Partito Comunista Internazionale

La tattica del Partito Comunista in Germania

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Il punto principale dell’ordine del giorno del Congresso del V.K.P.D. ( Partito Comunista Unificato di Germania ) convocato il 22 agosto a Jena, sarà la discussione sulla tattica. Questa discussione si baserà sulle lezioni dell’insurrezione di marzo, discussa ed analizzata dal terzo Congresso dell’Internazionale Comunista.

I problemi tattici rilevati dall’azione di marzo non riguardano soltanto il movimento comunista di Germania, ma anche quello di tutti gli altri paesi capitalisti. Non si tratta quindi del rimprovero insensato di Paolo Levi, che ha tacciato l’azione di marzo di esser impregnata di spirito ” putschista e bakounista”, rimprovero la cui follia è chiaramente dimostrata dagli avvenimenti la critica profonda e seria, avrà altre obiezioni da fare: sul contatto con le masse appartenenti ad altri partiti proletari, sulle parole d’ordine conformi alla situazione, sulla fermezza e solidità dell’avanguardia comunista della classe operaia, e infine, sul problema dell’offensiva rivoluzionaria.

Le origini dell’insurrezione di marzo

L’imperialismo tedesco attraversava una crisi più acuta di tutte le precedenti: il dottor Simons, allora ministro degli Esteri della Germania, aveva rifiutato di acconsentire ai pagamenti chiesti a Londra dagli Alleati; le sanzioni erano entrate in vigore. La vita economica della Germania, rovinata dalla guerra disastrosa, era minacciata dalle rappresaglie dell’Intesa di un indebolimento ancora più accentuato, d’una sconfitta ancora più rapida e più dolorosa.

Inutile dire che la rovina sempre più accentuata della Germania determinava una situazione sempre più disastrosa della classe lavoratrice, di cui parti sempre più grandi si vedevano ridotte alla miseria, alla disoccupazione, alla fame.

Lo stato capitalista tedesco si trovava in una situazione senza uscita; ma la borghesia tedesca, curandosi poco dell’agonia della propria organizzazione politica, si preoccupava di realizzare dei profitti. Essa aveva raccolto durante la guerra i frutti delle vittorie che il proletariato aveva dovuto pagare col sangue, ora essa si preparava a raccogliere i frutti della disfatta. Anche le sanzioni tornavano a profitto dei capitalisti tedeschi e fu di nuovo la classe lavoratrice che doveva pagarle. L’applicazione delle sanzioni, conseguenza del rifiuto del capitalismo tedesco a pagare le riparazioni pretese dagli Alleati, dove era, distruggendo completamente la vita economica della Germania, spingere i proletari tedeschi alla rivolta. E nel caso in cui la Germania avesse consentito a pagare le somme enormi domandate a Londra, la borghesia avrebbe dovuto, per non mancare ai propri impegni, sottomettere gli operai ad uno sfruttamento triplicato e quadruplicato. In un caso come nell’altro la situazione era senza uscita, la crisi insolubile del capitalismo tedesco si accentuava, creando una situazione in cui le masse lavoratrici sarebbero state costrette ad usare la violenza per salvare la loro vita.

Nonostante le dolci minacce ed i gentili inviti che il governo dell’Impero indirizzava al governo bavarese, questi rifiutava di disarmare le bande controrivoluzionarie, il Selbstschutz, Einwohnerweren, Orgesch e gli Heimwehren, sotto la protezione delle quali si erano rifugiati tutti i criminali kappisti dall’Impero. La resistenza del governo bavarese sulla questione del disarmo non aveva solamente per effetto di provocare un malcontento crescente nelle masse proletarie; essa indigno anche governi alleati che rafforzarono la pressione delle sanzioni; e con ciò, il rifiuto di Kahr determinò un aumento della disoccupazione e della fame del proletariato tedesco. 

La situazione nell’Alta Slesia era grave: dalle due parti i preparativi di guerra si facevano apertamente e senza molestie. Per impedire una guerra fra la Germania e la Polonia e per conseguenza fra la Germania e gli Alleati, il proletariato tedesco doveva prepararsi alle lotte che erano da prevedersi e fare entrare nella testa dei proletari la coscienza chiara e precisa della situazione; che non poteva divenire soggettivamente rivoluzionaria che guadagnando le masse.

Il Partito Comunista Unificato di Germania non era più la setta di prima della scissione di Halle. Abbracciando delle masse considerevoli esso esercitava una forte influenza al di là dei suoi effettivi, sui membri dei partiti maggioritario ed indipendente e sulle masse sindacate.

L’Unione spartachiana, il vecchio partito comunista, aveva dovuto limitarsi per il numero ristretto dei suoi effettivi, a propagare principi del comunismo ed a stimolare i due partiti socialisti ad intraprendere delle azioni. Ma dopo il Congresso di Halle, il partito della rivoluzione proletaria era divenuto abbastanza forte per poter condurre delle azioni senza l’appoggio ed anche contro la volontà dei pontefici menscevichi e dei burocrati sindacali. In gennaio, il Comitato direttivo del V.K.P.D. aveva indirizzato ai partiti socialisti ed alla C.G.T. una Lettera aperta in cui vi si indicava ad intraprendere un’azione comune sulla base di dieci rivendicazioni, la cui realizzazione era possibile nello Stato capitalista.

Una lotta comune, anche per dei fini immediati e non per lo scopo finale, avrebbe raddrizzato il proletariato, riacceso lo spirito di combattività delle masse lavoratrici. I leaders riformisti della C.G.T. e dei partiti menscevichi rifiutarono di formare il fronte unico dei lavoratori preconizzato dal V.K.P.D. I lavoratori non comunisti, invece, s’erano pronunciati in favore della lettera aperta.

In una prossima azione, il V.K.P.D. poteva dunque contare sull’appoggio, malgrado l’opposizione dei socialtraditori e dei socialpacifisti.

In una tale situazione, il Partito Comunista Unificato di Germania doveva prepararsi alla lotta. Bisognava aspettarsi che le circostanze obiettive, divenendo sempre più rivoluzionarie, si riflettessero nello spirito delle masse, creando in tal modo la situazione in cui, come dice Carlo Marx, ” nessun ritorno e più possibile e le circostanze stesse gridano: Hic Rodus, hic salta!”. Il Partito aveva dovere di affrettare con tutte le sue forze il risveglio delle masse e poiché esso in tal senso lavorava, gli era necessario essere preparato.

La borghesia tedesca non ignorava affatto che dalla rovina del suo imperialismo sorgeva il risveglio del proletariato rivoluzionario. Più la situazione si aggravava per il capitalismo, più cresceva il pericolo della rivoluzione.

Infine, le sanzioni, avevano posto il governo dell’Impero in una posizione in cui esso non poteva restare passivo di fronte alla minaccia del bolscevismo. Se, sotto la pressione delle sanzioni, il capitalismo tedesco si decideva ad effettuare le riparazioni ed i pagamenti domandati, essa non poteva effettuarli che con uno più intenso sfruttamento del proletariato tedesco, garantito da un’energica azione contro il Partito Comunista, solo rappresentante risoluto ed intrepido degli interessi delle masse lavoratrici. Se, al contrario, la Germania persisteva nel suo rifiuto e le sanzioni non fossero tolte, la crescente crisi economica rendeva tali misure ancora più necessarie.

Alla disoccupazione incominciava già a prendere proporzioni inquietanti della decisione del gabinetto di non rimborsare agli intraprenditori il 50% di cui le loro esportazioni sarebbero state gravate ( per causa delle sanzioni ) faceva prevedere una crisi industriale accentuata, una disoccupazione sempre più vasta, dei movimenti insurrezionali, e nel complesso, una recrudescenza del movimento comunista.

La borghesia tedesca sapeva che la situazione diveniva sempre più grave, essa vedeva crescere la potenza del bolscevismo nell’interno del paese. Bisognava provocare comunisti prima che il grosso delle masse avesse compreso l’importanza della lotta, prima che il V.K.P.D. avesse spinto alla rivolta il proletariato nella sua immensa maggioranza, prima che fosse troppo tardi, bisognava provocare ad ogni costo, ed il ministro socialdemocratico Severing, assecondato dal suo compare Hoersing, provocò…

L’insurrezione nella Germania centrale

La Germania centrale costituisce, dopo il bacino della Ruhr, il centro industriale più importante dell’Impero. Centinaia di proletari vi si ammassano, impiegati nelle miniere, nell’industria chimica, nelle officine elettriche e nella metallurgia. I lavoratori di questa regione avevano sempre formato l’ala sinistra del Partito Indipendente, e dopo la scissione di Halle, avevano aderito al Partito Comunista. Un forte spirito di lotta animava questa gente sfruttata da un padronato, che realizzava dei benefici particolarmente elevati. E’ qui che la crisi economica, causata dalle sanzioni, doveva secondo ogni previsione, eccitare la resistenza più ferma e più energica contro il regime dell’imperialismo rovinato; è qui che la borghesia tedesca si aspettava i primi conflitti ed i primi torbidi. 

Ora, Hoersing inviò dei distaccamenti di polizia nella regione industriale della Germania centrale, sotto il pretesto che, per i forti divenuti frequenti negli ultimi mesi, erano necessarie queste misure. In realtà questo pretesto non serviva che a mascherare l’angoscia dei governanti, che volevano premunirsi in anticipo contro ogni tentativo del proletariato di sottrarsi al duplice sfruttamento dell’imperialismo dei vinti e dei vincitori. I socialisti maggioritari Hoersing e Severing s’erano incaricati di consegnare i lavoratori della Germania centrale, mani e piedi legati, Halle cupidigie dei profittatori della pace, tedeschi ed alleati. 

La classe lavoratrice tedesca doveva parare questo colpo. Ma non c’era che il V.K.P.D. ed il K.A.P.D. che riconoscevano chiaramente il senso dell’aggressione di Hoersing e che concepivano la necessità di entrare in azione per difendere la libertà d’agire dei proletari della Germania centrale. I capi socialpatrioti si smascherarono sostenendo apertamente il loro compari governativi, gli aggressori degli operai. I leaders indipendenti, divenuti da lungo tempo i docili subordinati dei noskisti, si schierarono egualmente dalla parte della borghesia.

Spettava dunque al V.K.P.D. di trascinare le masse non comuniste nella lotta, di sopra e contro la volontà dei leaders socialriformisti e socialpacifisti. Era necessario formulare delle parole d’ordine nette e coincise; comprensibile a tutti proletari, parole d’ordine basate sui bisogni immediati delle masse e sulle preoccupazioni che quotidianamente tormentano gli sfruttati. Il partito aveva il compito di mostrare i lavoratori in quale era il vero aggressione, di smascherare la controrivoluzione che si nascondeva dietro ” l’azione poliziesca ” del socialdemocratico Hoersing. Bisognava non perdere contatto con le organizzazioni del partito, allo scopo di manovrare con fermamente secondo le necessità della situazione e di vita nella confusione e di disordine nella ritirata delle unità proletarie.

La situazione esigeva che il V.K.P.D., pur sostenendo e dirigendo con energia lo sciopero locale nella Germania centrale, mettesse, con un’intensa propaganda basata su dei fatti, gli avvenimenti della Germania centrale alla portata delle masse dell’intero Interno, e lo rafforzasse così gradualmente l’azione fino al pieno sviluppo di tutte le energie proletarie. Ciò che era più importante, era di conservare in ogni circostanza in sangue freddo necessario per non lasciarsi trascinare in imprese, la cui ampiezza sorpassava per il momento, data la situazione, gli scopi accessibili.

Il Comitato direttivo, pertanto, non era all’altezza della situazione; essa non riuscì a dirigere l’azione secondo i punti di vista indicati. La colpa non spettava sempre ai compagni dirigenti, che dovevano lottare contro le conseguenze fatali di un’azione prematura, scatenata dall’astuzia dei reazionari in un momento ad essi propizio.

Dell’aggressione di Hoersing sorprese il V.K.P.D. in piena preparazione del possente movimento proletario che la crisi dell’imperialismo tedesco faceva prevedere per un tempo non troppo lontano. Le conseguenze della pressione degli alleati non erano ancora abbastanza sensibili per sollevare la classe lavoratrice fin nelle sue parti più inerti contro l’imperialismo sfruttatore ed i suoi lacché socialpatrioti. Esse avevano giustamente incominciato a riempire la coscienza dell’avanguardia comunista della convinzione incrollabile che, sulla questione delle riparazioni doveva scatenarsi la battaglia decisiva tra il proletariato tedesco della sua borghesia.

I lavoratori della Germania centrale insorsero contro la provocazione della borghesia. E si occuparono le fabbriche, lo sciopero generale fu proclamato nei distretti minacciati dalla polizia, il proletariato interno della regione industriale era risoluto a non cedere prima che il governo di Prussia non avesse ritirati i distaccamenti di polizia della Germania centrale.

Il Comitato direttivo del V.K.P.D. non aveva consigliato ai suoi membri di opporsi ai distaccamenti di polizia con le armi alla mano. Ma la sua inettitudine fece scoppiare l’azione fin dai primi giorni in tutta la sua asprezza. Immediatamente prima del colpo di Hoersing, la questione del disarmo delle organizzazioni reazionarie era divenuta particolarmente scottante. Kahr si rifiutava a disarmare, e la ” Rote Fahne ” dimostrando l’aperta illegalità dei controrivoluzionari bavaresi, gridava: ” disse la reazione conserva le armi infischiandosi delle leggi, ogni lavoratore deve prendere un’arma dove la trova, classe operaia, anch’essa, deve infrangere le leggi per difendersi contro i suoi nemici mortali “. Questi appelli apparsi prima dello scatenamento dell’azione nella Germania centrale da parte di Hoersing, doveva respirare compagni della regione minacciata illusione che si trattava di entrare immediatamente nella lotta armata contro le bande del governo.

Le masse della regione, spinti alla rivolta per l’invio della polizia, non si accontentarono delle misure di difesa. La classe operaia insorta si armò per tenere testa alla controrivoluzione armata, il proletariato prese l’offensiva contro gli aggressori: la polizia fu ricevuta a colpi di fucile, ed i distaccamenti inviati da Hoersing nella Germania centrale e dovettero domandare rinforzi per potervisi mantenere.

Una volta impegnata la battaglia con una tale acutezza, era impossibile al V.K.P.D. abbandonare i proletari in lotta, di cui non aveva saputo contenere l’ardore combattivo nei limiti necessari, e non preoccuparsi della loro sorte. Il proletariato di tutta la Germania doveva prestare soccorso alle eroiche lotte dei compagni del centro. Così il Comitato centrale del V.K.P.D. decise di invitare gli operai dell’intero paese ad entrare in sciopero per esplicare una solidarietà attiva.

L’appello lo sciopero generale, lanciato dal V.K.P.D. per sostenere i lavoratori in lotta nella Germania centrale non fu seguito che dai comunisti, in molte località di sabotaggio di amici di Paolo Levi riuscì a paralizzare anche l’azione del partito. L’improvviso e troppo inatteso passaggio dallo sciopero alla insurrezione armata nella Germania centrale determinò fatalmente il passaggio non meno improvviso e senza profonda preparazione, dalla propaganda all’azione nelle altre parti dell’ Impero, dove il V.K.P.D. non aveva ancora sufficientemente convinte le masse della necessità della lotta.

Per il primo passo falso, che d’altronde era dovuto in gran parte alla situazione prematura, il partito si vedeva forzatamente trascinato in una serie di altri errori inevitabili, tosto che la lotta aperta si scatenò. La situazione obiettivamente rivoluzionaria non aveva ancora investito la classe interna, non c’era che l’avanguardia comunista che si rendeva conto di ciò che si trattava. In parecchie città, i lavoratori dei partiti menscevichi entrarono in sciopero con i comunisti dietro l’ordine del V.K.P.D., ma in generale comunisti conducevano da soli l’azione, isolandosi così dal grosso della classe.

Per di più le parole d’ordine poco chiare e poco concrete non avrebbero servito, anche in una situazione più rivoluzionaria, allo scopo per il quale esse erano state destinate: trascinare le masse dei partiti socialisti.

Il Comitato direttivo lanciò delle parole che sarebbero state conformi alle circostanze parecchi mesi più tardi, dopo che la crisi economica si sarebbe fatta sentire dal proletariato con un vigore più accentuato che al suo inizio.

Delle parole d’ordine come: ” caduta del governo! ” ” Insurrezione armata! ” Che, nel momento dell’azione non potevano servire che come frasi di propaganda, furono emesse come scopi concreti. Non si può risparmiare alla stampa del V.K.P.D. il rimprovero di aver impiegato nei suoi appelli e nei suoi manifesti dei primi giorni troppe frasi e troppo pochi fatti invece di esporre alle masse della situazione dal punto di vista marxista, per quanto su di un tono appassionato e suggestivo, questi articoli fecero appello unicamente ai sentimenti e per nulla alla ragione dei lavoratori. In tal modo la Centrale perdette il contatto con le grandi masse, il di cui appoggio soltanto

può garantire successo della lotta emancipatrice della classe lavoratrice. Quando infine essa si accorse di quest’errore e si sforzò di correggerlo, era già troppo tardi. Il fatto che il Comitato direttivo non aveva in pugno le masse armate, che aveva lasciato libero corso alla lotta armata, invece di frenarla quando era ancora in tempo, permise alla borghesia e i leaders menscevichi di isolare il V.K.P.D. dalle masse non comuniste, di suscitare tra la classe e la sua avanguardia di sospetto di putschismo e di abbandonare gli insorti della Germania centrale ai loro carnefici.

Da quando fu chiaro che l’appello del V.K.P.D. era restato senza effetto nelle altre parti della Germania – salvo parecchie località in quella influenza dei comunisti era preponderante -il movimento della Germania centrale assunse i tratti caratteristici di ogni rivolta disperata, condannata allo scacco: essa, si disgregò in azioni individuali e terroriste, gli elementi putschisti del K.A.P.D. presero il sopravvento, l’azione di masse cessò, ed al suo posto insorsero delle azioni di minoranze putschiste contro la maggioranza che aveva riconosciuto essere divenuta inutile e perniciosa la continuazione di una lotta perduta. Anche qui la centrale del V.K.P.D. commise l’errore di tardare a prendere la decisione definitiva di cessare il combattimento.

Di quando l’azione era terminata parecchi compagni del Comitato direttivo si sforzarono di provare, polemizzando contro i rimproveri di Paolo Levi, che la insurrezione di marzo era un primo passo verso un orientamento nuovo della tattica del V.K.P.D., l’orientamento dell’offensiva rivoluzionaria.

La stampa borghese e menscevica attingeva in questa nuova teoria l’argomento della responsabilità del partito comunista per la azione di marzo. ” I comunisti stessi preconizzano la tattica offensiva, gridavano essi, dunque sono essi i responsabili della insurrezione “.

La muta borghese ed i suoi servi lo ripetevano senza posa ed una gran parte della classe proletaria lo credeva. La tattica disgraziata del Comitato centrale aveva isolato il partito dalle masse e reso la propaganda più difficile di prima. Le masse, che riconoscono i loro errori solo dopo averne sentite le conseguenze dolorose si accorgeranno presto o tardi che il V.K.P.D. aveva ragione nell’accettare la sfida della borghesia nelle sanguinose giornate di marzo.

Ma la tattica poco abile del Comitato direttivo ha rallentato finora questo processo fatale.

La crisi dell’imperialismo tedesco continua ad accentuarsi. Nuove lotte di classe sono imminenti, in cui il partito comunista avrà da compiere la sua funzione storica; essere l’avanguardia cosciente e nettamente organizzata del proletariato. Il riconoscimento degli errori e degli sbagli commessi nell’azione di marzo contribuirà a dare alla tattica del V.K.P.D. una linea di condotta più ferma e più diritta. Solo a questa condizione la classe operaia tedesca non avrà pagato troppo cara la disfatta della insurrezione della Germania centrale.

La critica di Paolo Levi

La tattica del Comitato Direttivo nell’azione di marzo non poteva non suscitare delle vive critiche in seno al partito. Paolo Levi, non contento di criticare nelle Sezioni del V.K.P.D., pubblicò il suo famoso opuscolo: La nostra via.

Ma la critica di Paolo Levi è la critica di un capo destituito.

Alla polemica sostenuta con i fatti si mescolano nel suo opuscolo il biasimo ringhioso e sentimentale del rancore personale. Si ha la impressione, leggendo le sue pagine, che egli non polemizza per dimostrare le insufficienze del movimento, ma per mettere in piena luce la sua superiorità. Invece di esaminare le circostanze nelle quali l’azione è scoppiata, e di spiegarne le debolezze e gli errori con la situazione eccessivamente sfavorevole, egli rigetta preliminarmente ogni responsabilità sui compagni del Comitato centrale, dimenticando che egli aumenta così singolarmente la loro importanza, col pretendere che essi, da soli, abbiano potuto scatenare un’azione alla quale parteciparono centinaia di migliaia di proletari, in ogni caso più di un mezzo milione.

Paolo Levi appoggia la sua critica su due punti fondamentali.

Egli dimostra nella prima parte del suo opuscolo quali condizioni debbano essere soddisfatte perché il partito comunista possa entrare nella lotta per la conquista del potere. E poiché è facile dimostrare che in Germania, né la maturità mentale della maggior parte i lavoratori, né una costellazione politica propizia a questa lotta esisteva nel marzo 1921, egli dichiara nella seconda parte, che la insurrezione della Germania centrale era un colpo di mano fomentato dai leaders del V.K.P.D. senza essere fondata sulla situazione né sulla coscienza delle masse.

Quanto all’esame minuzioso delle condizioni della lotta decisiva per la conquista del potere, non ci si spiega bene perché Paolo Levi si occupi della conquista del potere nella critica di un’azione che non aveva avuto tale scopo.

Ma l’intenzione dell’antico capo del V.K.P.D. è chiara. Non si può parlare di un “putsch ” che nel caso in cui si tratti di un colpo di mano diretto alla conquista violenta del potere. Non avendo avuto il Comitato direttivo di intenzione di scatenare un’azione prematura per la instaurazione del regime di soviettista, bisognava costruire il ” putsch “. Le parole d’ordine confuse, lanciate dalla Centrale nei primi giorni dell’insurrezione hanno contribuito a facilitare il compito di Paolo Levi. Il rimprovero che bisogna indirizzare al Comitato direttivo, non è l’insinuazione insensata di Levi che le parole d’ordine del V.K.P.D. avrebbero reclamato la presa del potere politico, ma bensì che il Comitato direttivo non aveva lanciato nessuna parola d’ordine concreta, in modo che si aveva il diritto di domandarsi se i compagni della Centrale sapevano bene per quale scopo essi lottavano.

Inoltre la provocazione di Hoersing era così chiara, i suoi scopi così evidenti che occorra veramente molto cinismo da rendere responsabile il V.K.P.D. del colpo di mano di un servo della borghesia. Levi deve convenire che la borghesia ha prevenuto l’attacco che il Partito Comunista preparava prevedendo una recrudescenza del flusso rivoluzionario in tutta la Germania. Egli osa pertanto qualificare di complotto questi preparativi, indubbiamente necessari in vista degli avvenimenti futuri, e di putschisti quelli che ne dirigevano la preparazione.

Nell’ opuscolo di Paolo Levi si trovano pertanto anche delle critiche molto giustificate riguardo la tattica del Comitato Centrale nell’azione di marzo. Quando egli parla della mancanza di contatto con le grandi masse o delle parole d’ordine confuse emesse dalla Centrale, egli ha ragione. Soltanto tutti gli argomenti di Paolo Levi mirano alla lotta contro lo spettro di un sedicente putschismo, e così, anche le parti giustificate della sua critica, poste sotto questo punto di vista, perdono il loro valore.

D’ispirata da motivi personali, la critica che Paolo Levi fa dell’azione di marzo abbandona la base solida del marxismo per perdersi nella palude dei rimproveri personali. D’accusando il Comitato centrale di ” putschismo bakounista di ” attribuendo ad alcune persone alla facoltà di poter scuotere delle masse di parecchie centinaia di migliaia di lavoratori ed incitarli ad un colpo di mano, egli pone se stesso sul terreno del bakounismo, della teoria che pretende che la volontà di alcuni personaggi basti per fare la storia. Egli abbandona con queste strane concezioni la dottrina del marxismo, che è l’essenza della lotta di classe proletaria e si schiera dalla parte di coloro che, incapaci di comprendere il senso dell’evoluzione storica, cercano di negarla o di forzarla secondo il loro carattere. L’opuscolo: La nostra via, ha regalato le concezioni piccolo-borghesi di Paolo Levi

Le lezioni del movimento

Avendo pienamente riconosciuto i suoi errori di marzo, il partito comunista tedesco sarà capace di osservare nelle sue azioni una linea di condotta più sicura e di guadagnare la fiducia rafforzata delle masse, anche dopo la battaglia perduta. Le lotte di marzo hanno dimostrato le debolezze di cui soffre il V.K.P.D., esse hanno rivelato tutti difetti che è indispensabile correggere.

È innanzitutto l’atteggiamento esitante della stampa che non ha saputo aggiungere il chiaro linguaggio del marxismo alla passione ed alla verve dei suoi appelli e dei suoi articoli. Soprattutto di appelli indirizzati ai proletari non comunisti erano sovente redatti con una tale inettitudine, che essi portavano piuttosto a respingere che a guadagnare le masse che seguivano ancora i socialisti maggioritari ed indipendenti. Questo è uno dei punti che Paolo Levi aveva il diritto di criticare e che ha criticato, senza pertanto potere fare a meno di un attacco alla Don Chisciotte contro il sedicente putschismo bakounista.

Lanciando delle parole d’ordine di pura propaganda, che miravano gli scopi finali del partito comunista, la Centrale non riuscì a trascinare il grosso della classe, che di solito non si scuote che con delle parole formulate in rapporto ai suoi bisogni immediati. Sarebbe stato necessario all’inizio restringere l’azione alla Germania centrale, concentrarsi tutti gli sforzi per respingere l’attacco di Hoersing, pur non commettendo l’imprudenza di lasciarsi provocare ad un’insurrezione armata. Ecco ciò che i proletari avrebbero compreso.

Essi avrebbero afferrato, a condizione che la propaganda fosse stata condotta in tutta la Germania non solo con l’intensità, ma anche con l’abilità necessaria, che la lotta dei lavoratori del centro d’era una lotta per il loro propri interessi. Noi abbiamo, di sopra, dimostrato che la prematura prese delle armi da parte dei compagni della Germania centrale annientò questa possibilità. Essa trascinò il partito, in tutto il paese, ad un’azione insufficientemente preparata e non compreso dal grosso della classe. Invece di estendere il movimento per tappe, il Comitato direttivo era forzato, dalla rapidità delle avvenimenti della Germania centrale, a passare senza transizione dalla passività di una preparazione che giustamente si era appena iniziata, allo spiegamento più formidabile di tutte le energie.

Il fatto che la lotta armata poté scoppiare nella Germania centrale senza, ed anche contro le intenzioni della Centrale, rileva dei difetti di organizzazione considerevoli. La Centrale non teneva sufficientemente in pugno il movimento delle proprie masse. Essa faceva inoltre troppe concessioni al K.A.P.D., tollerando troppo a lungo i passatempi particolari del K.A., che nuocevano alla causa del proletariato con i loro atti di terrore individuale. E’ l’azione delle bande, nelle quali si disgregò il movimento di marzo nella Germania centrale, che rese impossibile ogni ritirata in ordine, causando così agli operai in lotta perdite disastrose e sanguinose.

Tutte queste osservazioni non mancheranno senza dubbio di essere fatte al prossimo Congresso del V.K.P.D.. L’azione di marzo che ha costato tanti sacrifici alla classe operaia tedesca, è terminata; essa, con tutti i suoi errori, le sue debolezze, i suoi sbagli, appartiene al passato, alla storia. E’ l’avvenire che approfitterà delle lezioni della disfatta di marzo, che non cesserà di dimostrare costantemente alla direzione del partito comunista quali insufficienze bisogna evitare nelle lotte future.

Ma sarebbe altrettanto insensato quanto ridicolo dire ora: “Se nel movimento di marzo ciò fosse stato fatto e, ciò fosse rimasto in seguito, le cose avrebbero preso una tutt’altra piega “. E’ evidente che tutta una serie di errori avrebbe potuto essere evitata dai capi dell’azione. Ma non è meno indubitabile che la maggior parte degli errori tattici e di tutte le insufficienze sorte nel movimento non sono dovute che all’impegno prematuro dei combattenti.

Non bisogna dimenticare che il partito non aveva intrapreso che il primo passo verso una preparazione di movimento rinforzato, conforme all’orientamento dell’attività del V.K.P.D., influenzata dall’acutezza sempre crescente della crisi dell’imperialismo crescente. La provocazione di Hoersing sopravvenne in un momento in cui le insufficienze d’organizzazione non erano ancora eliminate ed in cui la situazione non aveva ancora rivoltato la mentalità delle grandi masse. Forzatamente e gli errori dovettero essere commessi, ben che parecchi fra di essi avrebbero potuti essere evitati da una direzione più abile e più prudente.

Spetta ora al V.K.P.D. di studiare gli errori e di approfittarne per quanto è possibile. Le amare recriminazioni di Paolo Levi, che espone come si avrebbe dovuto agire e ciò che non si avrebbe dovuto fare, sono una nuova prova della sua mentalità non comunista.

La critica del passato non può servire che per trarne delle lezioni per l’avvenire e non a piagnucolare sul come un disastro causato dalla situazione obiettiva avrebbe potuto essere risparmiato ad un partito rivoluzionario.

L. Revo.