Partito Comunista Internazionale

L’incedere tumultuoso del capitalismo indiano fra aspre tensioni sociali e aspirazioni di potenza globale

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Nel nostro articolo “L’India si posiziona fra le potenze dell’Asia” apparso in questo giornale n.417 avevamo descritto le implicazioni del quadrilatero imperialistico Cina, Russia, India e Stati Uniti, e come Nuova Delhi poteva permettersi, grazie a fattori materiali oggettivi, una certa autonomia politica in grado di favorire il proprio espansionismo imperialistico. Tale politica le permette di stringere accordi con i diversi fronti imperialisti, attraverso una redditizia ambivalenza che trae origine dalla base materiale dell’espansione del capitalismo indiano, sempre più deciso a conquistare un ruolo di primo piano nelle contese del capitale internazionale.

L’anno in corso ha confermato questa traiettoria. Con punti di forza ma anche i limiti e le debolezze, il gigante asiatico cerca di diventare una potenza manifatturiera alternativa alla Cina strappando a quest’ultima il primato di “officina del mondo”.


Al confine indo-cinese

Il 9 dicembre 2022 truppe dell’esercito indiano si sono scontrate con quelle cinesi nel distretto di Tawang, nella regione dell’Arunachal Pradesh, nell’estremo nord-est dell’India, che confina a nord con la Cina, a est e a sud-est con la Birmania, ad ovest con il Bhutan e a sud con l’Assam e il Nagaland, Stati federati indiani. Gran parte della regione è rivendicata da Pechino come parte meridionale del Tibet.

Secondo fonti indiane le truppe di Delhi avrebbero respinto quelle cinesi che avevano oltrepassato la frontiera (Line of Actual Control – Lac) violando un’intesa stipulata nel settembre 2022. Pechino ha replicato sostenendo esattamente il contrario: le truppe indiane avrebbero compiuto uno sconfinamento “illegale” mentre era in corso un regolare pattugliamento dell’Esercito di Liberazione cinese.

Un’escalation che era nell’aria, in particolar modo dopo la decisione del governo di Delhi di aumentare lo stanziamento di truppe nel Ladakh, un territorio indiano di confine racchiuso tra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya.

Sebbene lo scontro possa essere ritenuto di modesta intensità, si contano solo soldati feriti da ambo le parti, è una chiara espressione di come i rapporti tra i due giganti d’Asia rimangano tesi.

Scontri di questo tipo, che generalmente prevedono esclusivamente l’utilizzo di armi bianche, non sono una novità. La precedente schermaglia era avvenuta nel gennaio 2021 nel confine conteso dello Stato indiano del Sikkim. Nel giugno 2020 invece, nella valle di Galwan, tra il Ladakh e l’Aksai Chin cinese, gli scontri avevano provocato la morte di 20 soldati indiani e un numero imprecisato sul fronte cinese, come abbiamo descritto nel nostro articolo “Al confine cinese-indiano – Urti tettonici fra le placche degli imperi” nel numero 402 del nostro giornale.

Le controversie su aree di confine già nel 1962 sfociarono in una guerra, conclusasi con la sconfitta dell’India, cui non seguì la stipula di alcun trattato di pace fra i due paesi, formalmente ancora in guerra.

Il confine sino-indiano, lungo circa 3.500 km, interessa ben 12 regioni. È composto da tre segmenti separati dal Nepal e dal Bhutan. A occidente del Nepal si snoda nella catena himalayana; segue un tratto più breve di confine fra Cina e India; a est del Bhutan si estende fino alla Birmania. Questo lungo confine è presidiato su entrambi i lati da decine di migliaia di soldati e di armi pesanti e vede crescere continuamente nuove infrastrutture militari. Le aree più critiche sono l’Aksai Chin, concesso dal Pakistan a Pechino e rivendicato da Nuova Delhi, e gran parte dell’Arunachal Pradesh indiano, reclamato dalla Cina.

Il 3 aprile 2022 il governo cinese ha diffuso un documento per modificare in cinese mandarino il nome di 11 “zone” all’interno di quello che la Cina chiama Tibet Meridionale. Il quotidiano Global Times, che fa capo al Partito comunista cinese, ha precisato che sono stati rinominati cinque picchi montuosi, due fiumi, due territori e due centri abitati. Questo cambiamento della toponomastica ha due precedenti: nell’aprile del 2017 interessò sei località e nel dicembre del 2021 altre quindici.

«Non è la prima volta che la Cina compie un tentativo del genere. Lo rifiutiamo completamente. L’Arunachal Pradesh è, è stato e sempre sarà parte integrante e inalienabile dell’India. I tentativi di assegnare nomi inventati non cambieranno questa realtà», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri indiano.

Il documento cinese annunciava inoltre la volontà di cambiare lo status amministrativo a due territori tibetani di confine, Mainling e Cuona (ancora oggi in parte occupati dall’India) che passerebbero dal rango di contea a quello di città, una condizione che vi permetterebbe la creazione di edifici governativi e caserme.


Le sfide del capitalismo indiano nell’attuale fase di crisi internazionale

L’India nel 2023 è diventato il Paese più popoloso al mondo, sorpassando la Cina. I dati ufficiali del 2022 stimavano 1,38 miliardi di abitanti, contro gli 1,40 del dragone. Mentre la Cina negli anni a venire andrà incontro a un lieve declino demografico, la popolazione indiana continuerà a crescere determinando un aumento della forza lavoro. Oggi circa il 30% della popolazione indiana ha un’età compresa tra i 15 e i 30 anni, dato che porta l’India tra i paesi più “giovani” del mondo. L’età media in India è di 28,4 anni, in Cina è di circa 10 anni più alta. L’andamento demografico contribuisce all’espansione del capitalismo indiano che si posiziona da tempo fra le grandi potenze dell’Asia e si avvia a competere con la Cina anche nel campo della produzione manifatturiera.

Ma per confrontarsi anche sul piano industriale col potente vicino l’India dovrà prima compiere alcuni passaggi. In primo luogo saranno necessari massicci investimenti per superare l’attuale fragilità delle infrastrutture, ammodernando le reti stradali, ferroviarie e le telecomunicazioni. In secondo luogo si dovranno rimuovere i residui di antiche formazioni economico-sociali che, soprattutto nelle sterminate campagne, ancora si oppongono alla penetrazione capitalistica, anche al fine di trasformare milioni di contadini poveri in lavoratori salariati e di rendere più flessibile il mercato del lavoro. Inoltre si tratterà di favorire la nascita di nuove aziende attraverso tagli alle tasse e snellimento delle pratiche burocratiche legate al gigantismo statale, attraendo investimenti stranieri nel paese e mettendo fine al tradizionale protezionismo in campo industriale.

Tuttavia questi obiettivi ambiziosi nell’agenda della classe dominante indiana non sono facili da raggiungere, specie in tempi brevi.

Però il capitalismo indiano non parte da zero. L’India è diventata la quinta economia nel mondo dopo che dal 2014 ha superato Russia, Brasile, Canada, Italia, Francia e infine Regno Unito. Secondo il Fondo Monetario Internazionale entro il 2028 l’India dovrebbe diventare la terza, scavalcando anche Giappone e Germania.

Lo scorso 9-10 settembre a Nuova Delhi è stato ospitato il G-20 dove è emerso che l’India sarà la nazione in più rapida crescita nel 2023.

Il Central Statistics Office, l’ente di statistica di New Delhi, presenta un quadro di ascesa della produzione industriale. Lo scorso aprile si è avuto +4,2% su base annua, che segue il +5,6% di febbraio, assai migliore del 4,3% del dicembre del 2022. Nel trimestre aprile-giugno la produzione manifatturiera è aumentata del 4,7%. Nei primi undici mesi dell’anno fiscale in India, che inizia in aprile, la produzione industriale ha avuto un incremento del 5,5%, contro il 5,2% stimato dagli economisti.

Da diversi indicatori economici emergono scenari espansivi per il capitale indiano determinati in gran parte dalla domanda interna. La produzione di acciaio è aumentata dell’11,9% nel trimestre aprile-giugno, mentre il consumo di acciaio del 10,2%. Anche la produzione di cemento è in forte crescita, 12,2% in più nel trimestre aprile-giugno, mentre quella del carbone è aumentata dell’8,7%. Le vendite di veicoli commerciali sono aumentate nell’anno fiscale 2022-23 del 34,3%, quelle di veicoli privati del 18,7%.


La contesa industriale fra giganti

Il corso del capitalismo ha portato negli anni a far emergere la Cina a primo polo manifatturiero mondiale, un risultato ottenuto grazie a diversi fattori tra cui il costo relativamente basso della mano d’opera e della rendita fondiaria, la presenza di aziende tecnologicamente avanzate, infrastrutture adeguate alla logistica e alla distribuzione delle merci e le politiche della borghesia cinese, maldestramente travestita da socialista, volte ad attrarre e incentivare investimenti dall’estero.

Tuttavia la crisi internazionale del capitalismo, le crescenti tensioni commerciali con Washington, la pandemia mondiale Covid-19, hanno rallentato la filiera cinese. Durante i periodi più acuti della pandemia in Cina vi sono state diverse chiusure forzate di aziende con impatto su settori industriali come l’elettronico, l’automobilistico, e il farmaceutico. Questo ha avuto ripercussioni nel mercato mondiale. Quindi il ritmo di crescita dell’economia cinese è sceso al minimo degli ultimi decenni. Nel quadro di generale crisi del capitale, Pechino deve fare fronte a fenomeni come l’alto indice di disoccupazione giovanile, la crisi del settore immobiliare e la scarsità di risorse finanziarie pubbliche.

In questo scenario diverse multinazionali adottano strategie volte a diversificare la dipendenza produttiva dalla Cina. Allo stesso tempo Nuova Delhi cerca di accreditarsi come principale polo manifatturiero alternativo a Pechino su scala mondiale. Tale processo è in corso da diversi anni. Già all’inizio del 2020 un istituto finanziario svizzero affermava che l’India stava diventando la destinazione preferita dei capitali alla ricerca di un’alternativa alla Cina.

Nuova Delhi invece presenta diversi vantaggi per il capitale internazionale. Il salario base mensile dei lavoratori indiani sarebbe di circa 200 dollari mentre in Cina un lavoratore, a parità di qualifica, guadagna il triplo. Inoltre, le spese di esercizio sono inferiori a quelle che un’azienda deve sostenere in Cina, dopo che la borghesia indiana per dare impulso alla produzione nazionale ha creato “zone economiche speciali” che offrono, oltre ad altri vantaggi, un’esenzione dai dazi sulle esportazioni e forti incentivi. In una parola, un ambiente favorevole alla rapacità del capitale.

Vanno anche considerate le buone relazioni commerciali che il gigante indiano, a differenza della Cina, vanta con il gendarme statunitense.

In questa traiettoria il primo ministro indiano Narendra Modi ha lanciato nel 2021 il piano di investimenti denominato Gati Shakti, “forza della velocità”, che prevede una serie di investimenti per rendere più competitive le arretrate infrastrutture indiane. Nonostante i ritardi già emersi nella realizzazione, il piano per rimodernare la logistica e la connettività, che prevede l’utilizzo di tecniche all’avanguardia, ha un respiro di lungo termine con numerose opere che si concluderanno nel 2040.

Il governo centrale ha adottato aliquote fiscali competitive per il settore manifatturiero. Nel 2022 l’imposta a carico delle imprese è stata ridotta per la prima volta negli ultimi 30 anni. Inoltre le nuove aziende avviate entro il 31 marzo 2023 si sono avvalse di una riduzione dell’imposizione fiscale dal 25% al 15%. Questa politica, che dovrebbe essere replicata in futuro, si propone di rendere l’India competitiva nei confronti di economie emergenti dei paesi del Sud-est asiatico come Vietnam, Thailandia ed Indonesia.

Sempre per cercare di attrarre capitali stranieri il governo indiano ha stanziato lo scorso marzo 6 miliardi di dollari da destinare principalmente al settore della produzione della componentistica elettronica.


Le scelte di Apple e gli ostacoli alle aziende cinesi

Siamo quindi di fronte ad un quadro internazionale soggetto a rapidi mutamenti. Già oggi una grande multinazionale come la Samsung produce gran parte dei componenti al di fuori della Cina. La Apple ha annunciato l’avvio a partire dal prossimo autunno della produzione della nuova serie di telefonini iPhone in India, oltre che in Cina. La Apple si avvale di una grande fabbrica, vicino a Chennai, città affacciata sulla baia del Bengala e capoluogo dello Stato del Tamil Nadu nell’India orientale, dove vengono eseguiti assemblaggi di diversi prodotti. Questa fabbrica è stata aperta nel 2017 da Foxconn, una multinazionale taiwanese, storico partner di Apple, divenuta la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici del mondo.

Il rapporto tra la Cina e la casa di Cupertino è tra i più complessi e proficui dell’intera industria delle telecomunicazioni mobili. Sicuramente la multinazionale californiana non vuole e non può perdere l’immenso mercato cinese. Nello stesso tempo numerose aziende locali sono legate ai ricchi e proficui contratti di fornitura con la “mela morsicata”. La decisione quindi di produrre ed assemblare il prodotto di punta anche in India risponde a una serie di fattori tra cui le vulnerabilità che si sono riscontrate nella catena di approvvigionamento nell’enorme complesso produttivo di Foxconn cinese a Zhengzhou – la soprannominata “iPhone City” – dove durante il Covid era esplosa la rabbia operaia descritta nell’articolo “La polveriera cinese” in questo giornale n.419. Per mesi la distribuzione dei telefonini ne risultò rallentata causando perdite stimate in alcuni miliardi di dollari. Gli investimenti di Foxconn in India sono motivati anche dalle problematiche relazioni politiche ed economiche tra l’imperialismo cinese e quello americano, acuite dalle tensioni su Taiwan. Non è un caso che mentre scriviamo le autorità cinesi abbiamo iniziato controlli per presunte irregolarità fiscali sulle filiali Foxconn nelle province di Guangdong e Jiangsu.

Gli effetti di questo percorso non si sono fatti attendere: se nel 2021 l’India produceva soltanto l’1% degli iPhone del mondo, ora ne vengono prodotti quasi il 7%, per un valore di più di 7 miliardi di dollari nell’anno fiscale conclusosi a marzo del 2023. Per i telefoni cellulari non c’è soltanto la Apple a guardare all’India. La multinazionale inglese Nothing, dopo il grande successo della sua prima versione ha deciso che anche il nuovo Nothing Phone 2 sarà prodotto in India. Google invece sta ancora valutando dove e come produrre i propri smartphone di ultima generazione. La multinazionale californiana avrebbe già contattato società come Lava, Dixon e Foxconn, che hanno avuto accesso agli incentivi governativi per la promozione della produzione locale.

A difesa dell’industria nazionale lo Stato contrasta l’operatività delle aziende cinesi in India.

Significativo è quanto accaduto all’azienda cinese Xiaomi che ha subìto un sequestro di beni per quasi 700 milioni di dollari, accusata dai tribunali indiani di effettuare rimesse illegali all’estero, esportando così profitti esentasse. Il sequestro ha bloccato l’operatività dell’azienda. Lo stesso si è ripetuto per un’altra grande azienda cinese: recentemente l’agenzia indiana contro la criminalità finanziaria ha fatto irruzione in 48 uffici della Vivo e ha bloccato 119 conti bancari per 60 milioni di dollari. Sul banco degli accusati è finita anche Oppo, un’altra azienda cinese di elettronica di consumo, per 551 milioni di dollari di evasione fiscale. La leader delle telecomunicazioni, la cinese Huawei, è stata messa nel mirino dalle autorità indiane, accusata di aver evaso le tasse per 100 milioni di dollari. La stessa Huawei, insieme a ZTE, un’altra grande società delle telecomunicazioni cinese, nel 2020 era stata estromessa per la gara dalla nuova infrastruttura di rete 5G in India, una commessa del valore di decine di miliardi di dollari. Il governo indiano ha inoltre messo al bando numerose applicazioni made in Cina, tra cui TikTok.


I preziosi microchip

La diversificazione della catena di approvvigionamento nel campo dell’elettronica sta interessando diversi paesi asiatici, tra cui la stessa India e il Vietnam, i cui governi ambiscono ad ospitare alcune produzioni nel settore dell’alta tecnologia che oggi vengono realizzate in Cina.

Nel dicembre 2021 l’attuale banda borghese al potere in India ha approvato una legge che prevede uno stanziamento di 760 miliardi di rupie, 10 miliardi di dollari, per finanziare la nascita di un’industria nazionale dei chip. Alcune stime prevedono che il fatturato di questo settore crescerà dai 20 miliardi del 2020/21 ai 63 nel 2026.

Prima che questa legge fosse approvata non vi erano centri per la produzione di semiconduttori in India, ma nel 2022 sono partiti diversi progetti grazie al finanziamento statale del 50%, cui si aggiungono gli incentivi dei governi regionali.

Il ministro indiano dell’Elettronica e dell’Informazione ha riferito che la produzione nel paese ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni evitando rallentamenti o blocchi della produzione nelle fabbriche a causa dei ritardi nella fornitura di chip.

Il premier indiano Modi a fine giugno si è recato a Washington dove sono stati siglati diversi accordi commerciali che, fra l’altro, prevedono la produzione di microchip in India. Tra i più importanti è quello annunciato da Foxconn che prevede la realizzazione di una fabbrica in alleanza con la società indiana Vedanta, il primo produttore di alluminio dell’India, con interessi anche nel settore delle telecomunicazioni. Per la prima unità di fabbricazione, che dovrebbe nascere nel Gujarat, la società taiwanese avrebbe garantito un investimento di circa 120 milioni di dollari, cui si aggiungerebbe l’appoggio finanziario del governo di Nuova Delhi.

È recente invece l’annuncio della Micron Technology, una multinazionale americana con sede a Boise, di costruire un nuovo impianto, sempre nel Gujarat, che consentirà la produzione di memorie elettroniche e risponderà alla domanda sempre crescente dei mercati. L’investimento della Micron, diviso in diverse fasi, sarà di oltre 800 milioni di dollari. La multinazionale americana riceverà il 50% di sostegno fiscale dal governo centrale indiano e il 20% dallo Stato del Gujarat. IGSS Ventures di Singapore ha in programma di investire 3,2 miliardi in un nuovo stabilimento nello Stato meridionale del Tamil Nadu. Un altro progetto è quello di Elest, una filiale di Rajesh Exports, che intende aprire nello Stato meridionale del Telangana una fabbrica di display con un investimento di circa 3 miliardi di dollari.

Ma il controllo di tutti i requisiti posti dal governo per l’erogazione dei contributi statali sta andando a rilento provocando ritardi nella realizzazione di molti progetti, altri invece hanno già completato le prime fasi della pianificazione concordata.


Attacco alla classe operaia

Alla possibilità di diventare una alternativa manifatturiera alla Cina, strappandole anche frazioni minuscole di mercato, equivalenti comunque a miliardi di dollari, la classe dominante indiana non si è fatta trovare impreparata sul “fronte interno”.

Nello Stato meridionale del Karnataka, anche a seguito delle pressioni da parte di alcune multinazionali estere interessate a portarvi le loro produzioni, è stata adottata una riforma delle leggi sul lavoro per spremere meglio i salariati in un’area che conta una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti, di cui circa il 40% vive al di sotto della soglia di povertà. (La cosiddetta “soglia di povertà” è un parametro arbitrario della statistica borghese e non dà conto della reale estensione della miseria). In questo Stato, che già ospita una frazione importante dell’industria tecnologica del paese, è stato imposto uno dei regimi di lavoro più flessibili presenti nel subcontinente. Le fabbriche potranno lavorare su turni di dodici ore, contro il precedente limite di nove. Le donne saranno “libere” di fare i turni di notte, emulando le lavoratrici cinesi e di Taiwan, dove nelle fabbriche di elettronica predominano nelle linee di produzione. Il limite massimo di ore di straordinario è salito da 75 a 145 in tre mesi.

Questo il commento di un funzionario del governo indiano rilasciato al “Financial Times”: «L’India è destinata a diventare il prossimo grande polo manifatturiero. Il confronto dell’India con altri Paesi (…) ci impone di aumentare di un grande margine la nostra efficienza in termini di aumento della produttività del lavoro». Ovviamente sulla pelle, il sudore e il sangue della classe lavoratrice.

Questo invece il commento di Mallikarjun Kharge, attuale presidente dell’Indian National Congress e membro del Parlamento del Karnataka, uscito vittorioso nelle elezioni locali di maggio «Se qualcuno vuole ridurre la dipendenza dalla Cina, noi, Bangalore, lo Stato del Karnataka, siamo la sua prima scelta. Siamo in cima all’indice di innovazione dell’India, abbiamo molti colletti bianchi e operai qualificati, siamo agili».

Foxconn, una delle aziende che ha imposto al governo indiano le sue regole del gioco, ha salutato la riforma e ha prontamente annunciato l’apertura di un impianto per la produzione di iPhone anche in questo Stato. Sorgerà vicino all’aeroporto di Bangalore in un’area di 120 ettari investendoci 700 milioni di dollari. Ecco come ha commentato un manager del colosso taiwanese: «Sono adeguamenti cruciali per costruire in quest’area una produzione efficiente e su larga scala (…) Per noi è molto importante produrre su due turni di 12 ore con impianti in funzione 24 ore su 24». Si stima che nel nuovo stabilimento potranno lavorare circa 100.000 operai, numeri che ricordano le infernali fabbriche cinesi.


La possibile ambivalenza dell’imperialismo indiano

Il quadro fin qui descritto pone il gigante indiano come uno dei protagonisti nello scenario internazionale del capitalismo. Secondo alcune stime l’India sarebbe al secondo posto fra i paesi che più contribuiscono alla crescita dell’economia mondiale, per il Fondo Monetario Internazionale “un punto luminoso”… e per le sanguisughe capitaliste, aggiungiamo noi.

L’economia indiana sembra dare al capitale internazionale qualche garanzia in più rispetto ad altri paesi emergenti. Ma la profonda crisi generale potrebbe interrompere bruscamente i sogni di gloria della borghesia indiana, alle prese con diversi e non risolti fattori interni. Fra questi c’è la questione agraria, ancora cruciale e non risolta in alcune aree del paese.

l’India non è minimamente paragonabile alla potenza militare degli Stati Uniti, non può ancora competere con la produzione industriale cinese, ma la sua economia è giunta alla fase della piena maturità imperialista, al di là delle fesserie che molti falsi comunisti propagandano anche all’interno di quel paese.

Per Lenin, e per noi, l’imperialismo è una sovrastruttura del capitalismo, una fase storica dello sviluppo del capitale, non una scelta politica, dovuta a una volontà soggettiva delle classi dominanti borghesi di ciascuno Stato. Ogni singola economia nazionale borghese è immersa nel sistema imperialista mondiale, nella competizione di “trust nazionali”, per citare Bukharin, che lottano per accaparrarsi quote maggiori di plusvalore globale. Un’impresa può essere indebitata o in perdita, ma fino a quando esiste compete con le altre imprese sul mercato. Uno Stato capitalista può essere dominato da una potenza maggiore, ma nella misura in cui è immerso nel capitalismo imperialista è necessariamente imperialista esso stesso, anche se il suo potere è più debole rispetto a quello di altri Stati. Questo è l’errore di tutto il moderno “antimperialismo”, del tutto estraneo al marxismo. Esso diventa soltanto una maschera ideologica per la difesa di un altro imperialismo.

Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere Delhi, alleato fondamentale nella strategia di contenimento di Pechino nell’Indo-Pacifico. Per il momento sono costretti a prendere atto della disinvoltura e delle autonomie con cui il governo di Modi si presenta come un attore nello scacchiere internazionale. Ma India e Stati Uniti non sono legati solo dall’interesse al contrasto alla Cina nell’Indo-Pacifico. Se gli Stati Uniti sono al primo posto nell’interscambio commerciale dell’India, l’”arcinemica” Cina è al secondo. Le alleanze nel mondo del capitale sono assai volubili…

Certo ridurre la dipendenza da Pechino è un obiettivo che la borghesia indiana perseguirà al di là delle richieste e delle pressioni dell’alleato americano. Non è un caso se la visita di Modi negli States sembra essere stata molto proficua in particolare in due campi strategici, il tecnologico e il militare, in cui Nuova Delhi è in ritardo rispetto ad altre grandi potenze.

Allo stesso tempo, per sostenere la crescita della propria industria l’imperialismo indiano deve approvvigionarsi di un volume enorme e crescente di prodotti energetici a buon mercato. Dunque, al di là delle dichiarazioni di facciata di Modi a Washington, l’India sarà interessata a mantenere proficue relazioni con Mosca, continuerà a comprare greggio russo a buon mercato, che in parte rivenderà in Europa. Il rapporto economico e politico con la Russia consente all’India di non affidarsi esclusivamente alle potenze occidentali e ne caratterizza l’ambivalenza attuale, che per ora esclude un allineamento a un fronte imperialistico definito. Non è un caso che gli scambi commerciali tra i due paesi nell’anno in corso siano stati del 20 per cento superiori rispetto al 2022.

Questo anche in vista dell’inevitabile prossima guerra generale del capitale. Con le sue forze armate dotate dei più moderni sistemi di sorveglianza, una marina militare e un’aviazione fra le più potenti del mondo, satelliti in grado di fornire mappature dettagliate e il possesso di armi nucleari, il tutto sorvegliato da un’imponente rete accentrata di burocrati e da un sistema giudiziario ramificato e implacabile coi proletari, l’India è oggi uno degli esempi più vistosi di Stato-mostro capitalista. Il gigante indiano si profila come uno dei principali protagonisti nella bolgia internazionale del capitalismo.

Ma le profonde crisi mondiali interromperanno bruscamente i sogni anche della borghesia indiana, alle prese con una classe di proletari salariati puri sempre più numerosa, concentrata e organizzata. A loro manca solo l’indirizzo del partito comunista internazionale, che guiderà l’emancipazione del proletariato, non solo in India ma in tutto il mondo.