Internacionālā Komunistiskā Partija

Battaglia Comunista 1947/II/6

La nostra politica sindacale è una politica di battaglia

La discussione svoltasi al Convegno sindacale del 2 c. m. suggerisce alcune considerazioni e precise a punto che riteniamo della massima importanza.

Gli interventi dei rappresentanti alcune federazioni hanno dimostrato come siano profondamente sentiti e discussi i problemi sindacali e quale importanza diano i compagni all’atteggiamento tattico che dall’impostazione della nostra politica sindacale discende. Rispondere agli interrogativi che da alcune parti sono stati posti, sarà compito degli organi dirigenti del partito in un’apposita circolare e soprattutto nella discussione di chiarificazione che avrà luogo in vista del prossimo Congresso del partito. Qui ci limiteremo a rispondere ed a chiarire alcune questioni di carattere più immediato al fine di assicurare una regolare attività delle nostre forze sindacali in corrispondenza con la direttiva del partito.

Sarà opportuno ricordare che il Comitato Centrale, proseguendo nel suo lavoro immediatamente dopo la chiusura del Convegno Sindacale e discutendo i risultati del convegno stesso ha votato all’unanimità un ordine del giorno che riconferma la politica sindacale nei termini in cui è stata fissata dal Convegno di Torino poco più di un anno fa.

La questione fondamentale di principio sulla quale tutto il Partito è d’accordo è la seguente: il sindacato nell’attuale fase di decadenza della società capitalista divenuto preda dei partiti pseudo-proletari e patriottici i quali dopo essere stati solidali col capitalismo nel corso della guerra, continuano, presi nella morsa di necessità storiche ad essere le forze di governo essenziali per la rinascita della politica di ricostruzione nazionale, è chiamato ad essere uno strumento essenziale di questa politica e perciò ad assumere precise funzioni di organismo di stato.

Da questa fondamentale valutazione del ruolo del sindacato, deriva che la lotta del proletariato deve essere diretta contro tutte le istituzioni che direttamente o indirettamente si pongono sul piano della difesa degli interessi permanenti del capitalismo; perciò il Partito e la frazione sindacale pongono come rivendicazione fondamentale il ritorno del sindacato alle sue funzioni di organo dirigente della lotta di classe e precisano che questo ritorno non potrà coincidere che con la ripresa della lotta generale del proletariato contro il complesso delle istituzioni al servizio della classe capitalista.

Sul piano tattico, in accordo coi termini dell’impostazione generale del problema, le direttive del Convegno di Torino affermano l’impossibilità da parte nostra di partecipare, in posizione di minoranza, (nei confronti della organizzazione nazionale della C.G.I.L. e della rete cittadina provinciale e nazionale delle Commissioni Interne) alla direzione di questi organismi senza venir meno alla nostra funzione storica, e cioè finire per snaturarci e confonderci con le altre correnti collaborazioniste; il che non significa peraltro estraniarsi dalle lotte proletarie in generale e dalla attività sindacale in particolare, giacché il Partito si salda in modo costante e permanente con la classe operaia dalla quale trae le sue origini partecipando a tutte le sue lotte e indirizzandole sul piano della lotta generale per il raggiungimento della finalità ultima della classe.

Su questa valutazione del ruolo degli attuali sindacati e sulla necessità di ricondurli – o per essere più precisi – ricostruirli sui principi della lotta di classe portata fino alle sue ultime conseguenze; tutti i compagni concordano e gli interventi dei compagni di Ventimiglia, Vada, Varese, Asti, Vicenza lo confermano. Ove sorgono i dubbi e le divergenze è sui mezzi e le vie da seguire per tale ricostruzione. Taluni delegati al Convegno sindacale hanno suggerito e sollecitato accorgimenti tattici che, pur partendo da un pieno accordo sul modo di valutare la funzione degli organi sindacali tendono ad assicurarci la possibilità di partecipare alla loro direzione anche in minoranza per estendere il raggio della nostra influenza sulle masse e far sentire dovunque la nostra voce contro l’impalcatura burocratica dei tre partiti di governo e per la ricostruzione del sindacato classista e rivoluzionario. Per raggiungere tale obiettivo i compagni difensori di questo atteggiamento tattico pensano che la sola via sia quella di essere presenti, ove possibile, in tutti gli organismi direttivi perché solo in qualità di rappresentanti di tali organismi (commissioni interne, leghe, consigli direttivi di categoria, in qualche caso, Camere del Lavoro) si ha la possibilità di parlare agli operai, mentre la via indicata dal partito, metterebbe i compagni che lavorano nelle officine in condizioni di inattività di fronte alla muraglia eretta dalla burocrazia dominante nelle officine stesse e nei sindacati.

Prima di precisare quali siano sul piano tattico le direttive sindacali del partito è necessario far presente a questi compagni che il loro modo di operare per il ritorno del sindacato alle sue funzioni di classe urta contro la valutazione che pur essi danno del sindacato stesso giacché se è vero ch’esso ha una funzione di stato è impossibile conquistarlo o ricostruirlo gradualmente dall’interno, come dall’interno non si conquista lo stato e l’uno e l’altro si rovesciano con un atto rivoluzionario. Quanto alla possibilità che da certi pulpiti ci è offerta di parlare agli operai, essa è indubbiamente pagata al prezzo di un compromesso, mentre con maggiore efficacia si può parlare o agitare le nostre direttive in mezzo agli operai in veste pura e semplice di comunisti internazionalisti come dimostra l’esempio di parecchi nostri gruppi di fabbrica. La nostra attività deve quindi essere svolta essenzialmente in mezzo agli operai, organizzati o no, sui posti di lavoro. Nell’interno dei sindacati si può e si deve lavorare – finché ci sarà concesso – contrapponendo senza attenuazione alcuna la nostra impostazione politica di cui il manifesto – programma della frazione sindacale è una precisa sintesi contro quella dei tre partiti di massa.

Praticamente, quindi, che cosa si deve fare?

Posta fuori discussione la natura del sindacato attuale, sulla quale tutti siamo d’accordo, come d’accordo siamo nella necessità di lavorare per la sua ricostruzione sui principi della lotta di classe incitando costantemente gli operai a questa lotta, le direttive sul piano tattico non possono essere che univoche.

Di fronte a tutte le elezioni per la nomina dei dirigenti di qualsiasi organismo sindacale comprese le commissioni interne la nostra frazione deve assicurare dove può la sua partecipazione alla lotta con presentazione di un suo programma (si vedano i n. 4 e 5 di «Battaglia Comunista») e di liste bloccate di maggioranza; il che significa che, in linea di principio, il partito rivendica a sé la direzione di tutto il complesso dell’organizzazione sindacale ed esclude la nostra permanenza come minoranza in qualsiasi organismo sindacale o di fabbrica.

Se in seguito alla presentazione delle nostre liste avviene che nostri compagni risultino eletti, essi devono porre subito agli altri membri della commissione interna, lega, sindacato o Camera del Lavoro, il nostro piano di lotta e di rivendicazioni come base dell’attività dell’organismo in questione, e se questo venisse respinto condurre la propaganda fino all’agitazione contro i partiti sabotatori di ogni iniziativa di classe.

Può avvenire – come è avvenuto (e i compagni intervenuti nella discussione si trovano generalmente in questo caso), che una commissione interna, una lega, una Camera del Lavoro periferica o mandamentale, siano totalmente in mano nostra, ma sarebbe assurdo credere con ciò di aver raggiunto degli obbiettivi da tenersi ad ogni costo. Ciò dimostra che una parte del proletariato sostiene le nostre posizioni, ma bisogna allargare la nostra base di sostegno il che si può ottenere alla sola condizione di contrapporre radicalmente l’indirizzo politico degli eventuali organismi guidati dai nostri compagni a quello reazionario dei tre partiti di governo che controllano la quasi totalità dell’organizzazione sindacale e di fabbrica.

Questa lotta deve essere condotta duramente e apertamente proclamando l’assoluta incompatibilità del nostro indirizzo con quello dei partiti opportunisti, e fare della posizione conquistata una posizione di battaglia politica, il punto di partenza di un’offensiva generale contro la direzione controrivoluzionaria dei sindacati. I compagni che sono stati portati alla direzione di una C.d.L. o di una Commissione Interna non possono ritenere di aver assolto il loro compito battagliando in difesa degli operai su questioni di dettaglio o su rivendicazioni minime, anche se ciò guadagna simpatie e adesioni al partito, ma devono impostare una lotta politica generale e tener duro su di essa. Nel primo caso il compromesso è alla lunga inevitabile, anche se dettato da buone intenzioni; nel secondo l’equivoco, la pastetta, il doppio gioco sono esclusi.

Questo atteggiamento, il solo che la situazione imponga, condurrà inevitabilmente al defenestramento d’autorità dei nostri compagni dalla direzione degli organismi qui previsti; ma saranno episodi di lotta aperta che daranno impulso ancor maggiore alla nostra propaganda, contribuiranno a far luce nelle menti operaie e ristabiliranno nel contempo una ferrea coerenza fra i principi e la tattica.

Su questi problemi sarà necessario ritornare, e la discussione sarà feconda di sviluppi. Comunque tutte le sezioni isolate e le federazioni sono in possesso del materiale che il C. C. sindacale del Partito ha elaborato a partire dal Convegno di Torino ad oggi; per tutti i compagni, compararlo alle loro esperienze sarà di grande utilità ai fini di una chiarificazione completa.