Partito Comunista Internazionale

Il terremotato Medio Oriente (Pt.1)

Categorie: Middle East and North Africa

Articolo genitore: Il terremotato Medio Oriente

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Forse è dall’epoca dell’Impero romano che i paesi che orlano le coste meridionali e orientali del Mediterraneo non erano più teatro di rivolgimenti politici che – come quelli odierni – interessassero così profondamente la storia mondiale.

Più recente e vicina a noi è la conquista mussulmana dell’Africa e di gran parte dell’Asia (VII e VIII secolo). Ma la conquista mussulmana ebbe influenza determinante sulla storia dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Oggi, invece, per l’intervento dell’imperialismo americano nell’intricato gioco dei movimenti nazionalistici nei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Medio Oriente, ogni svolta nella storia di questi ultimi produce profonde ripercussioni sul mondo intero.

Appaiono, perciò, puerili, quando non sono coscientemente falsificate, le tesi di coloro che tendono a spiegare le cause di così imponente rivolgimento con le mene e gli intrighi delle diplomazie. Meno che le altre, è accettabile la romanzatura della “ingerenza russa”. Parliamone, prima di esaminare nel dettaglio i recenti clamorosi avvenimenti verificatisi nella zona mediorientale: la cacciata di Glubb Pascià dal comando della Legione Araba e la deportazione del capo del movimento nazionalista cipriota, l’arcivescovo Makarios.

La falsa ipotesi che vede nei diabolici intrighi della diplomazia russa il motore della rivolta dei paesi arabi e, in genere, coloniali, contro i tradizionali oppressori imperialisti ha avuto diritto di cittadinanza nelle redazioni di tutte le tinte, perché conviene per opposti motivi a tutti gli ispiratori della “opinione pubblica”. Conviene ai cominformisti, i quali debbono inculcare, per obbligo di mestiere, la nozione della crescente influenza nel mondo della Russia; conviene agli “atlantici”, che se ne servono per mascherare le profonde fratture e le feroci gelosie che dividono, ad onta della NATO, le vecchie potenze colonialistiche (Francia e Inghilterra) e lo strapotente concorrente, gli Stati Uniti che, sotto la cortina fumogena dell’anticolonialismo, tende ad imporre un nuovo colonialismo, affidato non più ai generali, ma ai finanzieri.

Già altre volte abbiamo cercato di ridurre l’intervento russo nel Medio Oriente alle sue reali proporzioni. In sostanza, la “colpa” di Mosca è, agli occhi della stampa atlantica, quella di imitare alla lettera la collaudatissima politica di penetrazione svolta dalle potenze occidentali e che consiste nell’assoggettarsi i governi locali. Politica non solo diversa ma diametralmente opposta ai principi rivoluzionari che furono asseriti e applicati nei riguardi dei paesi coloniali e semi-coloniali dai primi congressi dell’Internazionale Comunista. Le grida di indignazione che si levarono, nello scorso autunno, all’annunzio dell’avvenuta firma di un contratto per la fornitura di armi ceche e russe all’Egitto, non si sono ancora smorzate. Ma — a parte il fatto che governi democraticissimi come quelli del Belgio, della Svizzera, della Svezia, senza contare la stessa Inghilterra che vende armi indifferentemente a egiziani e israeliani, sono impegnati da decenni nel traffico d’armi per il Medio Oriente — la natura dei rapporti intercorrenti tra i centri imperialisti occidentali e i governi arabi trascende il piano meramente politico e, a maggior ragione, il sensazionale dominio della propaganda spettacolare.

Gli Stati arabi rappresentano la parte più arretrata dal punto di vista economico e sociale dell’intero continente asiatico. Ma tale condizione non è legata a fattori naturali, come sta dimostrando lo Stato di Israele che ha intrapreso e avviato brillantemente la lotta contro il deserto. L’esempio israeliano — nelle mani dei pionieri ebrei, il deserto sta soggiacendo alle opere di irrigazione e sta ritornando alla feracità decantata nella Bibbia — prova come una rivoluzione sociale possa avere ragione dei mali secolari che inchiodano i popoli dal Medio Oriente a infimi livelli sociali e culturali. La penisola arabica può uscire dallo stato di arretratezza in cui versa. Nelle regioni interne, per farsi un’idea, prospera ancora il commercio degli schiavi. Le condizioni in cui si trova il sistema delle comunicazioni, poi, sono tali che il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca costa la vita, per gli inauditi disagi del viaggio sotto il sole feroce, a centinaia di persone. Se gli Stati arabi non progrediscono, ciò avviene perché vi si oppongono i regimi semifeudali fondati sulle monarchie e sui principati, dominanti dispoticamente su popolazioni che vivono miseramente in sordidi villaggi o peregrinano nel deserto.

Su tale tasto la stampa ispirata dai governi occidentali non ama battere, e se qualche volta lo fa, ciò avviene allorquando troppo spinta appare la politica di ricatto che le corti arabe imbastiscono periodicamente contro gli imperialisti occidentali. Ma neppure il governo di Mosca, e la stampa fiancheggiatrice, che pure posano a guide della rivolta anticoloniale, osano smascherare il contenuto sociale degli Stati arabi. Ad esempio, il governo di Mosca è da un pezzo oramai che va offrendo armi e prestiti a quei governi, e mostra di esultare ogni volta che la coalizione militare che unisce Egitto, Siria e Arabia Saudita riesce a segnare un punto a proprio vantaggio ai danni della alleanza di Baghdad, che Mosca vede soprattutto come uno strumento militare sussidiario della Nato. Ma la stampa ispirata da Mosca si guarda bene dall’attaccare il regime dispotico che vige nell’Arabia Saudita o l’oligarchia militare che è succeduta alla monarchia di Faruk lasciando intatta la struttura sociale egizia.

La stampa asservita a Mosca si limita, atteggiandosi a protettrice dell’Islam, ad attaccare gli imperialisti occidentali e i magnati del petrolio, accusati di succhiare le ricchezze “appartenenti ai popoli arabi”. Ma, evitando di allargarne la critica e dirigerla anche contro le caste feudali, che vivono sfarzosamente in mezzo all’oceano senza fondo della miseria araba, la stampa cominformista giostra unicamente in maniera da accaparrarsi la fiducia e la devozione dei governi costituiti. In altre parole, è indubbio che la Russia lavora energicamente per penetrare nel “mondo arabo”, ma, ben lungi dall’usare i i metodi rivoluzionari, di cui ciancia la stampa atlantica, si rivolge alle classi dominanti, locali da Stato a Stato. In tale senso, la politica araba e, in genere, afro-asiatica di Mosca non si differenzia sostanzialmente da quella delle potenze imperialiste di Occidente, che si regge appunto sull’asservimento dei monarchi, grandi e piccoli, che spadroneggiano sugli arabi. Ma quanto siano esagerate le finte paure della propaganda lavorante sul tema degli “intrighi di Mosca” nei Medio Oriente, appare chiaro se si considera che, ad eguale scopo ed eguale metodo, i mezzi a disposizione di Mosca si riducono a poca cosa, se confrontati con quelli sui quali può contare l’imperialismo americano.

Abbiamo detto che i rapporti che intercorrono fra le centrali imperialistiche di Occidente e i governi arabi trascendono il piano politico. Vogliamo dire che essi non vanno considerati sul terreno della mera forza e della subordinazione violenta. La verità è che gli Stati arabi sono cointeressati direttamente negli affari economici del capitalismo occidentale. Spezzare questi vincoli è la condizione indispensabile per separare gli Stati arabi dall’Occidente. Finché questi vincoli esistono qualsiasi azione rivolta ad appoggiare i governi arabi non può avere altro effetto che rafforzare il potere di repressione di questi ultimi nei riguardi dei loro nemici interni, vale a dire delle classi sfruttate. In altre parole, le armi che Mosca cede, e chiede di cedere ai governi arabi, non potranno mai essere usate contro gli imperialisti occidentali finché i capitali che costoro maneggiano sono richiesti dagli stessi governi arabi. Contribuendo all’armamento del regime di Nasser, ad esempio, il governo di Mosca non ottiene che di rafforzarne il potere nei confronti dei nemici interni, perché l’Egitto, come l’Arabia e gli altri paesi arabi, ad onta delle clamorose campagne di stampa contro l’Occidente, non possono staccarsene, essendo impotenti a gestire con propri mezzi le principali branche della produzione.

Sicuramente i governi arabi hanno un debito di riconoscenza verso Mosca, ma lo stesso obbligo non compete alle masse sfruttate arabe, le quali nel rafforzamento dei governi, e quindi delle classi dominanti di cui questi sono strumento, debbono vedere soltanto il ribadimento delle proprie catene.

Che i russi sappiano bene quali vie occorre percorrere per penetrare nelle cittadelle del Medio Oriente, si ricava ancora una volta dall’accenno che Anastasi Mikoyan ha fatto, nel suo discorso al XX Congresso del PCUS, alla situazione di quella nevralgica area. «Nel Vicino Oriente — diceva Mikoyan — i monopoli petroliferi americani e inglesi hanno estratto, nel 1955, centocinquanta milioni di tonnellate di petrolio, cavandosela con una spesa complessiva di 240 milioni di dollari, ossia davvero a buon mercato. Ma di soli profitti hanno ricavato, per questo petrolio, 1.900 milioni di dollari, coprendo in un anno tutti gli investimenti di capitale effettuati in questa zona petrolifera. A Kuwait, per esempio, in un solo trimestre hanno ottenuto un profitto pari a tutto il capitale investito. Nell’industria petrolifera statunitense sarebbe occorso un minimo di sei o sette anni per l’ammortamento del capitale investito».

Abbiamo spiegato, nella serie di articoli dedicati al petrolio, come le compagnie petrolifere americane e inglesi pervengano, grazie al regime di monopolio consentito dalla cartellizzazione, a realizzare enormi sopraprofitti, adeguando i prezzi del grezzo del Medio Oriente, che registra costi di produzione relativamente bassi, ai prezzi del grezzo estratto dai pozzi degli Stati Uniti, che sono i più alti del mondo. Ma non dobbiamo ora occuparci di tale questione, bensì della speculazione che Mikoyan imbastiva sulle cifre surriportate.

Il “bluff” russo

La spesa di 240 milioni, accettando le cifre di Mikojan, rappresenta il capitale di esercizio assorbito dalla gestione 1955 delle compagnie petrolifere americane e inglesi operanti nel Medio Oriente. Con tale modica spesa, dunque, chi ne potesse disporre sarebbe in grado di gestire i pozzi della penisola arabica e delle isole contigue? A tale effetto sensazionale tendeva Mikoyan che non si lasciava sfuggire l’occasione per descrivere a quale sviluppo sociale andrebbero incontro i paesi arabi se gli introiti ricavati dal petrolio andassero ai “legittimi proprietari”. Come si vede, il governo di Mosca, che si autodefinisce comunista e marxista, è fermo alla falsa tesi della lotta nazionale contro il cartello del petrolio. Ma gli Stati Arabi, come l’Italia domani e l’Iran ieri l’altro, non possono neppure opporsi al cartello, schierandosi su posizioni nazionaliste.

Un più lungo discorso meriterebbe l’argomento di come le monarchie e gli sceiccati arabi utilizzano, da “vittime” del cartello, le vistose royalties che frattanto incassano. Si vedrebbe nei dettagli come le somme versate dalle compagnie concessionarie servono ad alimentare il lusso sfarzoso delle corti dei governi, insomma delle classi dominanti. Non a caso i pozzi petroliferi arabi sono proprietà del Re. Le classi sfruttate non sono raggiunte neppure da uno spruzzo del fiume d’oro, che scorre nelle casse reali e nelle tasche dei ministri, né se ne giova la “collettività nazionale” perché i governi si guardano bene dall’impiegare le royalties nel finanziamento, per ipotesi, di opere pubbliche.

La questione che veramente interessa è come spiegare l’assoggettamento degli Stati arabi alle onnipotenti compagnie petrolifere anglo-americane. I rapporti che passano tra le due parti sono quelli da proprietario concedente a imprenditore concessionario, ma presentano un aspetto del tutto particolare. Per usare un esempio tratto dall’agricoltura capitalista, diremo che il proprietario dei pozzi arabi è equiparabile ad un ipotetico proprietario fondiario, che si trovasse nella insuperabile impossibilità di “disdettare”, cioè licenziare, l’affittuario. L’aspetto originale dei rapporti di produzione, che caratterizzano l’industria petrolifera mondiale, consiste nel fatto che il cartello anglo-americano del petrolio è l’unico imprenditore, l’imprenditore monopolista mondiale, con il quale gli Stati o i privati proprietari dei campi petroliferi dei paesi arretrati sono costretti a ricorrere per la ricerca e la estrazione del grezzo. Ciò vale soprattutto per le regioni petrolifere – come il Medio Oriente e l’America centrale e meridionale – che sono situate lontane dai mercati di consumo e sono prive di un apparato industriale capace di provvedere in proprio alla estrazione e al trasporto oltrefrontiera e oltremare degli idrocarburi.

In tali condizioni le tesi nazionaliste sbandierate dai Mikoyan per accarezzare la vanità dei governi arabi sono pure esercitazioni demagogiche, non hanno neppure la giustificazione di essere una ipotesi teorica. Mikoyan scopre che gli Stati arabi si avvierebbero verso un notevole progresso sociale, se i favolosi utili incassati al presente dal cartello petrolifero non prendessero la via dell’estero. Per ottenere ciò occorrerebbe che gli Stati arabi assumessero la gestione delle imprese petrolifere. Nulla si oppone a tale trapasso sul piano meramente giuridico. Né sarebbe un ostacolo insuperabile il reperimento del capitale di esercizio, che secondo Mikoyan assommerebbe ad appena 240 milioni di dollari.

Ma, ripetiamo, il proprietario dei pozzi del Medio Oriente (monarca, sceicco, ecc.) è nelle condizioni di un proprietario di fondi rustici impotente a far valere contro l’imprenditore agrario persino l’arma della “giusta causa”. Il cartello anglo-americano del petrolio monopolizza su scala mondiale lo sfruttamento dei pozzi di proprietà straniera perché non ha praticamente concorrenti. Neppure la Russia, che è la nemica n.1 del cartello, è in grado di competere economicamente con esso, perché non possiede la gigantesca organizzazione necessaria a trasportare il grezzo dal luogo di produzione ai mercati di consumo. In quanto a produzione di petrolio, la Russia detiene il primo posto in Europa, ma la sua flotta di petroliere si quota agli ultimi posti nella classifica mondiale, essendo inferiore persino alla flotta cisterniera italiana. L’apparente contrasto si spiega, tenendo presente che la distribuzione del greggio russo avviene mediante gli oleodotti e i trasporti fluviali sul Volga.

A che si riduce, dunque, la pretesa minaccia russa al predominio dell’imperialismo occidentale nel Medio Oriente? E che occorre pensare delle bluffistiche campagne nazionalistiche ed antioccidentali degli Stati arabi? L’esperienza fallimentare delle nazionalizzazioni persiane è decisiva: l’Iran rimase assediato col suo petrolio invenduto, né la Russia gli fu di alcun aiuto nonostante la frontiera in comune, sicché alla fine il cartello internazionale rimise piede nel settembre del 1954 in Abadad, introducendo il capitale americano fino ad allora rimasto fuori. Altra prova non occorre per dimostrare esatta la tesi rivoluzionaria che la lotta antimonopolista è mera demagogia allorché si pretende di condurla su basi nazionali. Pochi fatti danno come gli affari mondiali del petrolio una così chiara e irrefutabile dimostrazione del principio rivoluzionario che lo spezzamento delle ferree forme di produzione del capitalismo è possibile solo attraverso la lotta di classe. La lotta contro il cartello del petrolio, uno dei cardini dell’imperialismo, non si combatte in periferia, ma nelle metropoli, cioè non attraverso la lotta tra nazioni e Stati, ma attraverso la guerra di classe.

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Nell’introduzione a questo articolo (n.7 del 31 marzo – 13 aprile), si è dimostrato come la storia dell’intervento russo nella tormentata vicenda del Media Oriente sia un autentico bluff: non solo la Russia si guarda bene dal far leva sui moti sociali determinati dalle spaventose condizioni di vita delle popolazioni arabe e, semmai, appoggia i governi forcaioli e semi-feudali che le opprimono, ma questi sono in realtà, come i governi di tutti i Paesi petroliferi, alle dipendenze del cartello internazionale del petrolio per una legge economico-mercantile insuperabile. Ciò premesso, vediamo la situazione creatasi in Giordania e a Cipro.