PiSdC – La libertà di sciopero e il teatrino del regime borghese
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Sta facendo un gran scalpore sui mezzi d’informazione, tutti foraggiati dallo Stato della classe dominante e in mano ai gruppi capitalistici, la limitazione allo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil da parte della cosiddetta Commissione di Garanzia sullo Sciopero (CGS) e la successiva precettazione da parte del Ministero dei Trasporti.
I pupazzi sulla scena – coi fili tenuti dall’alto dalla borghesia e dal suo Stato – cercano di sfruttare l’occasione a proprio vantaggio, avendo saputo perfettamente dal principio come sarebbero andate le cose e non avendo alcuna intenzione di cambiarne il corso.
Il ministro dei trasporti il 10 novembre ha gridato ai quattro venti che “non si può scioperare per 24 ore”, come se non sapesse che la Commissione di Garanzia era già intervenuta – due giorni prima – esattamente in quei termini, indicano a Cgil e Uil di ridurre la durata dello sciopero per autoferrotranvieri e ferrovieri e di revocare quello nel trasporto aereo e nella igiene ambientale (netturbini).
La CGS ha operato questa limitazione dello sciopero proclamato da Cgil e Uil per venerdì 17 novembre non per gli schiamazzi del ministro, ma semplicemente perché ha applicato le leggi antisciopero approvate nel 1990 (legge 146) e nel 2000 (legge 83). Tuttavia agendo in tal modo il ministro è potuto apparire come vincitore nella tenzone, che è quello che voleva.
La sua ordinanza di precettazione, emessa martedì 14 novembre, non fa che ricalcare quanto già deliberato dalla CGS, eccezion fatta per i ferrovieri, il cui sciopero viene ridotto non a 8 – come richiedeva la CGS – ma a 4 ore.
Da parte delle dirigenze di Cgil e Uil, per evitare l’intervento della CGS sarebbe bastato proclamare un vero sciopero generale: cioè di tutte le categorie e in tutto il territorio nazionale, in un sol giorno. In questo modo, sempre ai termini di legge, la CGS non sarebbe potuta intervenire con alcuna limitazione. Invece, Cgil e Uil hanno diviso lo sciopero generale per settori e per territori: il 17 novembre avrebbero dovuto scioperare tutte le categorie solo nel centro Italia, mentre a livello nazionale solo alcuni settori: trasporti, porti, logistica, igiene ambientale, pubblico impiego.
In questi giorni esponenti politici di governo hanno riproposto il ritorno alle gabbie salariali. Cgil e Uil in gabbia mettono lo sciopero non-generale, diviso per settori e per territori.
Landini schiamazza contro l’intervento della CGS, ma al pari del Ministro dei Trasporti sapeva benissimo cosa poteva fare per evitarne l’intervento e come sarebbe invece andata proclamando uno sciopero generale ammezzato.
Le leggi antisciopero, oggi applicate dalla CGS per limitare lo sciopero di Cgil e Uil del 17 novembre, furono volute proprio da Cgil Cisl e Uil per ostacolare il rafforzarsi dei sindacati di base in corso in tutti gli anni ‘80, che proclamavano veri scioperi permettendo ai lavoratori dei cosiddetti “servizi essenziali” di difendere le proprie condizioni salariali e d’impiego.
Anche l’ordinanza di precettazione del ministro rientra pienamente nelle sue facoltà definite dall’articolo 8 di quella legge antioperaia, voluta dalla Cgil e dai suoi compari. Certo, ora Cgil e Uil denunciano l’inconsistenza delle motivazioni addotte dal ministro a sostegno del suo intervento, ma intanto la precettazione c’è e lo sciopero è colpito.
Grazie a quelle leggi ai sindacati conflittuali è stata spuntata l’arma fondamentale, che è poi l’arma fondamentale dei lavoratori, quella dello sciopero appunto. Non a caso in quei settori, pur con gradualità e parzialità, anche per questo l’avanzata del sindacalismo di base è stata arrestata ed è iniziato un reflusso.
Si deve ricordare che quelle leggi furono approvate da un governo pentapartito di centro (De Mita, 1990) e da un governo di centrosinistra (D’Alema, 2000). La borghesia italiana non ha dovuto attendere “il governo di destra” per giovarsi di una delle leggi più restrittive della libertà di sciopero d’Europa.
Mentre ancora oggi, è notizia di questi mesi, in Germania, Regno Unito, Francia, i lavoratori delle categorie soggette alle leggi volute da Cgil Cisl e Uil scioperano per giorni, anche una settimana intera, in Italia non possono farlo per più di un giorno, pena subire pesanti sanzioni economiche.
Ma a Cgil e Uil non è la forza della mobilitazione e dello sciopero che interessa. Tutto questo chiasso, come è stato utile al ministro, al pari lo è per esse, perché offre una verniciata di radicalismo a organizzazioni sindacali che hanno perso ogni credibilità e autorevolezza nella classe lavoratrice e che devono la loro esistenza non certo alla forza che loro danno i proletari ma al riconoscimento che il padronato e il suo Stato conferiscono loro in quanto fondamentale strumento di opposizione al sindacalismo di lotta.
Hanno voluto le leggi antisciopero per combattere il sindacalismo di classe e ora fingono di dolersi per la loro applicazione. Nel frattempo, un bel borghese – amministratore delegato dell’azienda di trasporto pubblico locale di Milano (ATM), nel consiglio di amministrazione di quella di Roma (ATAC), presidente dell’associazione padronale di categoria aderente a Confindustria (la Agens) – ha mandato a parlamentari di fiducia una bozza di proposta di legge per un ulteriore giro di vite contro la lotta sindacale, limitando la facoltà di proclamare scioperi – per ora fra gli autoferrotranvieri – solo ai sindacati maggiormente rappresentativi, cioè a Cgil Cisl Uil e, in questa categoria, all’autonoma Faisa Cisal.
Non è certo da attendersi che le dirigenze di questi sindacati di regime muovano un dito: brinderebbero nel chiuso delle loro stanze all’approvazione di una simile legge. Lo stesso segretario confederale della Uil, nella conferenza stampa congiunta col segretario confederale Cgil, non ha mancato di tirare un colpo al sindacalismo di base, affermando che la CGS non colpirebbe gli scioperi promossi dal sindacalismo conflittuale ma solo quelli promosso da Cgil e Uil. Una bella menzogna, ma che fa capire dove si andrà a parare con tutta questa messa in scena.
La stessa presidente della Commissione di Garanzia, sulla stampa del 15 novembre, dopo aver sostenuto che occorre un’ulteriore stretta alla residua libertà di sciopero per ciò che attiene, questa volta, gli scioperi generali, ha affermato che “In realtà, poi, delle regole più stringenti sarebbero a vantaggio dei grandi sindacati tradizionali e a svantaggio delle piccole sigle”!
Lo scontro in atto è dunque il solito trito teatrino della politica borghese in cui le varie parti cercano di portare acqua al loro mulino: ci speculano e guadagnano la destra come la sinistra borghesi e i sindacati collaborazionisti e di regime.
A rimetterci sono i lavoratori e le loro autentiche organizzazioni di lotta, vero obiettivo di tutti i burattini della messa in scena.
Affinché l’operazione non vada in porto i lavoratori devono mandare all’aria il teatrino e possono farlo solo unendo le forze del sindacalismo di lotta.
I lavoratori combattivi ancora iscritti ai sindacati collaborazionisti e le residue aree conflittuali ancora in Cgil non possono restare inermi, come vorranno le loro dirigenze. Devono unirsi al resto del sindacalismo conflittuale nella lotta per opporsi al nuovo attacco alla libertà di sciopero che si profila.
I sindacati di base hanno finalmente ritrovato l’unità d’azione proclamando uno sciopero nazionale della categoria per il prossimo 27 novembre. Un primo banco di prova in cui si misurerà la volontà e la capacità di unire l’azione del sindacalismo di classe.