Partito Comunista Internazionale

Nuova introduzione alla ristampa in lingua inglese e turca di “Lezione marxista della formazione di Stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”

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In coincidenza con la micidiale guerra in corso tra Israele e Gaza presentiamo il nostro vecchio studio del 1983 sulla questione della Palestina e del Medio Oriente, intitolato “Lezione marxista della formazione di Stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”. Da allora il Partito ha pubblicato su “Communist Left” un articolo e una relazione a una riunione generale, intitolati “Questioni sociali e di classe alla base della tragedia israelo-palestinese” (CL 18, 2003) ed “Economia e società in Israele e Palestina” (CL 46, 2020). Ci basiamo su questi testi per riassumere il senso degli importanti eventi che si sono verificati dopo la pubblicazione di questo studio.

La questione palestinese sarebbe stata infine ufficialmente “risolta” nel 1993, durante le proteste di massa della Prima Intifada contro l’occupazione israeliana, iniziate nel 1987, a seguito di negoziati segreti tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Con questo accordo Israele e l’OLP si sono riconosciuti ufficialmente legittimi rappresentanti dei rispettivi popoli.

Nel 2003 abbiamo scritto:

«L’accordo di Oslo è stato molto vantaggioso per la borghesia israeliana, l’ha soddisfatta per quanto riguarda le sue richieste territoriali, economiche, sociali e le ha anzi lasciato ben poco da desiderare. L’accordo, accettato dalla timida e corrotta borghesia palestinese, prevedeva la creazione di uno Stato fantoccio, un “bantustan”, dove prometteva di confinare il proprio proletariato, da utilizzare sul posto o in Israele come manodopera a basso costo.

«La borghese Autorità Nazionale Palestinese, dotata di un forte apparato repressivo fornito e addestrato da israeliani e americani, si è assunta il compito di mantenere l’ordine in cambio della possibilità di svolgere i propri affari all’ombra di Israele. L’accordo avrebbe anche garantito una congrua parte dei facili profitti ai Paesi arabi e all’Europa, tutti interessati a spartirsi e a mantenere il controllo su questa regione di grande importanza strategica negli ultimi cinquant’anni; a mantenere la pace tenendo i palestinesi (e gli israeliani) come ostaggi di guerra perpetui.

«La difesa degli accordi di Oslo è stata portata a livelli ridicoli dalla leadership palestinese, la cui sottomessa collaborazione alla borghesia israeliana e al suo Stato è ormai completa. La polizia e i servizi segreti palestinesi hanno collaborato pienamente con la polizia e i servizi israeliani e con quelli degli Stati Uniti, fornendo informazioni a danno non soltanto dei loro attuali avversari, ma anche dei gruppi proletari più combattivi, quando non sono riusciti a reprimerli essi stessi o a mitragliarli per le strade. La stessa cosa vale per i dirigenti dei sindacati palestinesi, bersaglio per le stesse forze di polizia “autonome” dell’Anp.

«Anche sul fronte economico, la collaborazione tra datori di lavoro israeliani e palestinesi è stretta. “Al di là dei legami formalizzati nell’Accordo – scrive N. Pacadou su ’Le Monde Diplomatique’ nel marzo 2001 – la realtà della dipendenza economica dei territori palestinesi dallo Stato ebraico mantiene reti di interessi che uniscono da vicino il “complesso militare-commerciale” dell’Autorità Nazionale Palestinese ai funzionari israeliani, senza i quali non si eserciterebbe il monopolio sulle importazioni di materie prime di cui godono le società pubbliche palestinesi”. L’articolo prosegue: “L’ambiguità iniziale su ciò che costituisce l’autonomia condanna così l’Autorità Palestinese a un impossibile portare avanti la lotta nazionale collaborando con gli occupanti”.

«La ragione del fallimento dell’Accordo di Oslo è che la macchina della repressione palestinese non è stata all’altezza dei compiti di polizia assegnatigli dal capitalismo internazionale, né poteva esserlo.

«Ben consapevole di questo, lo Stato israeliano, oltre a fare i propri interessi, non ha mai smesso di perseguire le sue politiche di espansione, impiantando nuove colonie, espropriando terre e acque, e opponendosi a qualsiasi richiesta per il ritorno dei milioni di rifugiati che ancora vivono nei campi sparsi in tutto il Medio Oriente».

Man mano che l’Autorità Palestinese rendeva più stretta la collaborazione, altre correnti borghesi emergevano per sostituirla come principale organizzazione del nazionalismo palestinese. L’organizzazione che più di tutte ha ricoperto questo ruolo è stata Hamas, sezione palestinese dei Fratelli Musulmani.

Abbiamo scritto nel 2020:

«Hamas è un movimento fortemente connotato di religiosità, creato dai servizi segreti israeliani per opporsi al movimento proletario incontrollato dell’intifada e all’OLP laica. Hamas ha creato una rete di servizi sociali, con i fondi dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza israeliana, il servizio di sicurezza interno di Israele) ed è diventato il rappresentante della resistenza palestinese. Israele ha passato più di vent’anni a organizzare Hamas, con ottimi risultati per quanto lo riguarda.

«Questo movimento fondamentalista e antioperaio ha indubbiamente ottenuto un notevole consenso tra la popolazione palestinese. Ha fornito materiale alla propaganda per l’unità dello Stato sionista e ha giustificato il continuo massacro dei “fanatici religiosi” e dei “terroristi”. Tutto questo, ovviamente, serve a nascondere la vera guerra in corso: la guerra di classe contro il proletariato, e in particolare contro il proletariato palestinese.

«Il fenomeno islamista in Medio Oriente non è un movimento regressivo di contadini o di piccoli borghesi, ma una creatura dell’imperialismo finanziario e petrolifero della regione e del maledetto Occidente. Non è certo un movimento di nazionalisti borghesi che vogliono fare la rivoluzione. È uno strumento utilizzato dagli imperialismi finanziari predatori per prevenire e reprimere la rivolta proletaria e qualsiasi forma organizzativa che i lavoratori elaborino nel corso della loro riaggregazione. La sua base è composta per lo più da elementi della borghesia e della piccola borghesia, da commercianti, studenti, disoccupati e professori delle università islamiche della regione».

Dopo gli accordi di Oslo, Hamas e Fatah si sono scambiati i ruoli, contrapponendo la legittimità di quest’ultima al terrorismo dell’altra. La vittoria elettorale di Hamas su Fatah nel 2006 ha avuto come conseguenza una guerra civile tra i due partiti nazionalisti palestinesi e ha portato alla situazione attuale di una Palestina divisa tra una Gaza controllata da Hamas e uno Stato fantoccio guidato da Fatah nella Cisgiordania, molto più grande.

«In ogni caso, in quegli anni il capitalismo stava rapidamente rimodellando la Palestina. Sia in Israele sia in Palestina il capitalismo ha rapidamente distrutto ogni traccia delle vecchie società e, dopo averle trasformate a sua immagine e somiglianza, entrambe sono ora saldamente legate al mercato mondiale. Il capitalismo, lasciando dietro di sé migliaia di morti, ha plasmato radicalmente la vita di milioni di persone per metterle a sua disposizione (…) L’agricoltura ha sempre meno peso, mentre crescono il settore dei servizi, l’edilizia e l’industria. La disoccupazione, che a Gaza ha raggiunto l’altissimo livello del 44%, in Cisgiordania si aggira intorno al 14%. A Gaza, la scarsità di acqua potabile, di energia elettrica, i tagli all’assistenza economica e la disoccupazione hanno prodotto una situazione esplosiva che inevitabilmente alimenterà la rivolta proletaria».

Riportiamo il riassunto della storia del movimento sindacale in Palestina, tratto dal nostro rapporto 2020:

«Il proletariato palestinese ha sempre lottato da solo, e gli innumerevoli massacri che ha subito negli ultimi settant’anni ne sono la prova. Il suo principale nemico è il suo stesso governo, che parla di rivoluzione ma capitola davanti alla borghesia israeliana e riceve denaro da essa.

«Il bantustan che l’OLP ha creato, unito alla macabra tortura israeliana delle espulsioni e degli insediamenti, è responsabile della miserabile situazione della Cisgiordania.

«Prima della creazione dello Stato israeliano e dell’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania, la più grande organizzazione sindacale in Palestina era l’Associazione dei Lavoratori Arabi. Prima della Nakba aveva quasi 35.000 membri. Con la creazione dello Stato israeliano, il fulcro dell’attività sindacale passò a Nablus, con infine una fusione con il movimento sindacale giordano. A Gaza, invece, quando era sotto il dominio egiziano, il movimento sindacale palestinese andò avanti per la sua strada e si formò la Federazione Sindacale Palestinese. Nel 1969 divenne parte integrante dell’OLP.

«Una volta entrata in vigore la legge giordana, i sindacati sono stati sottoposti a un controllo rigoroso. In seguito, con l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele e fino al 1979 tutte le attività sindacali furono vietate. Ciononostante, il sindacato crebbe in modo sorprendente. Si stima che alla fine degli anni Settanta avesse circa 12.000 iscritti, nonostante la condizione di clandestinità.

«Negli anni Ottanta il movimento sindacale si frammentò in più di 160 sindacati separati, che organizzavano in tutto meno di 6.000 lavoratori. Le ragioni di questa divisione sono da ricercare nella lotta settaria tra le varie organizzazioni borghesi che vogliono controllare il movimento proletario e sostituire le rivendicazioni di classe del crescente proletariato urbano con quelle nazionaliste del movimento riformista, che in quel periodo si stava preparando a negoziare la creazione dell’Autorità Palestinese. Quest’ultima, una volta insediatasi, ha dato vita a una centrale sindacale unitaria, denominata Federazione Generale Palestinese dei Sindacati, alleata e guidata da Fatah e successivamente dalla stessa Autorità Palestinese.

«Nel 2011 e nel 2012, durante la Primavera araba, il proletariato è sceso in piazza in violente manifestazioni di rabbia per difendere i propri interessi economici e il potere d’acquisto dei salari di fronte all’aumento delle tasse e del costo della benzina, ed è entrato in diretto contrasto con l’Autorità Palestinese. Le rivolte sono state duramente represse dalle forze dell’ordine palestinesi, che si sono avvalse dell’appoggio logistico delle forze di occupazione israeliane».

Nelle condizioni attuali, la Federazione Generale Palestinese dei Sindacati deve essere considerata un’organizzazione del regime, non solo palestinese ma anche, indirettamente, israeliano. Si tratta di un organismo che probabilmente non ha già più possibilità di essere conquistato a una direzione sindacale classista.

Sembra averlo indicato la lotta degli insegnanti nel febbraio 2013, nel quale l’Unione Generale degli Insegnanti Palestinesi, aderente alla Federazione Generale Palestinese dei Sindacati, si schierò contro lo sciopero, e i lavoratori si organizzarono in un coordinamento fuori e contro il sindacato di regime.

Le federazioni sindacali di base, come la Federazione dei Sindacati Indipendenti e dei Comitati di Lavoratori in Palestina, fondata nel 2004, e il MAAN, che organizza operai e impiegati in Cisgiordania e in Israele, saranno probabilmente un fulcro importante delle future lotte proletarie, nonostante l’ideologia riformista e democratica dei suoi attuali dirigenti.

Nel mentre Israele è diventata una società più diversificata. Il suo funzionamento è determinato dalle esigenze del capitalismo e riflette la realtà della situazione del suo proletariato. Questo il riassunto della storia del movimento sindacale in Israele tratto dal nostro rapporto del 2020:

«I palestinesi che lavorano in Israele e all’interno degli insediamenti dei coloni israeliani tendono ad accollarsi i lavori più faticosi e noiosi, in generale quelli che il proletariato israeliano non vuole fare. Per la maggior parte sono occupati nell’edilizia, molti negli insediamenti ebraici contribuendo alla costruzione delle colonie! (…) Quasi mezzo milione di proletari non nativi lavorano in Israele, nell’edilizia e dell’agricoltura. E questa parte del proletariato è in crescita. Vengono soprattutto dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Europa dell’Est, dal Sudamerica e dal Sud-Est asiatico. Sono molto sfruttati e in genere si trovano a lavorare in condizioni particolarmente disagiate, ma non ricevono alcun sostegno dai sindacati del regime».

«La confederazione sindacale Histadrut, per lungo tempo praticamente l’unico rappresentante della classe operaia ebraica, è un pilastro e un fedele sostenitore del sionismo. È stata costituita prima della creazione dello Stato israeliano ed è storicamente legata al MAPAI, il partito sionista dei lavoratori in parlamento.

«Per tutta la sua esistenza l’Histadrut ha fomentato l’odio razziale tra ebrei e arabi. Una sezione araba fu creata solo nel 1943, ma solo nel 1959 gli arabi firono accettati nell’organizzazione principale. Tuttavia ha continuato a porre ostacoli a qualsiasi tipo di solidarietà proletaria tra ebrei e arabi».

Ci erano state «organizzazioni sorte spontaneamente che includevano sia ebrei sia arabi nel 1919 e negli scioperi del 1924».

«Nonostante i numerosi tradimenti dell’Histadrut nei confronti della classe operaia, si sono avuti casi incoraggianti di solidarietà proletaria tra lavoratori ebrei e palestinesi. Gli episodi più noti sono quelli dei postini e dei ferrovieri nel 1946, che si trasformò in un’azione generale con 23.000 scioperanti, dei marittimi nel 1951 e dei portuali nel 1969.

«Ma il movimento proletario israeliano sta cambiando rapidamente. Ai numerosi lavoratori immigrati si aggiunge la rapida crescita demografica del proletariato palestinese. Cresce anche l’intolleranza dei lavoratori ebrei nei confronti degli ebrei ortodossi. Sono quindi sorti alcuni sindacati indipendenti dall’Histadrut che, pur avendo ancora una piccola influenza, sono riusciti a organizzare un paio di scioperi clamorosi nell’importante settore dei trasporti».

I comunisti ebrei in Israele non possono lavorare all’interno dell’Histadrut o aderirvi. I proletari di Israele dovranno distruggere questa federazione sindacale dall’esterno. Quando arriverà il momento della lotta finale, tutti i proletari ebrei che potevano lasciare questo sindacato di razza lo avranno già fatto.

I movimenti operai in Palestina e in Israele devono creare un fronte sindacale internazionale dal basso su un’ondata di lotte che spazzerà via i sindacati di regime, soprattutto l’Histadrut, ma anche la Federazione Generale Palestinese dei Sindacati e gli altri.

In conclusione, solo il proletariato può porre fine alle sanguinose tragedie che da molti decenni infestano il Medio Oriente e può farlo solo rafforzando il suo Partito Comunista Internazionale che, sulla base della sua comprensione marxista della situazione in Palestina, si oppone allo stesso tempo a ogni tipo di oppressione nazionale e di collaborazione di classe.

«Il Partito aveva previsto, e la storia ha confermato, che tutti i movimenti nazional-borghesi della zona sono destinati a capitolare di fronte all’imperialismo, indipendentemente dalle azioni bellicose e ultra-rivoluzionarie intraprese dal panarabismo. Non c’è più spazio per una doppia rivoluzione, ma solo per lo sviluppo della lotta della classe operaia e delle organizzazioni necessarie per condurre questa lotta, la quale, quando i tempi saranno maturi, diventerà una lotta armata che porterà all’insurrezione. La sua guida sarà la dottrina storica della liberazione del proletariato: il comunismo».