Partito Comunista Internazionale

Capitale, usura e… monopoli

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Finance, Italy

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Il fenomeno dell’usura ha assunto in Italia dimensioni impressionanti. Secondo i rapporti del servizio studi della Banca d’Italia e dal Commissariato Straordinario del governo per il coordinamento delle misure anti‑racket il giro di affari dell’usura supererebbe i 10 mila miliardi di lire coinvolgendo circa 700 mila famiglie. Nel 90% dei casi il ricorso a finanziamento da parte di usurai sarebbe dovuto al bisogno di capitali per l’esercizio di piccole attività imprenditoriali, solo il 10% sarebbe destinato a consumi personali o familiari. I tassi praticati dagli usurai si aggirerebbero, in media, dal 15 al 20% mensili con punte, però, molto più elevate. La presenza di strozzini sarebbe molto forte a Napoli (circa 15 mila) ed in Campania (circa 40 mila). Nel 1994 in tutto il territorio nazionale erano state presentate 3.340 denuncia per usura.

Tutta la campagna moralistica contro l’usura e chi la pratica è solo una mistificazione farisaica degna della “migliore” tradizione cattolica e borghese. Chi ricorre all’aiuto dello strozzino usuraio? Vi ricorre il piccolo o medio borghese, sommerso dai debiti, che lotta, con le unghie e con i denti, contro la tendenza naturale di questo modo di produzione e di sfruttamento capitalista che lo condanna alla proletarizzazione forzata. Questo piccolo o medio borghese, in barba ai sermoni dei preti ed alla legge 108 del 1996, all’interno della sua classe non trova una mano amica che lo soccorra perché all’interno della sua classe vige il motto mors tua vita mea, altrimenti detta “libera concorrenza”. Non trova una banca che sia disposta ad anticipargli il capitale di cui esso ha bisogno, perché non è in grado di dare delle garanzie: cioè chi presta non è sicuro di poter riavere il danaro. E questo benché gli istituti di credito siano salvaguardati dalla legge dello Stato. Il piccolo borghese, che conosce bene quale sia la condizione della classe operaia, sullo sfruttamento della quale è vissuto, prima di esserci sospinto dentro gioca il tutto e per tutto affidandosi allo strozzino che (a differenza della banca) concede il prestito, ma evidentemente, essendo elevato il rischio lo concede dietro un elevato interesse.

Lo strozzino non può farsi inibire da condizionamenti morali, la sua è una impresa come tutte le altre e come tutte le altre dipende dalle leggi del mercato. «L’usuraio non conosce quindi nessun limite che non sia la capacità o il potere di resistenza di coloro che hanno bisogno di denaro» (Marx). Se le banche concedessero i prestiti, se il “Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura” ed il “Fondo per la prevenzione del fenomeno dell’usura”, istituiti con la legge 108, funzionassero realmente sarebbero gli strozzini a dover chiudere bottega ed allora i piccoli e medi borghesi non correrebbero più il rischio della catastrofe economica e sociale ed il mondo borghese vivrebbe tranquillo ed in pace spartendosi il plusvalore estorto alla classe operaia della quale a nessuno frega un bel niente. Ma così, sfortunatamente per le mezze classi, non è perché se è vero che «lo sviluppo del sistema creditizio si compie come reazione contro l’usura (…) Nel moderno sistema creditizio il capitale produttivo d’interesse viene adattato nell’insieme alle condizione della produzione capitalistica» (Marx), è altrettanto vero che «l’usura in quanto tale non solo continua ad esistere, ma presso i popoli a produzione capitalista sviluppata viene liberata dai vincoli che tutte le antiche legislazioni le avevano imposto» (Marx).

Il denaro è una necessità per la società divisa in classi e con il denaro nasce anche l’usura. S. Paolo nella prima lettera a Timoteo scriveva: «Radice di tutti i mali è l’amore per il denaro». Ma questo concetto non rappresentava una innovazione morale del cristianesimo, già Platone ed Aristotele si erano espressi contro il prestito ad interesse. Platone non solo condannava l’interesse, ma addirittura era del parere che colui che presta deve rifiutare il rimborso del capitale prestato. Per Aristotele il prestito ad interesse era contro natura perché in tal modo il denaro diventava produttivo ed assumeva una funzione diversa da quella sua propria che era di facilitare gli scambi. Anche la Bibbia, nei libri dell’Esodo (22.25), del Levitico (25.35/37) e del Deuteronomio (23.20/21), condanna l’usura e la sua pratica nei confronti degli appartenenti al popolo di Israele, mentre ammette il prestito usuraio nei confronti degli stranieri.

Il diritto romano in principio stabiliva che colui che aveva contratto prestito era tenuto alla restituzione del tantundem, ossia dell’uguale quantità. Successivamente, quando l’usura divenne pratica corrente, integrò la legge permettendo la stipulazione di un contratto aggiuntivo denominato stipulatio usurarum, per cui si stabiliva che, oltre al tantundem si potesse esigere una somma liberamente pattuita tra le parti. Il dilagare del fenomeno usuraio costrinse la legislazione romana ad emanare varie altre leggi che per fissare un tasso di interesse massimo, che nell’88 a.c. venne determinato nell’1% al mese (usurae centesimae). Altri due tipi di contratto erano presenti nel diritto romano: il fenus nauticum pecunia praiecticia ed il pignus. Il fenus, già molto diffuso nel mondo greco, consisteva nel prestito di denaro a scopo di commercio marittimo con assunzione del rischio della navigazione da parte del creditore. Poichè questo rischio era molto elevato, secondo il concetto del ubi periculum, ibi lucrum collocetur, l’interesse richiesto era almeno il doppio di quello normalmente richiesto per altri tipi di prestito. Il pignus consisteva nel pignoramento di un bene a garanzia della restituzione del prestito concesso, nel caso contrario sarebbe divenuta proprietà del pignorante.

Ma, come racconta Tacito negli Annales, con espedienti fraudolenti si propagò la pratica di imporre tassi di interesse molto maggiori di quelli stabiliti dalla legge. Se ne può dedurre quindi che anche nell’antica Roma, dove le attività finanziarie e commerciali avevano una impressionante vitalità, la legge dovesse adeguarsi al fenomeno del prestito ad interesse, per quanto lo riconoscesse contro natura (usura non natura, sed iure percipitur), mentre da parte sua la pratica usuraia scavalcava i limiti impostigli dalla legge per adeguarsi alle necessità dettate dalla natura stessa del modo di produzione e di scambio.

La nuova religione cristiana prese netta posizione contro il prestito ad interesse. Basilio Magno (IV sec.), ad esempio si scagliava in questi termini contro l’usuraio: «Il povero era venuto a cercare un aiuto ed ha trovato un nemico. Cercava una medicina ed ha trovato un veleno. Saresti dovuto venire in soccorso della sua povertà invece ti arricchisci sulla sua miseria (…) I cani quando ricevono qualcosa diventano mansueti; ma l’usuraio quando intasca il suo avere si irrita maggiormente. Infatti non cessa di latrare, chiede sempre di più (…) Non hai ancora preso in mano il denaro che già ti si chiede l’interesse del mese in corso. E questo denaro preso in prestito già genera un altro male ed un altro ancora, e così fino all’infinito» (dalla Omelia sul Salmo XIV).

Tommaso era altrettanto chiaro al riguardo. Se l’usura rappresentava il prezzo per l’uso di una somma di denaro data in prestito, si vende ciò che non esiste poichè l’uso non è distinto dalla cosa. Se invece si esige un guadagno per la somma data in prestito, allora si vende due volte la stessa cosa poichè oltre alla restituzione si esige anche l’interesse.

Il cattolicesimo ha condannato la pratica dell’usura almeno in nove Concili ecumenici. Il Concilio ecumenico Nicea I (anno 325), sotto il pontificato di papa Silvestro I, proibiva tassativamente ai chierici non solo di esercitare attività usuraia, ma perfino di esigere qualsiasi tipo di interesse, anche se legalmente lecito e citava il versetto 5 del Salmo XIV «presta il denaro senza fare usura». Questo divieto conciliare riguardava però soltanto i chierici. Il Concilio ecumenico Laterano II (anno 1139), sotto il pontificato di papa Innocenzo II, ribadiva la condanna della attività usuraia, anche se compiuta secondo il diritto romano antico, poiché tale pratica veniva ritenuta contraria alle leggi divine ed alla Sacra Scrittura. Gli usurai pertanto, sia chierici sia laici, erano da considerarsi infami per tutta la vita e dovevano essere privati della sepoltura cristiana. Il Concilio ecumenico Laterano III (anno 1179), sotto il pontificato di papa Alessandro III, rinnovava la condanna dell’usura che veniva definita crimen. Si ordinava quindi che agli usurai, oltre alla privazione della sepoltura cristiana, fosse negata la comunione dell’altare e si stabiliva la sospensione di quei chierici che avessero disobbedito a queste disposizioni.

I rinnovati divieti dimostravano però come l’attività usuraia, sia quella legale sia quella illegale, fosse assai diffusa. Le decisioni conciliari costrinsero tuttavia i cristiani dall’astenersi, almeno pubblicamente, dal praticare l’usura, attività invece che venne esercitata, con tutti i crismi della legalità civile, dagli ebrei che ne fecero una delle loro attività professionali più caratteristiche.

Il Concilio ecumenico Laterano IV (anno 1215), sotto il pontificato di papa Innocenzo III, ordinava ai cristiani, sotto la minaccia di censura ecclesiastica, di astenersi dai rapporti commerciali con gli ebrei al fine di evitare il contrarre di prestiti usurai. Il Concilio ecumenico Lione I (anno 1245), sotto il pontificato di papa Innocenzo IV, dopo avere espresso la gravissima preoccupazione per la voragine di interessi (usurarum vorago) che avevano quasi distrutto moltissimi patrimoni ecclesiastici, proibiva in modo perentorio di contrarre prestiti, o almeno che dovessero essere contratti senza stabilire interessi. Ciò dimostra che la dura necessità vale più delle disposizioni dei concili ecumenici.

Il Concilio ecumenico di Vienne (anni 1311 e 1312), sotto il pontificato di Clemente V, prendeva atto che «in offesa a Dio ed al prossimo» in diverse località veniva autorizzata la pratica dell’usura ed addirittura la si imponeva con sanzioni coercitive. Per rimediare a questi abusi il concilio stabiliva la scomunica di tutti coloro (capitani, rettori, consoli, giudici) che con decreti o sentenze avessero obbligato al pagamento di interesse a usuraio. Al decreto 29 si legge: «Se poi qualcuno cadesse nell’errore di affermare con pertinacia che esercitare l’usura non è peccato, disponiamo che venga punito come eretico».

Il Concilio ecumenico Laterano V (anno 1515), sotto il pontificato di Leone X, stabiliva che «si dà usura in senso proprio quando dall’uso di una cosa che non produce niente, ci si sforza di ricavare, senza alcuna fatica e pericolo, un guadagno ed un frutto». La precisazione di «senza fatica e pericolo» è in realtà ambigua, e non poteva che essere così essendo il papa figlio di Lorenzo dé Medici e gaudente fino all’estremo. Sembra sia stata sua la seguente affermazione: «quanti comodi ci procura questa favola di Cristo!».

Il Concilio ecumenico di Trento (anno 1566), sotto il pontificato di papa Pio V, ribadiva la condanna agli usurai inesorabili e crudeli nelle rapine, che derubavano e dissanguavano il misero popolo. Si confermava che l’usura consisteva nel ricevere un’aggiunta in più, qualunque essa fosse, oltre il capitale prestato, sia in denaro, sia in altre forme e si concludeva che questo delitto fu sempre considerato odioso e grave più di ogni altro anche presso i pagani.

Un po’ più articolata, rispetto a quella cattolica, era la posizione di Lutero per il quale, come ricorda Marx, «un interesse può essere richiesto quando, in seguito alla non avvenuta restituzione al termine fissato, colui che ha prestato e che a sua volta deve effettuare pagamenti, deve sostenere spese non previste, o quando per questo motivo perde un profitto che avrebbe potuto ricavare». Calvino, al contrario, si contrappone in modo diametrale alla dottrina cattolica e senza mezzi termini si schiera a favore dell’usura. A differenza di quanto stabilito da Tommaso che, rifacendosi ad Aristotele, considerava il denaro come puro e semplice mezzo di scambio, Calvino stabiliva che il denaro fosse res frugifera, cioè campo fertile e fruttuoso da coltivare da cui ne derivava la piena legittimità dell’interesse.

Per combattere la usura palliata, cioè quella attività usuraia coperta e nascosta con furbeschi accorgimenti, su iniziativa, principalmente dei frati francescani, nascevano, nel XV secolo i Monti di Pietà con lo scopo di prestare somme di denaro in cambio di pegni. Queste istituzioni, come dice Marx, «vanno ricordate solo perché mostrano l’ironia della storia, in virtù della quale le pie intenzioni si convertono proprio nel loro contrario non appena vengono realizzate». Ed infatti sorse immediatamente una disputa teologica che contrapponeva i francescani, detentori dei Monti di Pietà, agli altri ordini religiosi. I Monti di Pietà, ad uso rimborso spese di gestione, trattenevano una parte della somma data in pegno; questa pratica fece gridare allo scandalo sia i frati agostiniani sia quelli domenicani i quali sostenevano che in realtà il cosiddetto “contributo” altro non era che “interesse” e quindi di usura bella e buona si trattava.

Per quanto noi ne sappiamo l’ultima dichiarazione ufficiale contro l’usura, da parte della Chiesa cattolica, è contenuta nella Enciclica Vix Pervenit emanata da papa Benedetto XIV nel 1745 dove viene condannato «quel genere di peccato che si chiama usura e che (…) consiste che ciascuno pretende che del mutuo, il quale per sua natura vuole che si restituisca solo quel che fu prestato, gli sia restituito più di ciò che si ricevette; e per ciò sostiene che oltre al capitale gli è dovuto un certo guadagno a motivo del prestito stesso. Perciò ogni utile di questa specie, che superi il capitale, è illecito e usuraio».

A togliere la Chiesa cattolica da ogni impiccio, cioè dal pericolo di dover scomunicare se stessa, in base agli articoli dei concilii ecumenici, venne, provvidenziale, la rivoluzione francese. Preso il potere la borghesia sistemò tutto la controversia usura sì/usura no, con una precisazione terminologica. Il 12 ottobre 1789 l’Assemblea Costituente Francese approvava un decreto nel quale di introduceva la distinzione nominale tra l’usura permessa e determinata dalla legge civile, che assumeva la denominazione di “interesse legale”, mentre il termine “usura” acquistava un significato puramente illegale in quanto veniva attribuita all’interesse superiore al tasso stabilito per legge.

Banche cattoliche e banche vaticane, negli ultimi due secoli sono nate e sono prosperate ben certe di non contravvenire alla legge divina che vieta loro l’usura in quanto si limitano ad esigere il borghese “interesse legale”. E se quand’anche questo interesse legale venisse superato, non ci sarebbe «nessun imbarazzo per la Chiesa. Altrimenti dovremmo sentirci imbarazzati ogni volta che un uomo, qualsiasi uomo, commette un errore. Perché la Chiesa è fatta di uomini» (il cardinale Tonini sul Corriere della Sera il 21 agosto).

Marx, dopo avere ricordato che «l’usura ha una importanza storica in quanto costituisce essa stessa un processo che genera il capitale, (infatti,) capitale usuraio e capitale commerciale rendono possibile la costituzione di un patrimonio monetario indipendente dalla proprietà terriera», ci dice anche che è impensabile che il mondo capitalista possa liberarsi di questo fenomeno. «L’usura sembra vivere nei pori della produzione come gli dei di Epicuro vivevano negli intermundia».

Le campagne moralizzatrici le lasciamo agli altri, ai disonesti ed agli imbecilli, noi abbiamo imparato da tempo che non si cura il marcio della società mettendo impiastri e pomate sui suoi bubboni infetti che possono essere il banchiere disonesto, il politico corrotto, il cardinale usuraio. Non sta qui il problema, bisogna tagliare drasticamente alle radici le cause di queste infezioni, l’esistenza stessa del modo di produzione capitalistico.

Quando, dopo un periodo (non certo breve, compagni anarchici!) di dittatura del proletariato, avremo abolito anche il denaro, ai finanzieri d’assalto, agli usurai ed agli adoratori del dio “mammona” non rimarrà che il rimpianto di un tempo che fu giocando a Monopoli attorno ad un tavolo.