Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Comunista 1922-02-15

Come si vota nei Congressi Confederali

È ben noto che il sistema di votazione adottato nei Congressi e Consigli nazionali della Confederazione del lavoro è una specie di cabala attorno alla quale si è infinitamente discusso. Vorremmo però chiedere una spiegazione ai dirigenti confederali, e speriamo che saranno così cortesi da darcela.

Lo statuto ultimo della Confederazione, quello approvato dal Consiglio nazionale di Milano dell’aprile 1921, all’art. 7 dice: «i rappresentanti delle Federazioni nazionali rappresenteranno la metà dei soci della Confederazione, in base alle marche pagate nell’anno precedente; l’altra metà sarà rappresentata dalle Camere del Lavoro. I voti spettanti alle Fed. Naz. Saranno suddivisi tra queste in proporzione al numero di ciascuna di esse; altrettanto si farà per le Camere del lavoro». Le stesse parole sono ripetute all’art. 40 che si riferisce ai Congressi, mentre il precedente parla dei Consigli nazionali.

Orbene, tanto al Congresso di Livorno, che al Consiglio nazionale di Verona, non si è fatta questa ripartizione proporzionale in modo che i voti delle Federazioni fossero pari a quelli delle Camere del lavoro, ma le prime e le seconde hanno votato per un numero di soci rappresentati calcolato in modo da risultare diversa, e sempre maggiore per le prime. Ciò malgrado che, secondo quanto ha riferito l’Avanti!, a Verona la verifica dei poteri desse come rappresentati più soci di Camere del lavoro che di Federazioni. La conseguenza di questo fatto è semplice: i comunisti avevano a Verona il 40% dei voti nelle Camere del lavoro rispetto a quelli dei socialisti, e nelle Federazioni il 20%. Vi sono circa 120 mila voti attribuiti alle federazioni in più delle Camere del lavoro: se invece le une e le altre avessero avuto diritto a egual numero di voti, è facile calcolare che dodicimila voti sarebbero passati dai socialisti ai comunisti e la maggioranza dei primi sarebbe calata di 24 mila voti.

A Livorno lo spostamento sarebbe stato di 30 mila voti.

Siccome non vi sono altri testi ufficiali per chiarire la cosa che i resoconti di Battaglie Sindacali e Avanti! (per di più contraddittori tra loro nelle cifre dei voti spettanti a Fed. e Camera d. L. date dalla verifica dei poteri), siamo costretti a seguire questa via per ottenere senza malignità spiegazioni sulla interpretazione dello statuto, che ci pare contraddittoria al sistema effettivamente adottato nelle votazioni. Tanto per intenderci per l’avvenire.

La fabbrica delle trappole

Secondo i piani dei socialriformisti, una stessa piattaforma dovrebbe servire per la diretta partecipazione loro alla manipolazione del nuovo ministero e per il surrogato di fronte unico a mezzo del quale il proletariato italiano dovrebbe essere delicatamente bendato con le formule serratiane della elasticità di tattica per cui si agisce al tempo stesso al Parlamento ed in piazza. Noi seguitiamo a mostrare senza reticenze come è congegnato il meccanismo della trappola.

Ci siamo già occupati delle rivendicazioni formulate dal gruppo parlamentare socialista come piattaforma del suo appoggio ad un ministero borghese, rilevando che nella parte economica esse non contenevano la difesa del salario, dei concordati e del tenore di vita dei lavoratori, limitandosi alle otto ore di lavoro e ai provvedimenti contro la disoccupazione.

Queste rivendicazioni così formulate non sono che un inganno, sia nel loro contenuto che nei mezzi che si propongono per difenderle. Si è evitato di porre tra di esse la difesa del salario perché questa non può certo essere fatta con una azione parlamentare e conseguita con provvedimenti di governo da parte di un qualunque ministero di sinistra, mentre questo potrebbe lanciare al proletariato l’offa della legge sulle otto ore e di qualche corbellatura di legge per i disoccupati, oltre a concessioni di lavori pubblici alle cooperative riformiste. Nello stesso tempo si vuole escamottare l’opera dei comunisti e anche dei libertari tendente a illuminare le masse sulla politica disfattista dei socialisti, coll’accedere al fronte unico artefatto che faccia propria quella piattaforma equivoca, la quale esclude da una parte che si debba arrivare ad uno scontro tra le forze sindacali del proletariato e la classe padronale sul terreno dell’azione diretta, e consente dall’altra parte di fare la reclame alle pretese benemerenze proletarie in un ministero quale ardentemente i parlamentari socialisti lo vogliono. Riuscendo ad attrarre le forze operaie non controllate dal partito socialista su un tale terreno, mentre si eviterebbe la pericolosa concessione di fare le basi dello sciopero generale nazionale contro l’offensiva borghese.

Questo piano riescirebbe se i socialisti ottenessero dalle organizzazioni dissidenti della confederazione e dalle frazioni sindacali non socialiste l’impegno ad una azione comune su quella vaga formula che è servita a concretare le loro richieste nel mercato dell’appoggio a un ministero.

Che l’intenzione della Confederazione sia di addivenire al fronte unico, ma limandone lo scopo alla difesa delle otto ore e alla vaga lotta contro la disoccupazione, ed escludendo dai mezzi l’azione di massa e lo sciopero generale, lo dimostrano non soltanto le discussioni del Consiglio direttivo delle quali ieri ci siamo occupati, col rifiuto delle azioni di solidarietà colle categorie gravemente impegnate nella resistenza alle imposizioni padronali e statali, ma altresì gli scritti dell’organo ufficiale confederale. Nel suo ultimo numero questo insiste solennemente in articoli di C.A. e di A. sul valore del postulato delle otto ore come contenuto di una grande battaglia operaia nazionale. Vi è un curioso articoletto che parla del fronte unico e dice: va bene il fronte unico, ma bisogna precisarne chiaramente, se si vuol raggiungere l’accordo, l’obiettivo e i mezzi coi quali si intende svolgere l’azione. Ma benissimo, è proprio questo che vogliamo, noi rispondiamo. Se si vuole il fronte unico si devono precisare scopi e mezzi. Ed il signor A. precisa per conto suo e dice: c’è la questione delle otto ore; essa è profondamente sentita da tutte le organizzazioni: su di essa si farà il fronte unico… automatico. È proprio questa l’ultima trovata socialdemocratica: il fronte unico automatico. Quanto ai mezzi il nostro amico proclama senza esitare: Tutti i mezzi, nessuno escluso: dall’azione di piazza a quella indiretta dei deputati in Parlamento.

Qui sta tutto l’inganno. Difesa delle otto ore, diciamo anche noi. Ma, domandiamo subito che cosa vale la difesa delle otto ore se si abbandona la difesa del livello del salario? Non crediamo che si trovi un operaio o un organizzatore, di qualunque tendenza politica che non riconosca che la conquista delle otto ore non dice nulla, se si lasciano ribassare i salari. Gli operai italiani in questo periodo di crisi se non sono disoccupati e non lavorano a turni ridotti, fanno per effetto dei concordati anche meno di otto ore: sarebbe per il governo una benemerenza molto a buon mercato far passare la legge. La conquista delle otto ore ha un valore grandissimo perché si è realizzata nel periodo dei miglioramenti del salario: quale operaio e quale organizzazione avrebbe accettato le otto ore se contemporaneamente il salario orario non fosse di tanto cresciuto, da dare una paga giornaliera uguale anzi superiore a quella che si aveva dalla giornata di dieci ore? Ogni operaio e ogni organizzazione capisce che si può difendere la conquista delle otto ore di lavoro solo tenendo duro sul valore delle paghe fissato coi concordati che sanzionavano quella conquista, e se non si argina il precipizio dei salari sarà inevitabile che gli operai si affollino e chiedano di lavorare più di otto ore per ristabilire il loro bilancio domestico: determinando così una ulteriore offerta di manodopera ed un inasprimento ulteriore dei patti di lavoro.

Nel piano della offensiva capitalistica che dovrebbe consentire la ricostruzione economica non vi è la necessità di ottenere dal proletariato un numero indefinito di ore di lavoro: anzi in esso vi è la condizione di evitare la sovrapproduzione: quello a cui vogliono arrivare i padroni nel loro tentativo di rimettere in piedi le loro aziende e tutto l’apparato di produzione borghese, è di avere a vil prezzo quel tanto di lavoro che loro occorra, di ribassare il costo di un’ora di lavoro. È naturale che per arrivare a tanto essi, come speculano sulla disoccupazione, tenteranno di aumentare l’offerta di lavoro col far lavorare molte ore gli operai non disoccupati, ma come la loro azione parte logicamente dall’attacco al salario combinato coi licenziamenti, ed essi subiscono i turni di lavoro finché non potranno imporre ai sindacati demoralizzati e indeboliti ulteriori licenziamenti in massa, così la resistenza a questo piano è impossibile se la si vuole impostare sulla durata della giornata di lavoro, e non su questa durata combinata colla conservazione degli attuali salari.

Si può dire cose analoghe della difesa dei disoccupati. Quanto più ribassano i salari tanto più questa diviene difficile, poiché più si cede dinanzi all’ondata dell’offensiva tanto più è difficile arginarla perché essa procedendo si ingrossa e si rafforza e si indeboliscono le difese della organizzazione proletaria. Evidentemente le prospettive economiche che si prefiggono i capi confederali coincidono con quelle borghesi: rendere possibile la vita del meccanismo capitalista rinvilendo il prezzo del lavoro, diffondendo fra le masse la illusione colpevole che quando gli industriali avranno migliorato i loro bilanci essi arresteranno i licenziamenti e contribuiranno al trattamento ai disoccupati, manipolati per chi sa quali ambigui provvedimenti statali.
Checché sia la critica a questi provvedimenti, è necessario mostrare tutto il pericolo che si racchiuderebbe nella proclamazione di un fronte unico sulle quistioni delle otto ore e della disoccupazione, separate da quella della difesa del salario, che si identifica colle prime.

L’insidia che è contenuta nella proposta di dare al fronte unico una così instabile piattaforma, permette alla ipocrisia socialdemocratica di squadernare, quando si passa alla discussione dei mezzi da adoperare, la formula bugiarda di: tutti i mezzi nessuno escluso.

Data questa disfattista formulazione degli scopi dell’azione proletaria restano invece esclusi i mezzi dell’azione di massa, e non resta escluso il mezzo equivoco delle combinazioni parlamentari. Mentre all’opposto, se si stabilisce come base del fronte unico la difesa dei salari e dei concordati si viene alla necessità di lottare colle armi dell’azione diretta e di arrivare alla fusione di tutti i conflitti nello sciopero generale nazionale, e si devono scartare per evidente impotenza i mezzi legalitari, poiché mai lo stato borghese farà una legge che fissi i salari o minimi di salari. Sono questi postulati che solo la forza del sindacato può tutelare: ed è solo accettando di muoversi, di ingaggiare la lotta, che i sindacati sopravviveranno a quella minaccia di agonia e di morte che si delinea, e che sarà un fatto compiuto se, seguendo la fellonia dei riformisti, il proletariato accettasse di portare il fulcro della sua difesa sul terreno parlamentare e legalitario.

I comunisti hanno chiaramente indicato il pericolo: che faranno i sindacalisti e gli anarchici nelle trattative per l’alleanza di tutti i sindacati? Difenderanno il programma della difesa proletaria contro l’offensiva borghese, o si lasceranno cucinare una dichiarazione che valga solo a far salire un qualsiasi De Nicola al potere e a castrare le organizzazioni di massa del proletariato?

Abbandonare la formula della difesa del salario per ridursi sulla insostenibile posizione delle otto ore è una mossa presentata come strategica dai capoccia confederali: ma stia in guardia il proletariato: essa corrisponde alla proposta fedifraga di portare nelle mura della città assediata il gigantesco e misterioso cavallo in cui si annidavano i nemici.

Il partito comunista non si limiterà alla parte di passivo ammonitore. Con qualunque mezzo esso lotterà per evitare che gli interessi sacrosanti delle masse siano giocati da una banda di volgari traditori sul tappetto verde degli intrighi del politicantismo borghese. Chi non vuole passare nei ranghi dei rinnegati si schieri per la riscossa delle masse con i propri mezzi e le forze proprie, su tutto il fronte dell’attacco padronale, per la resistenza ad oltranza e domani per la travolgente controffensiva.