Partito Comunista Internazionale

Il terremotato Medio Oriente (Pt.3)

Categorie: Middle East and North Africa

Articolo genitore: Il terremotato Medio Oriente

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Nel n.8 di “Programma” avevamo notato come la cacciata di Glubb Pascià dalla Giordania non avesse ancora segnato la temuta debacle dell’influenza inglese in quel regno ma aprisse una fase nuova in cui sarebbe stato ben difficile ai governanti, pur legati alle sovvenzioni britanniche, resistere alle pressioni interne ed esterne del nazionalismo pan-arabico. Nello stesso tempo avevamo strettamente connesso la crisi giordana alla crisi cipriota e previsto che quest’ultima si sarebbe aggravata nella stessa misura in cui il prestigio dell’Inghilterra nel baluardo della Giordania sarebbe ulteriormente decaduto.

La situazione è evoluta proprio in questo senso. Il governo giordano di Samir el-Rifai, che aveva tentato di mantenere una posizione di equlibrio nella crisi dei rapporti occidentali-egiziani, è caduto il 22 maggio lasciando il posto ad un aperto sostenitore delle tendenze nazionaliste, antibritanniche e panarabe, Said el-Muftì, al quale re Hussein ha dato incarico di stringere ancor più i rapporti con gli Stati arabi, per conseguire con essi «l’unità, la libertà e il rispetto» dell’intero mondo musulmano, e che ha già sollevato il problema di una revisione del trattato con la Gran Bretagna.

Non si è ancora alla rottura: infatti, si tratterebbe di sostituire alle sovvenzioni londinesi un canone di affitto per le basi militari, il che, sebbene in forma che si vuol sottolineare provvisoria, significa pur sempre “noleggiarsi” al “nemico”. Ma siamo su una via inclinata che fa prevedere nuove richieste e nuove tensioni, tanto più che a capo della Legione Araba, già riserva di caccia di Glubb Pascià, è stato nominato il capo dei “liberi ufficiali” avversi alla dipendenza straniera, gen. Ali Abu Nuwar. E poiché, ad aggravare la situazione, il britannico sottosegretario alle Colonie Lord Lloyd si è sentito sonoramente fischiare ad Aden, dove aveva tenuto un discorso per ribadire il fermo intendimento inglese di non mutare lo status quo della Colonia della Corona (19 maggio, le date, come si vede, sono significativamente vicine in Giordania e ad Aden), la crisi di Cipro ha subìto un ulteriore aggravamento.

In un suo discorso a Norwich, il 10 giugno, Eden ha dichiarato: «Non si deve assolutamente prendere in considerazione l’eventualità di cedere su un qualsiasi elemento nella difesa dei nostri legittimi e vitali interessi sia nel Golfo Persico, sia a Cipro, sia ad Aden… La vita del nostro paese e dell’Europa occidentale dipende oggi e dovrà dipendere per molti anni a venire dai rifornimenti di petrolio del Medio Oriente. Se le nostre risorse petrolifere dovessero mai essere in pericolo, saremmo costretti a difenderle». E, drammatizzando la situazione con accenti che possono sembrare esagerati, ma che ben esprimono la dipendenza dell’“agiatezza inglese” dai suoi possedimenti imperialistici: «Le installazioni di cui abbiamo bisogno a Cipro fanno parte di questa difesa», ha continuato. «Non possiamo quindi mettere in questione la loro disponibilità. Il tenore di vita di ogni singola persona in Gran Bretagna non si raddoppierebbe in 25 anni, ma diventerebbe un quarto in un periodo molto più breve. Ed anche se ognuno lavorasse il doppio, non servirebbe a nulla». Poco dopo, sono fioccati gli arresti di ciprioti in Inghilterra e altrove.

Così, il terremoto medio-orientale continua, fatalmente, inesorabimente.