra queste forze, i mezzi che al contrario non devono essere utilizzati perché contraddirebbero il raggiungimento del fine rivoluzionario. L’analisi critica conduce perciò il partito a stabilire in primo luogo dei campi storico-politici, delle fasi storiche in cui la sua azione deve svolgersi e in cui sono diversi i rapporti e le attitudini delle forze sociali che combattono fra di loro e di conseguenza devono essere diversi i mezzi che il partito applica. Se non fosse possibile questa analisi e questa previsione cadrebbe il marxismo come teoria rivoluzionaria e perciò non si potrebbe neanche parlare di partito comunista e di classe proletaria.
I campi storici in cui si inserisce la tattica del partito sono così definiti nel nostro rapporto alla riunione generale di Genova del 1953:
«1) La posizione della Sinistra comunista si distingue nettamente (oltre che dall’eclettismo di manovra tattica del partito) dal bruto semplicismo di chi riduce tutta la lotta al dualismo sempre e ovunque ripetuto di due classi convenzionali, sole ad agire; la strategia del moderno movimento proletario ha precise e stabili linee valevoli per ogni ipotesi d’azione futura, che vanno riferite a distinte ’aree’ geografiche in cui si suddivide il mondo abitato, e a distinti cicli di tempo.
2) L’area prima e classica dal cui gioco di forze fu tratta la prima volta l’irrevocabile teoria del corso della rivoluzione socialista è quella inglese. Dal 1688 la rivoluzione borghese ha soppresso il potere feudale e rapidamente estirpate le forme di produzione feudali; dal 1840 è possibile dedurre la concezione marxista sul gioco di tre essenziali classi: proprietà borghese della terra – capitale industriale, commerciale, finanziario – proletariato, in lotta con le due prime.
3) Nell’area europea occidentale (Francia, Germania, Italia, paesi minori) la lotta borghese contro il feudalesimo va dal 1789 al 1871, e nelle situazioni di questo corso si pone l’alleanza del proletariato coi borghesi quando lottano colle armi per rovesciare il potere feudale – mentre già i partiti operai hanno rifiutata ogni confusione ideologica colle apologie economiche e politiche della società borghese.
4) Col 1866 gli Stati Uniti d’America si pongono nelle condizioni dell’Europa Occidentale dopo il 1871, avendo liquidato forme capitalistiche spurie con la vittoria contro il sudismo schiavista e rurale. Dal 1871 in poi, in tutta l’area euroamericana, i marxisti radicali rifiutano ogni alleanza e blocco con partiti borghesi e su qualunque terreno,
5) La situazione pre-1871, di cui al punto 3), dura in Russia ed in altri stati dell’Est europeo fino al 1917, e si pone in loro il problema già noto della Germania 1848: provocare due rivoluzioni, e quindi lottare anche per i compiti di quella capitalista. Condizione per un passaggio diretto alla seconda rivoluzione proletaria era la rivoluzione, politica in Occidente che venne meno, pure avendo la classe proletaria russa conquistato sola il potere politico, conservandolo per alcuni anni.
6) Mentre nell’area europea d’Oriente può oggi considerarsi compiuta la sostituzione del modo capitalista di produzione e di scambio a quello feudale, nell’area asiatica è in pieno corso la rivoluzione contro il feudalesimo, e regimi anche più antichi, condotta da un blocco rivoluzionario di classi borghesi, piccoli borghesi e lavoratrici(…)
9) Per quei paesi dell’Asia, ove ancora domina l’economia locale agraria di tipi patriarcali e feudali, la lotta anche politica delle ’quattro classi’ è un elemento di vittoria nella lotta internazionale comunista pur quando ne sorgano in via immediata poteri nazionali e borghesi, sia per la formazione di nuove aree atte alla posizione delle rivendicazioni socialiste ulteriori, sia per i colpi portati da tali insurrezioni e rivolte all’imperialismo euroamericano».
Le nostre Tesi di Roma, 1922, operavano una distinzione di fasi storiche che era nello stesso tempo d’aree geografiche:
«Potere feudale assolutistico; Potere democratico borghese; Governo socialdemocratico; Interregno di guerra sociale in cui divengono instabili le basi dello Stato; Potere proletario nella dittatura dei Consigli» e avvertivano: «In un certo senso, il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per un’azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito e un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria».
La nostra corrente ha dunque sempre sostenuto che i mezzi tattici che il partito può utilizzare in determinate aree storiche e sociali e in relazione al verificarsi di determinate situazioni devono essere previsti ed «assommati in chiare regole d’azione», le quali costituiscono la base dell’organizzazione stessa del partito. Se non fosse possibile determinare delle regole tattiche, una «rosa d’eventualità», un piano valevole per un arco lunghissimo di tempo e per spazi grandissimi, non sarebbe possibile neanche arrivare alla omogeneità e alla centralizzazione organizzativa. Non si tratta, lo abbiamo detto, di definire l’insieme dei mezzi lasciandosi guidare da postulati aprioristici, ma di determinare, alla luce della dottrina ed in maniera sempre più completa e profonda, il «campo» storico in cui il partito combatte e il gioco delle forze sociali interne a questo «campo».
È in base a questa pratica esigenza che sono definite e puntualizzate sempre meglio dal lavoro collettivo e dalla esperienza stessa del partito i «limiti» di là dei quali la tattica del partito non può andare sotto pena di riflettersi negativamente sul partito stesso. Perché altra nostra affermazione di carattere fondamentale è che la tattica che il partito usa si riflette ed influisce sull’organizzazione, come sui principi del partito; la tattica è l’agire del partito e non può contraddire al suo essere, senza che l’essere stesso prima o poi debba modificarsi. Fu l’Internazionale Comunista ché pretese, dopo il 1922, di poter adoperare qualunque mezzo, qualsiasi manovra, senza per questo spezzare il partito nella sua compagine organizzativa e nella sua saldezza teorica e programmatica. Le nostre Tesi di Lione 1926 traggono la lezione di questa catastrofica pretesa proprio nel momento in cui l’Internazionale sta per essere conquistata definitivamente alla controrivoluzione staliniana: «Non è il buon partito che dà la buona tattica soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito».
E questo è evidente se, da marxisti, noi pensiamo che non può bastare il dichiarare di aderire ad una certa dottrina, ad un programma, a principi e finalità date, se questi non informano di sé tutta l’attività reale del partito determinandone le caratteristiche e le manifestazioni anche più limitate. Se la vita reale del partito, la sua azione, il suo modo di muoversi nei confronti delle forze sociali e politiche viene a contraddire alle sue enunciazioni di principio, è chiaro che queste stesse enunciazioni a lungo andare cadranno per quanto si continui a proclamarne il rispetto o a propagandarle ed agitarle. È questo il classico cammino dell’opportunismo che proclama un’adesione platonica ai principi comunisti mentre svolge nella pratica le più oscene deviazioni da loro.
Per noi l’adesione e la fedeltà ai principi si manifesta nel colossale e difficilissimo sforzo di far sì che tutta la vita del partito si uniformi e sia coerente con loro. E questo non per lusso dottrinario, ma per pratica necessità della lotta; sarà in grado di vincere la battaglia rivoluzionaria, è la dimostrazione luminosa della rivoluzione di Russia, solo un organismo di partito il quale abbia saputo poggiare sulla granitica base del marxismo un coerente piano tattico e rimanervi fedele in tutte le vicende della lotta senza mai mollare di un pollice, sacrificando a questa continuità e rigidità d’impostazione le possibilità di facili e momentanei successi: il «pantano» di cui Lenin parla nel «Che fare?» e che è sempre pronto ad accogliere tutti coloro che abbandonano la linea prevista e codificata e ritengono appunto di poter usare qualsiasi mezzo, di poter realizzare qualsiasi manovra, illudendosi che questa non si rifletta sul loro stesso essere.
A base della scelta dei mezzi tattici e delle manovre deve essere posta la condizione prioritaria che esse servano a potenziare e non ad inficiare la fisionomia del partito a contorni taglienti nei confronti di tutti gli altri partiti e dello Stato politico. Il problema tattico consiste di due fattori fondamentali: il partito – elemento cosciente capace di prevedere lo sbocco della lotta di classe – e la massa del proletariato che deve essere nel corso dello svolgimento dell’azione fisica e materiale condotta a seguire il partito, la via che esso indica, i metodi che esso propone. Alla base dunque della soluzione d’ogni problema tattico deve essere posta la condizione che per realizzare il secondo dato non si snaturi, né si deformi il primo e fondamentale. Se ciò si verifica, le masse possono anche spostarsi, ma è il partito che devia dalla sua strada e non è più strumento utile alla conduzione della lotta rivoluzionaria. Questo è criterio essenziale valido per tutti i campi storici della lotta di classe. Si innesta su questo generale problema quello che il partito deve sempre presentarsi agli occhi delle masse proletarie come opposto a tutti gli altri partiti politici e allo Stato, dimostrando praticamente, nel corso dell’azione, al proletariato la necessità di abbracciare i metodi rivoluzionari di lotta e di svalutare qualsiasi ricorso a movimenti ed azioni che si pongano sul piano delle istituzioni presenti e tendano a dimostrare alle masse che la risoluzione dei loro problemi, piccoli o grandi, immediati o generali, è impossibile per via pacifica e legale, senza far cozzare la forza organizzata del proletariato contro l’insieme delle istituzioni legali.
Impostiamo, partendo dalle nostre Tesi di Roma (1922), le grandi linee della tattica del partito nel campo europeo occidentale ed americano nell’epoca imperialistica. In questo campo ed in questa epoca storica i cardini, le grandi linee, che delimitano ogni azione tattica del partito sono le seguenti:
a) nessun blocco o alleanza o fronte con altri partiti politici anche pseudo proletari sulla base di parole d’ordine contingenti comuni (fronte unico sindacale sulla base dell’azione diretta delle masse proletarie, contro fronte unico politico ed azioni comuni condotte sul terreno delle istituzioni democratiche legali);
b) nessuna partecipazione del partito a campagne elettorali di nessun genere; svalutazione costante del metodo elettorale della conta delle opinioni non solo come impotente alla conquista del potere politico, ma come controproducente alla stessa difesa d’interessi immediati della classe. Invito costante e dimostrazione della necessità per il proletariato di passare dal terreno della lotta legale e pacifica al terreno dell’azione diretta anche per la difesa dei suoi più elementari interessi;
c) nei confronti della «apparente» divisione del campo borghese in un blocco di «destra» e di «sinistra» e dei postulati seducentemente interessanti la classe operaia che quest’ultimo proclama di voler realizzare, critica costante alle posizioni del blocco di «sinistra», dimostrazione che esso forma con la «destra» un fronte antirivoluzionario, dimostrazione che quei postulati, a misura in cui interessano veramente le masse proletarie, sono realizzabili soltanto sul piano della mobilitazione di lotta della classe e non su quello legalitario e pacifico. Il partito può addirittura farsi promotore della lotta per obiettivi che il blocco di «sinistra» enuncia demagogicamente, ma che veramente interessano la classe operaia, chiamando esso stesso il proletariato ad affermarli e a difenderli costituendo un fronte di lotta dei suoi organismi economici immediati e scendendo sul piano dell’azione e dello sciopero generale, giungendo alla pratica dimostrazione che quei partiti che vogliono muoversi soltanto sul piano dell’azione attraverso le istituzioni legali in realtà tradiscono anche quegli obiettivi che a parole sostengono, appunto perché rifiutano l’uso di quei mezzi che soli potrebbero permetterne la realizzazione o la difesa. Su questa constatazione storica reale è fondato l’astensionismo elettorale (e non solo parlamentare) del partito comunista in Occidente dal 1920 in poi e la polemica della nostra corrente contro le tesi del parlamentarismo rivoluzionario sostenuta da Lenin e dai bolscevichi;
d) nei confronti del possibile verificarsi di un governo di «sinistra», dimostrazione costante e preventiva che esso non costituirebbe un miglioramento di nessun genere ed in nessun campo per il proletariato. Valutazione che l’«esperimento socialdemocratico» può essere positivo, ma solo nel senso che dimostrerebbe praticamente alle masse la natura controrivoluzionaria dei partiti opportunisti e potrebbe convertirsi in un aumento di potenza del partito rivoluzionario a condizione che esso abbia denunciato fin dall’inizio l’esperimento, abbia indicato alle masse il suo necessario fallimento ed abbia chiaramente saputo dividere le sue responsabilità da quelle dei partiti opportunisti. Nessuna solidarietà del partito con un governo del genere nemmeno nel caso in cui esso fosse violentemente attaccato da forze di «destra». Se in una simile circostanza il proletariato fosse chiamato dai partiti opportunisti ad azioni armate contro la «destra», il partito avrebbe il compito di indirizzare i proletari in armi verso la conquista del potere politico e la dittatura di classe, denunciando ogni difesa del potere esistente e proclamando apertamente che esso è altrettanto ostile al proletariato quanto le forze che lo attaccano e che ambedue devono soggiacere al potere armato del proletariato diretto dal partito comunista.
Questi cardini della tattica del partito, apertamente dichiarati nelle Tesi di Roma del 1922, mentre si svolgeva in Italia l’offensiva fascista, rimangono confermati e verificati nelle Tesi di Lione del 1926, le quali traggono la lezione di quell’intervallo di tempo che aveva visto il fascismo affermarsi e il partito pericolosamente inclinare verso la ricerca di «alleati politici» contro di lui, non solo nei partiti pseudo operai, ma anche in quelli borghesi «democratici» (Aventino, ecc.). In questo corpo di tesi si enuncia a complemento delle grandi linee sopra descritte:
a) negazione che il partito debba, in presenza di lotte di classe e di partiti, che non siano ancora quelle del suo terreno specifico, «scegliere tra le due forze in contesa quella che rappresenta lo sviluppo della situazione più favorevole alla evoluzione storica generale e debba più o meno apertamente sorreggerla e coalizzarsi con essa». Nessuna scelta fra «governi reazionari di destra» e «governi di sinistra»; dimostrazione al proletariato che «la borghesia tenta e spesso riesce ad avvicendare i suoi metodi e partiti di governo secondo il suo interesse controrivoluzionario» e che «il trionfo dell’opportunismo è sempre passato attraverso l’appassionamento del proletariato alle vicende successive della politica borghese»;
b) di conseguenza: «Il partito comunista, in presenza di lotte che non possono ancora svolgersi come la lotta definitiva per la vittoria proletaria, non si farà il gerente di trapassi e di realizzazioni che non interessano direttamente la classe che esso rappresenta, e non baratterà il suo carattere e la sua attitudine autonoma con quelli di una specie di società d’assicurazione per tutti i moti politici sedicenti ’rinnovatori’, o per tutti i sistemi e governi politici minacciati da un preteso ’governo peggiore’».
In perfetta continuità con l’analisi svolta da Lenin, la Sinistra identifica nell’ordinarsi totalitario dell’economia capitalistica dell’epoca imperialistica la premessa oggettiva per la sostituzione delle forme democratiche-parlamentari del dominio borghese con forme totalitarie di governo: il «moderno e progressivo» metodo fascista che, giunto alla sua espressione più evidente in Italia ed in Germania, si impone però in tutti i grandi Stati imperialistici del mondo, distruggendo dappertutto la vecchia e reazionaria forma democratico-liberale, mantenendola al massimo come «specchietto per le allodole proletarie». Nella fase imperialistica del capitalismo svoltasi fino alla seconda guerra mondiale, «i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista» (Natura funzione e tattica del partito, 1947).
Rimangono in questa visione confermati e ribaditi i cardini tattici già sanciti nelle Tesi di Roma e di Lione con le seguenti precisazioni:
1) il partito non deve applicare nessuna «tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici» (ivi);
2) la prassi politica del partito «rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’agitazione contingenti comuni a più partiti» (ivi);
3) «nell’economia di dettaglio quanto nella politica generale e mondiale la classe proletaria, come non ha nulla da perdere, non ha nulla da difendere, e il suo compito è soltanto attacco e conquista. Quindi all’apparire delle manifestazioni di concentrazione, unitarietà, totalitarismo capitalista, il partito rivoluzionario deve anzitutto riconoscere che è in questo la sua integrale vittoria ideologica e deve quindi soltanto preoccuparsi del rapporto effettivo di forze per lo schieramento nella guerra civile rivoluzionaria, rapporto che hanno sin qui reso sfavorevole, appunto e soltanto, le onde di degenerazione opportunista e immediatista» (Tesi caratteristiche del Partito, 1951);
4) «anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi rimanendo soltanto una fraseologia, e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo, contro cui deve esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario. Il partito, quindi, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche d’ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività» (ivi).
È entro questi precisi «limiti», dettati dalla storia, che, nel campo occidentale, deve svolgersi il complesso problema della tattica del partito comunista. È per questo che, negli ultimi due paragrafi di questa parte del lavoro, allineiamo le citazioni che dimostrano l’analisi fatta dal partito del fascismo e del totalitarismo come «progressivi» rispetto alla vecchia democrazia liberale. Non siamo nella fase e nel campo storico-politico in cui il partito proletario appoggia sul terreno dell’azione armata ed in piena autonomia di programma, di tattica, d’organizzazione i movimenti democratico-borghesi contro i vecchi regimi (erano ammissibili alleanze e blocchi di partiti politici), né in quello, tipico dell’Europa 1871-1914, in cui si poneva all’ordine del giorno la rivoluzione borghese «fino in fondo» e la democrazia borghese, pur non essendo più rivoluzionaria, era almeno realmente «progressista» (e il partito combatté a fianco della piccola borghesia per l’estensione della democrazia, per le riforme, per il suffragio universale, ecc.); siamo nell’epoca in cui il totalitarismo statale si afferma eliminando sostanzialmente, quando non formalmente, le ultime vestigia della democrazia parlamentare con tutto il suo codazzo di «garanzie» e di diritti».
Il partito proletario deve intonare la sua azione a questa constatazione che, come ribadiscono le nostre tesi del secondo dopoguerra, lo distingue da tutti gli altri raggruppamenti politici per i quali, siano pure alla «estrema sinistra», la democrazia è pur sempre un «bene» da difendere o da riconquistare e il fascismo è «il male peggiore». Per il partito e la democrazia è morta una volta per sempre per la stessa borghesia e il mondo moderno si organizza in forme totalitarie e fasciste anche dove può e ritiene opportuno mantenere per imbonire i proletari la parvenza di «libere istituzioni». Perciò l’ultimo paragrafo del lavoro raccoglie le citazioni che esprimono il pensiero del partito sull’elezionismo e sul parlamentarismo e che si riassumono nell’ovvia conclusione che, se ancora nel 1920 l’uso del meccanismo elettorale era uno strumento per assicurare il dominio della borghesia e come strumento del dominio borghese andava attaccato e smascherato il parlamento, oggi, dopo la vittoria del totalitarismo, la borghesia stessa non domina più attraverso parlamenti ed elezioni, ma se ne serve soltanto per nascondere i suoi veri strumenti di potere agli occhi del proletariato. Donde la chiara direttiva tattica espressa nel nostro Dialogato coi morti (1956): «Dal 1920 il partito non partecipa più (non avrebbe dovuto) ad elezioni». È soltanto sulla base di questi cardini fondamentali che devono essere valutati e studiati i movimenti di partito nelle varie situazioni nell’area euroamericana.
CAP. 1 NECESSITÀ DELLA PREVISIONE E PROGRAMMAZIONE TATTICA
Cit. 137 – La tattica dell’Internazionale Comunista 1922
II -… Non vi è marxista che non debba essere con Lenin quando egli denuncia come malattia infantile un criterio d’azione che si preclude certe possibilità d’iniziativa in base alla semplice considerazione che esse non sono abbastanza rettilinee ed adagiate sullo schema formale delle nostre idealità senza stonature e deformazioni antiestetiche. Il mezzo può avere aspetti contrari al fine per i quali lo adoperiamo, dice il fondo del nostro pensiero critico: per un fine alto, nobile, seducente, il mezzo può presentarsi meschino, tortuoso e volgare: ciò che importa è poter calcolare la sua efficacia, e chi lo faccia col semplice confronto delle forme esteriori scende al livello di una concezione soggettivista e idealista delle causalità storiche che ha qualche cosa di quacqueristico, ignorando le superiori risorse della nostra critica, che oggi diviene una strategia, e che vive delle geniali concezioni realistiche del materialismo di Marx…
Come non vi è un’argomentazione da prendere sul serio che possa escludere l’utilità di adoperare i mezzi d’azione della borghesia per abbattere la borghesia, così non si può negare aprioristicamente che con l’adozione dei mezzi tattici dei socialdemocratici si possano abbattere i socialdemocratici.
Non vogliamo essere fraintesi e ci riserviamo di esporre appresso il nostro pensiero, e del resto chi voglia coglierne la costruzione non ha che da studiare le nostre tesi sulla tattica. Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito a confronti formali e preoccupato della purezza e della dirittura come fini a se stesse, non intendiamo affermare che il campo della tattica debba restare limitato e che tutti i metodi siano buoni per raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice considerazione che si sia intenzionati a valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l’errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che si sceglie, dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste.
Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt’altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune con i preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l’utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre con i risultati che se n’attendono e che poi ne derivano…
Per poco che si approfondisca il valore dialettico di questa situazione si vedrà che tutte le obiezioni di un’intransigenza semplicistica cadono totalmente. L’alleanza con i disfattisti e con i traditori della rivoluzione, per la rivoluzione? grida esterrefatto il comunista tipo quarta internazionale o il ruffiano centrista tipo fra due e tre. Ma noi ci soffermiamo su questa esercitazione terminologica…
V -… Perché il partito non è il «soggetto» invariabile e incommistibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere, ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dell’altra – mentre si svolgono le ostilità.
Cit. 138 – Tesi sulla Tattica al II Congresso del P.C.d’I (Tesi di Roma) – 1922
24 -… Nel programma del partito comunista è contenuta una prospettiva di successive azioni messe in rapporto a successive situazioni, nel processo di svolgimento che di massima loro si attribuisce. Vi è dunque una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche. Lo studio della situazione appare quindi come un elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici, in quanto il partito nella sua coscienza ed esperienza critica già aveva preveduto un certo svolgimento delle situazioni, e quindi delimitate le possibilità tattiche corrispondenti all’azione da svolgere nelle varie fasi. L’esame della situazione sarà un controllo per l’esattezza dell’impostazione programmatica del partito; il giorno che esso ne imponesse una revisione sostanziale il problema si presenterebbe molto più grave di quelli che si possono risolvere con una semplice conversione tattica e l’inevitabile rettifica di visione programmatica non potrebbe avere serie conseguenze sull’organizzazione e la forza del partito. Questo dunque deve sforzarsi di prevedere lo sviluppo delle situazioni per esplicare in esse quel grado d’influenza che gli è possibile; ma l’attendere le situazioni per subirne in modo eclettico e discontinuo le indicazioni e le suggestioni è metodo caratteristico dell’opportunismo socialdemocratico…
26 – Il partito non può tuttavia adoperare la sua volontà e la sua iniziativa in una direzione capricciosa ed in una misura arbitraria; i limiti entro i quali deve e può fissare l’una e l’altra gli sono posti appunto dalle sue direttive programmatiche e dalle possibilità e opportunità di movimento che si deducono dall’esame delle situazioni contingenti.
27 – Dall’esame della situazione si deve trarre un giudizio sulle forze del partito e sui rapporti tra queste e quelle dei movimenti avversari. Soprattutto bisogna preoccuparsi di giudicare l’ampiezza dello strato del proletariato che seguirebbe il partito quando questo intraprendesse un’azione e ingaggiasse una lotta. Si tratta di formarsi un’esatta nozione degli influssi e delle spinte spontanee che la situazione economica determina in seno alle masse, e della possibilità di sviluppo di queste spinte per effetto delle iniziative del partito comunista e dell’atteggiamento degli altri partiti…
28 – Gli elementi integratori di questa ricerca sono svariatissimi e consistono nell’esaminare le tendenze effettive della costituzione e dello sviluppo delle organizzazioni del proletariato e delle reazioni anche psicologiche che producono su di esso da una parte le condizioni economiche, dall’altra gli stessi atteggiamenti ed iniziative sociali e politiche della classe dominante e dei suoi partiti. L’esame della situazione viene a completarsi nel campo politico con quello delle posizioni e delle forze delle varie classi e dei vari partiti riguardo al potere dello Stato. Sotto quest’aspetto si possono classificare in fasi fondamentali le situazioni nelle quali il partito comunista può trovarsi ad agire e che nella loro normale successione lo conducono a rafforzarsi estendendo i suoi effettivi e nello stesso tempo a precisare sempre di più i limiti del campo della sua tattica. Queste fasi possono indicarsi come segue: Potere feudale assolutistico – Potere borghese democratico – Governo socialdemocratico – Interregno di guerra sociale in cui divengono instabili le basi dello Stato – Potere proletario nella dittatura dei Consigli. In un certo senso il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per un’azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito ed un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria…
29 -… Perciò il partito e l’Internazionale devono esporre in maniera sistematica l’insieme delle norme tattiche generali per l’applicazione delle quali potranno chiamare all’azione e al sacrificio le schiere dei loro aderenti e gli strati del proletariato che si stringono intorno ad esse, dimostrando come tali norme e prospettive d’azione costituiscono l’inevitabile via per arrivare alla vittoria. È dunque una necessità di pratica e d’organizzazione e non il desiderio di teorizzare e di schematizzare la complessità dei movimenti che il partito potrà essere chiamato ad intraprendere, che conduce a stabilire i termini e i limiti della tattica del partito, ed è per queste ragioni affatto concrete che esso deve prendere delle decisioni che sembrano restringere le sue possibilità d’azione, ma che sole danno la garanzia dell’organica unità della sua opera nella lotta proletaria.
47 -… Tutta la tattica del partito comunista non è dettata da preconcetti teorici o da preoccupazioni etiche ed estetiche, ma solo dalla reale proposizione dei mezzi al fine ed alla realtà del processo storico, in quella sintesi dialettica di dottrina e d’azione che è il patrimonio di un movimento destinato ad essere il protagonista del più vasto rinnovamento sociale, il condottiero della più grande guerra rivoluzionaria.
Cit. 139 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926
I.3 -… Si deve altamente affermare che, incerte situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, d’inerzia e di collaborazione col nemico secondo i casi; e che intanto, nonostante tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto d’appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano in altre parole nei principi e nell’organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma quest’asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme d’azione precise e rispettate, il partito garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative…
Sarebbe contro Lenin e Marx il costruire la tattica comunista con un metodo non dialettico ma formalistico. Sarebbe errore madornale l’asserire che i mezzi devono corrispondere ai fini non per la loro successione storica e dialettica nel processo dello sviluppo, ma secondo una somiglianza e un’analogia degli aspetti che mezzi e fini possono prendere dal punto di vista immediato e quasi diremmo etico, psicologico, estetico. Non bisogna commettere in materia di tattica lo sbaglio che anarchici e riformisti commettono in materia di principi, allorché a loro pare assurdo che la soppressione delle classi e del potere statale vada preparata attraverso il predominio di classe e lo stato dittatoriale proletario, che l’abolizione d’ogni violenza sociale si realizzi attraverso l’impiego della violenza offensiva e difensiva, rivoluzionaria del potere attuale e conservatrice di quel proletario. Analogamente sbaglierebbe chi asserisse che un partito rivoluzionario deve essere in ogni momento per la lotta senza contare le forze d’amici e nemici; che di uno sciopero ad esempio il comunista non può propugnare che la continuazione ad oltranza; che un comunista deve rifuggire da certi mezzi come la dissimulazione, l’astuzia, lo spionaggio, ecc., perché poco nobili o simpatici. La critica del marxismo e di Lenin sul superficialismo pseudo-rivoluzionario che appesta il cammino del proletariato, costituisce lo sforzo per eliminare questi criteri sciocchi e sentimentali dalla risoluzione dei problemi di tattica. Questa critica è definitivamente acquisita all’esperienza del movimento comunista…
Ma quella critica all’infantilismo non significa che in materia di tattica debbano regnare sovrani l’indeterminazione, il caos e l’arbitrio, e che «tutti i mezzi» siano adeguati al raggiungimento dei nostri scopi. Il dire che la garanzia della coordinazione dei mezzi agli scopi sta nella natura rivoluzionaria acquisita del partito e nel contributo che alle sue decisioni portano uomini insigni o gruppi aventi dietro di sé una brillante tradizione, è un gioco di parole non marxista, in quando prescinde dalla ripercussione che sul partito hanno i mezzi stessi della sua azione, nel gioco dialettico di cause ed effetti, e dalla negazione nostra di un valore qualsiasi alle «intenzioni» che detta le iniziative di singoli e di gruppi; a parte il «sospetto», nel senso non ingiurioso, su tali intenzioni da cui, come mostrano sanguinose esperienze del passato, mai si è potuto prescindere.
Lenin dice nel suo libro sull’infantilismo che i mezzi tattici debbono essere prescelti, in ordine alla realizzazione dello scopo finale rivoluzionario, attraverso una chiara visione storica della lotta del proletariato e del suo sbocco, e che sarebbe assurdo scartare un certo espediente tattico solo perché sembri «brutto» o meriti la definizione di «compromesso»: occorre invece stabilire se quel mezzo è o non è rispondente al fine. Questo problema è sempre aperto e resterà sempre aperto come formidabile compito dinanzi all’attività collettiva del partito e dell’Internazionale Comunista. Se sul problema dei principi teorici dopo Marx e Lenin ci possiamo dire in possesso di una sicura eredità, senza voler dire che sia finito ogni compito di nuove ricerche teoriche per il comunismo, lo stesso non si può dire nel campo tattico, neppure dopo la rivoluzione russa e l’esperienza dei primi anni di vita della nuova Internazionale, cui troppo presto Lenin è venuto a mancare. Il problema della tattica, assai più ampio delle semplicistiche risposte sentimentali degli «infantili», deve essere ancora meglio lumeggiato col contributo di tutto il movimento comunista internazionale, e di tutta la sua esperienza antica e recente. Non è contro Marx e Lenin l’affermare che nel risolverlo si devono perseguire delle regole d’azione, non vitali e fondamentali come i principi, ma obbligatorie sia per i gregari sia per gli organi dirigenti del movimento, che contemplino le possibilità diverse di sviluppo delle situazioni, per tracciare col possibile grado di precisione in quale senso dovrà muoversi il partito quando esse presenteranno determinati aspetti.
L’esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi, a «improvvisazioni» ed a «sorprese», ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l’ora di un’azione preceduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore, ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente.
Cit. 140 – Le prospettive del dopoguerra in relazione alla piattaforma del Partito – 1946
Carattere del tutto centrale e distintivo del nostro indirizzo, contrapposto in una lotta di decenni a quelli di tutti gli opportunisti e disertori della lotta di classe, è quello di stabilire in linee chiarissime le direttive d’azione del partito dinanzi alle prevedibili svolte più impressionanti della vita storica del mondo capitalistico che noi combattiamo. Deve essere totalmente escluso per il partito, e, se questo è all’altezza del suo compito, anche per la classe che esso impersona, che allo scoppio d’eventi anche grandissimi e di cataclismi storici, centri dirigenti e gruppi organizzati abbiano a scoprire che il travolgere degli eventi indichi la scelta di vie e l’accettazione di parole d’azione in contrasto con quelle dal movimento saldamente stabilite e seguite.
Tale è la condizione perché un movimento rivoluzionario possa non solo risorgere ma evitare di sommergersi nelle crisi come quelle del socialnazionalismo del 1914 e del nazionalcomunismo imposto da Mosca nella fase storica della seconda guerra…
L’essenza del compito pratico del Partito e della sua possibilità di influire sui rapporti delle forze agenti e sul succedersi degli eventi sta appunto non nell’improvvisazione ed escogitazione d’abili risorse e manovre a mano a mano che le nuove situazioni maturano, ma nella stretta continuità fra le sue posizioni critiche e le sue parole di propaganda e di battaglia in tutto il succedersi ed il contrapporsi delle diverse fasi del divenire storico.
Cit. 141 – Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia – 1947
I principi e le dottrine non esistono di per sé come fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa sia quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali in sostanza nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti d’interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e di deforma la dottrina del partito.
Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione…
È oggi possibile, senza richiamare dai testi delle discussioni di allora tutto l’insieme degli argomenti critici, conchiudere che il bilancio della tattica troppo elastica e troppo manovrata è risultato non solo negativo, ma disastrosamente fallimentare…
La causa di questi insuccessi deve farsi risalire al fatto che le successive parole tattiche sono piovute sui partiti e in mezzo ai loro inquadramenti col carattere d’improvvise sorprese e senza alcuna preparazione dell’organizzazione comunista alle varie eventualità. I piani tattici del partito, invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento, non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alle tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l’organizzazione in modo che questa sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevoli e sfavorevoli vicende dell’andamento della lotta. Pretendere qualche cosa di più e di diverso dal partito, e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario, ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine d’opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nell’influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi alle iniziative di repressione.
Cit. 142 – Teoria ed azione (Riunione di Forlì) – 1952
1 – Data la situazione presente d decadimento al minimo dell’energia rivoluzionaria, compito pratico è quello di esaminare il corso storico di tutta la lotta, ed è errore il definirlo lavoro di tipo letterario o intellettuale contrapponendolo a non si sa quale discesa nel vivo dell’azione delle masse.
6 – Non essendo dunque pensabili ritorni bruschi delle masse ad un’organizzazione utile d’attacco rivoluzionario, il miglior risultato che il prossimo tempo può dare è la riproposizione dei veri scopi e rivendicazioni proletari e comunisti, e il ribadimento della lezione che è disfattismo ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse.
7 – Allo stupido attualismo-attivismo che adatti gesti e mosse ai dati immediati d’oggi, vero esistenzialismo di partito, va sostituita la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre, vietando a gregari, ma soprattutto a capi, la tendenziosa ricerca e scoperta di «vie nuove».
8 – Quest’andazzo, soprattutto quando diffama e diserta il lavoro dottrinale e la restaurazione teorica, necessaria oggi come lo fu per Lenin al 1914-18, assumendo che l’azione e la lotta sono tutto, ricade nella distruzione della dialettica e del determinismo marxista per sostituire, all’immensa ricerca storica dei rari momenti e punti cruciali su cui fare leva, uno scapigliato volontarismo che è poi il peggiore e crasso adattamento allo status quo e alle immediate misere prospettive.
11 – Un tale lavoro è lungo e difficile, assorbe anni ed anni, e d’altra parte il rapporto di forze della situazione mondiale non può capovolgersi prima di decenni. Quindi ogni stupido e falsamente rivoluzionario spirito di rapida avventura va rimosso e disprezzato, in quanto è proprio di chi non da resistere sulla posizione rivoluzionaria, e come in tanti esempi della storia delle deviazioni, abbandona la grande strada per i vicoli equivoci del successo a breve scadenza.
Cit. 143 – Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole – 1965
5 – La relazione che corre tra le soluzioni tattiche, tali da non essere condannate dai principi dottrinali e teorici, e il multiforme sviluppo delle situazioni oggettive e, in un certo senso, esterne al partito, è certamente assai mutevole; ma la Sinistra ha sostenuto che il partito deve dominarla e prevederla in anticipo, come svolto nelle Tesi di Roma sulla tattica, intese come progetto di tesi per la tattica internazionale
CAP. 2 ELEMENTO PRIORITARIO DELLA TATTICA: AUTONOMIA ASSOLUTA DEL PARTITO
Cit. – 144 La Tattica dell’Internazionale Comunista – 1922
IV -… Noi crediamo che un simile piano si basi su di una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. È indubbio che il Partito Comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi alla presenza di tendenze generali ad altre vie d’azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma quest’utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile dell’esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stato condotto sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito…
Se un giorno, dopo un più o meno lungo periodo d’avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse finalmente dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile, se non si viene a cozzare contro la macchina stessa dell’apparato statale borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa gravemente l’organizzazione del Partito Comunista e dei movimenti che lo fiancheggiano (come l’inquadramento sindacale e quello militare), il proletariato si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della sua lotta, del contributo indispensabile di quella minoranza che possiede la chiara visione dei compiti da affrontare e che per averla da lungo tempo posseduta e tenuta di vista si è dato tutto un allenamento e un armamento nel senso largo della parola, indispensabili per la vittoria della gran massa.
Noi pensiamo che questo avverrebbe, dimostrandosi la sterilità d’ogni piano tattico come quelli che stanno esaminando, se il Partito Comunista assumesse prevalentemente e clamorosamente atteggiamenti politici tali da annullare od inficiare il suo carattere intangibile di PARTITO DI OPPOSIZIONE RISPETTO ALLO STATO E AGLI ALTRI PARTITI POLITICI…
L’attitudine e l’attività d’opposizione politica del Partito Comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario.
Infatti, l’attività d’opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi dell’insufficienza d’ogni azione di conquista democratica del potere e d’ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dall’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento d’organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese…
Sotto quest’aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione dell’Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio col qual è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o democratico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto dell’organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura. Non vi è qui che l’enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali…
V -… La borghesia e i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi dei mezzi violenti, e che le armi di essa si trovano nel pacifico impiego dell’apparecchio democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali. Queste illazioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparecchio legale e statale borghese coi mezzi della guerra rivoluzionaria, né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e l’inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi, e preparando alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del Partito Comunista. Illusorio è perseguire tal fine colla preparazione dell’ideologia e dell’esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario, indispensabile è garantirlo con la formazione e il consolidamento di un organismo collettivo la cui opera ed attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio l’immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche sia seguita da un’utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionaria…
La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per costatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventare l’ultimo e decisivo ostacolo, se non nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione. Il partito è necessario alla vittoria rivoluzionaria in quanto è necessario che molto prima una minoranza del proletariato cominci a gridare incessantemente al rimanente che occorre armarsi per l’urto supremo, armandosi essa stessa ed istruendo alla lotta che sarà inevitabile. Appunto perciò il Partito per assolvere il suo compito specifico non deve solo predicare e dimostrare con ragionamenti che la via pacifica e legale è una via insidiosa, ma deve «trattenere» la parte più avanzata del proletariato dall’addormentarsi nell’illusione democratica ed inquadrata in formazioni che da una parte cominciano a prepararsi alle esigenze tecniche della lotta col fronteggiare le azioni sporadiche della reazione borghese, dall’altra abituano se stesse e una larga parte circostante delle masse alle esigenze ideologiche e politiche della azione decisiva colla critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno del sindacato…
Per tutte queste ragioni il nostro Partito sostiene che non è da parlarsi di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono «proletari», né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito Comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare, come realizzabili dalla pressione del proletariato, anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto.
Ad esempio, tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità con l’inganno volgare dei programmi «concreti» di politica statale del partito socialista e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo «operaio» anziché di quello che sognano con i partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta.
Tra il sostenere un provvedimento (che si potrebbe per parodiare vecchi dibattiti chiamare «riforma») dall’interno o dall’esterno dello Stato, vi è una formidabile differenza stabilita dall’evolversi della situazione: che con l’azione diretta delle masse dall’esterno qualora lo Stato non possa o non voglia cedere si giungerà alla lotta per rovesciarlo, qualora ceda anche in parte si sarà valorizzato ed esercitato il metodo dell’azione antilegalitaria – mentre col metodo della conquista dall’interno, se anch’esso fallisce, giusta il piano che è oggi sostenuto, non è più possibile contare sulle forze capaci che assalire la macchina statale per aver interrotto il loro processo d’aggregazione intorno ad un nucleo indipendente.
L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali d’ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di quest’agitazione spetta la Partito Comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo l’inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante e sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione con la direttiva e con i metodi comunisti, sostenuti al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno.
Cit. 145 – Tesi sulla Tattica al II Congresso del P.C.d’I (Tesi di Roma) – 1922
30 – Quando manchino le condizioni per un’azione tattica che si possono definire diretta avente il carattere di un assalto al potere borghese colle forze di cui dispone il partito comunista e della quale si dirà più innanzi, il partito può e deve esercitare – lungi dal restringersi ad un puro e semplice lavoro di proselitismo e di propaganda – una sua influenza sugli avvenimenti attraverso i suoi rapporti e pressioni su altri partiti e movimenti politici e sociali, tendendo a determinare sviluppi della situazione in senso favorevole alle proprie finalità ed in modo da affrettare il momento in cui sarà possibile l’azione risolutiva rivoluzionaria.
Le iniziative e gli atteggiamenti da adottare in quel caso costituiscono un delicato problema, alla base del quale bisogna stabilire la condizione che essi non devono in alcun modo essere e apparire in contraddizione con le esigenze ulteriori della lotta pacifica del partito secondo il programma di cui esso è il solo assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare. Ogni attitudine che causi o comporti il passaggio in seconda linea dell’affermazione integrale di quella propaganda, che non ha solo valore teorico, ma è soprattutto tratta dalle quotidiane posizioni assunte nella reale lotta proletaria, e che continuamente deve porre in evidenza la necessità che il proletariato abbracci il programma e i metodi comunisti, ogni attitudine che del raggiungimento di dati capisaldi contingenti mostri di fare non un mezzo per procedere oltre ma un fine a sé stesso, condurrebbe ad un indebolimento della struttura del partito e della sua influenza nella preparazione rivoluzionaria delle masse.
36 -… Il partito comunista agiterà allora, sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo ad ingaggiarsi e impegnarsi sulla via della loro conquista. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e d’agitazione nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quel comunista; e ciò sempre allo scopo di conservare l’attenzione delle masse sullo specifico programma comunista e la propria libertà di movimenti per la scelta del momento in cui si dovrà allargare la piattaforma d’azione scavalcando gli altri partiti dimostratisi impotenti ed abbandonati dalla massa. Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità d’azioni d’insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni corresponsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa del proletariato.
CAP. 3 LA TATTICA DEL PARTITO NEL CAMPO EUROPEO OCCIDENTALE: LE TESI DI ROMA
Cit. 146 – Tesi sulla Tattica al II Congresso del P.C.d’I (Tesi di Roma) – 1922
31 – Nella situazione storico-politica che corrisponde al potere democratico borghese si verifica in generale una divisione nel campo politico in due correnti o «blocchi», di destra e di sinistra, che si contendono la direzione dello Stato. Al blocco di sinistra aderiscono di massima più o meno apertamente i partiti socialdemocratici, coalizionisti per principio. Lo svolgimento di questa contesa non è indifferente al partito comunista, sia perché esso verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletarie e ne richiamano l’attenzione, sia perché la sua soluzione con una vittoria della sinistra può realmente spianare al via alla rivoluzione proletaria…
32 – Compito essenziale del partito comunista per la preparazione ideologica e pratica del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la dittatura, è la critica spietata del programma della sinistra borghese e d’ogni programma che voglia trarre la soluzione dei problemi sociali dal quadro delle istituzioni democratiche parlamentari borghesi. Il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica, ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta. In generale le rivendicazioni politiche della sinistra, che nelle sue finalità non ha per niente quella di fare un passo innanzi a per porre il piede su di uno scalino intermedio tra l’assetto economico e politico capitalistico e quel proletario, corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore quanto perché tendono a dare alle masse l’illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il processo d’emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati d’allargamento del suffragio ed altre garanzie e perfezionamenti del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica «massonica».
Non diverso valore hanno le riforme legislative d’ordine economico o sociale: o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse.
33 – L’avvento di un governo della sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico possono essere considerati come un avviamento alla lotta definitiva per la dittatura proletaria, ma non nel senso che la loro opera creerebbe utili premesse d’ordine economico o politico, e mai più per la speranza che concederebbero al proletariato maggiore libertà d’organizzazione, di preparazione, d’azione rivoluzionaria. Il partito comunista sa e ha il dovere di proclamare, in forza di ragioni critiche e di una sanguinosa esperienza, che questi governi non rispetterebbero la libertà di movimento del proletariato che fino al momento in cui questo li ravvivasse e li difendesse come propri rappresentanti, mentre dinanzi ad un assalto delle masse contro la macchina dello Stato democratico risponderebbero con la più feroce reazione. È quindi in un senso ben diverso che l’avvento di questi governi può essere utile: perché cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo l’instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. È evidente che l’utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il partito comunista avrà preventivamente denunziato tale fallimento, e avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi e i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo.
34 – Non solo dunque una coalizione del partito comunista con partiti della sinistra borghese o della socialdemocrazia danneggerebbe la preparazione rivoluzionaria e renderebbe difficile l’utilizzazione di un esperimento di governo di sinistra, ma anche praticamente essa in massima ritarderebbe la vittoria del blocco di sinistra su quello di destra…
35 – D’altra parte il partito comunista non trascurerà il fatto innegabile che i postulati su cui il blocco di sinistra impernia la sua agitazione attirano l’interesse delle masse e, nella loro formulazione, spesso corrispondono alle reali loro esigenze. Il partito comunista non sosterrà la tesi superficiale del rifiuto di tali concessioni perché solo la finale e totale conquista rivoluzionaria meriti i sacrifici del proletariato, in quanto non avrebbe nessun senso il proclamare questo con l’effetto che il proletariato passerebbe senz’altro al seguito dei democratici e socialdemocratici restando ad essi infeudato. Il partito comunista inviterà dunque i lavoratori ad accettare le concessioni della sinistra come un’esperienza sull’esito della quale esso porrà bene in chiaro colla sua propaganda tutte le previsioni pessimistiche, e la necessità che il proletariato, per non uscire rovinato da quest’ipotesi, non metta come posta del gioco la sua indipendenza d’organizzazione e d’influenza politica. Il partito comunista solleciterà le masse ad esigere dai partiti della socialdemocrazia, che garantisce della possibilità di realizzazione delle promesse della sinistra borghese, il mantenimento dei loro impegni, e con la sua critica indipendente ed ininterrotta si preparerà a raccogliere i frutti del risultato negativo di tali esperienze dimostrando come tutta la borghesia sia, in effetti, schierata su di un fronte unico contro il proletariato rivoluzionario, e quei partiti che si dicono operai, ma sostengono la coalizione con parte di essa, non sono che i suoi complici e i suoi agenti.
36 – Le rivendicazioni affacciate dai partiti di sinistra e specie dai socialdemocratici sono spesso di tale natura che è utile sollecitare il proletariato a muoversi direttamente per conseguirle; in quanto se la lotta fosse ingaggiata risalterebbe subito l’insufficienza dei mezzi con i quali i socialdemocratici si propongono di arrivare ad un programma di benefizi per il proletariato. Il partito comunista agiterà allora, sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo ad ingaggiarsi e impegnarsi sulla via della conquista di essi. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obiettivi di una coalizione degli organismi sindacali, evitando la costituzione di comitati dirigenti di lotta e di agitazione nei quali tra altri partiti politici sia rappresentato e impegnato quel comunista; e ciò sempre allo scopo di conservare l’attenzione delle masse sullo specifico programma comunista e la propria libertà di movimenti per la scelta del momento in cui si dovrà allargare la piattaforma di azione scavalcando gli altri partiti dimostratisi impotenti ed abbandonati dalla massa. Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità di azioni di insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni responsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa del proletariato.
37 – La situazione di cui ci andiamo occupando può prendere l’aspetto di un assalto della destra borghese contro un governo democratico o socialdemocratico. Anche in tal caso l’attitudine del partito comunista non potrà essere quella di proclamare una solidarietà con governi di tal genere, poiché non si può prospettare al proletariato come una conquista da difendere un assetto politico il cui esperimento si è accolto e si segue coll’intento di accelerare nel proletariato la convinzione che esso non è fatto a suo favore ma a scopi controrivoluzionari.
38 – Potrà avvenire che il governo di sinistra lasci compiere ad organizzazioni di destra, a bande bianche borghesi, le loro gesta contro il proletariato e le sue istituzioni, e non solo non chieda l’appoggio del proletariato, ma pretenda che questo non abbia il diritto di rispondere organizzando una resistenza armata. In tal caso i comunisti dimostreranno come non possa trattarsi che di un’effettiva complicità anzi di una divisione di funzioni tra governo liberale e forze irregolari reazionarie… In questa situazione il vero e peggiore nemico della preparazione rivoluzionaria è la parte liberale governante: essa illude il proletariato che ne prenderà la difesa in nome della legalità per trovarlo inerme e disorganizzato e poterlo prostrare in pieno accordo coi bianchi il giorno che esso si trovasse messo dalla forza degli eventi nella necessità di lottare contro l’apparecchio legale che presiede al suo sfruttamento.
39 – Un’altra ipotesi è quella che il governo e i partiti di sinistra che lo compongono invitassero il proletariato a partecipare alla lotta armata contro l’assalto della destra. Quest’invito non può che preparare un tranello, e il partito comunista lo accoglierà proclamando che le armi nella mano dei proletari significano l’avvento del potere e dello Stato proletario, e il disarmo della macchina tradizionale burocratica e militare dello Stato, poiché questa non seguirà mai gli ordini di un governo di sinistra giunto al potere con mezzi legalitari quando questo chiamasse il popolo alla lotta armata, e poiché solo la dittatura proletaria potrebbe dare carattere di stabilità ad una vittoria sulle bande bianche. Per conseguenza nessun «lealismo» dovrà essere proclamato né praticato verso un tal governo; e dovrà soprattutto essere indicato alle masse il pericolo che il consolidamento del suo potere con l’aiuto del proletariato contro la sommossa di destra o il tentativo di colpo di Stato vorrebbe dire consolidamento dell’organismo che contrasterà l’avanzata rivoluzionaria del proletariato quando questa di imporrà come unica via d’uscita, se il controllo dell’organizzazione armata statale fosse rimasto ai partiti democratici di governo, se cioè il proletariato avesse deposto le armi senza averle adoperate a rovesciare le attuali forme politiche e statali, contro tutte le forze della classe borghese.
40 – … In altri casi però immediate e urgenti esigenze della classe lavoratrice, sia di carattere di conquista che di difesa, trovano indifferenti i partiti di sinistra e i partiti socialdemocratici. Non disponendo di forze sufficienti per chiamare direttamente le masse a quelle conquiste, a causa dell’influenza dei socialdemocratici su di esse, il partito comunista, evitando di offrire un’alleanza ai socialdemocratici, anzi proclamando che essi tradiscono persino gli interessi contingenti e immediati dei lavoratori, formulerà quei postulati di lotta proletaria invocando il fronte unico del proletariato realizzato sul terreno sindacale per la loro realizzazione. L’effettuazione di questo troverà al loro posto i comunisti che militano nei sindacati, ma d’altra parte lascerà al partito la possibilità di intervenire quando la lotta prendesse un altro sviluppo contro di cui inevitabilmente si schiererebbero i socialdemocratici e talvolta i sindacalisti ed anarchici. Invece il rifiuto degli altri partiti proletari a effettuare il fronte unico sindacale per quei postulati sarà utilizzato dal partito comunista per abbattere la loro influenza, non solo con la critica e la propaganda che dimostrino che si tratti di una vera complicità con la borghesia, ma soprattutto con il partecipare in prima linea a quelle azioni parziali del proletariato che la situazione non mancherà di suscitare sulla base di quei capisaldi per cui il partito aveva proposto il fronte unico sindacale di tutte le organizzazioni locali e di tutte le categorie, traendo da questo la dimostrazione concreta che i dirigenti socialdemocratici opponendosi all’estensione delle azioni ne preparano la sconfitta…
CAP. 4 RIFIUTO DI BLOCCHI ALLEANZE FRONTI FRA PARTITI
Cit. 147 – La tattica dell’Internazionale Comunista – 1922
II -… Invece la tattica del fronte unico com’è concepita da noi comunisti non contiene per nulla questi elementi di rinunzia da parte nostra. Essi restano solo come un possibile errore: noi crediamo che questo diviene preponderante se la base del fronte unico è portata fuori del campo dell’azione diretta proletaria e dell’organizzazione sindacale per invadere quel parlamentare e governamentale, e diremo per quali ragioni, connesse allo sviluppo logico di questa tattica.
Il fronte unico proletario non vuol dire il banale comitato misto di rappresentati di vari organismi in favore del quale i comunisti abdichino alla loro indipendenza e libertà d’azione per barattarla con un certo grado d’influenza su i movimenti di una massa più grande di quella che li seguirebbe se agissero da soli. Vi è ben altro.
Noi proponiamo il fronte unico perché ci sentiamo sicuri che la situazione è tale che i movimenti d’insieme di tutto il proletariato, quando questo di ponga dei problemi che non interessano solo una categoria o una località, ma tutte, non possono effettuarsi che in senso comunista, ossia nello stesso senso che noi daremmo a loro se dipendesse da noi guidare tutto il proletariato. Noi proponiamo la difesa degli interessi immediati e del trattamento che è attualmente fatto al proletariato contro gli attacchi del padronato, perché questa difesa, che non è mai stata in contrasto con i nostri principi rivoluzionari, non si può fare che preparando e attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari così come noi ce li prefiggiamo…
V -… L’esperimento socialdemocratico in certe situazioni deve avvenire ed essere utilizzato dai comunisti, ma non si può pensare questa «utilizzazione» come un fatto subitaneo da avvenire alla fine dell’esperimento, bensì come risultato di un’incessante critica che il partito comunista avrà incessantemente svolto, e per la qual è indispensabile una precisa separazione di responsabilità.
Da qui il nostro concetto che il Partito Comunista non può abbandonare mai la sua attitudine d’opposizione politica allo Stato e agli altri partiti, considerata com’elemento della sua opera di costruzione delle condizioni soggettive della rivoluzione, che è la stessa sua ragion d’essere. Un partito comunista confuso con i partiti della socialdemocrazia pacifista e legalitaria in una campagna politica parlamentare o governativa non assolve più il compito del partito comunista.
Cit. 148 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926
I.3 -… Altro errore nella questione generale di tattica che riconduce nettamente alla classica posizione opportunistica smantellata da Marx e da Lenin, è la formulazione che il partito, salvo a rappresentare a suo tempo il fattore della rivoluzione proletaria totale e finale, sapendo che le condizioni di questa muteranno solo attraverso un’emulazione delle forme politiche e sociali, quando si determinino lotte di classi e di partiti che non siano ancora quelle del suo terreno specifico debba scegliere tra le due forze in contesa quella che rappresenta lo sviluppo della situazione più favorevole all’evoluzione storica generale, e debba in parte apertamente sorreggerla e coalizzarsi con essa.
Il presupposto di una simile politica manca anzitutto, perché lo schema tipico di un’evoluzione sociale e politica fissata in tutti i suoi dettagli, e che equivalga alla migliore preparazione dell’evento finale del comunismo, è concetto che solo gli opportunisti hanno voluto prestare al marxismo, è la base della diffamazione dei Kautskj alla rivoluzione russa ed al movimento comunista attuale. Nemmeno si può stabilire come tesi generale che condizioni più propizie al lavoro fecondo del partito comunista si ravvisino in certi tipi di regime borghese, ad esempio i più democratici. Se è vero che misure reazionarie e di «destra» dei governi borghesi hanno più volte arrestato il proletariato, non è meno vero, ed è stato assai più frequente, che la politica liberale e di sinistra dei governi borghesi ha molte volte smorzato la lotta di classe e deviato da azioni decisive la classe operaia. Più esatta valutazione e veramente consona alla rottura dell’incantesimo democratico, evoluzionista e progressivo attuata dal marxismo, è quella per questo la borghesia tenta e spesso riesce ad avvicendare i suoi metodi e partiti di governo secondo il suo interesse controrivoluzionario: mentre tutta la nostra esperienza ci mostra come il trionfo dell’opportunismo è sempre passato attraverso l’appassionamento del proletariato alle vicende successive della politica borghese.
In secondo luogo, anche se fosse vero che certe trasformazioni di governo nel campo del regime attuale agevolano l’ulteriore sviluppo dell’azione del proletariato, l’esperienza mostra all’evidenza che ciò è sottoposto ad un’espressa condizione: l’esigenza di un partito il quale a tempo abbia avvertito le masse della delusione che sarebbe seguita a quello che si presentava come un successo immediato: e non solo la pura esistenza del partito, ma la sua capacità di agire, anche prima della lotta cui ci riferiamo, in una maniera evidentemente autonoma agli occhi del proletariato, che lo segue secondo la sua attitudine concreta e non soltanto secondo gli schemi che gli facesse comodo di adottare ufficialmente. Il partito comunista dunque, alla presenza di lotte che non possono ancora svolgersi come la lotta definitiva per la vittoria proletaria, non si farà il gerente di trapassi e di realizzazioni che non interessano direttamente la classe che esso rappresenta, e non baratterà il suo carattere e la sua attitudine autonoma con quelli di una specie di società d’assicurazione per tutti i moti politici sedicenti «rinnovatori», o per tutti i sistemi e governi politici minacciati da un preteso «governo peggiore».
Contro le esigenze di questa linea d’azione viene spesso falsamente accampata la formulazione di Marx che «i comunisti appoggiano ogni moto diretta contro le condizioni sociali esistenti», e tutta la dottrina di Lenin contro «la malattia d’infanzia del comunismo». La speculazione tentata su queste enunciazioni nell’interno del nostro movimento non differisce nell’intima natura dalla speculazione analoga sempre condotta dai revisionisti e dai centristi, che in nome di Marx e di Lenin, si chiamassero i loro capi Bernstein o Nenni, hanno preteso di deridere i rivoluzionari marxisti.
Circa quelle enunciazioni due osservazioni vanno fatte anzitutto; esse hanno valore storico contingente, e si riferiscono per Marx alla Germania non ancora borghese, e, per l’esperienza bolscevica illustrata da Lenin nel suo libro, alla Russia zarista. Queste basi non sono le sole su cui si debba fondare la risoluzione della questione tattica nelle condizioni classiche: proletariato in lotta con una borghesia capitalistica pienamente delineata. In secondo luogo, l’appoggio di cui parla Marx ed i «compromessi» di cui parla Lenin sono appoggi e compromessi (termine preferito da Lenin più che altro per «civettarvi» da magnifico dialettico marxista, egli che resta il campione della vera e non formale intransigenza tesa e diretta verso un’immutabile meta), sono appoggi e compromessi con movimenti ancora forzati, anche contro le ideologie e la volontà eventuale dei loro capeggiatori, ad aprirsi la via colla insurrezione contro le forme passate, e l’intervento del partito comunista si presenta come un intervento sul terreno della guerra civile: così nella formulazione leninista della questione dei contadini e della nazionalità, nell’episodio di Kornilov ed in cento altri. Ma, anche a parte queste due sostanziali osservazioni, il senso della critica di Lenin all’infantilismo, e di tutti i testi marxisti sull’agilità della politica rivoluzionaria, non è affatto in contraddizione con la barriera volutamente elevata dagli stessi contro l’opportunismo, che è per Engels e poi per Lenin definito come «assenza dei principi», ossia come oblio dello scopo finale.
Cit. 149 – La Piattaforma politica del Partito Comunista – 1945
7 – La classe proletaria italiana non ha alcun interesse, né particolare né generale, né immediato, né storico, ad appoggiare la politica dei gruppi e dei partiti che, approfittando non di forza propria, ma della rovina militare del governo fascista, impersonano oggi l’esercizio del simulacro di potere che il vincitore in armi crede di lasciare ad un’impalcatura statale italiana. Il partito, espressione degli interessi proletari, deve rifiutare a questi gruppi non solo la collaborazione nel governo, ma ogni consenso alle loro comuni proclamazioni dottrinali, storiche e politiche, che parlano di solidarietà nazionale delle classi, di lotta unita di partiti borghesi e sedicenti proletari sulle parole della libertà, della democrazia, della guerra al fascismo ed al nazismo.
Il rifiuto del partito ad ogni collaborazione politica non riguarda soltanto gli organi del governo, ma anche i Comitati di liberazione, e qualunque altro organismo o combinazione somigliante, con medesima o diversa base politica…
21 – Il partito proletario, in Italia come in tutto il mondo, deve distinguersi dalla congerie di tutti gli altri movimenti politici e, meglio pseudo-partiti d’oggi, nella fondamentale impostazione storica, per l’originale valutazione dell’antitesi tra fascismo e democrazia come tipi di organizzazione del mondo moderno. Il movimento comunista alla sua origine (circa cento anni addietro) doveva e poteva, per accelerare ogni moto contro le condizioni sociali esistenti, ammettere l’alleanza con i partiti democratici, perché essi allora avevano un compito storico rivoluzionario. Oggi tale compito è da lungo tempo esaurito e quegli stessi partiti hanno una funzione contro-rivoluzionaria. Il comunismo nonostante le sconfitte del proletariato in battaglie decisive, ha compiuto come movimento passi giganteschi.
La sua caratteristica d’oggi è di avere storicamente rotta e denunziata, da quando il capitalismo è diventato imperialistico, da quando la prima guerra mondiale ha rivelato la funzione anti-rivoluzionaria di democratici e socialdemocratici, ogni politica di azione parallela anche transitoria con le democrazie. Nella situazione succeduta a questa crisi, il comunismo o si ritirerà dalla storia, inghiottito nelle sabbie mobili della democrazia progressiva, o agirà e combatterà da solo.
Nella tattica politica, il partito proletario rivoluzionario, in Italia come in tutto il mondo, risorgerà solo in quanto si distinguerà da tutti gli altri e soprattutto dal falso comunismo che si richiama al regime di Mosca d’oggi, per avere spietatamente svelato il disfattismo di tutte le pretese manovre di penetrazione e di aggiramento, presentate come transitoria adesione ad obiettivi comuni ad altri partiti e movimenti, e giustificate col promettere in segreto o nella cerchia interna degli aderenti che tale manovra serve solo ad indebolire ed irretire l’avversario per rompere ad un certo momento le intese e le alleanze, passando all’offensiva di classe. Tale metodo si è dimostrato suscettibile di condurre al disfacimento del partito rivoluzionario, all’incapacità della classe operaia di lottare per i suoi propri fini, al disperdimento delle sue migliori energie nell’assicurare risultati e conquiste che avvantaggiano solo i suoi nemici.
Come nel “Manifesto” di un secolo fa, i comunisti disdegnano di nascondere i loro principi e i loro scopi, e dichiarano apertamente che il loro scopo non potrà essere raggiunto che con la caduta violenta di tutti gli ordinamenti sociali finora esistiti. Nel quadro della presente storia mondiale, se per avventura una residua funzione competesse a gruppi borghesi democratici per la parziale ed eventuale sopravvivenza di esigenze di liberazione nazionale, di liquidazione d’isolotti arretrati di feudalismo e di simili relitti della storia, tale compito sarebbe svolto in maniera più decisa e conclusiva, per dare luogo all’ulteriore ciclo della crisi borghese, non con un accomodamento passivo ed abdicante del movimento comunista a quei postulati non suoi, ma in virtù di una implacabile sferzante opposizione dei proletari comunisti all’inguaribile fiacchezza ed infingardaggine dei gruppi poccolo-borghesi e dei partiti borghesi di sinistra.
In corrispondenza a queste direttive, che hanno validità completa in tutto il campo mondiale, un movimento comunista in Italia deve significare, nella paurosa situazione di dissolvimento di tutte le inquadrature sociali e di tutti gli orientamenti dottrinali e pratici di classi e partiti, un violento richiamo alla spietata chiarificazione della situazione. Fascisti od antifascisti, monarchici e repubblicani, liberali e socialisti, democratici e cattolici, che d’ora in ora più s’isteriliscono in dibattiti vuoti d’ogni senso teorico, in rivalità spregevoli, in manovre e mercati ripugnanti, dovrebbero ricevere una sfida spietata, che costringesse tutti a denudare le posizioni reali degli interessi di classe, nazionali e stranieri, che di fatto rispecchiano, e ad espletare, se per avventura lo avessero, il loro compito storico.
Se, nella disgregazione e nella frammentazione di tutti gli interessi collettivi e di gruppo, è ancora possibile in Italia una nuova cristallizzazione di aperte forze politiche combattenti, il risorgere del partito proletario rivoluzionario potrà determinare una situazione nuova.
Quando questo movimento, che sarà il solo a proclamare i suoi fini massimi di classe, il suo totalitarismo di partito, la crudezza dei limiti che lo separano dagli altri, avrà messo la bussola politica nella direzione del Nord rivoluzionario, tutti gli altri saranno cimentati a confessare la loro lotta.
Cit. 150 – Natura, funzione e tattica del Partito rivoluzionario della classe operaia – 1947
Dalle pratiche esperienze delle crisi opportuniste e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionisti della Seconda Internazionale e contro la deviazione progressiva della Terza Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dei movimenti politici opportunistici.
Similmente, ogni incertezza e tolleranza ideologica hanno il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica.
Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole d’agitazione contingenti comuni a più partiti.
Questa posizione del partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente, come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica.
Il partito rivoluzionario di classe è solo ad intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista.
Nel periodo, invece, in cui la classe capitalistica non aveva ancora iniziato il suo ciclo liberale, doveva ancora rovesciare il vecchio potere feudalistico, od anche doveva ancora nei paesi importanti percorrere tappe e fasi notevoli della sua espansione, ancora liberistica nei processi economici e democratici nella funzione statale, era comprensibile ed ammissibile un’alleanza transitoria dei comunisti con quei partiti che, nel primo caso, erano apertamente rivoluzionari, antilegalitari ed organizzati per la lotta armata, nel secondo caso assolvevano ancora un compito che assicurava condizioni utili e realmente «progressive» perché il regime capitalistico affrettasse il ciclo che deve condurre alla sua caduta.
Il passaggio tra le due epoche storiche della tattica comunista non può essere sminuzzato in una casistica locale e nazionale, né andarsi a disperdere nell’analisi delle complesse incertezze, che indubbiamente presenta il ciclo del divenire capitalistico, senza sfociare nella prassi deprecata da Lenin in «Un passo avanti e due indietro».
La politica del partito proletario è anzitutto internazionale (e ciò lo distingue da tutti gli altri) fin dalla prima enunciazione del suo programma e dal primo presentarsi dell’esigenza storica dell’effettiva sua organizzazione. Come dice il «Manifesto», i comunisti, appoggiando dappertutto ogni movimento rivoluzionario che sia diretto contro il presente stato di cose, politiche e sociali, mettono in rilievo e fanno valere, insieme alla questione della proprietà, quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono indipendenti dalla nazionalità.
E la concezione della strategia rivoluzionaria comunista, fin quando non fu traviata dallo stalinismo, è che la tattica internazionale dei comunisti s’ispira allo scopo di determinare lo sfondamento del fronte borghese nel paese in cui n’appaiono le maggiori possibilità, indirizzando a questo fine tutte le risorse del movimento.
Per conseguenza, la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col gran fatto della rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico.
Dopo tale fase, la possibilità anche teorica della tattica dei blocchi deve considerarsi formalmente e centralmente denunziata dal movimento internazionale rivoluzionario.
L’eccessiva importanza data, nei primi anni di vita della Terza Internazionale, all’applicazione delle posizioni tattiche russe ai paesi di stabile regime borghese, ed anche a quelli extraeuropei e coloniali, fu la prima manifestazione del ricomparire del pericolo revisionistico.
La caratteristica della seconda guerra imperialistica e delle sue conseguenze già evidenti è la sicura influenza in ogni angolo del mondo, anche quello più arretrato nei tipi di società indigena, non tanto delle prepotenti forme economiche capitalistiche, quanto dell’inesorabile controllo politico e militare da parte delle grandi centrali imperiali del capitalismo; e per ora della loro gigantesca coalizione, che include lo Stato russo.
Per conseguenza, le tattiche locali non possono essere che aspetti della strategia generale rivoluzionaria, il cui primo compito è la restaurazione della chiarezza programmatica del partito proletario mondiale, seguito a ritessersi della rete della sua organizzazione in ogni paese.
Questa lotta si svolge in un quadro di massima influenza degli inganni e delle seduzioni dell’opportunismo, che si riassumono ideologicamente nella propaganda della riscossa per la libertà contro il fascismo, e, con immediata aderenza, nella pratica politica delle coalizioni, dei blocchi, delle fusioni e delle rivendicazioni illusorie presentate dalle colludenti gerarchie di in numeri partiti, gruppi movimenti.
In un solo modo sarà possibile che le masse proletarie intendano l’esigenza della ricostruzione del partito rivoluzionario, diverso sostanzialmente da tutti gli altri, ossia proclamando non come contingente reazioni di saturnali opportunistici ed alle acrobazie delle combinazioni dei politicanti, ma come direttiva fondamentale e centrale, il ripudio storicamente irrevocabile della pratica degli accordi tra partiti.
Nessuno dei movimenti, cui il partito partecipa, deve essere diretto da un sopra-partito od organo superiore e soprastante ad un gruppo di partiti affiliati, nemmeno in fasi transitorie.
Nella moderna fase storica della politica mondiale, le masse proletarie potranno di nuovo mobilitarsi rivoluzionariamente soltanto attuando la loro unità di classe nell’azione di un partito unico e compatto nella teoria, nell’azione, nella preparazione all’attacco insurrezionale, nella gestione del potere.
Tale soluzione storica deve in ogni manifestazione, anche circoscritta, del partito, apparire alle masse come l’unica possibile alternativa contro il consolidamento internazionale del dominio economico e politico della borghesia e della sua capacità non definitiva, ma oggi grandeggiante, di controllare formidabilmente i contrasti e le convulsioni che minacciano l’esistenza del suo regime.
CAP. 5 TOTALITARISMO
Cit.151 – La Piattaforma politica del Partito comunista internazionale – 1945
4 – La parola politica centrale del Partito comunista internazionale in tutti i paesi (come già durante la guerra e l’apparente lotta dei regimi borghesi che si definiscono democratici contro le forme fasciste di governo capitalistico, così l’attuale periodo postbellico in cui gli Stati vincitori della guerra erediteranno e adotteranno questa politica dopo una o più o meno brusca e più o meno abile conversione propagandistica) non sarà quella di attendere, di propugnare, di reclamare con parole d’agitazione il ricostituirsi dell’ordinamento borghese proprio del sorpassato periodo di transitorio equilibrio liberale e democratico. Il partito respinge quindi ogni politica di collaborazione con gruppi di partiti borghesi e pseudo-proletari che agitino il falso ingannevole postulato di sostituire al fascismo regimi di «vera» democrazia. Tale politica anzitutto è illusoria perché il mondo capitalistico per tutto il tempo della sua sopravvivenza non potrà più ordinarsi in forme liberali, ma sarà sempre più incardinato su mostruose unità statali, spietata espressione della concentrazione economica del padronato, e sempre più armata di una polizia repressiva di classe; in secondo luogo è disfattista, perché al raggiungimento di questo postulato (anche quando per un breve ulteriore periodo di qualche secondario settore del mondo moderno potesse avere una sopravvivenza), sacrifica le molte più importanti caratteristiche vitali del movimento nella dottrina, nell’autonomia organizzativa di classe, nella tattica capace di preparare e di avviare la lotta rivoluzionaria finale, scopo essenziale del partito; in terzo luogo è controrivoluzionaria in quanto avvalora agli occhi del proletariato ideologie, gruppi sociali e partiti sostanzialmente scettici e impotenti ai fini della stessa democrazia che professano in astratto, e di cui la sola funzione ed il solo scopo, concomitanti in pieno con quelli dei movimenti fascisti, è di scongiurare a qualunque costo la marcia indipendente ed il diretto assalto delle masse sfruttate ai fondamenti economici e giuridici del sistema borghese.
Cit. 152 – Le prospettive del dopoguerra in relazione alla piattaforma del partito – 1946
… Così le conclusioni cui una critica marxista libera da influenze e degenerazioni opportunistiche potevano giungere fin dai primi albori del conflitto oggi cessato, sulla vacuità e l’inconsistenza del materiale d’agitazione usato dalle democrazie borghesi e dal falso Stato proletario russo, e con loro da tutti i movimenti che ne prendevano ispirazione e sostegno, appaiono oggi facili e banali dopo la tremenda delusione subita dalle masse che in larga misura avevano creduto in quelle parole. La tesi che la guerra contro gli Stati fascisti e la vittoria dei loro avversari non avrebbe ricondotto in vita i sorpassati e infecondi idilli del liberalismo e della democrazia borghese, ma avrebbe segnato l’affermarsi mondiale del moderno modo di essere del capitalismo, che è monopolistico, imperialistico, totalitario e dittatoriale, tale tesi è oggi accessibile a chiunque; ma cinque o sei anni addietro sarebbe potuto essere enunciata e difesa solo dai gruppi d’avanguardia rivoluzionaria rimasti strettamente fedeli alle linee storiche del metodo di Marx e di Lenin.
La forza del Partito politico di classe del proletariato deve sorgere dall’efficacia di queste anticipazioni che sono allo stesso tempo di critica e di combattimento, dalla conferma che esse traggono nello svolgersi dei fatti, e non dal gioco dei compromessi, degli accordi, dei blocchi e degli sblocchi di cui vive la politica parlamentare e borghese.
Il nuovo partito di classe internazionale sorgerà con vera efficienza storica, ed offrirà alle masse proletarie la possibilità di una riscossa, solo se saprà impegnare tutti i suoi atteggiamenti futuri su una ferrea linea di coerenza ai precedenti delle battaglie classiste e rivoluzionarie.
Pur attribuendo quindi la massima importanza alla critica delle falsissime impostazioni che i partiti cosiddetti socialisti e comunisti hanno dato, durante la guerra, alla loro interpretazione degli avvenimenti, alla loro propaganda, ed al loro comportamento tattico, e rivendicando quella che avrebbe dovuto essere la restaurazione di una visione politica classista nel periodo di guerra, il Partito deve oggi tracciare anche le linee interpretative e tattiche corrispondenti alla situazione di cosiddetta pace, succeduta alla cessazione delle ostilità…
Anche qui si vorrà provare ai proletari che il regime della libertà parlamentare è una conquista che li interessa, un patrimonio storico che rischiano di perdere e che è minacciato, come ieri dall’imperialismo teutonico o nipponico, domani da quel moscovita.
Dinanzi a questa propaganda ed all’invocazione del fronte unico di guerra in nome della libertà, cui aderiranno, tra mille sfumature piccolo-borghesi, i socialisti del tipo Seconda Internazionale (che sotto la temporanea tregua diverranno antirussi come lo furono per altri motivi al tempo di Lenin), molti anarcoidi, i vari democratici sociali a fondo bigotto e confessionale che vanno infestando tutti i paesi, il Partito proletario di classe risponderà con la più risoluta opposizione alla guerra, con la denunzia dei suoi propagandisti e, ovunque potrà, con la lotta diretta di classe impostata su quella svolta dall’avanguardia rivoluzionaria in ogni paese.
Ciò in coerenza alla sua specifica valutazione critica dello svolgersi della presente fase storica secondo la quale, mentre il regime russo non è un regime proletario, e lo Stato di Mosca è divenuto uno dei settori dell’imperialismo capitalistico, tuttavia la sua forma centralizzata e totalitaria appare più moderna di quella sorpassata e agonizzante della democrazia parlamentare; e l’anacronistica restaurazione della democrazia al posto dei regimi totalitari entro i limiti del divenire capitalistico, non è un postulato che il proletariato debba difendere.
Tale postulato d’altronde è contrario al cammino storico generale, e non è realizzato nelle guerre imperialistiche dalla vittoria militare degli Stati che se ne fanno assertori.
Cit. 153 – Il ciclo storico del dominio politico della borghesia – 1947
Poiché, a mano a mano che il potenziale della produzione industriale si elevava, crescevano di numero le armate del lavoro, si precisava la coscienza critica del proletariato e s’irrobustivano le sue organizzazioni, la classe borghese dominante, parallelamente alla trasformazione della sua prassi economica da liberistica in interventistica, ha la necessità di abbandonare il suo metodo d’apparente tolleranza delle idee e delle organizzazioni politiche per un metodo di governo autoritario e totalitario; ed in ciò sta il senso generale dell’epoca presente. Il nuovo indirizzo dell’amministrazione borghese del mondo fa leva sul fatto innegabile che tutte le attività umane, per lo stesso effetto dei progressi della scienza e della tecnica, si svolgono dall’autonomismo delle iniziative isolate, proprio di società meno moderne e complesse, verso l’istituirsi di reti sempre più fitte di rapporti e di dipendenze in tutti i campi, che gradualmente vanno coprendo il mondo intero.
L’iniziativa privata ha compiuto i suoi prodigi e battuto i suoi primati dalle audacie dei primi navigatori alle imprese temerarie e feroci dei colonizzatori delle più lontane zone del mondo. Ma ora cede il passo di fronte al prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi.
Non è pensabile un’autonomia d’iniziative nella società che dispone della navigazione aerea, delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati d’applicazione esclusivamente sociale.
Anche quindi la politica di governo della classe imperante, da vari decenni a questa parte e con ritmo sempre più deciso, si evolve verso forme di stretto controllo, di direzione unitaria, d’impalcatura gerarchica fortemente centralizzata. Questo stadio e questa forma politica moderna, sovrastruttura che nasce dal fenomeno economico, monopolistico ed imperialistico previsto da Lenin fin dal 1916 col affermare che le forme politiche della più recente fase capitalistica possono essere soltanto di tirannia e d’oppressione, questa fase che tende a sostituire generalmente nel mondo moderno quella del liberalismo democratico classico, non è altro che il fascismo.
Enorme errore scientifico e storico è il confondere questo sorgere di una nuova forma politica imposta dai tempi, conseguenza e condizione inevitabile del sopravvivere del sistema capitalistico d’oppressione all’erosione dei suoi contrasti interni, con un ritorno reazionario delle forze sociali delle classi feudali, le quali minaccino di sostituire alle forme democratiche borghesi una restaurazione dei dispotismi del1’«ancien régime»; laddove la borghesia già da secoli ha posto fuori combattimento ed annientato nella maggior parte del mondo queste forze sociali feudali.
Chiunque senta minimamente l’effetto di una tale interpretazione e ne segua minimamente le suggestioni e le preoccupazioni è fuori del campo e della politica comunista.
La nuova forma con la quale il capitalismo borghese amministrerà il mondo, se e fino a quando non lo travolgerà la rivoluzione del proletariato, va facendo la sua apparizione con un processo che non va decifrato coi banali e scolastici metodi del critico filisteo.
Da parte marxista non si è fatto mai conto dell’obiezione che il primo esempio di potere proletario dovesse essere dato da un paese industriale progredito e non dalla Russia zarista e feudale, in quanto l’avvicendamento dei cicli di classe è fatto internazionale e gioco di forze su scala mondiale, che localmente si manifesta dove concorrono le favorevoli condizioni storiche (guerra, sconfitta, sopravvivenza eccessiva di regimi decrepiti, buon organamento del Partito rivoluzionario, ecc.).
Meno ancora deve stupire se le manifestazioni del trapasso dal liberalismo al fascismo possono presentare dialetticamente presso i singoli popoli e le più svariate successioni, giacché si tratta di un trapasso meno radicale, in cui non è la classe dominante che muta, ma solo la forma del suo dominare.
Il fascismo dunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo d’autocontrollo e d’autolimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema.
Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia, nata con la filosofia e la psicologia dell’assoluto autonomismo ed individualismo, di darsi una coscienza collettiva di classe, e di contrapporre propri schieramenti ed inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria.
Politicamente, il fascismo costituisce lo stadio nel quale la classe dominante denunzia come inutili gli schemi della tolleranza liberale, proclama il metodo del governo di un solo partito, e liquida le vecchie gerarchie di servitori del capitale troppo incancreniti nell’uso dei metodi dell’inganno democratico.
Ideologicamente, infine, il fascismo (e con ciò rivela di non essere non solo una rivoluzione, ma nemmeno una sicura universale risorsa storica della controrivoluzione borghese) non rinunzia, perché non può farlo, a sbandierare una mitologia di valori universali e, pur avendoli dialetticamente capovolti, fa suoi i postulati liberali della collaborazione delle classi, parla di nazione e non di classe, proclama l’equivalenza giuridica degli individui, gabella sempre la propria impalcatura statale come riposante sull’intiera collettività sociale…
Come Lenin stabilì, nella diagnosi economica, che è un reazionario chi s’illude che il capitalismo monopolistico e statalista possano retrocedere al capitalismo liberista delle prime forme classiche, così oggi va chiaramente detto che lo è ugualmente chi insegue il miraggio di una riaffermazione del metodo politico liberale democratico contrapposto a quello della dittatura fascista, con la quale, ad un certo punto dell’evoluzione, le forze borghesi stritolano con tattica frontale le autonome organizzazioni di classe del proletariato.
La dottrina del partito proletario deve porre come suo cardine la condanna della tesi che, dinanzi alla fase politica fascista del dominio borghese, debba essere data la parola del ritorno al sistema parlamentare democratico di governo, mentre all’opposto la prospettiva rivoluzionaria è che la fase totalitaria borghese esaurisca rapidamente il suo compito e soggiaccia al prorompere rivoluzionario della classe operaia, la quale, lungi dal lacrimare sulla fine senza rimedio delle menzognere libertà borghesi, passi a stritolare con la sua forza la Libertà di possedere, di opprimere e di sfruttare, bandiera del mondo borghese, dal suo primo nascere eroico fra le fiamme della rivoluzione antifeudale al suo divenire nella fase pacifista della tolleranza liberale, al suo spietato svelarsi nella battaglia finale per la difesa delle istituzioni, del privilegio e dello sfruttamento padronale.
La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Nonostante l’impiego su vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, l’integrità e la continuità storica delle sue più possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e d’immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito. Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo in parte breve e in parte chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla seconda guerra imperialistica, con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti.
Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili ed apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro d’organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo.
La borghesia, una volta individualista, nazionale, liberista, isolazionista, tiene i suoi congressi mondiali e, come la Santa Alleanza tentò di fermare la Rivoluzione borghese con un’internazionale dell’assolutismo, così oggi il mondo capitalistico tenta di fondare la sua Internazionale, che non potrà essere che centralinista e totalitaria.
Riuscirà questa nel suo compito storico essenziale che, sotto la parola della repressione di un risorgere del fascismo, è invece nel fatto e sempre più manifestamente quello di reprimere e frantumare la forza rivoluzionaria dell’Internazionale del proletariato?
Cit. 154 – Tendenze e socialismo – 1947
… Il riformismo gradualista non è tuttavia morto in tale fase, poiché il capitalismo stesso aveva bisogno di lui. Il capitalismo degli ultimi decenni ha presentato caratteristiche ben note, inquadrato nell’Imperialismo di Lenin.
Queste nuove forme economiche di collegamento, di monopolio e di pianificazione lo hanno condotto a nuove forme sociali e politiche. La borghesia si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica; ha inoltre divisato di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato e nei suoi piani, e come contropartita ha messo nei suoi programmi la gamma delle riforme tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato. Con ciò la borghesia, divenuta fascista, corporativa, nazional-socialista, ha gettato via in parte palesemente l’ordinamento di libertà individuale e di democrazia elettorale che le era stato indispensabile nel suo avvento storico, e che era ossigeno per lei, non concessione alle classi che dominava o sfruttava, né utile ambiente per l’azione di queste…
Lo stesso movimento comunista in Italia, vigoroso, indipendente, chiaro nella teoria e nella tattica, è potuto essere travolto nella schiavitù a quel totalitarismo sovietico che tanto intriga e preoccupa il Saragat e i suoi associati dell’Iniziativa, col deviarlo dalle sue impostazioni programmatiche alla stupida consegna di lottare per la libertà in Italia. La libertà, questo il senso del mondo moderno, non serve più alla borghesia, che si modernizza e procede nella storia stringendo in maglie sempre più serrate i suoi individui, le sue aziende, le sue iniziative in ogni angolo della terra. Essa ha gettato via questo suo mezzo ormai inutile, la libertà individuale, ha impugnato il nostro mezzo, nostro di noi rivoluzionari proletari, la socialità, il classismo, l’organizzazione, strappandocelo dalle mani. La nostra risposta non può essere quella di raccattare la sua arma frusta e spuntata, e combattere con lei una lotta altrettanto insana e disperata di quella della bottega contro la fabbrica meccanica, della piroga contro la cannoniera, del siluro umano contro la bomba atomica…
Comunque la superiorità storica relativa della versione sovietica è nel suo totalitarismo, progressivo perché pianificatore e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico e perché non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali. Ed allora perché mai offendersi dell’epiteto di totalitario, perché predicare una democrazia per uso esterno, e dichiararla progressiva? Il perché è prettamente demagogico, è la gara a chi meglio sfrutterà lo slancio della comune campagna – la più gigantesca turlupinatura della storia umana – contro il mostro fascista, modello ai suoi vincitori.
La chiave che mette tutti questi signori al loro posto è dunque semplice: la successione non è: fascismo, democrazia, socialismo – essa è invece: democrazia, fascismo, dittatura del proletariato.
Cit. 155 – Il corso storico del movimento di classe del proletariato – 1947
… Nello stadio imperialistico il capitalismo, come cerca di dominare in una rete centrale di controllo le sue contraddizioni economiche e di coordinare in un’elefantiasi dell’apparato statale il controllo di tutti i fatti sociali e politici, così modifica la sua azione nei riguardi delle organizzazioni operaie. In un primo tempo la borghesia le aveva condannate, in un secondo tempo le aveva autorizzate e lasciate crescere, in un terzo tempo essa comprende che non può né sopprimerle, né lasciarle svolgere su piattaforma autonoma, e si propone di inquadrarle con qualunque mezzo nel suo apparato di Stato, in quell’apparato che, esclusivamente politico agli inizi del ciclo, diventa nell’età dell’imperialismo apparato politico ed economico al tempo stesso, trasformandosi lo Stato dei capitalisti e dei padroni in Stato-capitalista e Stato-padrone. In questa vasta impalcatura burocratica si creano dei posti di dorata prigionia per i capi del movimento proletario. Attraverso le mille forme d’arbitrati sociali, d’istituti assistenziali, d’enti con apparente funzione d’equilibrio fra le classi, i dirigenti del movimento operaio cessano di essere poggiati sulle sue forze autonome, e vanno ad essere assorbiti nella burocrazia dello Stato…
Lo stesso movimento d’organizzazione economica del proletariato sarà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significano la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D’Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con quello del sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazional-socialismo di Hitler. La sola differenza è che il primo metodo corrisponde ad una fase in cui la borghesia pensa soltanto alla difensiva contro il pericolo rivoluzionario, il secondo alla fase in cui, per il grandeggiare della pressione proletaria, la borghesia passa all’offensiva. In nessuno dei due casi essa confessa di fare opera di classe; ma proclama sempre di voler rispettare il soddisfacimento di certe esigenze economiche dei lavoratori, e di voler attuare una collaborazione di classe…
Invece di un mondo di libertà, la guerra avrà recato un mondo di maggiore oppressione. Quando il nuovo sistema fascista, apporto della più recente fase imperialistica dell’economia borghese, lanciò un ricatto politico e una sfida militare ai paesi in cui la passatistica bugia liberale poteva ancora circolare, superstite di una fase storica superata, tale sfida non lasciava all’agonizzante liberalismo alcuna favorevole alternativa: o gli Stati fascisti avrebbero vinto la guerra o l’avrebbero vinta i loro avversari, ma a condizione di adottare la metodologia politica del fascismo. Nessun conflitto tra due ideologie o tra due concezioni della vita sociale, ma il necessario processo dell’avvento della nuova forma del mondo borghese, più accentuata, più totalitaria, più autoritaria, più decisa a qualunque sforzo per la conservazione e contro la rivoluzione…
Di fronte a questa nuova costruzione del mondo capitalistico, il movimento delle classi proletarie potrà reagire solamente se intenderà che non si può né si deve rimpiangere il cessato stadio della tolleranza liberale, dell’indipendenza sovrana delle piccole nazioni, ma che la storia offre una sola via per eliminare tutti gli sfruttamenti, tutte le tirannie e le oppressioni, ed è quella dell’azione rivoluzionaria di classe, che in ogni paese, dominatore o vassallo, ponga le classi dei lavoratori contro la borghesia locale, in completa autonomia di pensiero, d’organizzazione, d’atteggiamenti politici e d’azioni di combattimento, e sopra le frontiere di tutti i paesi, in pace e in guerra, in situazioni considerate normali o eccezionali, previste o impreviste per gli schemi filistei dell’opportunismo traditore, unisca le forze dei lavoratori di tutto il mondo in un organismo unitario, la cui azione non si arresti fino al completo abbattimento degli istituti del capitalismo.
CAP. 6 ELEZIONISMO – ASTENSIONISMO – NESSUNA SOLIDARIETÁ CON LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
Cit. – 156 Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926
III.2 -… Subito dopo la guerra, la direttiva dell’estrema sinistra si concretò nel giornale «Il Soviet» che fu il primo ad impostare e difendere le direttive della rivoluzione russa negandone le interpretazioni antimarxiste, opportuniste, sindacaliste e anarcoidi, e ponendo correttamente i compiti essenziali della dittatura proletaria e del compito del partito, sostenendo fin dal primo momento la scissione del partito socialista.
Questo gruppo sosteneva l’astensionismo elettorale e le sue conclusioni furono respinte dal II Congresso dell’Internazionale; ma l’astensionismo non partiva da errori teorici antimarxisti a tipo anarco-sindacalista, come fanno fede le risolute polemiche condotte contro la stampa anarchica. La tattica astensionista era preconizzata anzitutto nell’ambiente politico della completa democrazia parlamentare, la quale crea particolari difficoltà alla conquista delle masse alla giusta coscienza della parola dittatura, difficoltà, queste, che crediamo tuttora insufficientemente valutate dall’Internazionale.
In secondo luogo, l’astensionismo era proposto non come tattica per tutti i tempi, ma per la situazione generale, oggi purtroppo superata, dell’imminenza di grandi lotte e della messa in moto delle più grandi masse proletarie.
Con le elezioni del 1919 e il governo borghese di Nitti aprì un immenso sfiatatoio alla pressione rivoluzionaria, deviò la spinta del proletariato e l’attenzione del partito sfruttandone le tradizioni di sfrenato elettoralismo. L’astensionismo del «Soviet» fu allora la sola giusta reazione alle vere cause del successivo disastro proletario.
Al successivo Congresso di Bologna (ottobre 1919) la sola minoranza astensionista pose giustamente il problema della scissione dai riformisti, e cercò invano un accordo con parte dei massimalisti rinunziando su questo terreno alla pregiudiziale astensionista. Fallito questo tentativo la frazione astensionista rimase la sola che fino al II Congresso mondiale lavorò su scala nazionale alla formazione del partito comunista.
Fu dunque questo gruppo che rappresentò l’orientarsi spontaneo secondo le proprie esperienze e tradizioni della sinistra del proletariato italiano sulle direttive che contemporaneamente trionfavano nella vittoria di Lenin e del bolscevismo in Russia.
Cit. 157 – La Piattaforma politica del Partito comunista internazionale – 1945
17 – Come la sostituzione della repubblica alla monarchia non rappresenta un punto d’arrivo per l’incandescente problema sociale italiano, così non può essere accettato come tale quello della convocazione di un’assemblea elettiva rappresentativa con poteri costituenti. Anzitutto tale assemblea avrà limiti ristrettissimi alla sua influenza, per il permanere nel territorio, su cui dovrebbe avere piena sovranità, prima di forze militari d’occupazione e poi di quelle forze armate che saranno definite e predisposte dall’organizzazione di pace che seguirà il conflitto attuale e vigerà negli Stati satelliti. Comunque, quale che possa essere la tattica del partito (di partecipazione alla sola campagna elettorale con propaganda scritta ed orale; di presentazione di candidature; d’intervento nel seno dell’assemblea), questa si dovrà ispirare non solo ai principi programmatici di esso, ma all’aperta proclamazione che in nessun caso la consultazione col meccanismo elettivo può consentire alle classi sfruttate di dare adeguata espressione ai loro bisogni e ai loro interessi e tanto meno di pervenire alla gestione del potere politico. Il partito si differenzierà da tutti gli altri partiti italiani del momento, non solo perché non si porterà sul mercato delle combinazioni ed aggruppamenti elettorali, ma per la sostanziale posizione che, mentre tutti gli altri proclameranno che il programma politico da attuare ed accettare senza ulteriore resistenza sarà quello incognito che prevarrà nella maggioranza numerica dell’assemblea, il partito rivoluzionario respinge in partenza tale abdicazione e, nell’ipotesi astratta (ma pratica certezza) che la vittoria elettorale confermi la sopravvivenza costituzionale dei fondamentali istituti capitalistici, pur essendo minoranza ai sensi democratici, continuerà la sua lotta per abbatterli dall’esterno. Soltanto la contingenza storica ed il valore dei rapporti di forza, e non già l’autorità di maggioranze costituzionali, determinerà la portata di questa lotta, che va, secondo le possibilità della dinamica di classe, dalla critica teorica alla propaganda d opposizione politica, all’incessante agitazione anti-istituzionale, all’assalto rivoluzionario armato. Soprattutto il partito sbugiarderà come controrivoluzionario ogni movimento che proclami utile simulare ai fini di più facile agitazione e di successo elettorale il preventivo ossequio alla sovrana validità della consultazione parlamentare, pretendendo d’essere suscettibile di passare da questa equivoca politica – i cui molteplici esperimenti storici hanno tutti segnato la corruzione e il disarmo delle energie rivoluzionarie – ad un attacco contro il regime costituito.
Nelle elezioni locali il partito non può astrarre, per considerazioni d’interessi contingenti, dalla finalità generale di separare la responsabilità e l’impostazione delle forze proletarie da tutte le altre, e di continuare in piena coerenza l’agitazione delle sue rivendicazioni storiche generali.
In fasi più mature della situazione, che prevedibilmente non possono svolgersi se non secondo strette connessioni intereuropee, il partito si prepara e prepara le masse alla costituzione dei Soviet, organi rappresentativi su base di classe che sono nello stesso tempo organi di combattimento, e alla distruzione d’ogni diritto rappresentativo per le classi sociali economicamente sfruttatrici.
Il partito, nella costruzione degli organi proletari d’ogni natura, pro e post-rivoluzionari, non fa alcuna distinzione fra lavoratori dei due sessi; la questione della concessione del voto alla donna nel presente regime rappresentativo è per esso una questione secondaria, poiché non può porsi al di fuori del terreno critico che l’esercizio del diritto di voto è una pura finzione giuridica in un ambiente in cui la disparità economica crea insuperabili soggezioni, una delle quali è quella del sesso femminile, la cui emancipazione non è concepibile che in un’economia di tipo non personale e non familiare.
Cit. 158 – Le prospettive del dopoguerra in relazione alla Piattaforma del Partito – 1946
… L’attitudine preconizzata per il nostro movimento, nella possibile futura terza guerra imperialistica, è quella dunque di rifiutare e respingere, in entrambi i campi della grande lotta, ogni parola avente il carattere di «difesismo» (termine già ben noto ed adoperato da Lenin nella battaglia critica e politica contro l’opportunismo del primo ciclo 1914-18) e contro ogni «intermedismo», termine col quale vogliamo intendere la pretesa di indicare come obiettivo precipuo e pregiudiziale della forza e degli sforzi del proletariato rivoluzionario non l’abbattimento dei suoi oppressori di classe, ma la realizzazione di certe condizioni nei modi di organizzarsi della presente società; che gli offrirebbero terreno più favorevole a conquiste ulteriori.
L’aspetto «difesista» dell’opportunismo consiste nell’asserire che la classe operaia, nel presente ordinamento sociale, pure essendo quella che le classi superiori dominano e sfruttano, corre in cento guise il pericolo di veder peggiorare in modo generale le sue condizioni se certe caratteristiche del presente ordinamento sociale vengono minacciate.
Così dieci e dieci volte abbiamo visto le gerarchie disfattiste del proletariato chiamarlo ad abbandonare la lotta classista per accorrere, coalizzato con altre forze sociali e politiche nel campo nazionale o in quello mondiale, a difendere i più diversi postulati: la libertà, la democrazia, il sistema rappresentativo, la patria, l’indipendenza nazionale, il pacifismo unitario, ecc. ecc., facendo gettito delle tesi marxiste per cui il proletariato, sola classe rivoluzionaria, considera tutte quelle forme del mondo borghese come le migliori armature di cui a volta a volta si circonda il privilegio capitalista, e sa che, nella lotta rivoluzionaria, nulla ha da perdere oltre le proprie catene. Questo proletariato, trasformato in gestore di patrimoni storici preziosi, in salvatore degli ideali falliti della politica borghese, è quello che l’opportunismo «difesista» ha consegnato più misero e schiavo di prima ai suoi nemici di classe nelle rovinose crisi svoltesi durante la prima e seconda guerra imperialistica.
Sotto l’aspetto complementare dell’«intermedismo» la corruzione opportunista si presenta non più soltanto col carattere negativo della tutela di vantaggi di cui la classe operaia godeva e che potrebbe perdere, ma sotto l’aspetto più suggestivo di conquiste preliminari che potrebbe realizzare – s’intende col compiacente e generoso aiuto di una parte più moderna ed evoluta della borghesia e dei suoi partiti – portandosi su posizioni da cui le sarà più facile spiccare un balzo verso le sue massime conquiste. L’«intermedismo» trionfò in mille forme, sempre sfociando però nel metodo della collaborazione di classe, dalla guerra rivoluzionaria cui Mussolini chiamava i socialisti italiani nel 1914, alla insurrezione partigiana ed alla democrazia progressiva, che nella recente guerra i transfughi del comunismo della III Internazionale hanno creato come surrogato della lotta rivoluzionaria e della dittatura del proletariato, con l’aggravante di camuffare questo mercimonio di principi come l’applicazione della tattica elastica che attribuiscono a Lenin. Forme non diverse di questo metodo si hanno nelle parole poco comprensibili e destituite di contenuto di «Europa proletaria», di «Stati Uniti del mondo» ed altri simili sostituti equivoci del postulato programmatico centrale di Marx e di Lenin per la conquista armata di tutto il potere politico da parte del proletariato.
In conclusione, nella prossima possibile frattura del fronte imperialistico mondiale, il movimento politico rivoluzionario operaio potrà affermarsi, resistere e ripartire per una storica riscossa solo se saprà spezzare le due insidie dell’opportunismo «difesista» secondo cui dovrebbero essere bruciate tutte le munizioni: da un lato del fronte per la salvezza della libertà rappresentativa delle democrazie occidentali, dall’altro per la salvezza del potere proletario e comunista russo. Parimenti sarà condizione per la ripresa classista e l’analoga repulsione d’ogni «intermedismo» che voglia ingannare le masse additando la via per la loro ulteriore redenzione rivoluzionaria, da una parte del fronte nell’affermarsi del metodo di governo parlamentare contro il totalitarismo moscovita, dall’altra nell’estensione del regime pseudosovietico ai paesi del capitalismo dell’Ovest.
Cit. 159 – Dopo la garibaldata – 1948
… Se d’altra parte essi avessero vinto, né Barbarossa né baffo grigio sarebbero calati in Italia. Non le conte schedaiole determinano le situazioni, ma i fattori economici che si concretano in posizioni di forza, in controlli inesorabili sulla produzione e il consumo, in polizie organizzate e stipendiate, in flotte incrocianti nel mare di lor signori.
Eletto chicchessia al governo della repubblica, non avrebbe altra scelta che rinunziare od offrirsi in servigio all’ingranamento di forze capitalistiche mondiali che maneggia lo stato vassallo italiano. Quanto a fare del «sabotaggio», è altra illusione su quello che è il compito dei portabandiera parlamentari. Sono le sfere dell’affarismo borghese e delle alte magistrature militari e civili che possono a loro mercé sabotare i politicanti portafogliati, e non viceversa.
Il meccanismo elettorale è oggi caduto nel campo inesorabile del conformismo e della soggezione delle masse alle influenze dei centri ad altissimo potenziale, così come i granelli di limatura di ferro si adagiano docili secondo le linee di forza del campo magnetico. L’elettore non è legato ad una confessione ideologica né ad un’organizzazione di partito, ma alla suggestione del potere, e nella cabina non risolve certo i grandi problemi della storia e della scienza sociale, ma novantanove volte su cento il solo che è alla sua portata: chi vincerà? Cosi come fa il giocatore alla Sisal; e, di più, imbrocca meglio chi non ha nessuna competenza sulla materia del gioco e mentisce alle sue stesse intime simpatie.
Quest’arduo problema di indovinare chi è il più forte lo affronta il candidato rispetto al governo, il governante rispetto al campo internazionale. Lo affronta l’elettore rispetto al candidato che vota; cerca, non reca, un appoggio personale nella difficile lotta d’ogni giorno.
Se si fosse saputo il 17 aprile che vinceva De Gasperi, invece del 50 per cento gli davano il 90 per cento dei suffragi. A questo ci arrivava la dialettica dei frontisti, ed ogni argomento serio era superato e prostituito dinanzi a quel massimo: Vinceremo! (e potremo pagare, coi soldi di Pantalone, galoppini, cagnotti e graziosi sodali «indipendenti»). Mussolini non diceva altro, De Gasperi lo diceva e lo sta facendo senza ritegno.
Tutta la politica e la tattica degli avversari dei democristiani sono state disfattiste. La lunga pratica dell’opportunismo dei capi delle organizzazioni dette di massa ha condotto ad una situazione in cui non è più inseribile un’avanzata progressiva, nella lotta sul terreno delle elezioni, di un partito che abbia un programma ed un atteggiamento d’opposizione di principio e che proclami agli elettori il rifiuto dell’illusione che comunque per via democratica possano le classi sfruttate arrivare al potere.
Oggi l’elezionismo è pensabile solo in funzione della promessa del potere, di lembi di potere.
Cit. 160 – Tesi caratteristiche del Partito (Tesi di Firenze) – 1951
III.17 – … Trattatasi invece del pieno realizzarsi della grande vicenda storica contenuta nella visione marxista e sola in lei: la concentrazione economica che portando in tutta evidenza il carattere sociale e mondiale della produzione capitalista la spingeva ad unificare il suo meccanismo, e la conseguenza politica e di guerra sociale che scaturiva dall’atteso scontro finale di classe, e corrispondeva a quell’alternativa in cui la pressione proletaria rimaneva tuttavia di sotto al potenziale di difesa dello Stato capitalista di classe.
Si ricadde invece dai capi dell’Internazionale, per una grossolana confusione storica con il pericolo kerenskiano in Russia, non solo in un grave sbaglio d’interpretazione teorica, ma in un conseguente ed inevitabile capovolgimento di tattica. Si tratteggiò per il proletariato ed i partiti comunisti, una strategia difensiva e conservativa, e si consigliò a loro di formare fronte con tutti i gruppi borghesi meno agguerriti ed illuminati (ed anche per questo meno probanti come alleati) che sostenevano doversi garantire agli operai vantaggi immediati, e non sospendere alle classi popolari i diritti d’associazione, di voto, ecc. Non si comprese con ciò, da una parte, che il fascismo o il nazionalsocialismo nulla aveva a che vedere con un tentativo di ritorno a forme di governo dispotiche e feudali e nemmeno con un predominare di pretesi strati borghesi di destra opposti alla più avanzata classe capitalistica della grande industria, o ad un tentativo di governo autonomo di classi intermedie tra padronato e proletariato, dall’altra che mentre il fascismo si liberava della sporca maschera parlamentare, esso ereditava in pieno il riformismo sociale pseudo-marxista, e con una serie di misure, d’interventi dello Stato di classe, nell’interesse della conservazione del capitalismo, assicurava non solo dei minimi, ma una serie di progressi sociali ed assistenziali per le maestranze ed altre classi meno abbienti. Fu quindi data la parola d’ordine della lotta per la libertà, e tanto fu comminato fin dal 1926 dal presidente dell’Internazionale al partito italiano, nelle cui file la quasi totalità dei militanti voleva condurre contro il fascismo, al potere da quattro anni, una politica autonoma di classe e non quella del blocco con tutti i partiti democratici e persino monarchici e cattolici per rivendicare con loro il ripristino delle garanzie costituzionali e parlamentari. I comunisti italiani avrebbero voluto fin da allora squalificare il contenuto dell’opposizione al fascismo di tutti i partiti medio-borghesi, piccolo-borghesi e pseudo-proletari; e quindi previdero invano, fin da allora, che ogni energia rivoluzionaria avrebbe fatto naufragio con l’imboccare quella via degenerativa che finalmente condusse ai Comitati di Liberazione Nazionale.
La politica del partito comunista è, per sua natura, d’offensiva ed in nessun caso deve lottare per l’illusoria conservazione d condizioni proprie delle istituzioni capitaliste. Se nel periodo anteriore al 1871 il proletariato ebbe a lottare a fianco delle forze borghesi, ciò non fu perché queste potessero conservare date posizioni od evitare la caduta d’acquisite forme storiche, ma perché potessero infrangere e superare forme storiche precedenti. Nell’economia di dettaglio quanto nella politica generale e mondiale, la classe proletaria, come non ha nulla da perdere, non ha nulla da difendere, ed il suo compito è soltanto attacco e conquista. Quindi all’apparire delle manifestazioni di concentrazione, unitarietà, totalitarismo capitalista, il partito rivoluzionario deve anzitutto riconoscere che è in questo la sua integrale vittoria ideologica e deve quindi soltanto preoccuparsi del rapporto effettivo di forze per lo schieramento nella guerra civile rivoluzionaria, rapporto che hanno sì qui reso sfavorevole, appunto e soltanto, le onde di degenerazione opportunista e intermedia; deve fare il possibile per scatenare l’attacco finale ed ove non lo possa deve affrontare la disfatta, ma mai enunciare un imbelle e disfattista «vade retro Satana» che equivalga a patire stupidamente tolleranza o perdono dal nemico di classe.
IV.12 – Il partito non è una filiazione della Frazione astensionista, pure avendo avuta questa gran parte del movimento fino alla conclusa creazione del Partito Comunista d’Italia a Livorno nel 1921. L’opposizione in seno al Partito Comunista d’Italia e all’Internazionale Comunista non si fondò sulle tesi dell’astensionismo, bensì su altre questioni di fondo. Il parlamentarismo, seguendo lo sviluppo dello Stato capitalista che assumerà palesemente la forma di dittatura che il marxismo gli ha scoperto sin dall’inizio, va man mano perdendo d’importanza. Anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi rimanendo soltanto una fraseologia, e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo, contro di cui deve esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario. Il partito, quindi, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche d’ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività.
Cit. 161 – Il cadavere ancora cammina – 1953
… È dunque chiaro che il problema principale è l’eliminazione dei socialpacifisti dal partito proletario, questione secondaria è se questo debba partecipare all’elezione, nel pensiero di allora di Lenin come nei successivi dibattiti e tesi sul parlamentarismo del II Congresso, di poco successivo.
Ma per noi oggi è anche chiaro quanto allora sostenemmo: che sola via per raggiungere il trasporto delle forze sul terreno rivoluzionario era un enorme sforzo per liquidare, subito dopo la fine della guerra, la tremenda suggestione democratica ed elettoralesca, che troppi saturnali aveva già celebrato.
La tattica voluta da Mosca fu disciplinatamente anzi impegnativamente seguita dal partito di Livorno. Ma purtroppo la subordinazione della rivoluzione alle corrompenti richieste di democrazia era ormai in corso in campo internazionale e localmente, e il punto di incontro leninista dei due problemi, nonché il loro peso relativo, si palesarono insostenibili. Il parlamentarismo è come un ingranaggio che se vi afferra per un lembo inesorabilmente vi stritola. Il suo impiego in tempo «reazionario» sostenuto da Lenin era proponibile; in tempo di possibile attacco rivoluzionario è manovra in cui la controrivoluzione borghese guadagna troppo facilmente la partita. In diverse situazioni e sotto mille tempi, la storia ha convinto che migliore diversivo della rivoluzione che l’elettoralismo non può trovarsi…
Se queste tappe ancora una volta rammentiamo, è per stabilire lo stretto legame tra ogni affermazione di elettoralismo, parlamentarismo, democrazia, libertà ed una sconfitta, un passo indietro del potenziale proletario di classe…
Lo stesso va detto della “storica battaglia” contro la “legge truffa”. L’elezione non solo è di per sé una truffa, ma lo è tanto più quanto più pretende di dare parità di peso ad ogni voto personale. Tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti «a braccio» i venti milioni di elettori.
Se il parlamento servisse ad amministrare tecnicamente qualche cosa e non soltanto a fare fessi i cittadini, su cinque anni di massima vita non ne dedicherebbe uno alle elezioni e un altro a discutere la legge per costituire sé stesso!
Cit. 162 – La rivoluzione anticapitalista occidentale (Riunione di Genova) – 1953
12 -… Non è possibile risalire questa situazione che sotto tutti gli aspetti: dimostrazione che in Russia non vi è costruzione di socialismo; che lo stato russo, se combatterà, non sarà per il socialismo, ma per rivalità imperiali; dimostrazione soprattutto che in Occidente le finalità democratiche popolari e progressive non solo non interessano la classe lavoratrice ma valgono a tenere in piedi un capitalismo marcio.
Cit. 163 – La facile derisione – 1959
… Con non diversa risorsa attinta tanto dietro di noi ci portiamo al punto di fare sfregio di ogni attuale superstizione per il metodo della conta delle opinioni personali equiponderate, e diamo allo stesso titolo del ciarlatano a chi lo impieghi alla scala della società, della classe, e perfino del partito; perché quel misero o lestofante parla di classe e di partito come forze che trasformano la società ma le pensa come scimmiottate parodie di quella stessa società demo-borghese dalla cui sozza poltiglia mai non si potrà disinvischiare.
CONCLUSIONE
Questo lungo lavoro, come scritto in premessa, è rivolto ai compagni di partito e costituisce un richiamo alle concezioni fondamentali su cui il partito si è ricostituito nel secondo dopoguerra e sulle quali deve continuare a muoversi sotto pena di degenerare e perire. Costituisce allo stesso tempo un’esposizione della linea di pensiero e d’azione su cui intende continuare a muoversi senza deflettere il gruppo che è stato nel novembre 1973 oggetto di «espulsione» dall’organizzazione.
Siccome alla base delle scissioni organizzative devono esserci delle divergenze di posizioni, abbiamo inteso esporre in un lavoro sistematico, e al di fuori di qualsiasi polemica ed accusa, quelle che noi riteniamo essere le posizioni caratteristiche della Sinistra Comunista da cinquant’anni, desumendole non dalle nostre «opinioni» ma dai nostri testi fondamentali, da tutto quello che il partito nella sua lunga e travagliata vita ha affermato e scritto.
Non vogliamo «dialoghi» con nessuno. Vogliamo che l’organizzazione militante che si fregia del nome di Partito comunista internazionale rivendichi chiaramente come proprie nel 1974 queste posizioni, che sole costituiscono la linea di continuità a cui tutti, capi e gregari, devono attenersi. È sulla base dell’enunciazione netta di posizioni che si va o si resta, che ci si unisce o ci si divide. Le «nostre» posizioni non abbiamo potuto esprimerle in altro modo che riportando citazioni dai nostri testi fondamentali in linea continua dal 1920 al 1970.
Se quanto è scritto nelle pagine precedenti è la base su cui si muove ed agisce l’organizzazione attuale, non abbiamo ragione di rimanere separati e le nostre braccia sono a disposizione dell’organizzazione. Se questo non è, se quanto sta scritto costituisse per caso per chi milita sotto l’insegna del Programma Comunista e una «specie di stagno in cui guazzano delle oche», vuol dire che la storia pone all’ordine del giorno la difesa e la riaffermazione di queste posizioni per una via diversa da quella dell’attuale formazione organizzata perché essa afferma e difende altre posizioni che da questa divergono. Se così è, la scissione organizzativa è pienamente giustificata, in quanto non intendiamo in nessun modo abbandonare la fedeltà alle posizioni a cui abbiamo dato la nostra adesione una volta per sempre, quando siamo entrati nel partito. E riteniamo che nel partito rimane chi è fedele a queste posizioni, n’esce organicamente chi le abbandona, le mistifica, le dimentica. A queste considerazioni richiamiamo tutti i compagni. Non c’è altro da aggiungere.
APPENDICE
Nell’organica predisposizione del Partito la sua preparazione alla rivoluzione
Rapporto alle Riunioni di Firenze (25-26 maggio 1985) e d’Ivrea (7-8 settembre 1985)
«Il Partito Comunista» – nn. 135 e 136 di novembre e dicembre 1985
1. Il Partito come guida organica della classe
Il primo punto da cui partire è quello secondo il quale il Partito è consapevole che non vi potrà mai essere alcuna vittoria rivoluzionaria se non si realizzeranno quelle condizioni storiche che permetteranno al Partito stesso di costituire la guida organica del proletariato rivoluzionario.
Il Partito organizza quei militanti che non solo sono decisi a battersi per la vittoria della rivoluzione, ma che sono anche consapevoli delle finalità che il Partito persegue e conoscono i mezzi necessari per conseguirle.
Ciò non significa che sia condizione per l’ammissione al Partito, la coscienza individuale, cosa che escludiamo alla maniera più assoluta; tuttavia questa tesi fondamentale e di principio significa che cessa di esistere ogni rapporto organico di Partito quando si usano al suo interno metodi di costrizione fisica, espliciti e, peggio, diplomatici, che escludiamo prima, durante e dopo la Rivoluzione. Tale tesi dimostra anche che i membri del Partito debbono essere considerati non materiali verso cui fare opera di propaganda e d’agitazione, ma compagni con cui svolgere un lavoro comune per la comune preparazione rivoluzionaria: in ciò è anche contenuta la tesi che il Partito rappresenta la classe per sé nel suo divenire storico indipendentemente dalle situazioni.
Cit. 164 – Discorso del rappresentante della Sinistra al 6° Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926
È assolutamente necessario dare la partito la possibilità di formarsi un’opinione e di esprimerla e sostenerla con franchezza. Al congresso del partito ho detto che l’errore è stato di non fare, all’interno del partito, una chiara distinzione fra agitazione e propaganda. L’agitazione viene condotta fra una grande massa di persone per chiarire un certo numero d’idee molto semplici; la propaganda, invece, tocca uno strato relativamente ristretto di compagni ai quali s’illustra un numero maggiore d’idee complesse. L’errore in cui si è incorsi è di limitarsi all’agitazione entro il partito; di considerare la massa degli iscritti come, in principio, dei minorati; di trattarli com’elementi che si possono mettere in moto, non come un fattore operante di lavoro comune. Un’agitazione in base a formule imparate a memoria è fino ad un certo punto concepibile quando si tratta di mettere in movimento grandi masse, e il fattore della volontà e della coscienza hanno un ruolo secondario. Ma, nel partito, le cose stanno in tutt’altro modo. Noi chiediamo che, nel suo seno, questi metodi d’agitazione abbiano fine. Il partito deve riunire intorno a sé quella parte della classe operaia che possiede e in cui prevale la coscienza di classe – a meno che voi propugnate appunto quella teoria degli eletti che un tempo servì d’accusa (e accusa infondata) contro di noi. Bisogna che la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito comunista si trova posto. In questo senso, è della massima urgenza cambiare il regime interno del partito.
Solo in rari svolti della storia la classe fisica corrisponde alla classe per sé e si tratta di un processo oggettivo su cui la volontà del Partito può influire molto relativamente perfino nei momenti di maggiore consistenza numerica del Partito. Al contrario il lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito stesso è compito squisitamente soggettivo, che certo non potrà non risentire dell’ambiente esterno e dell’evolversi delle situazioni, ma in ogni caso può essere assolto solo attraverso un continuo sforzo dell’organizzazione formale per mantenersi all’altezza del partito.
2. Fattori oggettivi della degenerazione dell’Internazionale Comunista
Come più volte affermato nei testi e nelle tesi è necessario rifarsi alla battaglia che la Sinistra ha condotto con il centro della Internazionale dal 1922 al 1926, perché fu proprio attraverso quella battaglia che il nodo storico della rinascita del Partito mondiale dalle ceneri della Terza Internazionale fu sciolto. Sconfitta la Rivoluzione e rinascita del Partito sulla base degli insegnamenti derivanti proprio dalla vittoria della controrivoluzione si saldano così inscindibilmente.
Non potremmo capire il significato della battaglia della Sinistra contro lo stalinismo negli anni cruciali 1922-1926 se non alla luce della nostra esclusiva tesi che furono fattori oggettivi che determinarono la vittoria della controrivoluzione. Tutti coloro che hanno sopravalutato gli aspetti soggettivi (errori del centro internazionale) hanno finito per abbandonare gli stessi più elementari principi comunisti proprio perché si sono preclusi la possibilità stessa di cogliere il significato di classe degli avvenimenti russi ed europei di quel periodo.
Questa nostra tesi è affermata in tutti i testi e ci contraddistingue non solo nei confronti dell’opportunismo ufficiale di marca moscovita, ma anche nei confronti dell’opportunismo per molti versi più fetente ancora dei mille gruppuscoli sedicenti rivoluzionari.
Cit. 165 – Struttura economica e sociale della Russia d’oggi – 1957
118 – In Russia la fase rivoluzionaria era matura per urgere in breve ciclo di forze nuove e disgregarsi di morte forme; fuori in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e lo schieramento non fu decisivo, l’incertezza e mutevolezza di atteggiamento fu effetto e non causa della riflessione della storica curva del potenziale di classe.
Se errore vi fu e se di errore di uomini e di politici è sensato discorrere, esso non consistette nell’aver perduto autobus storici che si potevano agguantare, bensì nell’aver colto, nella lotta in Russia, la presenza della situazione suprema, nell’aver creduto in Europa di poterle sostituire l’effetto di illusionisti soggettivi abilismi, nel non aver avuto, da parte del movimento, la forza di dire che l’autobus del potere proletario in occidente non era passato e quindi era menzogna segnalare in arrivo quello dell’economia socialista in Russia.
Tuttavia abbiamo più volte sottolineato che non si devono sottovalutare gli errori tattici ed organizzativi dei primi anni dell’Internazionale Comunista non perché senza quegli errori la controrivoluzione non sarebbe passata, ma perché sta proprio nel comune maneggio del significato di quegli errori e delle tempestive reazione della Sinistra la possibilità materiale di far marciare il Partito sulla corretta via rivoluzionaria.
Le debolezze che da parte della Sinistra furono subito indicate alla Internazionale furono relative alla stessa impostazione della questione della tattica (mancanza di limiti chiari e precisi); l’atteggiamento impaziente, peraltro non immotivato, nei confronti della lotta per la conquista del potere politico nei paesi capitalistici europei, da cui il manovriamo, la generalizzazione dell’esperienza russa ai grandi paesi capitalistici europei (confusione della tattica nelle aree a doppia rivoluzione con quella delle aree a rivoluzione unica); la pratica, in campo organizzativo, del fusionismo dei partiti comunisti con partiti non rivoluzionari.
Abbiamo più volte scritto che tali debolezze non erano imputate dalla Sinistra a pretese incapacità soggettive dei dirigenti dell’Internazionale. Ciononostante la Sinistra sapeva che insistere nella pratica di tali debolezze avrebbe avuto la conseguenza di indebolire e poi distruggere l’Internazionale. Perciò fin dal II Congresso la Sinistra operò per ridurre al minimo gli effetti negativi di tali debolezze sulla intera Internazionale con la chiara intenzione di preservare se non l’intero partito, almeno il nerbo che aveva dato vita all’Internazionale. Le vicende successive ebbero invece il peggiore degli andamenti possibili per ottenere anche questo risultato limitato. Il crollo successivo della Internazionale ha confermato che, mentre essa aveva svolto in maniera definitiva i problemi di teoria e di principio, non aveva affrontato in maniera altrettanto definitiva ed adeguata il problema della tattica, ed attraverso questa breccia rimasta aperta è potuto entrare di nuovo l’opportunismo.
3. Valutazioni della situazione storica e compiti del Partito
Di fondamentale importanza è la corretta valutazione della situazione storica, perché altrimenti diventerebbero vaghi non solo i connotati della tattica, ma di conseguenza anche la fisionomia del Partito, la sua funzione ed i suoi compiti specifici.
La lezione che dobbiamo trarre dagli anni 1919-26 è che, in ultima analisi, fu la capacità di resistere del capitalismo alla potente ondata rivoluzionaria che spiega anche gli errori soggettivi della Internazionale. Negli anni seguenti il capitalismo mondiale ha potuto permettere con sostanziose briciole alla classe operaia dei paesi imperialisti la partecipazione allo sfruttamento del mondo. Da un punto di vista materialistico non può spiegarsi diversamente la totale acquiescenza del grosso della classe operaia occidentale alle esigenze capitalistiche, che si esprime con il controllo politico della classe da parte dei partiti opportunisti; altrimenti dovremmo considerare l’opportunismo come un fenomeno non sociale ed economico, ma morale. In ciò non deve essere contenuta alcuna concessione alle teorie della “integrazione” della classe operaia nel “sistema” capitalistico, perché deve anche essere riaffermata la sicura previsione che anche la classe operaia dei paesi occidentali ed imperialisti dovrà tornare ad esprimere potenza di lotta di classe per il raggiungimento dei suoi storici obiettivi come e più che nel 1919. Quando? Quando la base materiale dell’alleanza tra l’imperialismo e la classe operaia dei paesi imperialisti verrà meno, per ragioni altrettanto materiali.
I compiti tattici ed organizzativi del Partito, permanenti e contingenti, debbono essere direttamente correlati a questo processo storico, che condiziona la ripresa alla lotta rivoluzionaria di classe. Il Partito non deve adottare metodi ed atteggiamenti che non abbiano come base la necessaria situazione materiale, e che non siano ampiamente spiegati alla luce della teoria, in quanto in tal caso si comprometterebbero i caratteri fondamentali del Partito stesso. Senza una precisa correlazione tra fini, principi, tattica ed analisi della situazione il Partito finirebbe per assumere atteggiamenti che pregiudicano i suoi caratteri distintivi, e cadrebbe altrettanto inevitabilmente nell’attivismo e nel volontarismo.
Cit. 166 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926
I, 3 – L’esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi a ’improvvisazioni’ ed a ’sorprese’, ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l’ora di un’azione preveduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore, ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte dell’autorità gerarchica è preminente e nulla quella dell’adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita dal partito stesso. La buona tattica è quella, che allo svolto delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possono andare in senso opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria: essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare lettere di azione; commettendo queste all’esecuzione di dirigenti, i gregari si assicurano che questi non tradiranno il loro mandato, e si impegnano sostanzialmente e non apparentemente da una esecuzione feconda e decisa degli ordini del movimento. Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non si rimedierà cadendo nell’opportunismo e nell’eclettismo, ma si dovrà compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali.
Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o da un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente.
L’azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare. Nelle situazioni precedenti l’azione del partito non si riduce, però, alla pura funzione ideologica, propagandistica ed organizzativa, ma consiste, come si è detto, nel partecipare e agire nelle singole lotte suscitate nel proletariato. Il sistema delle norme tattiche deve essere dunque edificato appunto allo scopo di stabilire secondo quali condizioni l’intervento del partito e la sua attività in simili movimenti, la sua agitazione tra il vivo delle lotte proletarie, si coordina allo scopo finale e rivoluzionario e garantisce simultaneamente il progresso utile della preparazione ideologica organizzativa e tattica.
4. Necessità della continua preparazione del Partito
Nel decidere l’intervento del Partito nelle situazioni storiche date dobbiamo evitare l’errore volontaristico che si riduce quasi sempre ad una svalutazione del Partito, attribuendo ad organi immediati della classe funzioni rivoluzionarie tipiche del Partito. È in particolar modo la tradizione sindacalista. Dobbiamo invece essere consapevoli che quando la situazione storica maturerà veramente in senso rivoluzionario numerosi militanti rivoluzionari si schiereranno, anche per via istintiva, con il Partito; ed anzi proprio questo sarà uno dei segni più evidenti dell’accelerarsi del processo della ripresa rivoluzionaria.
Cit. 167 – Tesi caratteristiche del Partito (Tesi di Firenze) – 1951
IV, 10 – L’accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti. Questi mezzi che informarono la tattica della Terza Internazionale, all’indomani della scomparsa di Lenin dalla vita politica, non sortirono altro effetto che la disgregazione del Comintern, come teoria organizzativa e forza operante del movimento, lasciando sempre qualche brandello di partito sulla strada dell’«espediente tattico». Questi metodi vengono rievocati e rivalorizzati dal movimento trotskista e della IV Internazionale, ritenendoli a torto metodi comunisti.
Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette belle e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica.
La Sinistra italiana ha sempre combattuto l’espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista.
L’errore opposto al volontarismo è il piatto fatalismo. Nel processo storico che vede realmente la classe operaia riappropriarsi dei suoi strumenti rivoluzionari il Partito non solo può, ma deve intervenire come fattore volontario. Nelle situazioni storiche contingenti il Partito deve dunque intervenire con i suoi principi inconfondibili, con lo scopo di consolidare i maggiori legami possibili con la classe. Non ogni legame con la classe interessa il Partito (sarebbe puro opportunismo), ma solo quello che non contraddice il nostro schema di prospettiva rivoluzionaria: lotta difensiva di classe, ricostruzione del sindacato di classe, rafforzamento del Partito, lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico. Viceversa proporsi in ogni situazione di dirigere la classe o anche di influenzarla al di fuori della nostra prospettiva ha come conseguenza inevitabile quella di compromettere la compattezza del Partito per i riflessi che un tale tipo di attività non può non avere nell’organizzazione.
Cit. 168 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926
I, 3 – L’attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia alla coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiare lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni dell’attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e l’indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.
Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.
Si deve altamente dire che, in certe situazione passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto d’appoggio indispensabile della sua ripresa. Su terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme d’azione precise e rispettate, il partito garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.
Il Partito si deve abilitare a diventare l’organo indispensabile della Rivoluzione, e lo può fare solo «difendendo nel presente i compiti futuri del movimento proletario». Qui sta il senso e l’importanza della necessità della preparazione del Partito, compito primario proprio del periodo storico che ancora oggi attraversiamo. Quando le masse proletarie si schiereranno nuovamente sul terreno sul terreno della lotta di classe non ci sarà il tempo per la preparazione di un Partito capace di svolgere in maniera efficace i suoi compiti rivoluzionari. L’esperienza storica dimostra che la situazione rivoluzionaria travolge i partiti non saldamente preparati sul terreno rivoluzionario (crollo della Seconda Internazionale allo scoppio della prima guerra mondiale), mentre solo partiti precedentemente preparati possono condurre il proletariato alla vittoria nelle crisi rivoluzionarie (partito bolscevico, in Russia 1917). Non è dunque il movimento, nemmeno quello del proletariato rivoluzionario, a determinare chiarezza di programmi e compattezza di azione del Partito, ma viceversa è la chiarezza programmatica e tattica e la compattezza organizzativa precedentemente conquistate dal Partito a consentire la vittoria del proletariato rivoluzionario contro lo Stato capitalista. Altrimenti su che cosa si baserebbe la nostra fondamentale nozione che dittatura del proletariato significa dittatura del Partito?
5. La compattezza e l’unitarietà del Partito sono risultati della sua organica attività
Il lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito deve consistere nella trasmissione continua ed in ogni sua parte della dottrina e della tradizione storica con lo scopo di conseguire quel grado di assimilazione collettiva indispensabile affinché il Partito stesso possa assumere la funzione di organo della Rivoluzione quando la situazione sarà maturata. La coscienza di questa necessità, pur essendo stata una originaria aspirazione della Sinistra, si ha solo con la lotta contro lo stalinismo. Sconfitta pratica del movimento rivoluzionario e vittoria teorica in quanto coscienza della unica possibilità della vittoria rivoluzionaria futura si saldano inscindibilmente nelle esperienza della Sinistra ormai fuori della Internazionale stalinizzata. È dunque a questa sola esperienza che dobbiamo rifarci nel nostro quotidiano lavoro di partito e soprattutto alla battaglia condotta dalla Sinistra contro i primi sintomi di degenerazione della Internazionale, quando si forgiarono i primi strumenti e gli antidoti ai primi tentativi, poi andati a buon fine, di rivincita dell’opportunismo contro il partito.
Cit. 169 – Tesi supplementari (Tesi di Milano) – 1966
2 – Pure accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione. Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista.
3 – Con tale obiettivo si svilupperà in profondità ancor maggiore il lavoro di presentazione critica delle battaglie del passato e delle ripetute reazioni della sinistra marxista e rivoluzionaria alle storiche ondate di deviazione e di smarrimento che si sono poste da oltre un secolo sul cammino della rivoluzione proletaria. Con riferimento alle fasi in cui le condizioni di una ardente lotta tra le classi si presentarono, ma venne meno il coefficiente della teoria e strategia rivoluzionaria, e soprattutto con la storia delle vicende che inficiarono la Terza Internazionale quando sembrava che il punto cruciale fosse stato per sempre superato, e delle posizioni critiche che la Sinistra assunse per scongiurare il pericolo che grandeggiava, e la rovina che purtroppo seguì, si potranno consacrare insegnamenti che non possono né vogliono essere ricette per il successo, ma moniti severi per difenderci da quei pericoli e da quelle debolezze in cui presero forma le insidie e i trabocchetti, quando la storia vi fece tante volte cadere le forze che sembravano votate alla causa dell’avanzata rivoluzionaria.
Questi strumenti, sottoposti ormai ad una selezione storica più volte confermata, furono la reazione della Sinistra contro l’eclettismo tattico (aleatorietà del termine usato al terzo congresso dell’Internazionale nel 1921 «conquista della maggioranza», mancanza di limiti ben precisi nelle indicazioni tattiche, fronte unico, etc.); la reazione della Sinistra contro metodi organizzativi fusionisti con gli altri partiti; la denuncia dei metodi della caccia ai presunti responsabili di insuccessi che si imputavano alla cattiva applicazione delle norme tattiche dettate dal Presidium dell’Internazionale, quando invece non erano imputabili che alle condizioni oggettive sfavorevoli, alle quali male si reagiva proprio con l’eclettismo tattico; la lotta della Sinistra contro un metodo di lavoro interno consistente nella caccia allo spettro del frazionismo invece che alla ricerca comune delle giuste posizioni. Mentre si pretendeva di rovesciare situazioni storiche sfavorevoli, il che era materialmente impossibile, si distruggeva l’organo Partito. Da quelle vicende il Partito ha tratto definitivamente la convinzione che non si può ottenere il risultato di coesione e compattezza organizzativa se non come risultato di un’attività (teorica e pratica) che accomuni tutto il Partito, dal centro alla periferia, quindi come risultato di un metodo di lavoro in cui la lotta politica interna sia esclusa in via di principio.
Cit. 170 – Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito (Tesi di Napoli) – 1965
3 – Per quanto riguarda il periodo successivo di vita della nuova Internazionale, forma patrimonio in obliabile della Sinistra comunista la giusta diagnosi teorica e previsione storica di nuovi pericoli opportunistici che si delineavano nel processo di vita dei primi anni della nuova Internazionale. Tale punto va sviluppato, ad evitare teoricismi pesanti, con metodo storico. Le prime manifestazioni denunziate ed opposte dalla Sinistra si verificarono nella tattica a proposito dei rapporti da stabilire con i vecchi partiti socialisti della II Internazionale, da cui i comunisti si erano organizzativamente divisi con le scissioni, e conseguentemente anche in misure errate in materia di struttura organizzativa.
Il III Congresso aveva giustamente constatato che non era sufficiente (già nel 1921 si poteva prevedere che la grande ondata rivoluzionaria seguita alla fine della guerra del 1918 andava raffreddandosi e che il capitalismo avrebbe tentato controffensive sia nel campo economico che in quello politico) avere formato partiti comunisti strettamente impegnati al programma dell’azione violenta, della dittatura proletaria e dello Stato comunista, se una larga parte delle masse proletarie restava accessibile alle influenze dei partiti opportunisti, da tutti noi allora considerati come i peggiori strumenti della controrivoluzione borghese e che avevamo le mani lorde del sangue di Carlo e Rosa. Tuttavia la Sinistra comunista non accettò la formula che fosse condizione dell’azione rivoluzionaria (deprecabile come iniziativa blanquista di piccoli partiti) la conquista della «maggioranza» del proletariato (tra l’altro non si seppe mai se si trattasse del vero proletariato salariato o del «popolo», includente contadini proprietari e microcapitalisti, artigiani ed ogni altro piccolo borghese). Tale formula della maggioranza col suo sapore democratico destava un primo allarme, purtroppo verificato dalla storia, che l’opportunismo potesse rinascere introdotto sotto la solita bandiera dell’omaggio ai concetti mortiferi di democrazia e di conta elettorale.
Dal IV Congresso, fine del 1922, in poi, la previsione pessimista e la vigorosa lotta della Sinistra seguitano a denunciare le tattiche pericolose (fronte unico tra partiti comunisti e socialisti, parola del «governo operaio») e gli errori organizzativi (per i quali si volevano ingrandire i partiti non solo coll’accorrere ad essi di proletari che abbandonassero gli altri partiti a programma azione e struttura socialdemocratica, ma con fusioni che accettassero interi partiti e porzioni di partiti dietro patteggiamenti coi loro stati maggiori, ed anche coll’ammettere come sezioni nazionali del Comintern i pretesi partiti «simpatizzanti», il che era un palese errore in senso federalistico). In una terza direzione, la Sinistra denunzia fin da allora, e sempre più vigorosamente negli anni successivi, il grandeggiare del pericolo opportunista: questo terzo argomento è il metodo di lavoro interno dell’Internazionale, per cui il centro rappresentato dall’Esecutivo di Mosca usa verso i partiti, e sia pure verso parti di partiti che siano incorse in errori politici, metodi non solo di «terrore ideologico», ma soprattutto di pressione organizzativa, il che costituisce una errata applicazione e man mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina senza eccezioni. Tale metodo di lavoro andò inasprendosi dappertutto, ma particolarmente in Italia negli anni successivi al 1923 – in cui la Sinistra, seguita da tutto il partito, dette prova di disciplina esemplare passando le consegne a compagni destri e centristi designati da Mosca – poiché si abusò gravemente dello spettro del «frazionamento» e della costante minaccia di buttare fuori dal partito una corrente accusata artificialmente di preparare una scissione, al solo fine di fare prevalere i pericolosi errori centristi nella politica del partito. Questo terzo punto vitale fu a fondo discusso nei Congressi internazionali ed in Italia, ed è non meno importante della condanna alle tattiche opportunistiche ed alle formule organizzative di tipo federalista.
Nonostante generosi e tempestivi tentativi di salvare l’Internazionale, questa, di lì a pochi anni, diventò totalmente preda del nuovo e più potente opportunismo. L’insegnamento contenuto nelle vicende di allora e confermato da quelle successive è duplice: non vi sono ricette per impedire le crisi ricorrenti del Partito, ma sarebbe delittuoso non far tesoro delle esperienze di quel periodo.
Il mantenimento del corretto metodo di lavoro interno è indispensabile affinché il Partito non degeneri e affinché sia svolta pienamente la funzione di trasmissione delle corrette posizioni rivoluzionarie alla nuove generazioni. È nostra tesi che il Partito non può non risentire dell’ambiente esterno in cui è costretto ad agire, ambiente che oggi è il più sfavorevole e impregnato di opportunismo che sia possibile immaginare. È dunque solo nella coerenza teorica delle sue posizioni che il Partito deve trovare la forza per opporsi all’opportunismo dilagante. Ed è proprio qui che sorge la questione del mantenimento dei principi e della giusta tattica.
La migliore soluzione di questa questione, di importanza capitale per saperci orientare nel nostro lavoro quotidiano, risiede:
a) nell’evitare di rivolgere la lotta che il Partito conduce contro l’opportunismo (che è una lotta dell’intero Partito contro un nemico esterno) contro una parte del Partito stesso, accusata dall’altra parte di «opportunismo». La lotta politica interna è stata bandita per sempre;
b) nella sempre miglior conoscenza delle nostre posizioni e della storia della battaglia del comunismo di sinistra contro le posizioni opportuniste, perché altrimenti il Partito finirebbe per non sapere più riconoscere le stesse posizioni rivoluzionarie.
Soltanto così il Partito potrà acquisire la capacità collettiva di separare sempre più nettamente le posizioni delle svariate forme di opportunismo da quelle autenticamente rivoluzionarie. E tale capacità non consisterà nell’attribuire «posizioni opportuniste» a singoli compagni o parti del partito, ma in quello di riconoscere tempestivamente i pericoli a suo tempo denunciati dalla Sinistra affinché il Partito possa esserne difeso nel migliore dei modi.
Questo risultato è una conquista continua per il Partito e, perché possa essere sempre precisato e confermato, è necessario e vitale chiarire continuamente, attraverso il complesso e connesso lavoro del partito, compresi contatti fisici ed epistolari frequenti fra i compagni, gli scopi della nostra attività e la loro correlazione con i mezzi necessari per conseguirli.
Cit. 171 – Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe – 1948
V- Per evitare quindi che il Partito cada nelle crisi di opportunismo o debba necessariamente reagirvi col frazionismo non esistono regolamenti o ricette. Vi è però l’esperienza della lotta proletaria di tanti decenni che ci permette di individuare talune condizioni, la cui ricerca, la cui difesa, la cui realizzazione devono essere instancabile compito del nostro movimento. Ne indicheremo a conclusione le principali:
1) Il partito deve difendere ed affermare la massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista quale si è venuta svolgendo nelle sue successive applicazioni agli sviluppi della storia, e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici.
2) Il partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l’integrale contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politiche, e soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista con la forza armata, del suo esercizio con la dittatura.
Le dittature che degenerano nel privilegio di una ristretta cerchia di burocrati e di pretoriani sono state sempre precedute da proclamazioni ideologiche ipocritamente mascherate sotto formule di natura popolaresca a sfondo ora democratico ora nazionale, e dalla pretesa di avere dietro di sé la totalità delle masse popolari, mentre il partito rivoluzionario non esita a dichiarare l’intenzione di aggredire lo stato e le sue istituzioni e di tendere la classe vinta sotto il peso dispotico della dittatura anche quando ammette che solo una minoranza avanzata della classe oppressa è giunta al punto di comprendere queste esigenze di lotta.
«I comunisti – dice il Manifesto – disdegnano di nascondere i loro scopi». Coloro che vantano di raggiungerli tenendoli abilmente coperti sono soltanto i rinnegatori del comunismo.
3) Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti.
4) Il partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta. I comunisti rivendicano l’iniziativa dell’assalto a tutto un mondo di ordinamenti e di tradizioni, sanno di costituire essi un pericolo per tutti i privilegiati, e chiamano le masse alla lotta per l’offensiva e non per la difensiva contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi, conquistati nel mondo capitalistico. I comunisti non danno in affitto e prestito il loro partito per correre ai ripari nella difesa d cause non loro e di obiettivi non proletari come la libertà, la patria, la democrazia ed altre simili menzogne.
«I proletari sanno di non aver da perdere nella lotta altro che le loro catene».
5) I comunisti rinunciano a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa di accelerare il cristallizzarsi dell’adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario.
Questi espedienti sono il compromesso politico, l’alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie forme circa lo Stato usate come surrogato della dittatura proletaria – governo operaio e contadino, governo popolare, democrazia progressiva.
I comunisti ravvisano storicamente una delle principali condizioni del dissolversi del movimento proletario e del regime comunista sovietico proprio nell’impiego di questi mezzi tattici, e considerano coloro che deplorano la lue opportunista del movimento staliniano e nello stesso tempo propugnano quell’armamentario tattico come nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi.
Il Partito infatti non considera la tattica alla stessa tregua della politica borghese, cioè come se consistesse in un insieme di intrighi ed accorgimenti di carattere parlamentare e diplomatico. La necessità storica della Rivoluzione Comunista non è qualcosa che abbiamo cavato fuori dalla nostra testa e che vogliamo imporre con giochi di astuzia ad un mondo riluttante; è la necessità stessa della evoluzione storica. Al Partito, come fattore di volontà e di coscienza, spetta un ruolo determinante, quello della direzione della classe che sarà costretta a lottare per il potere da condizioni materiali ben precise. E tale ruolo fondamentale il Partito sarà in grado di svolgerlo nella misura in cui si scaglierà deciso e compatto contro tutti gli altri partiti che cercheranno con ogni mezzo di impedire la Rivoluzione.
Per poter svolgere una tale funzione serve un centralismo, ma non quale che sia, è necessario che il funzionamento del Partito sia organicamente collegato alle sue funzioni, intorno alle quali si centralizza. È decisivo che il Partito possa fare oggi questa esperienza perché dovrà costituire la caratteristica peculiare del Partito che materialmente guiderà la Rivoluzione. Se ha senso tutta la nostra opera per reimpostare nella classe operaia la teoria e l’azione rivoluzionaria, lo ha maggiormente realizzare questo criterio di funzionamento e di metodo di lavoro, poiché senza la decisiva esperienza del piccolo organismo quale siano noi oggi, ben difficilmente è prevedibile l’improvvisa apparizione di un Partito di centinaia di migliaia di membri caratterizzato da questi principi organizzativi, come in ogni caso dovrà essere il Partito che guiderà la Rivoluzione.
6. Le lezioni delle controrivoluzioni
Gli avvenimenti storici del periodo 1919-1926 non segnano soltanto la sconfitta del movimento rivoluzionario, ma anche la rinascita del Partito dalle ceneri della Terza Internazionale. Si tratta di avvenimenti le cui cause più profonde non vanno ricercate né nei tradimenti né nella fedeltà alla Rivoluzione di uomini geniali e illustri, ma nelle oggettive determinazioni storiche. Come oggettive furono le cause della sconfitta delle forze rivoluzionarie in quanto in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e l’incertezza e la mutevolezza di atteggiamento dei partiti comunisti europei e della stessa Internazionale furono effetto e non causa della deflessione della curva del potenziale di classe, altrettanto oggettive furono le cause che determinarono la lotta della Sinistra contro lo stalinismo. Fu in tale lotta che si selezionarono, per determinazioni storiche e non certo per virtù di singoli, le posizioni che da allora formano l’ossatura fondamentale del Partito destinato a guidare la prossima ondata rivoluzionaria contro i poteri capitalistici; ed è perciò che a quella lotta e a quelle posizioni rinviamo continuamente tutte le tesi del Partito, perché è lì che è possibile trovare la risposta ad ogni questione, al di fuori del politicantismo personale, in collegamento con tutta la tradizione rivoluzionaria.
Solo la Sinistra ha mantenuto intatta la teoria e solo in essa si è cristallizzata la premessa della ripresa del movimento rivoluzionario, ma tutto ciò è inseparabile dal fatto che solo la Sinistra denunciò sin dal loro nascere le prime deviazioni tattiche come primi sintomi di un nuovo opportunismo che poi si manifestò completamente. La conclusione che il Partito ha tratto è che ogni tattica «elastica e manovrata» non può non avere un risultato disastroso e fallimentare per la Rivoluzione.
La Sinistra fu la prima ad avvertire che dal momento che lo Stato russo cominciò a deviare sottomettendo a sé il PCUS e la stessa Internazionale si sarebbe aperta una divaricazione sempre più netta tra gli interessi del proletariato mondiale e quelli dello Stato russo. Rimase sola a sostenere che in tal modo si sarebbe aperto un processo controrivoluzionario ed è rimasta sola ad intendere come il partito formale dovesse rinascere ex-novo per tornare ad essere aderente la partito storico, contro altre scuole che sostenevano e sostengono la possibilità di bloccare dall’interno la degenerazione di un Partito e di uno Stato comunque «operai».
Perciò la trasmissione di questa tradizione incorrotta al di sopra delle degenerazioni non può farsi che utilizzando nel modo più fedele possibile gli insegnamenti della battaglia di classe condotta dalla Sinistra negli anni successivi al 1919 e che fu spezzata soprattutto dal vincolo di dipendenza da un centro che degenerava. Attraverso un continuo riferimento alle vicende che inficiarono la Terza Internazionale e alle posizioni critiche che la Sinistra sostenne per scongiurare il pericolo di un nuovo opportunismo si devono trarre degli insegnamenti che dobbiamo ritenere addirittura «sacri», non tanto perché pretendiamo di aver scoperto in essi ricette per il successo, ma perché costituiscono «moniti severi» per difenderci dai pericoli e dalle debolezze in cui tante volte sono cadute le forze rivoluzionarie e nelle quali ogni organismo è suscettibile di ricadere. Il Partito deve conservare intatti questi insegnamenti fondamentali e mantenere come suo patrimonio in obliabile la giusta diagnosi teorica e previsione storica fatta dalla Sinistra di nuovi pericoli opportunistici come si delinearono nei primi anni di vita della nuova Internazionale. In tale patrimonio è di fondamentale importanza l’evidente tesi marxista affermata dalla Sinistra in tutte le polemiche contro la degenerazione di Mosca che il Partito è al tempo stesso fattore e prodotto dello svolgimento storico e che quindi non è circondato da invalicabili mura, ma risente degli effetti della sua stessa azione svolta verso l’esterno.
Il baratro in cui caddero in pochi anni il Partito Comunista russo e la stessa Internazionale, che pure avevano guidato la gloriosa Rivoluzione d’Ottobre e avevano fatto tremare di paura la borghesia mondiale, fu talmente profondo che la stessa possibilità di mantenere anche un esile filo organizzativo che trasmettesse le corrette posizioni e la corretta tradizione rivoluzionaria fu affidata ad un esiguo numero di militanti. Nonostante ciò il senso storico della rinascita del Partito e del mantenimento di legami organizzativi di Partito in tutto il periodo estremamente sfavorevole alla Rivoluzione apertosi con la vittoria dello stalinismo è sempre stato quello della preparazione del vero Partito per il periodo storico in cui il proletariato ritornerà all’avanguardia della storia, nella convinzione assoluta che anche il prossimo assalto rivoluzionario andrebbe sicuramente sconfitto se mancasse ancora l’organo indispensabile alla Rivoluzione, il Partito. Un tale Partito non può essere improvvisato, né può nascere sotto la spinta di suggestioni e movimenti spontanei, ma può essere solo il risultato di una lunga e difficile opera che mantenga intatto il legame che unisce l’incorrotta teoria all’azione rivoluzionaria. Questo formidabile respiro storico e la profonda consapevolezza della preparazione dell’effettivo ed efficiente organo della Rivoluzione devono essere sempre presenti nel Partito, anche se la distanza dall’epoca rivoluzionaria è abissale.
Nelle Tesi di Lione, che traggono il bilancio della lotta contro lo stalinismo, nonostante il risultato estremamente negativo ai fini degli effetti immediati di tale lotta, vengono posti i cardini di come deve intendersi l’attività del Partito in tutti i tempi e in tutte le situazioni e tali cardini devono essere considerati sacri insegnamenti non solo per il Partito di oggi, ma anche per quello di domani, proprio perché derivano da quelle cause che allora giocarono a favore della controrivoluzione, ma che nelle condizioni storiche future potranno giocare a favore della Rivoluzione. Da questi sacri insegnamenti abbiamo appreso che in tutti i tempi e in tutte le situazioni l’attività del Partito non deve mai limitarsi alla conservazione della purezza dei principi teorici e della compagine organizzativa, né alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati. Essa deve conglobare sempre la difesa dei postulati programmatici fondamentali, anche quando cosiddetti nuovi fatti pretendessero smentirne alcuno; l’assicurazione della continuità dell’organizzazione, della sua efficienza e della sua difesa contro esigenze estranee all’interesse della Rivoluzione; la partecipazione attiva ad ogni lotta proletaria suscitata anche da interessi parziali e limitati, incoraggiandone sempre lo sviluppo, ma mettendo sempre in primissimo piano il raccordo di ogni lotta con gli scopi finali rivoluzionari, mai presentando le eventuali conquiste ottenute con il metodo della lotta di classe come posizioni di arrivo ma ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire. Scopo supremo di tutta questa attività è quella di preparare le condizioni soggettive che consentano al proletariato di approfittare delle possibilità oggettive che presenterà la storia in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.
È mantenendosi aderente a questa complessa visione dell’attività del Partito che è possibile conservare il Partito stesso sulla giusta via rivoluzionaria, al di fuori di ogni attivismo spaccone e inconcludente che pretende di allevare con la propria volontà le condizioni oggettive della Rivoluzione, non capendo che queste sono un prodotto della storia e dunque scambiando questa con la propria volontà; e ugualmente al di fuori di ogni spontaneismo che svaluta ogni attività di preparazione soggettiva del Partito pretendendo che la chiarezza e l’efficienza dell’indirizzo del Partito siano un prodotto dell’azione delle masse e non qualità del Partito e che il Partito deve saper acquisire prima della esplosione della Rivoluzione, pena la disfatta della Rivoluzione stessa.
7. Nesso Principi – Programma – Tattica
La degenerazione del movimento comunista degli anni ’20 ha confermato in maniera decisiva che l’unico modo di impostare con fedeltà ai principi rivoluzionari il problema della tattica è quello sostenuto dalla Sinistra fin dai primi anni di vita della Terza Internazionale: vi è una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche e quindi lo studio della situazione deve essere inteso solo come elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici. Il Partito nella sua coscienza ed esperienza critica deve aver preveduto lo svolgimento delle situazioni e quindi delimitato le possibilità tattiche ad esse corrispondenti, mentre il metodo opposto dell’attesa delle situazioni per subirne gli effetti e le suggestioni è tipico metodo opportunista. Il sistema delle norme tattiche deve dunque essere edificato con lo specifico scopo di stabilire secondo quali condizioni l’intervento del Patito e la sua attività si coordinano allo scopo finale rivoluzionario. È una necessità pratica e di organizzazione e non il desiderio di teorizzare e schematizzare la complessità dei movimenti sociali quella che impone al Partito di stabilire i termini e i limiti della propria azione. Al contrario è ai sopravvalutatori del movimento e ai negatori della funzione primaria del Partito che tale metodo appare restrittivo delle sue possibilità di azione, che è invece l’unico che possa assicurare la organica unità del Partito stesso e quindi la condizione fondamentale della vittoria della Rivoluzione.
Perciò è necessario che il sistema delle norme tattiche debba essere fatto proprio da tutto il Partito e debba essere vincolante per tutti. A tal fine deve essere oggetto di studio e applicazione, nella misura del possibile, affinché tutto il Partito sia pronto ad impugnarlo quando le condizioni storiche previste si presenteranno. Non può tuttavia essere teorizzata la tesi che il Partito ricerca «in libertà di critica» il proprio piano tattico, perché per questa via molto più insinuante si ritornerebbe alla teorizzazione dell’attesa delle situazioni per subirne il condizionamento, in altre parole alla libertà di tattica. Dal processo della giusta teoria e della giusta valutazione della fase storica, senza le quali il Partito stesso non esisterebbe, si deve trarre anche la giusta tattica, che, permeando tutta l’organizzazione, assicuri anche organicità e compattezza del Partito.
Non abbiamo mai sostenuto che il Partito, in quanto organo cosciente, sia libero di trarre implicazione tattica dai suoi principi, né abbiamo mai ricercato la garanzia della coordinazione dei mezzi agli scopi rivoluzionari nella natura rivoluzionaria del Partito e nel contributo portato da uomini insigni e ben dotati di preparazione marxista, in quanto tutto ciò prescinde dalla ripercussione che sul Partito hanno i mezzi stessi della sua azione. Dalla lotta storica della Sinistra contro lo stalinismo emergente e con il bilancio di questa lotta abbiamo invece concluso che solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi la false strade con norme di azione precise e rispettate, il Partito si garantisce contro le degenerazioni, mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative. Dunque la nostra avversione verso il metodo della libertà di tattica conduce alla negazione di tale libertà anche per lo stesso Partito, nel senso che il Partito stesso non può applicare tattiche impreviste e che non abbiano permeato del loro significato e della loro correlazione con lo scopo finale rivoluzionario l’intera organizzazione. L’elemento volontario nel Partito consiste nella possibilità di decidere nel momento di maggior efficacia della forze rivoluzionarie l’applicazione del proprio piano tattico e sta qui la sua supremazia nei confronti del nemico, in quanto nessun altro organismo ha la possibilità di conoscere gli effetti della propria azione sullo sviluppo della situazione. Ecco perché, per poter esplicare la sua potenza rivoluzionaria, il Partito deve essere pronto all’azione ben prima che gli avvenimenti storici previsti si verifichino ed ecco l’importanza della preparazione a tali compiti, anche se si svolge in epoche grigie e buie come l’attuale, in cui è facile perdere il significato e l’importanza ai fini della vittoria della Rivoluzione dell’attività svolta.
Non si tratta oggi di elaborare alcunché di nuovo, perché nella tradizione del Partito, nei testi e nelle tesi ogni elemento del nostro piano tattico è ampiamente previsto e precisato. Si tratta dunque di impostare il lavoro del Partito in modo che tutta l’organizzazione possa acquisire con il maggior grado di completezza possibile e praticare nella propaganda e nella lotta sociale gli elementi della tattica, in ogni campo dell’azione del Partito. Potrebbe sembrare un compito di poco conto, ma è così importante che senza un suo adeguato svolgimento oggi diventerebbe impossibile la vittoria della Rivoluzione domani, perché il Partito non può essere improvvisato durante l’esplosione delle epoche rivoluzionarie. Le direttive generali della tattica che il Partito applicherà in tutti i paesi devono far tesoro della esperienze pratiche delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dalla Sinistra contro i revisionismi della Seconda Internazionale e contro la deviazione progressiva della Terza, dalle quali si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione pratica e la solidità organizzativa del Partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunisti. Da ciò deriva la nozione basilare, sulla quale si fonda il piano tattico complessivo del Partito, che la nostra prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze e i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione comuni a più partiti. Questa nozione basilare in campo tattico ha un valore essenzialmente storico, cioè non può essere messa in discussione con valutazioni contingenti, e contraddistingue il Partito esattamente come lo contraddistingue l’originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica, che non è caratterizzato dal ritorno alle forme demoliberali del periodo prefascista, ma è sempre più incardinato su mostruose e totalitarie unità statali, spietata espressione della concentrazione economica.
8. Contro la lotta politica nel Partito
Un altro sacro insegnamento che ci deriva dalla lotta della Sinistra contro lo stalinismo negli anni ’20 è che la preparazione del Partito allo svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari deve avvenire attraverso un metodo di lavoro interno dal quale è escluso per principio il criterio della lotta politica. Il Partito, infatti, è caratterizzato, oltre da inconfondibili principi teorici e programmatici, da precisi confini tattici e organizzativi, per cui, con la cancellazione di questi confini, verrebbe cancellato lo stesso Partito. Si tratta quindi di un’altra nozione basilare: il Partito è in lotta continua contro un nemico esterno che non può pretendere di sconfiggere attraverso il metodo della convinzione della giustezza dei nostri principi rivoluzionari, perché la soluzione del problema della Rivoluzione è solo affidata ad una questione di forza. Ma lo stesso metodo non può essere impiegato nel lavoro interno di preparazione allo svolgimento dei compiti rivoluzionari, perché deve essere finalizzato non alla distruzione di un nemico ma alla acquisizione collettiva delle giuste posizioni. In questo lavoro è mortale non solo il metodo della lotta politica, ma anche quello della pressione organizzativa: ne costituiscono una prova più che sufficiente i metodi usati dall’Esecutivo di Mosca negli anni ’20 verso Partiti che pure incorsero in gravi errori politici, ma verso cui furono adottati metodi di «terrore ideologico» e di «pressione organizzativa» che costituiscono un’errata applicazione e a mano a mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina. Questo metodo fu usato dall’Esecutivo di Mosca verso i Partiti dell’Internazionale, ma particolarmente verso il Partito italiano negli anni successivi al 1923, abusando gravemente dello spettro del frazionismo e della costante minaccia di espellere dal Partito la corrente di Sinistra accusata artificialmente di preparare la scissione, e tutto ciò al solo scopo di far prevalere nella politica dell’Internazionale i pericolosi errori centristi.
Dal disastroso e fallimentare bilancio di questo metodo abbiamo dedotto che quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria non può ottenersi che con il Partito di classe e la sua dittatura e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del Partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe, forse per la scienza borghese, ma non per Marx e per noi, la conclusione da trarne è che la vittoria sarà necessario avere un Partito che meriti al tempo stesso la qualifica di Partito storico e di Partito formale, ossia che sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente tra partito storico, dunque quanto al contenuto, e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
9. Conclusioni
L’esperienza storica ed in particolare le vicende relative alla degenerazione della Terza Internazionale ci hanno insegnato che è grave errore considerare il Partito come un risultato acquisito una volta per tutte, perché ogni organismo può degenerare. Il veicolo attraverso il quale passò la degenerazione della Terza Internazionale fu l’insufficiente coerenza della tattica con le direttive programmatiche e da allora è attraverso questo veicolo che può passare ancora la degenerazione del Partito. Si tratta di un veicolo molto più subdolo e difficile da individuare di quello che rinnega apertamente i principi, in quanto si può benissimo conciliare con il loro formale ossequio. Per questo è indispensabile segnalare con coraggio i pericoli che la Sinistra avvertì e denunziò contro la degenerazione di Mosca per impedire con tempestività che gli stessi pericoli che portarono alla degenerazione della Terza Internazionale possano ancora giocare lo stesso nefasto ruolo. Infatti le garanzie contro l’opportunismo non possono consistere solo nel passato, ma devono essere in ogni momento della vita del Partito presenti e attuali. Del resto non esistono gravi inconvenienti in una esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista perché, dato anche che sia il prodotto della elucubrazione di singoli militanti e non l’effettivo riflesso di qualcosa che non va, è certo che non avrà modo di indebolire minimamente il Partito, mentre, al contrario, il pericolo per il Partito è gravissimo se la malattia grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare l’allarme. Anche queste sono lezioni indimenticabili che ci derivano dalla lotta della Sinistra negli anni ’20 e che ci fanno concludere come allora che la critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quello che nuoce l’errore senza la critica. Non si tratta certo di affermare l’apologia della libertà di pensiero e di critica nel Partito come diritto di ogni individuo, ma di stabilire il modo fisiologico di funzionare e di lavorare di un partito rivoluzionario.
Contro la Sinistra si polemizzava in questo modo: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, ma poiché l’Internazionale non può sbagliare è la Sinistra ad avere torto. La Sinistra invece non pretendeva da nessuno il riconoscimento delle sue ragioni, ma richiedeva che la questione fosse messa in ben altri termini: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, per le seguenti ragioni inerenti al problema sollevato dimostriamo invece che la Sinistra stessa sbaglia per cui ciò prova che l’Internazionale non ha commesso errori. Si accusava la Sinistra anche di sospettare continuamente di opportunismo i dirigenti dell’Internazionale, il che non faceva deflettere la Sinistra dalla denuncia dei pericolosi errori e vanamente la Sinistra si aspettò non il solito urlo: ecco che diffida l’Internazionale di opportunismo e merita senz’altro il ’crucifige’, ma la dimostrazione seria delle garanzie che possano valere a separare la pratica dell’opportunismo dall’azione rivoluzionaria.
Nonostante i generosi tentativi della Sinistra di salvare l’Internazionale dal nuovo e più fetente opportunismo, questo di li a pochi anni fu addirittura trionfante. Per cui la conclusione che abbiamo tratto è che non esistono regolamenti e ricette per evitare che il Partito cada nelle crisi di opportunismo. Vi è però l’esperienza della lotta della Sinistra che ci permette di individuare alcune condizioni di vita organica del Partito, la cui realizzazione deve essere nostro instancabile compito:
1) Escludiamo che l’attività del Partito possa portare alla costituzione di frazioni che si contendono la direzione del Partito. Così come escludiamo che alla periferia si formino delle frazioni per la “conquista” del centro del Partito, così escludiamo che il Centro concepisca la sua funzione escluSivamente finalizzata al “mantenimento” della direzione del Partito.
Essendo assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il Partito sia misteriosamente assicurato contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, si deve ammettere l’eventualità della formazione di frazioni per la preservazione del Partito da gravi pericoli e per la difesa della sua integrità programmatica, il che potrebbe perfino portare a scissioni, non per il bambinesco motivo di mancanza di energia repressiva da parte del centro, ma nella dannata ipotesi del fallimento del Partito e del suo asservimento ad influenze controrivoluzionarie. Dunque la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale. “V’è nella storia un solo esempio di un compagno che abbia organizzato una frazione per divertirsi? “, domandava la Sinistra accusata di frazionismo al VI E. A. dell’Internazionale. “No – rispondeva – un caso simile non è mai avvenuto e, per poter dire che si tratta di una manovra borghese per infiltrarsi nel Partito, bisogna averne le prove. L’esperienza prova al contrario che l’opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell’unità “. La genesi di una frazione indica che c’è nel Partito qualcosa che non va e per rimediare al male non c’è altro modo che risalire alle cause che l’hanno prodotto e queste cause risiedono sempre in errori ideologici e politici del Partito. Dunque anche la prevenzione e la cura della malattia che si presenta con i sintomi del frazionismo si risolvono nello scolpimento e nella precisazione delle corrette posizioni di principio e di tattica.
2) Per le stesse ragioni per cui non vediamo nelle frazioni in quanto tali il male in sé da combattere sempre e comunque, non consideriamo il bene in sé nell’unitarismo ad ogni costo. Il mantenimento dell’unità del Partito è certamente un bene da salvaguardare, e bisogna temere come la perdita della vista la perdita anche minima delle nostre esili forze, ma ciò è inseparabile dal mantenimento delle corrette posizioni in tutti i campi, perché il pericolo dell’influenzamento borghese sul Partito di classe si presenta storicamente come un’accorta penetrazione sventolante una demagogia unitaria ed operante come una dittatura dall’alto.
3) Il lavoro di tutto il Partito deve essere finalizzato ad ottenere un organismo omogeneo, e senza aggruppamenti diversi nel suo seno. Si tratta di un fine per il quale tutto il Partito è tenuto a lavorare e che è ottenibile alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche e organizzative siano poste e risolte correttamente. Perciò sarebbe errato adottare la formula della obbedienza assoluta nella esecuzione degli ordini venuti dall’alto per quanto riguarda i rapporti interni di Partito tra il centro dirigente e la periferia. Infatti gli ordini emanati dal centro non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Quindi non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori ’”quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che possono compromettere la solidità organizzativa. La questione della disciplina e dei rapporti interni tra periferia e centro consiste dunque in un tracciamento del compito degli organi dirigenti, cosa che deve essere fatta da tutto il Partito, non certamente nel senso democratico del mandato che la periferia conferisce al centro, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.
Il mantenimento del corretto metodo di lavoro interno è tuttavia inseparabile dalla maniera con la quale il Partito agisce verso l’esterno. Gli stessi rapporti interni quindi sarebbero destinati a degenerare se il Partito deviasse anche solo parzialmente dai suoi compiti, di cui riassumiamo i principali:
1) Il Partito deve difendere ed affermare la sua massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici.
2) Il Partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l’integrale contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politiche e soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista con la forza armata, del suo esercizio con la dittatura.
3) Il Partito deve adottare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o, peggio ancora, di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti.
4) Il Partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta, rivendica l’iniziativa dell’assalto a tutto un mondo di ordinamenti e di tradizioni e chiama le masse alla lotta per l’offensiva e non per la difesa contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi conquistati nel mondo capitalistico.
5) Il Partito rinuncia a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa accelerare il cristallizzarsi della adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario. Questi espedienti sono il compromesso politico, la alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie formule circa lo Stato usate come surrogato di dittatura proletaria. Ravvisa storicamente una delle principali condizioni del dissolversi del movimento proletario proprio nell’impiego di questi mezzi tattici e considera nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi coloro che, pur deplorando la lue opportunista del movimento staliniano, nello stesso tempo propugnano quell’armamentario tattico.