Fallimento WTO / IL COMMERCIO PORTA LA GUERRA NON LA PACE
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«Gli Stati Uniti fanno i conti con una sconfitta politico-diplomatica che non ha precedenti» con queste parole “L’Unità” del 6 dicembre, commentava a caldo il fallimento del III incontro interministeriale dell’Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO) che si è svolto a Seattle, negli Stati Uniti ai primi di dicembre.
Sempre secondo il commento sarebbe stata la «fretta e l’arroganza» nella preparazione del vertice a condannarlo al fallimento: «Washington è stato frustrato nel tentativo di imporre all’Europa l’eliminazione progressiva dei sussidi agricoli, di vincolare i paesi in via di sviluppo al rispetto di norme standard di lavoro, di dare via libera al commercio di prodotti geneticamente modificati, di impedire un giudizio internazionale sulle pratiche anti-dumping». L’opinione è tanto più significativa perché proviene da un giornale campione di “tartuferia”. Ma anche la Francia non ha nascosto una certa soddisfazione: «Meglio nessun accordo che un cattivo accordo», pare abbia commentato Jospin.
La clamorosa rottura tra i rappresentanti dei massimi blocchi imperialisti, Stati Uniti, Europa, Giappone, su questioni fondamentali per le loro economie, conferma che le contraddizioni derivanti da un’acculumazione stagnante a livello mondiale e che, nonostante tutti gli sforzi, non si riesce a rilanciare, stanno facendosi sempre più profonde aprendo le premesse di uno scontro sempre più aperto che, in mancanza di una ripresa rivoluzionaria, non potrà che sfociare in una nuova guerra mondiale. Che il commercio porta alla guerra e non alla pace è vecchia tesi marxista.
Il vertice era nato, come sempre in queste occasioni, all’insegna dell’ipocrisia politica: nella realtà ogni blocco economico vuole imporre agli altri l’apertura incondizionata delle frontiere per i propri prodotti ma, nello stesso tempo, cerca con ogni mezzo di proteggere, con vari escamotages, i settori deboli della propria economia; ogni blocco è “liberista” e insieme “protezionista”; le trattative non sono una questione di “diritto”, di “regole” più o meno democraticamente decise di comune accordo, come vorrebbe far credere la propaganda borghese, ma scaturiscono dai rapporti di forza, che è fondata sulla economia ma si esprime anche come potenza militare.
Gli Stati Uniti, ad esempio, per bocca dello stesso Clinton che ha fatto sue le richieste dei sindacati, pretendono di imporre, in maniera strumentale, ai paesi economicamente più arretrati il rispetto di alcune regole sul lavoro delle donne e dei bambini. Ma sono gli Stati Uniti per primi a non rispettare queste regole; le multinazionali statunitensi spostano le loro industrie a bassa composizione organica nel Terzo Mondo proprio per sfruttare manodopera a bassissimo costo. D’altronde lo sfruttamento a sangue del lavoro di uomini, donne e bambini è uno dei pochi strumenti che hanno le borghesie dei paesi arretrati per rendere i loro prodotti concorrenziali sul mercato. Agli Stati Uniti non interessano, naturalmente, le condizioni dei lavoratori, ma vogliono disporre di uno strumento legale per bloccare certe merci concorrenziali con quelle nazionali.
Questa volta le borghesie dei paesi poveri, illudendosi di trovare appoggio in Europa e Giappone, che tentavano di evitare una sanzione delle loro sovvenzioni all’agricoltura, si sono rifiutati di firmare ogni accordo, adducendo che sono stati escluse, come di fatto è stato, da ogni trattativa.
Il vertice si è così chiuso con un nulla di fatto mentre ancora nelle strade fumavano i lacrimogeni sparati dalla polizia per allontanare migliaia di manifestanti, «conservatori e liberals, attivisti sindacali, ambientalisti, cittadini, chiese, organizzazioni di contadini», come riferiscono le cronache. Sono questi certo espressione di un crescente malessere e insicurezza che attraversa classi e ceti e che, in assenza di un movimento robustamente classista del proletariato, può assumere atteggiamenti illusori e anche reazionari. Un miscuglio dal quale la classe operaia si deve separare per non prestarsi a fare il gioco del nazionalismo economico e delle prossime politiche isolazioniste, per niente superate né incompatibili con la mondializzazione di oggi, e di sempre, della società borghese.
Il presidente del WTO, per difendersi dalle critiche dei manifestanti, ha dichiarato «Il WTO non è un governo mondiale né intende diventarlo. Non è il WTO che uccide le tartarughe o fa lavorare i bambini in fabbrica: la globalizzazione c’è, quello che vogliamo è che abbia delle regole». Non ha torto il superstipendiato burocrate; la ossessiva necessità di vendere, di vendere qualsiasi cosa possa diventare una merce, di vendere sempre di più è solo una conseguenza dell’aver prodotto sempre di più ed accumulato il Capitale sempre maggiori profitti in una spirale infernale. Non è no una necessità imposta dal WTO, è una necessità del regime del Capitale; è questo regime che impone lo sfruttamento bestiale della manodopera; è questo regime che condanna l’umanità ad un demente consumo perché ha già follemente prodotto. Globalizzato o protezionista, a seconda delle cicliche necessità dell’accumulazione, il capitalismo resta fondato sulla torchiatura di cinque miliardi di proletari, di senza riserve. Anche quando non sono ridotti alla fame, tanto più consumano tanto più sono schiavi e vittime di questo regime.
Non sono le regole del WTO che vanno riformate, non è la sua struttura da rendere più democratica, come pretendono i contestatori di Seattle. È la società del Capitale, affamatore e guerrafondaio che va abbattuta.