Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista Jugoslavo e la reazione borghese

Categorie: CPJ, Jugoslavia

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Abbiamo potuto conferire con alcuni compagni del P.C. Jugoslavo molto al corrente delle cose del partito e della situazione politica del loro paese, vittime essi stessi dell’attuale feroce reazione.

Quanto i compagni ci hanno illustrato in una lunga conversazione potrebbe essere oggetto di considerazioni molto interessanti nei riguardi dei problemi tattici che oggi si prospettano ai comunisti di tutti paesi. Ci limiteremo ad accennare soltanto questa parte, dedicando questo breve scritto, più narrativo che critico, a richiamare l’attenzione dei compagni italiani sulla situazione della vicina Jugoslavia e sulla reazione chi ivi infierisce sui lavoratori e sui nostri compagni a cui abbiamo il dovere di porgere tutta la nostra solidarietà. Aggiungiamo anzi che il P.C. d’Italia già si sta adoperando per venire in aiuto ai compagni jugoslavi con tutti i mezzi che sono in suo potere.

Non rammenteremo al lettore le circostanze attraverso le quali si era formato dopo la guerra europea e con lo smembramento dell’Austria-Ungheria il regno jugoslavo sotto lo scettro del vecchio è delinquente re Karageorgevic morto in questi giorni.

La vittoria della democrazia e del principe della nazionalità ha dato luogo al formarsi di questo Stato che comprende insieme al lettore principali razze slave dei serbi, dei croati e degli sloveni (oltre ai montenegrini), sudditi di razza tedesca, magiara, albanese, greca, italiana, bulgara, romena, musulmana.

L’attività del proletariato del suo movimento politico ed economico di classe risente ancora delle partizioni nazionali, seppure in misura minore della influenza che queste esercitano sui partiti borghesi e specialmente piccolo-borghesi. La vita politica del paese si presenta grande molteplicità di aspetti di classificazioni, in ordine alle tendenze politico-sociali ed alle nazionalità, come una grande varietà di caratteri economici caratterizza questo Stato, dalle zone industriali e minerali e della Slovenia alle regioni agricole della Serbia, alla pastorizia primitiva del Montenegro e delle altre regioni montuose della Balcania quasi non ancora penetrate dal soffio della cosiddetta civiltà europea.

Per venire senz’altro alla situazione del movimento politico proletario prenderemo le mosse dal Congresso di Vucovar di giugno 1920, nel quale il numeroso partito socialista-comunista, confermando la sua adesione alla Internazionale comunista, eliminava dalle sue file i social-democratici croati, che costituiranno l’attuale partito socialdemocratico aderente alla ” Internazionale 2 1/2 “.

Con questo però il partito non si era completamente liberato dagli elementi centristi ed opportunisti specialmente delle sezioni serbe. Questi erano capitanati dal Lapcevic, che potrebbe dirsi il Serrati jugoslavo, ma in seguito alle decisioni del II Congresso dell’I.C. e che attraverso vivaci polemiche vennero liquidati senza bisogno di congresso e relativa scissione; e nel dicembre del 1920 con la espulsione individuale di 31 dei loro capi questa tendenza era eliminata dal partito.

Appena organizzatosi su basi comuniste il partito jugoslavo si trovò a dover concentrare la più grande parte della sua attività nell’azione elettorale. Già nel luglio, subito dopo il congresso, si ebbero le elezioni comunali in Serbia con notevoli affermazioni del partito. Dall’agosto al novembre si svolse poi la campagna per le elezioni dell’Assemblea Costituente, nella quale il partito si impegnò a fondo e con tutte le sue forze.

I risultati delle elezioni costituirono una schiacciante vittoria del P.C. Benchè in certe zone appena il 50% degli operati avesse fruito del diritto di voto, i comunisti raccolsero ben 280.000 voti sopra poco più di un milione e mezzo di votanti, e conseguirono 59 mandati sui 419 posti nell’Assemblea Costituente.

Non sarà male dare un’occhiata alla costituzione di quest’assemblea e allo schieramento in essa dei vari partiti. I partiti delle classi dominanti che oggi sono al governo sono i seguenti: i radicali (partito di Pasic) con 93 mandati. In questo partito vi è una specie di antipapa del leader Pasic ed è Protic, uomo politico di grande intelligenza che ostenta oggi di essere all’opposizione per preparare un nuovo gabinetto da lui capitanato ma che nulla avrebbe diverso dall’attuale e si confonderebbe sulla stessa maggioranza. I democratici, con 95 mandati, capeggiati da Draskovic, Priyicevic, e dal ministro ucciso nel noto attentato Draskovic. I musulmani, con 24 mandati (partito dei grandi proprietari macedoni). Il partito dei contadini sloveni indipendenti ( in realtà partito di borghesia agraria conservatrice ) con 11 mandati.

Oltre ai 59 comunisti ( un mandato dei quali venne abusivamente dal governo attribuito ad un socialdemocratico la cui elezione era stata annullata) si schieravano all’opposizione molti altri partiti piccolo-borghesi: il partito di Radic ( contadini repubblicani croati) che a 50 mandati ma esercita il boicottaggio del parlamento, ed a un originale movimento semi-rivoluzionario di piccoli contadini sui quali il leader esercita un’indescrivibile ascendente. I clericali (Slovenia, Bosnia e Croazia, provincia di religione cattolica) con 27 mandati. I contadini serbi con 30 mandati, i nazionali croati con 13 mandati, i socialdemocratici con 11 mandati, i repubblicani serbi con quattro mandati.

Vi è perfino il partito socialnazionale con due deputati e attitudine ministeriale.

I centristi di Lapcevic non fecero a tempo a partecipare alle elezioni salgono alcune città slovene dove ottennero un numero insignificante di voti. In seguito questo partito intraprese la sua fusione con i socialdemocratici, dalla quale starebbe per uscire il Partito Socialista Operaio Jugoslavo, aderente probabilmente alla Internazionale di Vienna.

Contro i 280.000 voti dei comunisti quelli dei socialdemocratici non furono noti 50.000, e poche centinaia addirittura quelli dei centristi.

All’indomani delle elezioni lo Stato Jugoslavo trovavasi in una critica condizione. La crisi economica avanza, la valuta discendeva in modo allarmante e i capitali emigravano. Alla Francia, grande protettrice politica del nuovo Stato, non conveniva fare sacrifici per rinsaldarne la vita economica.

Politicamente il potere centrale dello Stato non era minacciato soltanto dalle tendenze rivoluzionarie del proletariato e dei lavoratori agricoli, ma anche dalle forti tendenze autonomiste e separatiste. Il forte partito Croato di Radic chiede la Repubblica Federale al posto della monarchia unitaria, ed altri gruppi politici domandano le autonomie o almeno il regime federativo.

Dal punto di vista parlamentare il Partito Comunista era così forte che nel gioco dei partiti ministeriali e delle opposizioni determinava uno squilibrio completo e rendeva quasi impossibile ogni politica di governo. L’influenza del partito diveniva preoccupante anche perché era nelle sue mani il controllo di tutti i sindacati ed aumentava continuamente il suo ascendente fra i piccoli contadini.

La borghesia jugoslava e il suo governo ebbero a convincersi che non era possibile ristabilire l’equilibrio senza affrontare e schiacciare il P.C., approfittando che la sua recente costituzione, il conflitto interno con elementi centristi e la necessità di dedicarsi tutto alle lotte elettorali gli avevano impedito di compiere quello che il partito prima della scissione di Vucovar aveva completamente trascurato: la preparazione alla lotta rivoluzionaria.

Il primo gennaio del 1921 viene vibrato il primo colpo contro il movimento proletario e comunista con quel decreto che prese il nome di Obsnana. Il funzionamento legale del Partito Comunista venne proibito, la sua stampa soppressa, i sindacati a direttive comuniste messi nella impossibilità di funzionare con la chiusura delle sedi proletarie. La occasione sullo sciopero dei minatori che si volle stroncare. Lo sciopero si prolungò per alcuni giorni ma dovette terminare con la sconfitta meno che in Slovenia, dove i lavoratori resistettero malgrado non potessero funzionare né il partito né i sindacati.

In tutto il periodo successivo il partito poté agire solo attraverso il suo gruppo parlamentare. Tuttavia era rispettata l’immunità dei deputati che percorrendo il paese potessero riorganizzare i gruppi segretamente o sotto altri nomi.

Trascorsi cinque mesi i sindacati cominciarono a poter funzionare sotto controllo, quando si vide che il proletariato, in preda al più grande malcontento, rifiutava di accedere, malgrado la chiusura delle sue sedi, alla organizzazione gialla.

Il 29 giugno viene compiuto l’attentato al Reggente, che rimane illeso. A questo attentato il P.C. era totalmente estraneo, non condividendo i metodi dell’azione individuale. Nella preparazione di esso influirono probabilmente gli irredentisti magiari. Tuttavia il governo ne diede la colpa ai comunisti arrestando il deputato Kovacevic sotto l’accusa di complotto.

Poco dopo avviene l’attentato contro il ministro Draskovic che rimane ucciso. Anche stavolta gli organismi comunisti non hanno con tale fatto nulla di comune: si mormora anche sulla rivalità implacabile tra il Draskovic ebbe il capo dell’altra alla del partito democratico, Privicevic, che dalla sparizione del primo nelle migliorate le sue azioni politiche. Questo è il segnale dello scatenarsi della bufera reazionaria; mentre il 28 giugno l’Assemblea Costituente aveva votato la ultraliberale Costituzione del Regno!

Fin dal marzo si parlava però di un progetto di legge anticomunista ed antiproletario ” della difesa dell’ordine e del lavoro “. Erano sorte nella Jugoslavia organizzazioni borghesi simili ai fasci italiani, che con le loro provocazioni contro il proletariato creavano una situazione di guerriglia civile costituendo l’alibi al governo per lo scatenamento della reazione statale. Questi organismi sotto il nome di ” difesa del popolo ” costituivano bande armate, quasi che non bastasse la difesa della borghesia jugoslava l’avere 250.000 uomini sotto le armi, 60.000 nella gendarmeria nell’esercito reazionaria del generale Wrangler a sua disposizione.

Con i primi di luglio le forze statali iniziano l’aperta azione repressiva del movimento proletario.

Neppure l’immunità parlamentare è questa volta rispettata. Sotto il pretesto del complotto per l’attentato da Draskovic vengono arrestati oltre il Kovacevic i compagni deputati Giopic e Filipovic. Altri sono costretti a sottrarsi all’arresto con la fuga. I membri della centrale del Parlamento sono arrestati dispersi, altrettanto avviene per i membri dei comitati locali; infine si commina all’arresto e l’internamento nei campi di concentramento, a chi sia semplicemente membro del Partito Comunista, e in pochi giorni sale a 14.000 il numero dei comunisti arrestati.

Schiantata così l’organizzazione ufficiale del Partito, si inizia la lotta contro le organizzazioni economiche. Questa volta si sciolgono i Sindacati, non solo se sono diretti da comunisti, ma addirittura quando risulta che uno solo dei loro organizzati è comunista. Le Case del Popolo vengono invase e chiuse dalla polizia, le riunioni operaie vietate.

La reazione ha per obiettivo centrale il movimento comunista, ma ne risentono anche altri partiti di opposizione: i clericali, i socialdemocratici, i repubblicani, i contadini serbi, i contadini croati di Radic.

Vi è un solo partito – cosa veramente caratteristica – che gode un trattamento di favore da parte della borghesia e della polizia: è l’incipiente partito centrista di Lapcevic; il movimento dei serratiani jugoslavi. I membri di questo partito, che dovrebbero essere i più affini ai comunisti, iniziano parallelamente all’azione della polizia contro gli organismi proletari, una loro azione per soppiantare i comunisti nella direzione dei sindacati. Se gli operai accettassero la direzione dei socialcentristi la polizia lascerebbe riaprire le sedi proletario. Hanno luogo a Belgrado sotto la compiacente protezione della gendarmeria riunioni di categorie operaie, a cui gli oratori del partito di Lapcevic espongono i loro seducenti programmi.

I comunisti sono forzatamente assenti da questi sleali contraddittori, ma le masse insorgono e gli oratori centristi vengono cacciati a suon di legnate dalle adunanze. I sindacati pur dovendo rinunziare funzionare, restano legati all’indirizzo comunista, meno in alcune zone della Slovenia.

Sulla complicità dei centristi con la polizia possiamo dare altri particolari che non temono smentita. La polizia ha da essi ricevuto elenchi nominativi di militanti del Partito Comunista che sono stati perseguitati ed arrestati. I funzionari del governo hanno in certe località proposto agli operai di aderire al partito di Lapcevic se volevano essere lasciati tranquilli. Molte Case del Popolo sono state consegnate ufficialmente dalla polizia ai centristi. Un fatto scandaloso, sì e poi verificato nella Casa del Popolo di Belgrado: capi centristi e poliziotti non solo hanno invaso le stanze nelle quali aveva sede la Centrale Comunista, ma hanno, d’accordo, proceduto allo scassinamento della cassaforte del Partito sperando di trovarvi denaro per il partito centrista, documenti compromettenti per uso della polizia.

La reazione era in pieno sviluppo quando fu portata innanzi all’ Assemblea Costituente la legge eccezionale di polizia che doveva giustificarla. La legge fu approvata con 154 voti contro 54. Nessun deputato comunista era presente poiché per effetto della stessa legge che ancora doveva andare in vigore era stata tolta ai comunisti l’immunità parlamentare. La legge nel suo contenuto è nota ai lettori italiani per averne parlato la nostra stampa di partito. Essa esclude da ogni diritto politico i partiti che abbiano nel loro programma il mutamento della costituzione della Stato, e quindi in prima linea  il Partito Comunista. L’appartenere a questo diviene Renato: ma ben poco significano le disposizioni legislative quando si è iniziato il regime dell’arbitrio.

Il Partito Comunista non può d’ora innanzi che agire totalmente fuori dalla legalità: i suoi capi sono quasi tutti in prigione o all’estero, il Partito ha bisogno per riprendere la sua lotta di un aiuto concreto degli altri partiti comunisti, in prima linea quello italiano, e dell’Internazionale Comunista. Una azione del proletariato internazionale contro la politica reazionaria del governo di Belgrado dovrebbe essere senza indugio intrapresa: soprattutto i nostri compagni francesi dovrebbero ricordare che lo Stato jugoslavo è una creatura ed una colonia della loro borghesia e dello Stato repubblicano, che è oggimai il principale attore della reazione in Europa.

Si potrebbe chiedersi perché il Partito jugoslavo, che aveva grandissimo seguito tra le masse, che, come i fatti dimostrano eloquentemente, questo seguito ha conservato attraverso le persecuzioni  almeno potenzialmente e psicologicamente, non è stato in grado di raccogliere la sfida e accettare la lotta contro la reazione statale. Le ragioni che spontaneamente ci prospettavano compagni jugoslavi sono le seguenti: il Partito non era abbastanza solidamente organizzato, da quando aveva abbandonato le tradizionali e pacifiche direttive socialdemocratiche, l’azione elettorale, assorbendone le energie, gli aveva impedito di darsi una organizzazione illegale ed un inquadramento capace di dirigere le masse in una azione rivoluzionaria. L’armamento del proletariato era deficiente, soprattutto in seguito alle 10 o 12 requisizioni generali delle armi da parte della Stato.

La crisi industriale aveva depresso lo spirito delle categorie meglio orientate verso il comunismo: minatori, metallurgici ed edili. D’altra parte abbiamo già visto che i lavoratori organizzati non si sono minimamente staccati dal Partito per effetto della reazione. A noi pare che ciò voglia dire che non è sufficiente per un Partito Comunista avere al proprio seguito vaste masse allenate a rispondere ai suoi appelli nell’azione elettorale e sindacale. Il Partito non deve solo ricevere dalle masse quello che è certo l’alimento primo e indispensabile della sua funzione; esso deve anche dialetticamente riflettere sulle masse la coscienza e la volontà d’iniziativa nella lotta rivoluzionaria di cui è per natura il serbatoio.

Un vasto seguito di adesione popolare conta poco quando manchi la seconda condizione; e perché questa pienamente e progressivamente si realizzi è indispensabile che il consenso della classe lavoratrice coi metodi del Partito avvenga sulla base della chiarezza e dirittura programmatica e organizzativa di questo.

Prima, quindi, di compiacersi di un vasto seguito tra le masse bisogna vedere se il Partito è in grado di utilizzarlo dando ad esso i termini di una chiara e cosciente visione delle finalità della lotta, ed un saldo inquadramento organizzativo non adatto solo all’azione elettorale e sindacale ma altresì alla battaglia rivoluzionaria.

Che queste condizioni di capacità alla lotta non possono essere scompagnate dalla chiarezza teorica e dalla intransigenza dei programmi, lo mostra anche la funzione avuta dai centristi nella tragica situazione creata al proletariato di Jugoslavia (e notiamo anche di passaggio che il giornale centrista italiano, l‘Avanti, in una sua corrispondenza di qualche tempo fa, indicava come via di uscita per i lavoratori jugoslavi la formazione del Partito Socialista, ossia di quel partito che, come si è visto, sarà capeggiato dai buoni amici della polizia borghese).

I compagni jugoslavi ci dicevano infatti che una delle ragioni di debolezza furono le lotte interne del Partito finché in questo s’incontrarono opposte tendenze che ne paralizzavano l’azione.

Usciti i centristi, costoro si svelarono agendo dall’esterno come diretti alleati della borghesia; e questo sta a dimostrare quanto sia indispensabile la rottura con tutti gli opportunisti. Questi gli indici degli avvenimenti che si sono svolti nel Regno Jugoslavo in rapporto ai problemi tattici del comunismo.

Noi vi abbiamo soltanto accennato, e ne trarremo quest’evidente conclusione: come sia necessaria la stretta solidarietà tra i partiti comunisti dei vari paesi, per il reciproco aiuto nei momenti difficili e per poter utilizzare nel modo migliore gli esperimenti e persino gli errori del movimento in altri paesi per conseguire soluzioni sempre migliore delle grandi questioni tattiche che  l’epoca attuale pone ovunque alla Internazionale Comunista.

A.B.