Partito Comunista Internazionale

PiSdC – Hamas e governo di Israele uniti nella carneficina dei proletari

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Come accade quando si sviluppa una guerra fra forze e Stati borghesi, il proletariato è l’elemento che scompare da ogni descrizione degli avvenimenti. I lavoratori non hanno mai voce in quell’opera di lunga lena con cui gli Stati borghesi, siano internazionalmente riconosciuti o “di fatto”, e le bande armate del capitale si accingono alla preparazione bellica, materiale e ideologica. Sono solo forza lavoro adibita alla produzione di armi e munizioni per sopprimere altri umani e alla preparazione logistica della guerra. Ai lavoratori toccherà sempre sostenere il costo economico del riarmo e i danni della guerra. Lo sanno bene i lavoratori di Gaza, ai quali per decenni è stato fatto scavare un reticolato di gallerie militari per centinaia di chilometri. Lo sanno i proletari in Israele, che da sempre si sacrificano per sostenere l’enorme spesa militare dello Stato, e che sono costretti a vivere in una perenne minaccia e a dare spesso la vita per le ambizioni imperialiste regionali del loro Stato borghese, braccio armato degli Stati Uniti nella regione.

Il militarismo accompagna ogni fase dell’accumulazione allargata del capitale in tutte le sue fasi storiche, esso, come spiega Rosa Luxemburg ne “L’accumulazione del capitale”, è «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione». È sempre difficile stabilire quale ramo della produzione sia finalizzato a finalità belliche e quale no. Il marxismo rivoluzionario ha definito “militarismo economico” quella fase in cui alla domanda del “libero” mercato di beni di consumo individuali si sovrappone «la domanda dello Stato, accentrata in una grande unitaria e compatta potenza».

Questa ricetta, sperimentata da oltre un secolo dagli Stati capitalisti più avanzati, oggi si generalizza anche alle entità di dominio borghesi più fragili, perché è la strada più agevole per far gravare sui lavoratori il peso economico del riarmo. Il partito di Hamas, di orientamento religioso oscurantista, che si impone sul proletariato di Gaza per conto di altri imperialismi, assolve alla funzione dello Stato, violenza organizzata della classe dominante sulla classe dominata. Hamas gestisce nella Striscia le risorse finanziarie che arrivano sotto forma di aiuti dagli organismi internazionali, da alcuni paesi arabi o a maggioranza islamica e dai finanziatori internazionali, spesso legati all’Islam politico. Ne destina gran parte al settore militare.

Negli oltre sedici anni che ci separano dalla “battaglia di Gaza” del giugno del 2007, con cui si impadronì del potere per mezzo delle armi in uno scontro sanguinoso col rivale partito di Fatah, Hamas ha attuato una repressiva politica antiproletaria. Numerose rivolte per il carovita sono state schiacciate col pugno di ferro da Hamas, che ha agito contro i lavoratori di Gaza come gendarme per conto della borghesia palestinese e internazionale.

Per sradicare nei lavoratori ogni memoria di appartenere al movimento operaio mondiale Hamas dal 2015 ha proibito la celebrazione del Primo Maggio.

La maggior parte della popolazione di Gaza è assai giovane d’età, prigioniera per il blocco imposto da Israele e dall’Egitto. Privati della solidarietà delle lotte operaie degli altri paesi, Hamas alleva quei giovani proletari nell’odio indistinto per gli ebrei allo scopo di tenerli lontani della lotta sindacale di classe. Il dominio politico borghese di Hamas li induce ad arruolarsi nelle sue milizie e nelle altre formazioni fondamentaliste islamiche.

A favorire il reclutamento di nuovi miliziani contribuiscono, oltre all’isolamento totale imposto da Israele, le periodiche stragi consumate dall’aviazione e dalle guardie di frontiera israeliane, la miseria provocata dal blocco, che induce molti giovani a rassegnarsi a una delle poche occupazioni disponibili: il mestiere delle armi. I corpi di élite delle forze armate di Hamas offrono stipendi fra i 400 e i 500 dollari ai loro miliziani, una cifra non troppo misera per gli standard locali.

Inoltre Hamas, in linea in questo con la corrente dei Fratelli Musulmani di cui fa parte, ha potuto comprare la pace sociale garantendo un discreto welfare, sussidi alle vedove, agli orfani, ai parenti dei “martiri”, e col sostegno all’istruzione e alle cure mediche per gli indigenti. Elementi che svolgono un ruolo importante nel mantenere il consenso in un territorio in cui è disoccupata quasi la metà della forza lavoro.

In questo Hamas ha rivelato una maggiore capacità di saldare il fronte sociale interno rispetto al partito concorrente palestinese di Fatah, che dipende in tutto, da un punto di vista politico, economico e militare, dalle potenze occidentali.

La gestione della forza lavoro è il problema essenziale di ogni regime borghese. In questo Israele e l’arcinemica Hamas conducono una guerra parallela contro il proletariato.

Da qualche anno il governo di Gerusalemme favorisce l’ingresso di lavoratori asiatici da diversi paesi per limitare la dipendenza dell’economia dalla forza lavoro palestinese. Si tratta di uno dei mille modi attraverso cui la borghesia israeliana cerca di garantirsi una forza lavoro disciplinata e a buon mercato, e allo stesso tempo vessare e ricattare i lavoratori palestinesi. L’immigrazione asiatica è stata numerosa nel settore agricolo. Fino al 7 ottobre vivevano in Israele oltre 30.000 proletari thailandesi, di cui circa 5.000 impiegati nelle aziende agricole delle zone limitrofe alla striscia di Gaza. Nella furia dell’assalto i miliziani di Hamas non soltanto non hanno risparmiato i lavoratori israeliani, ma hanno fatto strage di immigrati asiatici. A cadere sotto i colpi di questo partito reazionario sono stati anche 30 braccianti thailandesi, 10 nepalesi e 4 filippini. Che non si sia trattato di vittime casuali lo prova il fatto che decine di questi lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio da Hamas.

Alcune migliaia di lavoratori thailandesi sono stati rimpatriati da Israele con un ponte aereo organizzato dal governo di Bangkok, che ha offerto un indennizzo di 1.300 dollari a tutti coloro che vogliono tornare da Israele.

Hamas, come ogni forza borghese in guerra, non si fa scrupolo di infierire sui lavoratori infliggendo loro lutti e sofferenze. In questo ha alleato l’altrettanto reazionario e borghese governo israeliano che nei mesi prima del 7 ottobre ha aperto e chiuso a singhiozzo il valico di Erez che permette il flusso di ben 20.000 braccianti da Gaza.

Le scaramucce con Hamas, caratterizzate da missili lanciati da Gaza sul territorio israeliano e di raid punitivi dell’aviazione israeliana, o le manifestazioni contro il blocco sedate col piombo dai soldati di Tsahal, hanno tenuto in ostaggio i lavoratori frontalieri gazawi richiudendoli a intervalli dentro il loro territorio-prigione.

Nei giorni precedenti il 7 ottobre in Israele erano presenti 18.500 lavoratori palestinesi gazawi. Come sempre avviene quando scoppia una guerra tra potenze capitaliste, coloro che sono originari del paese che si va a bombardare sono sottoposti a uno stretto controllo poliziesco e privati della libertà di movimento. Le prime misure adottate dal governo Netanyahu sono state la cancellazione di tutti i permessi di lavoro e un ordine del ministro della Difesa Yoav Gallant che permetteva la detenzione dei lavoratori di Gaza per dieci settimane in basi dell’esercito. Centinaia di questi lavoratori edili e braccianti agricoli, considerati “combattenti illegali”, sono stati riaccompagnati a forza a Gaza sotto le bombe. Gli autobus li hanno lasciati al valico dedicato alle merci di Kerem Shalom (toponimo dal significato beffardo di “vigna della pace”) da dove hanno dovuto percorrere sei chilometri per raggiungere la Striscia. Altri 4.000 di questi lavoratori che sono stati spediti in Cisgiordania, dove molti di loro hanno trovato rifugio nel già affollatissimo campo profughi di Dheisheh, nei pressi di Betlemme, oltre il muro che divide Israele dai territori occupati. Tutti loro vivono una condizione assai difficile, aggravata dall’ansia per il destino dei parenti rimasti sotto le bombe che stanno distruggendo Gaza.

In questo piccolo lembo di terra intanto vengono portate al massacro le giovani leve del proletariato in esubero per il capitale.

Ancora una volta, con l’incursione del 7 ottobre compiuta da Hamas, ma colta come un’occasione propizia dalla borghesia israeliana, la guerra è stata imposta ai proletari riluttanti. Il capitale, di Israele e mondiale, non ha, e non avrà alcuna remora a compiere gli atti di violenza più efferati. Una furia distruttrice del morente capitale che farà impallidire il ricordo dell’Olocausto e della Nakba.