Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Comunista 1921-11-16

Dopo la settimana russa

La settimana russa, che si è chiusa il 10 corrente, ha coinciso con la manifestazione militare dedicata al “milite ignoto”. Per tale ragione essa non è riuscita come era da augurarsi. Ciò non toglie che – all’infuori dei trenta a quaranta comizi nei quali furono oratori compagni appositamente delegati dal CE – in moltissimi centri minori siano state tenute conferenze ed assemblee, nelle quali la rivoluzione russa fu celebrata degnamente. I comizi indetti per il 4 novembre furono vietati dalla polizia, perché in tal giorno si calunniava ufficialmente in Roma la memoria di un ignoto proletario caduto in guerra. Tale proibizione portò un increscioso contrattempo a quei compagni che avevano preparato un itinerario, e che perciò dovettero definitivamente rinunciare ad alcuni comizi. Il CE si impegna ad inviare – appena possibile – nelle località ove mancò il promesso oratore un compagno per tenervi una conferenza. Il significato della manifestazione nazionale, alla quale parteciparono anche i giovani comunisti, non ha mancato di apparire eloquente, dato che nel 1921 il solo Partito Comunista si è finalmente assunto il diritto di evocare il grandioso avvenimento della storia della rivoluzione proletaria. Nella settimana russa furono anche raccolte notevoli somme, inviate al Comitato comunista pro Russia, che verranno pubblicate a suo tempo nella nostra stampa. Il CE intende preparare una nuova settimana di propaganda da dedicarsi ancora alla rivoluzione russa, e che preparerà in modo che riesca una solenne dimostrazione di fede rivoluzionaria e di solidarietà con gli eroici lavoratori della grande Russia proletaria.

Il CE

Dopo il Convegno di Verona

Ai lavoratori italiani!

Compagni!

Il Consiglio nazionale della Confederazione generale del lavoro ha respinto la proposta del Consiglio sindacale comunista per la costituzione del fronte unico del proletariato organizzato contro l’offensiva padronale, che tanto consenso aveva trovato nelle vostre file.

Tutti gli organizzati inscritti al Partito socialista, e in prima linea quelli che si dicono ancora intransigenti, rivoluzionari, massimalisti, hanno sostenuto la politica dei riformisti che dirigono la Confederazione, che vogliono portare l’organizzazione operaia fuori della via maestra della lotta di classe, verso la collaborazione della borghesia. E collaborazione effettiva con la borghesia è l’aver negato il movimento generale che affasciasse in una lotta unica tutte le organizzazioni dei lavoratori, rimettendo ad una equivoca Commissione di agenti della borghesia diretti e indiretti la sorte dei proletari, che già hanno ingaggialo o stanno per ingaggiare la lotta disperata contro le imposizioni dei capitalisti.

Compagni lavoratori!

Il Partito Comunista è convinto che il voto di Verona, ottenuto attraverso una procedura falsa ed equivoca, se dimostra che nessun assegnamento potete fare sui funzionari attuali delle organizzazioni asservite alla politica riformista, col fatto che i comunisti hanno malgrado tutto potuto portare allo scrutinio l’adesione di quattrocentomila lavoratori e più ancora gli innumerevoli voti di adesione alla loro proposta di adunate proletarie realmente pronunziatesi, prova che l’idea del fronte unico e della battaglia contro l’offensiva padronale si fa strada sicuramente nelle vostre file.

La campagna in questo senso non s’interrompe per un istante dinanzi al pronunziato di Verona; essa anzi continua più decisamente, poiché riesce più evidente al proletariato che essa sboccherà nel successo solo a condizione d’abbattere l’influenza degli uomini e dei partiti, che a Verona si sono posti contro l’aspirazione dei lavoratori ad un’energica difesa di classe, e tentano d’imporre al proletariato il disarmo da ogni posizione di lotta e di resistenza.

Lavoratori!

La situazione creata dal voto di Verona conferma l’atteggiamento fin qui tenuto dal nostro Partito nel movimento sindacale. La lotta deve continuare entro i quadri della Confederazione del Lavoro; non deve nemmeno essere affacciata l’idea di uscire dalle file di essa, il che sarebbe il più gran servigio che si potrebbe rendere ai controrivoluzionari che ancora la dirigono. Noi ben sappiamo come lo stato di animo di molti lavoratori, che già sono disgustati dell’atteggiamento confederale, sarà aggravato dai risultati del Consiglio nazionale, e molti di essi saranno spinti ad allontanarsi indignati e sfiduciati dall’organizzazione. Ebbene, nell’interesse della causa rivoluzionaria questo non deve essere. Il Partito Comunista usa tutta la sua influenza per persuadere gli operai che in questo momento abbandonare l’organizzazione e assentarsi dalla sua vita equivale a tradire il dovere dei proletari comunisti di concentrare tutte le loro forze nella liberazione dei sindacati dalla dittatura dei funzionari socialdemocratici.

Dal punto di vista dell’effettiva azione dei Sindacati, le organizzazioni dirette dai comunisti subiranno l’applicazione del deliberato confederale, e non prenderanno l’iniziativa di azioni isolate, tanto più che questo metodo contrasterebbe col nostro indirizzo di tendere all’azione generale e simultanea di tutti i lavoratori. Ma se esso intende riversare sui capi confederali e sui loro sostenitori di Verona – e quindi sul Partito Socialista – tutta la responsabilità del loro inqualificabile metodo, che equivale al rinnegamento di ogni principio non solo rivoluzionario e socialista, ma altresì classista e sindacale, non intende né vuole con questo evitare di prendersi tutta la responsabilità di continuare a dirigere la sua lotta sulla stessa via, verso l’azione generale del proletariato nella riscossa contro la prepotenza del patronato, che si realizzerà nella stessa misura in cui i pronunziati delle masse organizzate demoliranno il deliberato di Verona, dimostrando ch’esso non riflette il pensiero della maggioranza, ma un’inaudita falsificazione perpetrata dai riformisti.

Questo vuol dire che il Partito Comunista e le organizzazioni che ne seguono le direttive continuano con maggiore convinzione e con maggiore vigore a sostenere in tutte le occasioni tra le masse operaie la valutazione della situazione e le proposte tattiche dei comunisti, e a chiedere che tutte le adunate operaie si pronunzino sulla loro accettazione.

La tattica dei capi confederali condurrebbe alla rovina e alla disfatta, come i fatti purtroppo si incaricheranno di provare ben presto, poiché le manifestazioni molteplici della offensiva borghese non si arresteranno, anzi riprenderanno vigore dopo la decisione imbelle di Verona. I proletari avranno agio di constatare ulteriormente che solo nella proposta comunista è la salvezza, e che deve essere compiuto ogni sforzo per imporla, malgrado la resistenza degli opportunisti del movimento operaio, prima che la loro opera comprometta maggiormente le forze dell’organizzazione proletaria.

Compagni lavoratori!

Con un altro colpo di mano la fittizia maggioranza del Consiglio confederale ha cercato di disfarsi della campagna comunista per l’unificazione delle forze proletarie organizzate in Italia, e per l’adesione all’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca. Ma il voto dato a tal proposito è arbitrario, poiché soltanto il Congresso confederale, dopo ampio dibattito di questi problemi in seno alle organizzazioni, può decidere su così gravi questioni.

I comunisti proclamano che è assurdo che il proletariato italiano nella sua maggioranza possa essere ritenuto aderente all’Internazionale gialla di Amsterdam, agenzia della reazione internazionale e accozzaglia dei peggiori traditori della causa proletaria; un abile trucco dei capi evitò che al Congresso di Livorno fosse senz’altro approvata l’adesione a Mosca, come era nello spirito del mandato conferito dai lavoratori ai loro delegati, e una sopraffazione dovrebbe adesso seppellire la questione. Ma così non sarà. I comunisti provocheranno la convocazione del Congresso nazionale della Confederazione e porteranno le due questioni dell’Internazionale e dell’unità proletaria innanzi alle grandi masse e dichiarano che, malgrado le manovre dei capi della Confederazione, non solo gli organismi sindacali che seguono le direttive del Partito Comunista, ma anche la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori italiani organizzati, sono incondizionatamente per Mosca e levano la bandiera dell’Internazionale sindacale rossa.

Lavoratori d’Italia!

Queste le direttive generali, che la corrente comunista organizzata nel seno della Confederazione del lavoro seguiterà a sostenere. Dinanzi a questa nostra vigorosa azione si delineano vaghe minacce dei dirigenti socialdemocratici, che accennano a provvedimenti disciplinari sindacali contro i comunisti. Sia risposto a costoro che non li temiamo su questo terreno, che nessuna forza toglierà agli operai comunisti d’Italia il diritto di militare a fronte alta nelle file dell’organizzazione che abbraccia tutti i loro fratelli di lavoro, e che essi vi resteranno come una compatta falange fino al giorno in cui invece ne dovranno essere espulsi coloro che, con un metodo che rinnega la lotta di classe e svolge il sabotaggio dell’organizzazione, si sono resi indegni di farne parte. Quel giorno tutte le masse saranno intorno alla bandiera comunista, in linea per la suprema battaglia, libere finalmente dalle pastoie che fino oggi hanno posto alla loro azione i complici della borghesia.

Viva l’unità del proletariato per la riscossa rivoluzionaria!

Viva l’Internazionale dei Sindacati rossi di Mosca!

Viva l’organizzazione rossa del proletariato italiano!

Il Comitato Esecutivo e il Comitato Sindacale del Partito Comunista d’Italia.

La situazione attuale dell’Unione Sindacale Italiana

Trovandomi a Verona in occasione del Consiglio Nazionale Confederale ho avuto occasione di avvicinare il compagno Nicola Vecchi, segretario di questa Camera del Lavoro sindacale e del Sindacato Tessile Veneto, organizzazioni i suoi uffici hanno cortesemente ospitato il Comitato sindacale comunista per questi giorni, insieme ai resocontisti della stampa comunista.

Abbiamo creduto interessante sentire dal Vecchi qualche informazione sulla attuale situazione della Unione Sindacale Italiana di cui egli ha retto il segretariato durante la carcerazione di Armando Borghi, e per mandato della quale egli è stato recentemente in Russia, tanto più dopo che l’ultima riunione del Consiglio Nazionale della U.S.I. tenuta il 5 e 6 ottobre a Milano ha rilevato un dissenso di tendenze nel campo sindacalista-anarchico.

Ecco senz’altro lo svolgimento della amichevole conservazione, durante il corso della quale, pur avendo cura di raccogliere fedelmente il pensiero del Vecchi, non abbiamo mancato di muovergli varie obiezioni che i comunisti devono prospettare al suo punto di vista.

La posizione internazionale

Gli abbiamo chiesto se egli non ravvisi tra le decisioni del Consiglio nazionale, rese pubbliche da Guerra di classe e gli impegni presi dalla delegazione dell’U.S.I. al congresso di Mosca, una contraddizione.

– il C.N. – egli ci ha risposto – ha adottato una deliberazione che non riesce a chiarire sufficientemente la situazione: non si tratta di distacco dalla Internazionale dei Sindacati rossi, ma neppure di riconferma esplicita della adesione. Si pongono, anzi, perché questa di realizzi, talune condizioni, tra le quali quella che si convochi un nuovo congresso mondiale, fuori della Russia ove vi sarebbe troppa influenza del partito comunista che è al governo, per sottoporre soprattutto a revisione la nota clausola degli statuti della I.S.R. che regola i rapporti colla Internazionale comunista politica.

– Ma non eravate voi partiti per la Russia con mandato di recare al Congresso mondiale dei sindacati la piena adesione della U.S.I.?

– Dal Consiglio nazionale tenuto a Piacenza il 29 maggio avemmo il [testo mancante? pagina piegata] Convegno internazionale sindacalista di Berlino del dicembre 1920, e in nessun caso di prendere decisioni di distacco da Mosca senza aver riportata la situazione innanzi al nostro congresso nazionale. Il nostro mandato era di prendere parte al congresso, e se le delibere di questo non avessero intaccato il principio della autonomia dei sindacati dai partiti politici avremmo potuto accettarle. Giungemmo troppo tardi in Russia per poter partecipare ai lavori del congresso, e prendemmo visione della Internazionale sindacale a quella politica, ma su di un criterio di collaborazione tra movimento sindacale e movimento comunista, nazionalmente ed internazionalmente, avremmo potuto senz’altro accettarle. Ci limitammo invece a presentare l’ordine del giorno votato a Piacenza dichiarando – io e l’altro delegato Mari – che personalmente condividevamo le risoluzioni del congresso nel senso di ritenerle accettabili da parte della U.S.I., e anche personalmente ci impegnammo a sostenere questo, così come faremo, al congresso nazionale. Altri compagni sindacalisti che potettero assistere allo svolgimento dei lavori del congresso non avevano veste ufficiale di delegati della U.S.I..

– Ma, abbiamo osservato, non era la U.S.I. aderente alla Terza Internazionale fin dal 1919, anche quando non vi era che la Internazionale politica? Quale portata aveva dunque la missione di Borghi in Russia per il secondo congresso mondiale?

– Un Consiglio nazionale dell’U.S.I. aveva deliberata l’adesione alla III Internazionale e deciso l’invio di una delegazione in Russia per recare tale adesione e definirne le modalità. Borghi giunse in Russia dopo la chiusura del secondo congresso e gliene furono presentate le risoluzioni. Mi risulta che egli le accettò in generale, e non trovò che esse impedissero la adesione a Mosca della U.S.. Mosse tuttavia talune riserve per la adozione della tattica di partecipazione parlamentare, e protestò a nome della U.S. per la partecipazione della rappresentanza della Confederazione del lavoro italiana alla convenzione con la quale veniva istituito il Consiglio Internazionale provvisorio dei Sindacati Rossi quando appunto già esisteva in Italia un organismo sindacale aderente a Mosca. Risulta che il Borghi non trovò obiezioni ed incompatibilità ai criteri allora stabiliti per i rapporti tra sindacati e partiti. Tornato in Italia ebbe modo in una riunione ristretta di confermare questo suo punto di vista che si dovesse rimanere aderenti, e tale sua opinione confermò altresì in un colloquio col Di Vittorio, nel mentre si conservava la testata di «Guerra di classe. Organo della U.S.I. aderente alla terza Internazionale».

– Il Borghi ha oggi mutato il suo punto di vista circa i rapporti tra l’U.S.I. e Mosca? – abbiamo domandato.

– Senza dubbio. Io ritengo – ci ha risposto Vecchi – che se la relazione scritta di Armando Borghi fosse stata estesa prima della sua incarcerazione, essa sarebbe stata ben diversa, e non solo per quanto riguardava i rapporti tra il nostro organismo e la Internazionale di Mosca, ma altresì per il giudizio sulla situazione della Repubblica dei Soviet. E ne sian prova i discorsi pronunziati poco dopo il suo ritorno dalla Russia a Sestri Ponente ed a Sampierdarena di intonazione lontanissima dalle aspre critiche che al regime russo espose nei discorsi di pochi giorni fa a Piombino e a Roma.

– E credi che dal vostro Congresso nazionale uscirà una rottura con la Internazionale sindacale rossa?

– Io non lo credo, e penso che la maggioranza si pronunzierà per l’adesione, accettando la piattaforma delle decisioni del Congresso mondiale, e ciò a maggior ragione dopo le modifiche allo Statuto della Internazionale nel senso della autonomia sindacale e le delibere sulla situazione italiana che, a mio credere sono per noi soddisfacenti.

Sulla unità proletaria

Abbiamo chiesto al Vecchi delle pratiche svolte a Mosca circa il problema dell’unità proletaria, di cui recentemente si è occupata la nostra stampa di partito, rimproverando anche ai sindacalisti di essere tiepidi fautori della unificazione delle forze proletarie italiane.

– L’inizio della quistione, egli ci ha risposto, è stato una conseguenza della situazione creatasi alcuni mesi prima del Congresso tra noi e voi comunisti, e delle polemiche suscitate dal vostro appello per la unità sindacale.

– In che cosa questo appello ha tanto potuto colpirvi? – abbiamo domandato, rammentando al nostro interlocutore la replica vivacissima che gli dedicò Guerra di classe, allora da lui redatta.

– La nostra impressione era – egli ha detto – che quell’appello invitasse le organizzazioni aderenti alla nostra Unione a distaccarsi singolarmente per passare alla Confederazione, svolgendo così opera disgregatrice del nostro movimento. Di qui la polemica. A Mosca ci siamo rivolti al Consiglio della I.S.R. sollevando le nostre proteste per gli attacchi dei comunisti italiani ad una organizzazione aderente alla terza Internazionale.

– Così come dovettero fare i nostri inviati nei vostri riguardi – abbiamo interrotto.

– Ne conseguì – il Vecchi ha ripreso – l’iniziativa di una riunione tra noi e i vostri compagni Gennari, Terracini e Repossi. Le delibere sulla unità proletaria a cui si addivenne erano conseguenza di una intesa [testo mancante] tra comunisti e sindacalisti. Le condizioni che abbiamo accettate per la unificazione sindacale sono molto meno onerose per la U.S.I. di quelle che il Borghi poneva nel 1919.

– Vuoi dire quale spirito hanno secondo te, gli impegni della U.S.I. per la unificazione delle forze proletarie?

– Sono stato sempre del parere che in Italia, si dovesse lavorare per la unità proletaria rivoluzionaria estesa ai comunisti, sindacalisti e anarchici. Ma dirò lealmente che non credo alla unità con la corrente dirigente della C.d.L.. Mi sono ispirato al criterio che occorresse discutere della unificazione con la Confederazione al solo scopo di arrivare a convincere i comunisti che essa è contro l’unità e che non sarà mai con la Internazionale di Mosca, augurandomi che si raggiungesse la unità sindacale al di fuori della Confederazione. Per arrivare a questo era necessario mettere la Confederazione nella situazione di respingere ogni passo fatto verso l’obbiettivo della unità, salvo a fare onore lealmente all’impegno sottoscritto qualora invece contrariamente alle nostre previsioni la Confederazione avesse accettato le basi iniziali del lavoro per conseguire la unità. Da questo la firma del noto accordo, che noi non stipulavamo col Partito comunista, bensì con i delegati della minoranza intersindacale comunista rappresentata al Congresso sindacale mondiale.

– Fissiamo un po’ meglio le idee: ove la Confederazione aderisse a Mosca e accettasse il criterio di massima dell’unità, vi riterreste impegnati a procedere sulla via della unificazione delle vostre forze con essa?

– Sì, sulla base della procedura prevista dall’accordo, che indica tre metodi: Congresso, Costituente, tre congressi nella stessa località e contemporaneamente (Confederazione, U.S.I. e Ferrovieri), e infine conferenza ristretta di rappresentanti delle tre organizzazioni.

– E nella ipotesi che invece la Confederazione si mantenga aderente ad Amsterdam e sulle attuali direttive, voi escludete l’unificazione?

– Sì – dice Vecchi.

– E non credi, ribattiamo, che questo atteggiamento venga ad urtarsi con il criterio di massima della Internazionale sindacale rossa che tende alla unità entro le file della centrale sindacale più numerosa?

– Questo criterio – afferma il Vecchi – non ha per noi il valore di una condizione impegnativa, ma solo di un consiglio e di un desiderio che la I.S.R. ha manifestato.

– Sta bene per il tuo punto di vista – abbiamo aggiunto – ma quale è dunque quello adottato dal vostro Congresso Nazionale?

– Anche questa deliberazione è stata ambigua, e la dichiarazione che si vogliano pregiudizialmente escludere i partiti politici dalle trattative non ha valore alcuno, essendosi finora verificati solo contatti tra l’U.S.I. e la minoranza confederale comunista. Secondo il mio giudizio l’ordine del giorno avrebbe dovuto porsi sul terreno dell’accordo di Mosca per dissipare ogni sospetto che i dirigenti della U.S. fossero tiepidi fautori della unità operaia. Questo mio criterio è confermato dalle recenti trattative col rappresentante della I.S.R. che sono fallite dinanzi ad una pregiudiziale avanzata dalla Confederazione del lavoro, a cui era bene lasciarne tutta la responsabilità.

– Nella eventualità – abbiamo voluto domandare – che la I.S.R. tenti dei nuovi passi per conseguire la unità proletaria, quale atteggiamento proporresti di tenere al prossimo vostro Congresso nazionale?

– Quello di riprendere le trattative sulla base sempre dell’accordo da noi sottoscritto a Mosca.

I deputati Faggi e Di Vittorio

– Veniamo ad un punto delicato per voi. Nel Consiglio nazionale si è anche avuta una viva divergenza sulla quistione dei due sindacalisti Faggi e Di Vittorio presentati come candidati protesta ed eletti deputati nelle liste del Partito Socialista. Vuoi chiarirmi il pensiero tuo e dei tuoi amici in materia?

– Devo sdoppiarmi … – ha annunciato Vecchi. – Come sindacalista antielezionista e antiparlamentare penso che il Faggi e il Di Vittorio, appena sistemata la loro posizione giuridica devono dare le dimissioni. Come organizzatore e militante della U.S.I. ritengo che questa non entri nella quistione, non avendo ufficialmente partecipato alla campagna elettorale, nel qual caso i provvedimenti disciplinari dovrebbero colpire non i due eletti ma le organizzazioni della U.S.I. che avessero preso parte alla lotta. Di un caso di tal natura non la U.S.I. dovrebbe investirsi, ma la frazione sindacalista di essa, la quale dopo aver invitato a dimettersi Faggi e Di Vittorio potrebbe e dovrebbe dichiarare che essi non fanno più parte della frazione sindacalista. Ma una incompatibilità non vi è tra l’appartenenza alla U.S.I. e il fatto di essere inscritti al P.S.I. o anche deputati eletti da questo; abbiamo nelle nostre file sindacali vari sindaci e consiglieri provinciali socialisti. E d’altra parte la nostra Unione non colpì il De Ambris allorquando questi, in epoca precedente al suo interventismo, venne eletto deputato.

– Sebbene avesse partecipato al blocco massonico, come Faggi e Di Vittorio, si sono coalizzati con i controrivoluzionari del P.S.I. – non abbiamo potuto fare a meno di esclamare.

– Un momento. Del blocco – dice Vecchi – venimmo a conoscenza molto più tardi, e dopo l’espulsione di Ambris. Quanto agli altri due essi furono portati come vittime politiche, e noi vediamo la cosa in tal modo che ci è indifferente la loro inclusione nelle liste socialiste o comuniste, che avremmo vista meno sfavorevolmente se il vostro partito non avesse opposto ragioni statutarie. Pur essendo favorevole alle candidature protesta, io avrei preferito che Faggi e Di Vittorio fossero stati portati da gruppi di operai al di fuori dei partiti e delle altre liste.

– La votazione del Consiglio Nazionale si è avuta su questo punto?

– Sì, ma essa dà la misura delle due correnti che si sono delineate. L’ordine del giorno di Giovannetti Modugno e Mattias per la sconfessione [testo mancante] (è curioso l’atteggiamento [testo mancante] i voti di undici dei presenti contro due e cinque astenuti. Ma la votazione ha avuto luogo per rappresentanti. Se invece si fosse votato per rappresentati ben diversa sarebbe stata la cosa. L’ordine del giorno che figura approvato non avrebbe avuto che 35 mila voti all’incirca, contro 50 mila contrari e 50 mila astenuti o giù di lì. Del resto il Borghi ha così bene sentito che la sua tesi era stata battuta, che nonostante l’esito apparentemente a lui favorevole ha dato le dimissioni da segretario dell’U.S.I..

Le due correnti nel seno dell’U.S.I.

– Credi adunque che al Congresso nazionale avrete due tendenze ben distinte? E vorresti accennarci l’impostazione dei loro programmi?

– Vi si delineeranno le due tendenze. La nostra, che potremmo chiamare «sindacalista pura», si affermerà sul vecchio programma sindacalista dell’Unione, essenzialmente unitario, in quanto vuole che combattano nelle file del Sindacato rivoluzionario lavoratori delle diverse fedi politiche, sulla base del metodo rivoluzionario dell’azione diretta. Questa corrente si pronunzierà per la adesione a Mosca, accettando la piattaforma del Congresso sindacale mondiale, e ratificando il patto per la unità proletaria. Di contro si avrà la tendenza anarchica, che vorrebbe in fondo imprimere al nostro organismo la direttiva di un gruppo politico, il quale, come l’ultimo Congresso anarchico conferma, se pure nega di essere un partito, va dandosi la stessa struttura dei partiti politici. Questa corrente sosterrà il ritiro della adesione a Mosca, e la partecipazione alla fondazione della nuova Internazionale sindacale, che si chiamerà sindacalista nel senso che non vuole aver nulla di comune con la Internazionale sindacale di Mosca, e ne respingerà il metodo unitario. Voglio notare che il Congresso di Mosca ha in fondo confermata la tattica di Berlino, ove i sindacalisti e gli anarchici ammisero che si potesse addivenire ad accordi caso per caso con partiti politici. E con quali partiti si potrebbe prendere accordi se non con quelli rivoluzionari che sono nella Internazionale comunista? Non diverso è dunque lo spirito della collaborazione prevista dalle risoluzioni del Congresso dei Sindacati tra Partito Comunista e movimento sindacale di avanguardia. Aggiungerò anche che una fondamentale contraddizione è insita nel programma di Borghi e dei suoi amici anarchici. Essi si mostrano intransigenti fautori della illimitata autonomia del Sindacato dai partiti politici, ma in realtà operano come un vero e proprio partito politico che vuole assumere il controllo e la dirigenza dell’U.S.I..

– È possibile che esca dal vostro Congresso una scissione?

– Lo escludo, almeno in quanto ci riguarda, completamente. Come siamo per la unità nella I.S.R. sebbene le sue delibere non collimino in tutto col pensiero nostro, allo stesso modo rispetteremo le delibere del nostro Congresso quali che sieno, per salvare soprattutto la unità della U.S.. Ma da parte degli anarchici non si è, pare, sullo stesso terreno. Al Congresso anarchico Malatesta ha parlato come se non escludesse una uscita degli anarchici dalla U.S.I., mentre, strana cosa, si dichiara che gli anarchici fanno bene a militare, e non dovranno uscirne, dalla Confederazione del lavoro!

– Svolgerete un’opera di preparazione del Congresso?

– Certo, lavorando nel seno della U.S.I. per affermarci sulle direttive che vi ho esposte.

– Ultima domanda. Quale l’atteggiamento della U.S.I. dinanzi alla nostra campagna per il fronte unico per l’offensiva padronale?

– Penso che avrebbe dovuto essere accettata più che esplicitamente tanto più che una proposta in tal senso venne già avanzata dal nostro Convegno dei lavoratori della terra tenuto nel maggio a Piacenza.

Così la conversazione ha avuto termine. Il resoconto di essa è abbastanza lungo per potervi aggiungere ampi commenti. Per quanto riguarda i problemi della Internazionale e della unità il pensiero del nostro partito è noto per antichi e recenti pronunziati dei nostri organismi; e certo noi possiamo vedere con simpatia che nel seno della U.S.I. vi sia una corrente che, pur essendo su una piattaforma teorica e tattica che non è la nostra, si accinge ad essere meno avversa ai nostri sforzi per la adesione a Mosca e per la unità proletaria, che finora hanno avuto presso la U.S.I. una accoglienza che non si poteva non giudicare severamente. D’altra parte possiamo anche vedere favorevolmente un atteggiamento verso la Repubblica dei Soviet meno settario e meno simigliante a quello dei controrivoluzionari, di quello ultimamente preso dagli anarchici, e così queste, come talune altre critiche del Vecchi alla posizione [testo mancante] ci paiono logiche ci appaiono motivate, in rapporto soprattutto alla attitudine verso la Internazionale di Mosca e alle incostanze di tale attitudine dal 1919 al 1921.

ma un terreno su cui non ci sentiamo di condividere la posizione del Vecchi, nemmeno sotto la specie di una … relatività einsteiniana, è quello del disgraziato episodio dei due sindacalisti onorevoli. Di esso abbiamo detto abbastanza nella nostra stampa per poterci limitare a riconfermare che – pur intendendo come partendo da premesse sindacaliste lo si possa giudicare di minor rilievo e con altri criteri – esso è un atto di deplorevole e autentico opportunismo nel quale molti sindacalisti sono stati coinvolti.

Ad ogni modo per il prossimo congresso della U.S.I. il Partito comunista non è che uno spettatore che rispetterà lealmente le sue dichiarazioni di neutralità transitoria, e si muoverà in costante intesa con la Internazionale Sindacale Rossa che non esclude i sindacalisti e neppure gli anarchici. Ma mentre ora può limitarsi ad un augurio che prevalgano nel Congresso le tesi di Mosca e della unità, dopo di esso evidentemente non potrà non intraprendere verso i proletari militanti nella U.S.I. una più diretta propaganda per condurre anche’essi sul terreno delle tesi comuniste, anche in quanto contemplano, al di là della iniziale piattaforma della Internazionale Sindacale Rossa su cui si imposta il nostro metodo sindacale, la affermazione dei nostri metodi politici di lotta rivoluzionaria guidata dal partito di classe verso la dittatura del proletariato.