Internacionālā Komunistiskā Partija

Battaglia Comunista 1950/II/1

Ossature giubilare teoretiche

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Ieri

Le regole, le norme del comportamento dell’uomo animale sociale, verso il proprio simile, quelle dei meccanismi che collegano gli aggruppamenti di uomini e culminano nello Stato, sono state da tutti i ricercatori fino all’epoca borghese cercate nel mondo del pensiero, della attività spirituale. Da Marx le cerchiamo e ne cerchiamo la spiegazione più salda, nella sfera dell’economia, della soddisfazione dei bisogni materiali, nella storia non più della filosofia ma della produzione.

Al sommo di uno dei primi grandi sistemi del pensiero, quello di Aristotele, stanno appunto l’Etica, che studia la condotta dell’uomo, e la Politica, che studia il governo dello Stato, della polis. “La polis esiste per natura, e l’uomo è per natura animale politico”.

Nel sistema nulla vi è di mistico e di trascendente nel senso del posteriore mondo cristiano; l’individuo deve seguire la virtù, che non diverge da una ricerca del suo piacere, ma vero piacere è solo nella retta cognizione della natura e nell’operare secondo questa cognizione, secondo ragione. Fortezza, temperanza, liberalità, giustizia, sono le virtù cardinali; esse corrispondono a un pratico equilibrio tra i singoli, non sono rivelazione o grazia di un dio: gli Dei stanno per così dire fuori dell’umano sistema di rapporti, godono di una virtù superiore cui il saggio tende, la teoria, la contemplazione della posseduta verità. Nel campo del pratico operare, lo Stato e il suo potere vengono a correggere e reggere l’equilibrio dei singoli. Passiamo dall’individuo allo Stato con un legame che non è ancora il diritto sancito, ma che risiede nella solidarietà, nella socialità umana. Questo vago termine sta parecchie volte nella odierna costituzione di questo paese – vera parodia di ogni decenza teoretica. Già in Aristotele era più concreto: filìa, amicizia. Quanto alle forme dello Stato, possono essere tre, e tutte il filosofo le ammette: la monarchia, l’aristocrazia, la politeia, che suona male tradotto polizia per il diverso uso moderno del termine e vuol dire regime cittadino, mentre sono condannate le tre degenerazioni: tirannide, oligarchia, democrazia. Uno dei fondamentali compiti riservati allo Stato è la paideia, l’educazione cioè dei giovani, la scuola.

Questo Stato poggiato con equilibrio e giustizia astratta sui singoli e sui loro retti legami posa in realtà nel mondo classico, anche nelle più libere repubbliche, sul modo di produzione schiavistico.

Il mondo cristiano e medievale nasce da una grande lotta rivoluzionaria che abbatte questa forma di soggezione di classe ed eleva lo schiavo – in etica e in politica – all’altezza del cittadino libero. Già invero nella sapienza aristotelica la filìa doveva correre anche tra schiavo e padrone.

Tuttavia la maggiore sistemazione teorica propria di tale mondo cristiano, quella della Scolastica e di Tommaso d’Aquino, gravita sui dati del sistema aristotelico. La nuova costruzione non poteva non riflettere nella sua Etica, sotto la forma mistica, il rivolgimento di classe che aveva distrutto la società pagana. La fratellanza aristotelica si è svolta nella Charitas, nel cristiano amore del prossimo. Il fine eudemonico della virtù si è spostato in un mondo immateriale, la divinità si è smossa dai suoi freddi cieli ed è la grazia che da essa piove in questa valle materiale a integrare le virtù con quelle teologali: fede, speranza, carità.

L’individuo è portato sul piano di una libera scelta del suo agire, nel quadro della sua origine dal creatore di tutto, e della onnipotenza di quel creatore. Ma la costruzione politica già al tempo di Tommaso è ben altra dal semplice, ingenuo riflesso della primitiva mistica dei martiri, che scosse il trono dei Cesari. Lo Stato di Aristotele è sostituito dalla Chiesa, pratico e concreto organamento che fa sua soprattutto l’educazione e la scuola. I poteri temporali promanano nella dottrina da Dio, nella pratica dalla gerarchia chiesastica; solo in funzione del riconoscimento di questa l’individuo è astretto alla reverenza al diritto, al signore, al monarca. La sovranità politica è imposta al singolo da un delegato divino, la spirituale libertas che lo schiavo rese pari al suo signore vale nel regno che non è di questo mondo: nel medioevo cattolico e feudale vige nella vita temporale nel pieno senso il principio dell’autorità, culmina dalla politica nel mondo culturale, e supremi interpreti del vero i concilii dei vescovi tengono la Summa del Doctor angelicus a lato della Bibbia. Se Luigi XIV poteva dire: lo Stato sono io, era solo in funzione della sentenza tomistica: al Papa omnes reges populi christiani oportet esse subditos, sicut ipsi domino Jesu Christo: tutti i re di popoli cristiani sono sudditi al Papa come allo stesso Gesù Cristo.

Tali sovrastrutture teoretiche rivestivano da secoli il sistema di dominazione della aristocrazia feudale quando la nascente classe borghese volse a spezzarla le sue Riforme, Rinascimenti, Rivoluzioni. Il principio di autorità è attaccato su tutti i fronti. Appare che lo sia dapprima nel campo della filosofia naturale, della stessa religione, dell’arte, con una polemica dottrinale che si getta sullo stesso Aristotele, vero diavolo per Martin Lutero, traditore del suo maestro per i platonici umanisti italiani, bene altrimenti superato nel campo della scienza dai Galilei, Bacone, Bruno, Telesio, Campanella… Soltanto in un secondo tempo l’attacco si porta nel campo del diritto e della costituzione politica. Ma è questo il punto centrale della lotta; occorre per il prorompere del capitale spezzare le vecchie forme, fondare una economia di aziende libere e concorrenti; il sistema giuridico adatto a questi fini, che noi sappiamo parimenti materiali di sfruttamento economico ed oppressione di classe, è quello che svincola nella sua piena individualità l’animale politico, ne fa una molecola sovrana, che svolazza dove vuole e depone trasmette e investe dal basso nella struttura dello Stato la sua briciola di potere. Il re o presidente che sia non leverà più gli occhi alla grazia di Dio, li abbasserà alla volontà del popolo sovrano. Lo Stato non avrà più investiture da gerarchie religiose, e toglierà alla Chiesa il controllo della Scuola. È nato nella storia il mondo della borghesia e del capitale, una delle più detestabili sue creature…

Oggi

In due secoli di storia borghese cento volte attraverso cento espedienti la Chiesa di Roma ha benedetto le potenze ed i poteri del Capitale. Ma è notevole che, nel messaggio di apertura dell’Anno Santo, l’attuale Pontefice, passando dai rapporti mistici tra l’uomo e Dio, e dai rapporti etici tra uomo e uomo, apertamente al presente problema politico, abbia in perfetta coerenza alla dottrina che rappresenta rinnovata la condanna del sistema capitalistico moderno, prima di passare a quella delle tendenze proletarie e rivoluzionarie che si affacciano sull’orizzonte del decadimento borghese.

Perché le differenze di semeiotica, ossia dei sistemi terminologici, non conducano a fraintendere, parafrasiamo prima di citarla la parola papale. Il sistema liberale e borghese di fondare la macchina dello Stato non più sulla autorità promanante dal divino, e rivelata o interpretata attraverso la Chiesa, ma sulla libera e laica scelta dei cittadini, nella sua pretesa di rispondere meglio del sistema religioso e cristiano ai principii naturali e fondamentali dei diritti dell’uomo, e di condurre la società umana alla fraternità alla pace e al benessere, è alla prova storica vergognosamente fallito.

Il mondo moderno, nello stesso modo che ha tentato di scuotere il soave giogo di Dio, ha insieme rigettato l’ordine da Lui stabilito ed ha preteso di istituirne un altro a suo arbitrio. Dopo quasi due secoli di tristi esperienze e di traviamenti, quanti hanno ancora mente e cuore retti confessano che simili disposizioni e imposizioni, le quali hanno nome ma non sostanza di ordine, non hanno dato i risultati promessi né rispondono alle naturali aspirazioni dell’uomo. Questo fallimento si è manifestato in un duplice terreno, quello dei rapporti sociali e quello dei rapporti fra le Nazioni“.

Dunque i fasti della capitalistica e democratica civiltà che regge lo Stato sui sacri principii dell’89, a cui alla fine fanno basso e demagogico omaggio e fascisti di ieri, e democristiani di oggi, e socialcomunisti che sconciamente dicono di essere il domani, sono nella possente invettiva definiti tristi esperienze e traviamenti. Sfruttamento sociale feroce e fratricide guerre tra i popoli chiudono il bilancio nella sintesi di una parola tolta alla terminologia borghese: fallimento.

Ma la critica non si arresta qui, ossia al bilancio della situazione generale del mondo e della società politica; passa ad esaminare l’etica, il costume di questa epoca di bassa borghesia, e le costruzioni pseudo culturali che vorrebbero esprimerlo. Vediamo la condanna dell’individualismo giuridico che per sgombrare le vie alla sfrenata accumulazione del capitale per i membri delle classi privilegiate, ha ingannato le folle e le masse chiamandole ad una corsa illusoria alla ricchezza del singolo, e costruendo la miseria e l’infelicità della enorme maggioranza degli uomini; la sconfessione di un costume di ingordigia e di orgiastico godimento che, come in tutti i tempi di decadenza e di disfacimento, intossica le folle di stupefacenti, e riserva il banchetto a stretti cerchi di dominatori, di loro pretoriani giannizzeri e lenoni.

Nel campo sociale, il travisamento dei disegni di Dio si è operato alla radice stessa deformando la divina immagine dell’uomo. Alla sua reale fisionomia di creatura avente origine e destino in Dio, è stato sostituito il falso ritratto di un uomo autonomo nella coscienza, legislatore insindacabile di sé stesso, irresponsabile verso i suoi simili e verso la compagine sociale, senz’altro destino fuori della terra, senza altro scopo che il godimento dei beni finiti; senza altra norma se non quella dell’appagamento indisciplinato delle sue cupidigie. Di qui è sorto e si è consolidato per interi lustri quell’ordine soverchiamente individualistico, che è oggi quasi dappertutto in grave crisi“.

Tralasciando il contenuto trascendentale e ultranaturale degli argomenti proprio della ordinata dottrina di chi parla, resta in tutta la sua forza la denunzia della entrata in grave crisi “quasi dappertutto” – forse riserva diplomatica a favore degli odierni partiti e governi borghesi che si richiamano alla “socialità cristiana” – dell’ordine che si fonda sulla economia della libera concorrenza, sul diritto di libera scelta delle opinioni del partito della confessione e del voto politico. Non solo la condanna non è più nei termini del Sillabo, ma tiene, colla stessa conclusione, adeguato conto di quanto un ultimo secolo di regime capitalistico presenta all’indagine storica. Benché nella pratica amministrazione delle sue funzioni la Chiesa, perduto ogni braccio secolare, assolva la libertà di culto di organizzazione sociale e di opinione politica, il papa conchiude alla più aspra condanna dei risultati storici a cui ha condotto la applicazione di questi principii, considerati immanenti e sufficienti all’uomo e alla società, atti a liberarli dall’antico terrore degli Dei sopraterreni e da quello sempre più presente della oppressione e della miseria.

Il peso di una tale condanna è indiscutibilmente decisivo, sebbene i suoi presupposti dottrinali siano quelli stessi e secolari contro cui il pensiero critico moderno svolse un’opera di demolizione che, utile al nuovo dominio borghese, non resta meno decisiva nel campo della scienza. Ed è importante per il fatto che alla bruciante sferzata contenuta nella diagnosi di degenerazione, di crisi, di fallimento, l’ultrapotente in danaro, in impianti, in armi borghesia mondiale non trova reazioni lontanamente paragonabili a quelle con cui rispose in fiammate di anticlericalismo e di ateismo, non solo polemico ma di decisa lotta persecutrice, ai sillabi alle bolle alle scomuniche che volevano fermare il demone delle rivoluzioni antifeudali.

Il capo del capitalismo che più caratterizza questo costume e questo ambiente di paurosa concentrazione plutocratica e di imbonimento del popolo con cultura letteratura ed arte bassamente drogate di afrodisiaci individualisti, veicoli di impotenza sociale tra le classi soggiogate, il presidente Truman, a nome per di più di un popolo non cattolico, risponde nello stesso giorno al non guantato ceffone col bacio della Sacra Pantofola. Nello stesso tempo cerca di far passare il bilancio storico opposto a quello tracciato da Pacelli. “Significato della divina volontà… della missione del Salvatore… sempre più chiaro nel libro della storia…. negli sforzi dei popoli delle nazioni che seguono un nuovo ordine mondiale di illuminato progresso fondato sulla moralità la giustizia la verità e la libertà…. verso un pace giusta e duratura“!

Questa stessa servile contraddizione è una prova che – lasciata da parte per il momento la attendibilità sì dei fondamenti dottrinali della costruzione mistica cattolica che di quella democratica borghese – in sede di diagnosi del momento storico, a fronte delle forze che reggono il mondo, vince contro l’ottimismo di mestiere e di classe del presidente americano il pessimismo del capo della Chiesa.

Subito dopo, il messaggio papale si rivolge al campo che nella politica dell’ora risulta l’opposto. Poiché la critica dell’equilibrio e della benefica civiltà asseriti nell’ordine borghese è da oltre un secolo postulata con tutto il vigore dal socialismo sulla base della lotta di classe proletaria, il papa qualifica questi altri avversari del capitalismo, per condannarli. Ma più che alle costruzioni di dottrina il suo occhio è con scientifico realismo volto alle forze in fatto operanti nel mondo, al possente organismo mondiale che fa capo allo Stato moscovita. “Ma nulla di meglio (a quell’ordine soverchiamente individualistico) hanno apportato i successivi innovatori i quali, movendo dalle stesse errate premesse e per altra via declinando, hanno condotto a conseguenze non meno funeste, fino al totale sovvertimento dell’ordine divino, al disprezzo della dignità della persona umana, alla negazione delle più sacre e fondamentali libertà, al predominio di una sola classe sulle altre, all’asservimento di ogni persona e cosa allo Stato totalitario, alla legittimazione della violenza e all’ateismo militante“.

La eloquente sintesi pacelliana si presta a porre in linea le sostanziali differenze tra le posizioni del marxismo rivoluzionario e quelle dell’attuale movimento staliniano.

Gli staliniani partono dalle stesse premesse borghesi perché hanno dal 1926 almeno fatte proprie le parole politiche di libertà e di democrazia. Il marxismo parte dalla sola premessa che consiste nel sostituire la ricerca critica scevra da presupposti ad ogni accettazione di testi e di tesi imposte dall’autorità tradizionale e dalla rivelazione trascendente. Il suo ateismo militante supera il significato di abolire la credenza nelle divinità, perché nega tutte le menzogne presentate come principii generali naturali alla società umana o impressi nella mente dell’uomo, mentre servono ai fini di una classe sociale e furono non meno dei dogmi religiosi a tal fine coniate. Gli staliniani stanno per fare del loro capo, ieri generalissimo, oggi apostolo della pace, un nuovo semidio, ed un papa, e parlano nella contesa per i luoghi sacri e il sacro petrolio di rappresentanza della chiesa ortodossa. I marxisti, studiando il determinismo della reale società, seppelliscono ogni individualismo e pongono tra le parole vuote di senso la dignità della persona umana, che gli staliniani demagogicamente titillano. Il predominio di una classe sulle altre ossia la dittatura della classe lavoratrice è il mezzo per sopprimere tutte le classi e i predominii. Lo Stato totalitario non è un mistico traguardo ma un mezzo inevitabile, come inevitabile mezzo è la violenza di classe per tagliare per sempre il bubbone canceroso di un mondo così infetto come quello odierno, descritto dal papa.

Indubbia vittoria della integrale dottrina marxista è il fatto che dalla cattedra che tiene il vertice di un istituto così antico e così continuo e coerente alla teoria propria, alla organizzazione internazionale e secolare, l’analisi della situazione dell’aprirsi simbolico di un nuovo ciclo giubilare non si possa fare senza tener conto dei dati della moderna dottrina proletaria: le classi, la questione della economia, il succedersi in grandi periodi storici di antagonistiche forme di produzione.

A ben marcata differenza dal procedere opportunistico delle centrali capitalistiche e da quella che dal Kremlino ogni dì più tradisce il monopolio della fiducia proletaria, le constatazioni sul dissolversi del capitalismo, cui nessun divino disegno potrà togliere lo scioglimento rivoluzionario, sono date senza assoggettare a commercio i propri principii. Si commerceranno gli alberghi per i pellegrini, si commerceranno dal Vaticano le indulgenze come ai tempi di Savonarola, non si commercia, come a Washington e a Mosca, la dottrina, là dei Lincoln, là dei Lenin.

Ciò è oltrettutto consentito da altezza di preparazione e di mente. La selezione strumentale del dirigente è bene assicurata dall’antico meccanismo romano, dalla messa al conclave; è pietosa nel sistema delle democrazie parlamentari e “popolari”. In quelle l’uomo migliore è comprato, in queste impiccato.

Se l’afflato mistico dello Spirito Santo sceglie la persona del massimo Pontefice, va ritenuto che è la tromba dantesca di Barbariccia a designare i capi dei governi e i leaders delle loro opposizioni.

Rinfrescare la memoria Pt.1

Molte volte, discutendo con proletari iscritti al P.C.I. che da una parte mostrano un aperto risentimento di classe di fronte alla evidenza del servigio reso al capitalismo dalla politica socialcomunista ma dall’altra non riescono a connettere questa loro istintiva reazione a una visione generale dei problemi della lotta proletaria, accade di sentirsi dire:«Il guaio è che fra i proletari manca la coscienza!».

Lasciamo andare l’ingenuità della formulazione: ma, ammesso che una coscienza manchi chiediamoci dunque: che cosa si è fatto, dai famosi partiti del popolo per «formare una coscienza politica di classe?». Vogliamo, in altre parole, rivedere concretamente quella che è stata la propaganda, l’opera di educazione politica, svolta dalla «liberazione» ad oggi dalle forze «democratiche»?

1945-46: periodo della coabitazione e dell’armonia perfetta di tutti i partiti della democrazia italiana: ministro [presidente] Parri,  Nenni socialista e Brosio liberale vicepresidenti, Togliatti e Scoccimarro comunisti alla giustizia e alle finanze, e Gullo all’agricoltura, Romita socialista ai lavoro pubblici e Barbareschi al lavoro, De Gasperi e Gronchi democristiani all’industria e commercio, ecc. Erano gli uomini e le forze politiche che avevano fatta insieme la «guerra di liberazione», e si sentivano e proclamavano tutti antifascisti. Per dirla con Togliatti (Unità del 30.6.1945): «si è gelosi dell’onore della giustizia italiana e si è convinti della necessità che i giudici e le leggi debbano corrispondere a quello che è il senso morale del nostro popolo, perché vediamo solo in questo una garanzia di ordine e di difesa sociale».(Il «capo» comunista diventato difensore dell’ordine sociale: ma che bello! Le leggi e i giudici che «difendono» il popolo; i comunisti che difendono l’ «l’onore della giustizia italiana»). «Rispettare la legalità democratica» era la parola d’ordine del momento: in nome di essa si abbandonavano le fabbriche, si cedevano le armi, si ricostruiva «la patria» e via discorrendo. Bisognava anche ricostruire le finanze: ci pensa Scoccimarro. Gli operai che oggi protestano per la tassa di famiglia leggano l’ Unità del 1 agosto 1946: «Il regolamento sull’imposta di famiglia approvato all’unanimità dal consiglio comunale» e poco dopo la «esortazione e raccomandazione alla popolazione per la massima disciplina  ed il massimo senso civico nella denuncia dei redditi» (che diamine: bisogna ricostruire il patrimonio «comune» della Nazione!).

Superato il periodo spinoso della saldatura tra reggimento fascista e reggimento democratico, sotto con le elezioni! I comunisti di Togliatti educavano la «coscienza proletaria» alla nozione dell’imbroglio elettorale?  Tutt’altro. Si comincia con le elezioni in 1954 comuni: parola d’ordine dell’ Unità 31.3.46: «per la libertà per il progresso per la vittoria del popolo». I nazionalcomunisti parlano di vittoria popolare attraverso le schede; non parlano di proletariato ma di quell’ente generico e comprensivo di tutti  (dagli operai ai bottegai e ai capitalisti «onesti») che si chiama  «popolo». Si prosegue con le elezioni alla  Costituente. Sull’ Unità del 27.4.46, con relativa fotografia, Velio Spano scrive: «Alla vigilia della Costituente Gramsci è con noi!» e dall’insegnamento di Gramsci il P.C.I. trae l’insegnamento della «funzione nazionale della classe operaia, la rivendicazione della costituente come base e di un forte Partito Comunista come strumento della rivoluzione democratica in Italia».

Siamo sempre in tema di «educazione delle coscienze»: il comunismo diventa la sentinella della costituente, la classe operaia è una classe nazionale, il partito comunista realizza rivoluzioni democratiche! Si vota per la repubblica. Scrive a caratteri cubitali l’ Unità: «La repubblica rinnoverà l’Italia» (infatti!): «essa è stata voluta dalle forze del lavoro dell’intero paese e sorse con saldi vincoli di unità respingendo il veleno della discordia» (6 giugno 1946). I comunisti sono i campioni della concordia nazionale (e vien da ridere a leggere: «La repubblica italiana base di nuova concordia»; «Il discorso di De Gasperi alla radio conferma il proposito di procedere nell’unità e solidarietà nazionale»). Meno male: sul numero del 6.6.46, si legge che il P.C.I. e la Camera del Lavoro di Milano partecipano alla celebrazione del 132 anniversario dell’arma dei carabinieri (non dimentichiamo che nelle elezioni al Comune, la federazione milanese del P.C. è andata con scritte come «Votate per i comunisti che vi ricostruiranno le chiese!»).

Fate un salto e sul «giornale del popolo» del 25.12.49 leggerete uno straziante racconto sui «poveri agenti» (di P.S.) che hanno dovuto sopportare «il grave fatto di pagare i piatti per la loro mensa».

La repubblica borghese è sorta, sentinelle i … comunisti. Il 23 luglio 1946, dimostrazione di disoccupati a Milano: l’ Unità li chiama provocatori ed irresponsabili mentre la polizia  «che è col popolo» si limita a sparare «per intimorire i più violenti tra i dimostranti» (la versione che di ogni scontro fra polizia e operai danno ora i democristiani rimasti soli al governo era la versione ufficiale del governo tripartitico). La CGL riconosce la necessità di «risanare» le aziende, preludio agli accordi capestro e alla tregua salariale.

Unità del 31 ottobre 1946: «Dopo due mesi di lavoro (!) della C.G.I.L. è stato firmato l’accordo per la tregua salariale», che «non si deve (!) risolvere per i lavoratori in un sacrificio». Poco più oltre, in occasione delle elezioni amministrative, ultimo turno: 24 nov., il P.C.I. è per «l’unità delle forze democratiche per la ricostruzione nazionale», mentre il 17 novembre la Unità  inneggia alla grandezza e forza  dell’amatissima Patria: «A tutti bisogna far capire nei termini della più corretta e cordiale amicizia, che vogliamo una Italia democratica e pacifica, ma indipendente e forte, consapevole del fatto che in Europa e nel mondo essa conta e vuole contare qualche cosa» (non sembrano discorsi sui colli fatali?).  Una curiosità: grande successo «comunista», Togliatti e Tito si sono incontrati (Unità del 22.11.1946) per risolvere il problema dei prigionieri italiani.

Così si andava «formando la coscienza di classe» del proletariato italiano.