Fiume e il proletariato
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Nelle ultime ore della guerra italo-austriaca, mentre a Villa Ada si stipulava l’armistizio, e mentre sbarcavano a Trieste le forze italiane chiamate dal governo provvisorio di quel regime effimero che localmente chiamano ancora ” la rivoluzione “, Fiume veniva occupatata dalle forze interalleate, anch’essa dopo un breve interregno in cui la proletaria cittadinanza aveva già designato l’autonomia della ” libera città “.
Fiume a Vella ed a una situazione etnografica non molto dissimile da quella di Trieste: la città in maggioranza italiana, il contado prettamente slavo: trattandosi però di croati anziché di sloveni. Anche sotto il regime della duplice monarchia danubiana Fiume era contesa tra l’Ungheria la Croazia, e vecchie questioni circa la precisa ripartizione territoriale nella prossimità orientale della città pendevano insolute. D’altra parte il movimento irredentista italiano da tempo poneva al binomio Trento e Trieste un contorno in cui rientrava Fiume, come vi rientrava – questione di buona volontà! Il litorale dalmata del mare amarissimo.
Gli impegni contati dall’Italia verso gli alleati al momento di intervenire in guerra contro gli imperi centrali, concretati nella ormai famoso il patto di Londra stipulato dal governo di Salandra alla vigilia dell’intervento, comportavano però la cessione di Fiume al futuro Stato serbo-croato che doveva sorgere, come poi sorse, dallo smembramento dell’idea del lato impero absburghese. Essi d’altra parte prevedevano altre concessioni territoriali all’Italia, contrastante con i piani dell’imperialismo serbo, notoriamente, e con grande rispetto dei nostri nazionalisti, alimentati a Londra e a Parigi, che spingevano le loro richieste fino alle porte di Udine, ossia al di là del vecchio confine italo-austriaco, includente talune zone di popolazione slava.
Il conflitto tra i due imperialismo e si delineava come uno dei più gravi problemi della tormentata sistemazione europea dopo la guerra; ed è noto come essa restasse tra quelli che il trattato di Versailles non definì. Non era facile – come lo era il dettare condizioni vinti – mettere da accordi vincitori nel novero dei quali il nascente Stato jugoslavo veniva ad assidersi. Era dunque attraverso diretti negoziati che Italia Jugoslavia dovevano tracciare il loro confine.
La polemica fu inasprita dal fatto che alla diplomazia italiana riusciva impossibile uscire dai limiti del tassativo impegno del 1915, e il nazionalismo italiano, miscuglio del 90% di industrialismo di guerra e del 10% di avanzi scoloriti dalle ideologie nazionale piccolo borghese nutrita di molta letteratura in decomposizione, si esasperò nella difesa della ” italianità di Fiume”, mentre si delineava l’altra tesi dell’autonomia della città che avrebbe costituito un fratello indipendente tra Jugoslavia ed Italia.
Conveniva al nazionalismo, che dopo aver nel 1914 invocato la guerra al fianco dell’Austria, passando quindi a delirare dei più accesi entusiasmi per l’alleata Intesa, soffiava nel fuoco dei dissensi tra i vincitori intenti a spartirsi il bottino, esagerare il pericolo che Fiume venisse concessa alla Jugoslavia dal governo di allora, diretta da Nitti. Questi nella politica borghese e nei suoi riflessi sui raggruppamenti capitalistici rappresenta l’antitesi del partito nazionalista e della cosiddetta ” destra “, il cui l’uomo – Salandra – pur si dibatte ancora con la freccia del patto di Londra nel fianco, crudelmente in tutte le occasioni affondata dalle mani dei ministri nittiani o giolittiani in pericolo.
Sotto questo aspetto di ipernazionalismo si presentava la reazione borghese al movimento proletario rivoluzionario che grandeggiava almeno in apparenza dopo l’armistizio, e di cui Nitti sapeva molto meglio che pensare. Ma noi non vogliamo lasciarci attrarre, nel rammentare i precedenti della questione fiumana, per occuparsi dell’attuale sistemazione di Fiume, in un esame della situazione politica italiana tanto connessa a quella questione, che troppo lungi ci condurrebbe.
Nella notte del 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio, partito da Venezia nel pomeriggio, ” febbricitante ” – questa volta cronaca è leggenda sono state generate insieme: la storia la letteratura si sono amichevolmente poste d’accordo sul programma, così come certi spettacoli in cui si esibisce la buona società si predispongono in vista del resoconto; l’attore ed il cantore delle gesta hanno iniziato a tempo l’opera loro – muoveva dal cimitero di Ronchi presso Trieste, con forse 1000 uomini marcianti su autocarri, alla volta di fiume.
Fiume era occupata per conto degli alleati da forze italiane. Forze italiane vigilavano attorno alla città, la linea di armistizio. Tutta la Venezia Giulia e contorno di Trieste erano tuttora tenuti da forze imponenti dell’esercito italiano, i ” legionari ” – in nome gli aggettivi facevano parte del ben ponderato progetto, e fu assicurata un’economia notevole alla classica ” fantasia popolare ” già surriscaldata troppo facilmente in altri tempi dalle gesta garibaldine di altri meno avveduti eroi – passarono senza difficoltà, e insieme al battaglione fiumano che loro era venuto incontro sulla linea di armistizio, entrarono in Fiume, prendendone possesso, benché il generale Pittaluga telegrafasse ingenuamente a Nitti di tenere ancora di comando, la mattina seguente all’entrata di D’Annunzio.
L’onorevole Nitti – che pur essendo l’avversario inconciliabile di Totonno Salandra, divide con lui agli occhi di questa smidollata sarcastica borghesia italiana la grave colpa di essere un ” cafone ” -ricevendo la notizia di quanto era avvenuto mentre si svolgeva la seduta della Camera e l’ex-premier Boselli balbettava le sue giustificazioni umili e postuma per la disfatta di Caporetto, interruppe la discussione tra l’universale stupore con un pugno sul banco ministeriale e forse una bestemmia vernacola, e dandosi a gesticolare incompostamente apostrofò il ministro della guerra che gli sedeva accanto e infine si allontanò smagliando quello che è stato morso dalla tarantola. Ma era poi sincera la indignazione del presidente del Consiglio? Derivava essa dall’essere completamente al buio di quanto si tramava da tempo, con l’invio a Fiume di molti e molti giovani di belle speranze e con 1000 altre manifestazioni notte all’ultimo pettegolo dell’Aragono? Occorrerebbe supporre che Nitti oltre all’epiteto di cafone meditasse quello di ” stesse virgolette, il che non ci sembra giustificato. Piuttosto noi azzarderemo l’ipotesi che non è il fatto in sé ma certi dettagli della sua esecuzione avessero sorpreso il Nitti: egli doveva sapere, ma fu forse giocato su certe modalità concordate.
Non vogliamo lasciarci sedurre dalla storia dell’impresa dannunziana, tanto più che a quanto sembra prima ancora di effettuarla il ” poeta ” deve avere chiesta all’ufficio dei brevetti una regolare privativa in materia. Non ci sentiamo la stoffa dello storico, mestiere che gli ideologi mezzi straordinari, e, quantomeno, la precauzione di inviare un operatore cinematografico sul teatro degli avvenimenti, con opportuna preveggenza.
A Fiume si instaurò un regime sui cui caratteri non vogliamo soffermarci. Abbiamo avuto recente occasione di visitare la città, e non intendiamo scrivere con intenti critici, ma solo per illuminare i lettori con i dati che abbiamo raccolti. Gli elementi fiumani a noi più vicini, i lavoratori e i compagni comunisti o simpatizzanti, si esprimono nel senso che in regime d’Annunziano era intollerabile e che le prepotenze nelle vessazioni contro lavoratori erano continue, ma attribuiscono questi fatti più all’ambiente che s’era formato intorno al ” comandante ” che lui stesso, di cui da pochi si sente parlare con avversione. Nel novero della leggenda pura vanno naturalmente ricacciate le voci sulle leggende soviettiste del regime o del progetto di costituzione d’Annunziano: quando si sarà detto che mai nessuna parte ebbe il proletariato cittadino negli affari politici, mentre D’Annunzio era a Fiume, salvo qualche incontro dei dirigenti proletari col Comandante, che non condusse a nessuna conclusione, e che è praticamente la città fu governata da pochi elementi locali borghesi ed ai militi venuti di fuori ” redimerla “, tutto sarà stato detto; e sarà anche inutile ricordare come fosse lasciato cadere il telegramma di D’Annunzio a Lenin inviato nel giugno 1919. Si Ucet parva… diremo che, come molti borghesi e controrivoluzionari russi invocano la fine del regime dei soviet con la permanenza di Lenin a capo dello Stato, così forse alcuni operai fiumani hanno pensato che se ne fossero andati tutti gli avventurieri e i lanzichenecchi del legionalismo a e del fascismo, che costituivano una grande maggioranza dei ” liberatori”, il cittadino d’Annunziano non sarebbe stato un governatore peggiore di un altro. Ma la storia non si ferma a questi sentimentalismi: ricordate da interlocutrice di De Amicis, allora preoccupato del buon nome della patria dinastia, in “Spagna”? La repubblica, con “don Amedeo” presidente… Don Amedeo morì e la repubblica iberica deve ancora nascere.
Il 11 novembre del 1920 le delegazioni italiana e jugoslava sottoscriveranno a Rapallo il trattato che, definendo il confine tra i due estati, assegnando all’Italia Zara, creava legalmente il nuovo Stato, indipendente fiumano, costituito dall’antico ” corpus separaratum” quale era delimitato dalla circoscrizione amministrativa austro-ungherese, con l’aggiunta ad occidente di un piccolo tratto di territorio che portasse il nuovo Stato a confinare con l’Italia verso Mattuglie e Abbazia.
D’Annunzio rifiutò di riconoscere il trattato, al quale governo della “Reggenza” non aveva partecipato. Occupò anzi le isole di Arbe e di Veglia, che il trattato assegnava alla Jugoslavia. Il Natale del 1920 vedeva l’epilogo, se non della “vexata questio” fiumana, dell’avventura del poeta, con l’occupazione militare della città e del territorio da parte dei regolari italiani al comando del generale Caviglia. Il poeta, ferito dai calcinacci staccati da due cannonate della flotta italiana contro la facciata del palazzo governatorale, lasciava Fiume ad uno dei tanti governi provvisori transitori ed eccezionali, vi si costituiva per preparare una costituente, mentre in attesa di ulteriori definizioni delle trattative con gli jugoslavi restavano a presidiare la città le forze italiane.
Scoppiò in seguito alla questione di Porto Barros. Il 16 febbraio, alla Commissione degli Esteri, il ministro Sforza era investito dai nazionalisti che gli chiedevano spiegazioni sulla destinazione del porto Barros e del delta dell’Eneo. Il 24 Giolitti rifiutava alla Camera dei deputati di dare tali spiegazioni. In seguito allo scioglimento della Camera e alle nuove elezioni il dibattito ritornava a galla: il 25 giugno Sforza confessava che il porto e il delta erano assegnati alla Jugoslavia, il 26 il ministro Giolitti cadeva, con i voti contrari della estrema sinistra sulla sua politica interna sommati a quelli dell’estrema destra contro la sua politica estera…
poiché siamo in argomento diciamo qualche cosa dei dati topografici di questa famosa questione di confini. È ovvio premettere che dal punto di vista proletario e comunista si possono concludere che ogni soluzione contingente in base a criteri che regolano l’azione diplomatica degli Stati borghesi, non solo non conduce ad un assetto che soddisfi il “principio di nazionalità” ma crea situazioni assurde ed illogiche sotto qualunque aspetto si voglia considerarle. Mettendosi per un momento dal punto di vista dei contrattattori di Rapallo, si deve credere a i maligni che insinuano che essi non avessero mai data un’occhiata ad una carta topografica di Fiume, e che i diplomatici jugoslavi, meglio e doti dei particolari della questione, abbiano saputo giocare i colleghi italiani?
L’abitato della città di Fiume si distende lungo la costiera al nord del Golfo del Quarnero (non sia bestemmia non chiamarlo ” Carnaro”) tra la collina e il porto. Esso ha quindi una disposizione molto allungata da ovest ad est. La parte orientale dell’abitato costituisce il sobborgo di Sussak, separato dalla città dal corso del fiume Erneo. La limitata larghezza del letto di questo fiumicello e delle due strade laterali ( talvolta una sola ), rappresentano tutto l’intervallo che corre tra le case di Fiume e quelle di Sussak. Sul fiume passano due ponti; quello della strada e quella della ferrovia per Buccari, oggi inattiva, che mette Fiume in comunicazione con la Jugoslavia.
Il primo fu distrutto ed il secondo cadde, in conseguenza della esplosione prodotta dai dannunziani al momento dell’attacco di Natale, esplosione che per la sua violenza fece molte vittime umane. Oggi il primo è sostituito da un ponte provvisorio in legno, il secondo è stato rialzato e rimesso a posto.
Scendendo il corso del fiume, dopo il ponte distrutto si incontra un corso d’acqua deviato verso destra, ossia verso occidente, il quale non comunica con la corrente dell’Eneo che per un tratto sotterraneo d’altronde brevissimo, ed appare all’osservatore come un canale di acqua marina. È la ” fiumana “, tra la quale e il corso dell’Eneo, nell’ultimo tratto verso lo sbocco in mare, resta compreso un pezzo di terra di forma pressoché triangolare, ossia il famoso Delta.
Sussak è stata assegnata alla Jugoslavia, e il corso dell’Eneo non è il confine fino al mare, ma solo fino alla origine della fiumana, seguendo poi il confine lungo la fiumana stessa. Il Delta non è attualmente abitato, ma è occupato da magazzini e depositi di legname.
Mentre l’Eneo sbocca al di fuori del porto verso oriente, la fiumana sbocca invece nello specchio d’acqua del porto Barros. Oggi questo si chiama ” porto Nazario Sauro”, ma a Fiume tutte le vie e le località hanno negli ultimi tempi così spesso cambiato nome che i fiumani stessi non ci si raccapezzano più: figuriamoci un fugace visitatore. Il famosissimo Porto Barros resta in realtà ad oriente del porto di Fiume, se è per questo si vuole intendere il porto principale, limitato al nord dalla costa, ad est dal molo principale, a sud-est dalla diga foranea. Ma in realtà una imbarcazione che passi tra il molo e la diga foranea, che sono consecutivi e congiunti da un ponte girevole, si trova senz’altro nel porto Barros, che un’ulteriore molo orientale d’angolo recinge dalla parte opposta. Così pure chi, senza aver varcato alcun confine politico e senza essersi misticamente preparato ad un atto tanto solenne, passeggi lungo la banchina del molo principale, non ha che a passare dall’una all’altra sponda di questo per trovarsi sulla riva del porto Barros.
Quando chi scrive ha visitato la località, Sussak, il Delta, il porto Barros erano, come sono tuttora, presidiati dai carabinieri italiani. Però per varcare la linea della fiumana e il ponte di Sussak occorrevano speciali permessi documenti, trattandosi di accedere alla zona che verrà data agli jugoslavi, o quanto meno ad una zona in contestazione. È anche noto che poco dopo la partenza di D’Annunzio, e quando si cominciò a parlare della questione del Porto Barros, questo fu occupato da un gruppo di Arditi, che vi presidiarono, tricolore elevato, il modo e due vecchi piroscafi. Attorno a questi ultimi campioni della grande gesta, che giorni addietro sono partiti abbandonando l’impresa, si stringeva il blocco delle forze italiane. Blocco abbastanza sui generis, ove si pensi che i bloccati potevano passeggiare nella città al solo patto di deporre la divisa, e che è in rifornimento con imbarcazioni si svolgeva sotto gli occhi dei bloccatori, i quali si limitavano a dire come la celebre guardia del Porta: non si può, non si può!…
Checché ne sia di tutto questo, e checchè valgano i compromessi della diplomazia e gli isterismi nazionalisti, difficilmente si potrebbe sostenere che il porto Barros sia una cosa indipendente dal porto di Fiume, e possa funzionare sotto diversa gestione amministrativa e addirittura sotto diversa sovranità politica. È perfino difficile concepire come si farà il tracciamento del confine, se la banchina occidentale del porto, ossia una striscia del molo principale resterà alla Jugoslavia: come potrebbe questa d’altra parte avere un porto senza tutte le banchine che ne circondano lo specchio d’acqua?
Ma le suddivisioni territoriali, specialmente sulle carte, si possono tracciare in 1000 modi: ciò che bisogna considerare è l’aspetto economico e sociale del problema, di cui diremo qualche cosa, in modo sommario e per venire finalmente a parlare dei suoi punti di incontro con gli interessi della classe lavoratrice.
Fiume è una città proletaria, per il fatto stesso di essere un centro superficialmente industriale e commerciale. Nei tempi del massimo sviluppo che trovavano lavoro più di 15.000 operai addetti soprattutto al porto, e quindi al cantiere, al silurificio, a stabilimenti metallurgici minori e ad altre industrie ( raffineria, petrolio, cioccolato, ecc.). Abitavano naturalmente la città molti marinai delle flotte mercantili che vi mettevano capo. Tutti questi lavoratori erano economicamente ben organizzati, e avevano piena fioritura tutte quelle istituzioni proletarie così diffuse nella Venezia Giulia, di assistenza, mutualità, cooperazione, ecc.
politicamente il proletariato fiumana era diretto prima della guerra da una sezione del partito socialdemocratico ungherese. Quando sorse il partito comunista in Ungheria, e si fuse poi con i socialdemocratici alla vigilia dell’avvento della dittatura proletaria, i compagni fiumani furono aderenti ad esso. In seguito gli eventi li isolarono, ed essi svolsero un’azione assai poco collegata, per ragioni di forza maggiore, con quella dei partiti proletari dei paesi confinanti.
Oggi la situazione del proletariato di Fiume è estremamente critica, in relazione a quella che è è la situazione economica della città. Fa una impressione penosa percorrere le banchine e i parchi corredati con tutte le risorse della tecnica moderna di impianti potentissimi, e vedere crescere l’erba sulle banchine e tre binari, e la ruggine e la mancanza di manutenzione rovinare i macchinari inerti. Nel porto solo alcuni piroscafi in disarmo, che anch’essi sono immagine penosa di inerzia e di paralisi, qualche nave petrolio era, le navi da guerra italiane. Ridotto ad una intensità insignificante è il movimento dei battelli per passeggeri che prima incrociavano frequentissimi tra i prossimi a ridenti arcipelaghi.
Il grande cantiere navale lavora in parte, ma le industrie riducono il personale e minacciano la serrata. Si calcola che l’ 80% dei lavoratori siano disoccupati, e quindi in lotta con la miseria.
La ferrovia verso l’Italia, che raggiunge la prima stazione italiana ad Abbazia-Maltuglie, e quindi per San Pietro del Carso e Nabresina stabilisce comunicazioni tutt’altro che rapide con Trieste, funziona, ma è l’unica che alimenti la vasta stazione prossima al porto; dalla parte jugoslava la ferrovia è inattiva ed ogni commercio è da tempo interrotto. Fiume, nella situazione attuale, non è più lo sbocco di un retroterra, ed attende da ulteriori provvedimenti la rinascita del suo movimento commerciale. D’altra parte Italia e Jugoslavia non mancano riporti e non hanno bisogno di quello di Fiume per lo sbocco marittimo dei loro traffici. Perché Fiume abbia un movimento di traffici dalla parte nord-ovest della Jugoslavia, dall’Austria e dall’Ungheria e dai paesi retrostanti, molte cose dovranno mutare, che dovrebbe divenire realtà quel consorzio internazionale del porto di cui tanto si parla, e che ricongiungerebbe alla città il Porto Barros come cointeressenza della Jugoslavia. Nella situazione attuale in quella che dura da mesi, di una separazione assoluta della città dal suo hinterland, mancano a Fiume i polmoni per respirare.
L’irrisorio territorio agricolo non basta certo ad alimentare, non diremo la città, ma forse neppure se stesso, e quello del vettovagliamento è un grave problema, risolto ora dal diretto intervento dello Stato italiano, ma su basi evidentemente artificiali e transitorie.
Apparentemente la vita nella città è normale. Il centro all’ora della passeggiata è affollatissimo di belle donne ed eroi di professione, nonchè di avventurieri internazionali.
Ma la vita della massa della popolazione dietro questa apparenza di fasto è grama; il malessere ed il malcontento si accrescono ogni giorno. Il male è che l’incertezza continua della situazione e del domani, le mille vessazioni subite, i continui colpi di scena politici seguiti da continue delusioni,hanno indotto la massa proletaria ad uno stato di apatia da cui pare non riesca a riscuotersi.Socialmente e politicamente la classe lavoratrice sarebbe la più forte nella città e nello Stato di Fiume, ma a Fiume convergono troppe forze economiche e politiche borghesi dall’esterno perchè il proletariato possa svolgere con successo la sua lotta contro la borghesia locale.
Qualunque sia l’assetto di Fiume, è evidente che le minoranze dirigenti locali della borghesia e della piccola borghesia si orienteranno verso i governi dei paesi confinanti e dalla loro protezione attingeranno la forza per impedire al proletariato locale di spingersi troppo oltre sulla via dell’affermazione dei suoi diritti. Da questo, naturalmente, scaturisce la necessità per i lavoratori fiumani di stringere i soldi vincoli con i loro compagni d’Italia e di Jugoslavia per la lotta contro il nemico comune.
Finora proletariato non ha avuto libertà di azione nel campo sindacale politico, avendo dominato il regime dell’arbitrio. È noto che i dannunziani, capitanati da quel Alceste De Ambris che ancora oggi si atteggia sindacalista, hanno ripetutamente invase e distrutte le sedi riunite degli organismi proletari di Fiume. Gli organizzati soprattutto gli organizzatori non hanno mai goduto libertà di movimenti: soprattutto è sempre stata sospesa su di loro come una spada di Damocle la minaccia dello sfratto da Fiume, che si ricollega ad una delle più delicate questioni locali. A Fiume, sotto i vari governi che si sono succeduti, l’indipendenza statale ha recato questo ?, che mentre tutta una teoria di delinquenti di mascalzoni vi sì è tranquillamente insediata e vi vive indisturbata, gli stessi cittadini che da anni vi dimoravano e vi lavoravano sono in pericolo di esserne cacciati come stranieri.
Per avere a Fiume tutti diritti di cittadinanza, di voto, di residenza, occorre essere “pertinenti ” alla città. Quello della pertinenza è un criterio della vecchia legge amministrativa austriaca sopravvissuto alle mille vicende attuali. Nel 1874 vengano dichiarati pertinenti tutti coloro che da cinque anni dimoravano nella città. In seguito la pertinenza non si poteva ottenere che per una deliberazione dell’autorità comunale, che, essendo nelle mani di borghesi, fu sempre restia a concederla ai lavoratori. Si dava così il caso di autentici fiumani e figli di fiumani, che da decenni vivevano nella città, senza avere la pertinenza. Oggi che il comune è divenuto uno Stato a sè, le migliaia e migliaia di fiumani non pertinenti alla città sono considerati come stranieri, la loro presenza è soltanto tollerata, e un decreto dell’autorità locale, quale che essa sia, basta a sfrattarli!
Il governo d’Annunziano che agiva in accordo con il consiglio comunale di Fiume, si guardò bene dal concedere la pertinenza agli operai e tanto meno ai socialisti e comunisti considerati come avversari pericolosi. In tanto venivano nominati cittadini fiumani tutti gli armati che vi affluivano ad ingrassare le schiere dei ” liberatori”.
Il governo provvisorio costituitosi dopo la partenza di D’Annunzio nel preparare le liste per le elezioni dell’assemblea costituente non concesso il diritto di pertinenza che ai propri simpatizzanti, e manovrò anzi in ogni modo, soprattutto per le ingerenze del fascismo fiumano, protetto dall’autorità italiana anche dopo la fine della Reggenza, per manipolare le liste da qui erano esclusi per una gran maggioranza i proletari di Fiume, mentre vi figuravano persone che giunsero per la prima volta Fiume poche ore prima della votazione.
Il proletariato si trovava e si trova dunque in una condizione di inferiorità evidente, non solo perché privo del diritto di voto, ma anche perché il non avere dei diritti di cittadinanza espone i lavoratori, e i loro organizzatori a tutte le rappresaglie, culminanti in quella comodissima perché avversari, dello strato dalla città.
Nelle elezioni dell’assemblea costituente si trovavano di fronte due partiti borghesi: il blocco nazionale, comprendenti vari partiti, ma in realtà gravitante attorno al fascismo, che aveva per programma l’annessione di Fiume all’Italia; ed il partito di Zanella, accusato dai primi di essere filo croato e fautore dell’autonomia e dell’accettazione del trattato di Rapallo. Nulla di buono poteva aspettarsi da questi due partiti i lavoratori. All’epoca delle elezioni esisteva il Partito Socialista di Fiume, che ancora conserva tal nome.
Il partito, che gode largo seguito tra le masse e che è alla testa di tutte le organizzazioni, eccettuati pochi gruppi dissidenti di lavoratori del porto diretti da elementi malsicuri (non val la pena di calcolare gli ipotetici organizzati della ” Camera del lavoro italiana ” ossia fascista), non avrebbe potuto adeguatamente affermarsi appunto per il modo con quelle liste erano state messe insieme, e si astenne. In realtà i lavoratori non vedevano con dispiacere la vittoria del partito zanelliano, sia per sottrarsi in un modo qualunque al prolungarsi del regime fascista, sia perché lo Zanella aveva accortamente fatto intendere che in caso di vittoria del suo partito si sarebbe affrontata la spinosa questione della pertinenza concedendo tutti diritti politici a coloro che nel 1918 dimoravano a Fiume.
L’astensione, noi riteniamo, se è venga rispettata dagli iscritti al partito, non lo fu da lavoratori, che votarono la lista zanelliana.
In realtà a Fiume nessuno o quasi vuole o ha voluta l’annessione all’Italia, soluzione estremista è esagerata della questione. La lista del blocco venne seppellita sotto una valanga di voti contrari. È vero che i fascisti scesero in piazza fracassarono le urne, che bruciavano le schiere, ma lo Zanella, di loro più furbo, mise in salvo i verbali già redatti dai seggi e che consacravano la sua vittoria, e non intende rinunziare al diritto di convocare la Costituente così come venne eletta. Con l’intervento dei rappresentanti del governo italiano sono in corso laboriose trattative tra i due partiti, e non è da escludere che Zanella e il fascio si pongano d’accordo nel formare un governo di coalizione, che naturalmente volgerà tutto il fronte contro i lavoratori, vero spauracchio delle classi dirigenti locali.
Rialzerà la testa il proletariato di Fiume? Per rispondere a questa domanda occorre tener presenti varie circostanze. Se la città non risorge economicamente, il movimento proletario stenterà a rinsaldarsi. Non è concepibile che lavoratori, in uno scatto di esasperazione, muovano ad impossessarsi del potere. Questa sarebbe materialmente possibile, ma non aprirebbe la via ad alcuna soluzione utile, poiché ognuno vede come dopo poche ore forze militari interverrebbero dall’esterno a sopprimere quel governo proletario che non troverebbe apposto in nessun trattato stipulato. D’altra parte la forza politica non potrebbe essere utilmente impiegata dai lavoratori di Fiume contro i loro sfruttatori, che sono i capitalisti esteri, di cui i borghesi fiumani non sono che una rappresentanza in sott’ordine.
Probabilmente però la situazione economica fiumana migliorerà. Quando nella città vi sarà un assetto politico stabile si riprenderanno le contrattazioni commerciali, e malgrado l’assurda situazione dello staterello, una intesa tra i capitalisti dei vari paesi giungerà forse a rimettere in efficienza il porto. Di questa rinascita economica sarebbe un sintomo il fatto che già si passano a Fiume le succursali delle più importanti banche internazionali, le quali mostrano quindi di prevedere che un largo movimento di affari ricomincerà su quella piazza.
Un regime che stabile determinerà forse anche il riprendere della produzione industriale, ed i lavoratori torneranno ad essere il perno dell’attività e della vita fiumana, e le loro organizzazioni si assicureranno con la loro stessa forza il diritto alla libertà di movimenti di cui hanno bisogno per funzionare.
Né lo stato a quella guerra europea ha dato nascita in movimento politico proletario avrà anche un compito importante, nel quadro dei legami internazionali proletari. Il partito comunista d’Italia e di Jugoslavia, che tanti indizi dimostrano chiamati ad azioni concomitante, potranno trovare a Fiume un utile punto d’incontro di contatto, ed il movimento locale eviterà che vi si formi una città della politica e militare del capitalismo internazionale, o di uno dei capitalismi nazionali. Anche nello Stato autonomo di Fiume il proletariato, soprattutto quello industriale, deve divenire la base di movimento rivoluzionario comunista, non per obiettivi locali soltanto, che gli darebbero un ristretto orizzonte, ma per inquadrarsi nel movimento internazionale comunista, che prepara ben altre e diverse soluzioni dei problemi intorno ai quali inutilmente si affatica, nel suo agonizzare, il regime borghese.
È dunque sperabile che al più presto anche i compagni di Fiume vengano a far parte della grande famiglia comunista internazionale. Già oggi le organizzazioni sindacali sono per l’adesione a Mosca; il movimento giovanile ha aderito alla Internazionale della gioventù comunista; e, superate alcune difficoltà di secondo ordine, il partito socialista nella sua totalità si pronuncerà quasi sicuramente per l’entrata nella Internazionale comunista.
Mentre tanto e da tanti si discute a vanvera della questione fiumana, trascurando totalmente il più interessante elemento di essa: la classe lavoratrice, chè è condannata a scontare tutti i balordi esperimenti di sballate soluzioni, i comunisti italiani si augurano di poter presto salutare nella comune organizzazione mondiale del proletari rivoluzionari il loro fratelli di Fiume, e si ripromettono di essere al loro fianco nella battaglia contro gli oppressori e gli sfruttatori di tutte le nazionalità.
Intanto è un nostro dovere preciso diffondere in Italia tra i lavoratori la conoscenza delle condizioni in cui lotta il proletariato fiumano, perché la situazione di Fiume sia considerata dal punto di vista nostro, ed il proletariato italiano sia pronto a difendere i compagni di Fiume dalla sopraffazione borghesi finora mascherate sotto la bandiera del patriottismo. Il proletariato italiano difenderà ai fratelli di Fiume dal pericolo di essere soffocati dagli amplessi ipocriti dell’imperialismo italiano: ed in questo è la vera posizione che l’Internazionale comunista assume di fronte problemi di nazionalità!
A.B.