Partito Comunista Internazionale

Lotte operaie nonostante la colorazione in rosso del regime borghese. Ma ben altro c’è da aspettarsi dal proletariato di Cina

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Giungono notizie dalla Cina di una ripresa di scioperi e proteste operaie in tutti i settori dopo il calo delle agitazioni operaie durante la pandemia. Il China Labour Bulletin, un’organizzazione socialdemocratica che raccoglie dati sulle lotte operaie in Cina, ne ha registrate 741 nella prima metà del 2023, quasi quante nell’intero 2022: 830. Di mese in mese sono passate da 86 a gennaio a 165 a maggio. Se la tendenza si mantenesse si arriverebbe ad almeno 1.300 entro l’anno, il numero più alto dall’inizio della pandemia e che si avvicinerebbe a quello del 2019.

Il settore con il maggiore numero di proteste è il manifatturiero, in cui le lotte sono state innescate da un’ondata di chiusure, di delocalizzazioni e di salari non pagati. I padroni scaricano sugli operai la contrazione della produzione connessa a una diminuzione degli ordini da Europa e Stati Uniti, conseguenza del rallentamento economico in queste aree, e della guerra commerciale tra i blocchi imperiali. Rispetto all’ultimo trimestre del 2022 le agitazioni nel settore manifatturiero nel primo trimestre del 2023 sono aumentate di dieci volte. Ma la cattiva situazione del capitalismo cinese colpisce tutti i settori, come nelle costruzioni dove la contrazione del mercato immobiliare spinge i lavoratori a protestare contro i salari arretrati.

A sostegno dell’azione padronale contro la classe operaia ci sono il sindacato di regime e la repressione poliziesca. Il sindacato ufficiale cinese, la Federazione pan-cinese dei sindacati (ACFTU), legata al PCC e allo Stato, agisce in funzione della stabilità economica e sociale borghese. Interviene a smorzare la combattività delle lotte in vario modo: incanalandole nei meandri delle procedure burocratiche, incoraggiando la ripresa del lavoro, in diretto contrasto con gli interessi dei lavoratori. La polizia poi, come negli altri paesi borghesi, mantiene il proletariato sottomesso, arresta i lavoratori in sciopero perseguita i proletari che tentano di organizzare reti sindacali alternative a quella del sindacato di regime.

Il PCC, il sindacato di regime, lo Stato cinese con i suoi apparati repressivi sono tutti strumenti di oppressione sul proletariato, mentre il falso socialismo è l’ideologia che in Cina copre lo sfruttamento capitalistico. La combattività operaia è la dimostrazione che, nonostante i tentativi di colorare di rosso l’ordine borghese, il contenuto reale della struttura economica e sociale della Cina è l’inconciliabile antagonismo di classe, come di tutti i paesi.

Le recenti lotte operaie in Cina vanno a smentire la propaganda nazionalistica dei dirigenti di Pechino e si scagliano contro il tentativo di conciliare gli interessi proletari con quelli del capitale attraverso il mito della rinascita della nazione, della “Nuova Era”, del “Sogno Cinese”, da realizzare entro il 2049, centenario della Repubblica Popolare: formule che la borghesia utilizza per stringere le masse attorno alla sua ambizione ad una nuova spartizione imperialistica del mondo.

Sebbene questi scioperi rappresentino la migliore smentita della pretesa “armonia” della società cinese, la loro reale portata resta ancora ristretta nei numeri e nella estensione. Si tratta di lotte operaie difensive, in risposta ai tentativi padronali di scaricare sui lavoratori le difficoltà dell’economia nazionale.

Ben altro ci si aspetta dal proletariato cinese! Non si tratta di un auspicio ma della certezza che viene dalle convulsioni del movimento sociale consumate in quel grande paese da oltre un secolo.

Volgendo lo sguardo indietro scorgiamo che i mutati rapporti delle classi rendono il proletariato cinese una forza straripante che domani, organizzata in sindacati classisti e guidata dal vero Partito Comunista, potrà abbattere l’ordine borghese.

Passato e presente

La lotta internazionale del proletariato, che ormai in tutto il mondo prevede unicamente una rivoluzione monoclassista, è il prodotto di un lungo e sanguinoso sviluppo del capitalismo a scala internazionale. Un secolo fa i primi comunisti asiatici, venuti in contatto con la forza sprigionata dalla Rivoluzione d’Ottobre e con la dottrina mar­xista, si trovarono di fronte alla necessità di caricarsi del grande compito di formare partiti comunisti, ma in contesti in cui il proletariato era ancora agli albori, immerso in uno sconfinato mondo precapitalistico, dominato da enormi masse contadine.

Nonostante ciò, la rinata Internazionale aveva compreso l’importanza della lotta nei paesi coloniali e semicoloniali. Nel settembre del 1920 si teneva a Baku il Congresso dei popoli d’Oriente. I delegati erano principalmente turchi, persiani, armeni, georgiani e di altre regioni del Caucaso e dell’Asia centrale che avevano fatto parte dell’impero zarista. Quei delegati, in un tripudio di applausi e con spade e pugnali levati in alto, avevano gridato “lo giuriamo” rispondendo all’appello lanciato da Zinoviev per la lotta contro l’imperialismo. A Baku l’Internazionale realizzava nei fatti quanto aveva proclamato nelle settimane precedenti al suo Secondo Congresso: l’unione tra la rivoluzione monoclassista nei paesi a capitalismo maturo con la rivoluzione nazionale nei paesi arretrati.

L’Internazionale comunista, sorta contro il tradimento dei partiti della Seconda Internazionale, della quale aveva smascherato la natura social-imperialista, vedeva nella questione nazionale e coloniale un fattore determinante per lo sviluppo della rivoluzione mondiale. Perché il capitalismo mondiale si manteneva in piedi anche con il supersfruttamento delle colonie e dei paesi arretrati, e facendo piovere le briciole di questi profitti sui capi corrotti del proletariato dei propri paesi per mantenere la pace sociale. Spezzare quindi la dominazione imperialistica sui popoli d’Oriente avrebbe favorito anche la lotta di classe nelle metropoli capitalistiche.

Fu scolpito nelle Tesi dell’Internazionale sulla questione nazionale e coloniale: «La soppressione mediante la rivoluzione proletaria della potenza coloniale dell’Europa rovescerà il capitalismo europeo. La rivoluzione proletaria e la rivoluzione delle colonie devono interagire al fine della vittoria della rivoluzione mondiale. L’I.C. deve dunque estendere ancora il raggio della sua attività allacciando rapporti con le forze rivoluzionarie che sono all’opera per la distruzione dell’imperialismo nei paesi economicamente e politicamente dominati».

A Baku la presenza di delegati dall’Estremo Oriente era bassa, i cinesi erano probabilmente in otto. Nel 1920 i comunisti nei paesi dell’Asia orientale si contavano nell’ordine di poche decine e la Russia rivoluzionaria era ancora lontana, separata da eserciti controrivoluzionari che da est premevano sul potere comunista. Solo all’inizio del 1922 il primo Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente riunirà quei comunisti e rivoluzionari, i quali potranno fare rapporti sulla situazione nei loro paesi e ricevere dai vertici dell’Internazionale le direttive del movimento comunista mondiale.

Si trattava per i giovani partiti comunisti d’Oriente di comprendere che il compito rivoluzionario in un contesto arretrato consisteva nel mettersi alla testa di un movimento nazional-rivoluzionario, composto principalmente da contadini: «L’egemonia del proletariato su tutto il movimento rivoluzionario e più ancora la dittatura del proletariato sono impossibili a meno che il proletariato riesca a far schierare dalla sua parte le masse contadine che gemono sotto l’oppressione dei latifondisti, dei guerrafondai e dei burocrati e vengono barbaramente sfruttate dal capitalismo. In paesi a economia rurale prevalentemente primitiva o a debole livello industriale – come è il caso della massima parte dell’Estremo Oriente – un vasto movimento rivoluzionario è pensabile soltanto con la premessa di una stretta alleanza fra operai e contadini, alleanza in cui la classe operaia sia chiamata a sostenere un ruolo di guida».

Era il 1922, oltre un secolo fa. La storia della lotta di classe ha visto in quest’ultimo secolo il grandeggiare della controrivoluzione su scala mondiale, che si è imposta sul movimento rivoluzionario che si era sviluppato a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre. Da allora il proletariato è stato sottomesso al brutale dominio borghese.

Ma nello stesso tempo ha accresciuto la sua forza numerica, dato che lo sviluppo del capitalismo nei paesi arretrati ha trasformato enormi masse di contadini in proletari. Questo affermarsi del capitalismo nell’immensa Asia ha prodotto la nascita di un enorme proletariato ammassato in mostruose metropoli. «La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto grandemente la proporzione della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rurale», venne annunciato, in un mondo ancora quasi del tutto rurale, dalla nostra dottrina già nel 1848.

Secondo le statistiche ufficiali la Cina solo nel 2011 ha visto la popolazione urbana superare quella delle campagne. Ma negli ultimi anni lo spostamento di contadini nelle metropoli è continuato e si prevede che nei prossimi anni si aggiungano ancora oltre 200 milioni di contadini. Questo epocale processo di proletarizzazione ha creato in Cina il più forte proletariato mondiale, almeno dal punto di vista quantitativo.

Per la nostra dottrina la sola statistica non è sufficiente a definire una classe sociale, in quanto «solo quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola». Solo quando è possibile individuare una dottrina e un metodo, una tendenza ad una finalità avremo una classe, e solo nel Partito di classe si condensano questi caratteri. La rivoluzione comunista internazionale compirà un gigantesco passo in avanti solo quando in Oriente un’avanguardia ritroverà l’integrale e immutabile dottrina marxista: «La luce verrà dall’Oriente quando vi sarà ritornato in tutto il suo fulgore il marxismo rivoluzionario», scrivevamo nel 1967.

Questa dottrina non ripeterà quanto prevedeva per il secolo scorso, perché oggi il proletariato cinese, come quello in tutti gli altri angoli del mondo, non ha più l’incombenza di una rivoluzione doppia da condurre, alla testa e in alleanza con le masse contadine. La prospettiva rivoluzionaria è ormai netta e senza ambiguità: il proletariato lotta, da solo, per l’abbattimento violento del potere borghese. Il movimento rivoluzionario del proletariato rigetta qualunque riferimento democratico e interclassista. Nessuna rivoluzione nazionale è da completare, nessuna conquista democratica da rivendicare, nessuna alleanza con altre classi sociali da stringere.

Sul proletariato cinese incombe la minaccia rappresentata da negatori, falsificatori e aggiornatori del marxismo, che ne vorrebbero smorzare la forza incanalandola in finalità compatibili con l’ordine borghese. Per mettere fine allo sfruttamento e alla sottomissione di classe la sola strada che il proletariato cinese può percorre è quella di abbracciare l’unico programma che lo chiama a una rivoluzione sociale distruttrice dei rapporti sociali tra le classi, sovvertitrice del sistema capitalistico di produzione e di scambio, e lo incita a battersi per la propria dittatura!

Il proletariato cinese ha già dimostrato di saper combattere con coraggio e al costo di immensi sacrifici, e di saper vincere, come lo è stato per un breve ma folgorante periodo a Shanghai e Canton nel 1927.

Questo è quanto anche oggi i comunisti rivoluzionari si aspettano dal proletariato cinese. «Nel 1927, nei grandi dibattiti in seno all’Internazionale sulla Cina, si disse che da un proletariato come quello cinese, abituato per lunghi anni a “guardare negli occhi la morte”, ci si poteva attendere qualunque sacrificio, qualunque eroismo. Con l’arma formidabile della dottrina e del partito marxista, questo proletariato saprà tentare ancora una volta “l’assalto al cielo”, e vincere per sé e per i suoi fratelli di tutti i paesi!».