Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1954/15

Lo sciopero mercanteggiato

I nazionalcomunisti della C. G. I. L. che, dai banchi di Montecitorio tuonano in difesa della “libertà di sciopero”, sono gli stessi che non esitano a servirsi dello sciopero come di una moneta di scambio nelle trattative coi padroni. Non è una novità, per noi, e per chiunque abbia individuato nello stalinismo una forza di conservazione al servizio del regime borghese; e già in altra occasione abbiamo segnalato l’offerta ufficiale della F. I. O. M. alle aziende disposte a concedere acconti sul conglobamento di esentarle da uno sciopero che pur voleva essere e si proclamava nazionale.

Ma l’episodio più losco di questo mercanteggiamento è stato offerto dalla C.d.L. di Alessandria nelle sue trattative con la Borsalino. Per ottenere qualcosa in più rispetto al recente accordo stipulato dalla C. I. S. L., la Camera del Lavoro promette al padrone la “tranquillità sindacale” nella sua azienda per un certo periodo di tempo; il padrone offre 1200 lire; in corrispettivo, la C. d. L. offre la rinuncia ad ogni sciopero di carattere economico. La “libertà di sciopero” è salva in linea di principio; ma i suoi sostenitori la silurano per primi nella pratica. E qui si è fermata la vertenza, giacché il padrone chiede la rinuncia anche agli scioperi politici, e su questo punto la C. d. L. è irremovibile (fino a quando?). Notate bene: gli stalinisti sono pronti a sottoscrivere la rinuncia agli scioperi economici, cioè a quelli che interessano direttamente e comunque gli operai; non vogliono sottoscrivere la rinuncia agli scioperi politici che servono a loro per i propri interessi di bottega parlamentare e legalitaria e non agli interessi generali del proletariato. Così la fregatura è doppia: prima si fa dello sciopero una moneta di scambio da mercanteggiare contro concessioni dirette ad assicurarsi una clientela di votanti; poi, negato lo sciopero “economico”, si sfrutta lo sciopero per i fini politici che tutti conosciamo, fini democratico-borghesi antitetici agli interessi rivoluzionari della classe operaia. La libertà di sciopero è, per la CGIL la libertà di fare dello sciopero quel diavolo che ad essa piace, una pedina manovrabile sulla scacchiera di un miserando gioco parlamentare.

Vulcano della produzione o palude del mercato? (Pt.3)

I – LA STRUTTURA TIPO DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA NELLO SVILUPPO STORICO DEL MONDO CONTEMPORANEO

31. Il saggio medio del profitto

L’argomento fondamentale della tendenza alla discesa del saggio del profitto nella vita storica del modo capitalista di produzione, come è stato nel nostro lavoro già trattato, così dovrà esserlo ancora e più a fondo, ed è uno di quelli in cui maggiormente necessita ripresentare fedelmente il materiale di Marx e sistemarne l’apparato matematico. È inoltre uno dei punti di equivoco poiché banalmente si vede contraddizione tra la legge della discesa e la smisurata fame di sopravalore e di profitto propria del capitale nelle forme moderne che, da Marx formidabilmente denunziata, ha avuto le più impressionanti conferme dalla storia recente. Nel Dialogato con Stalin fu ricordato come, con l’aumento incessante della massa del capitale e della massa della produzione annua di merci, che per noi lo misura, aumenta anche la massa del profitto in modo possente, sebbene il rapporto relativo tra massa del profitto e massa del prodotto tenda a scendere storicamente.

Nella trattazione sulla questione agraria riteniamo poi che si sia messa a punto la fondamentale, originaria, monolitica teoria dei sovrapprofitti, che include in sé quella delle rendite di ogni specie (quindi non solo terriere). Evidentemente fin dai primi teoremi del marxismo è chiaro che la mole dei sovrapprofitti è progressiva, contemporaneamente alla discesa del saggio medio del profitto sociale. Marx stesso tra tanti altri fenomeni spiega l’influenza di quello della concentrazione del capitale: anche tra i più superficiali critici nessuno ignora che la legge della concentrazione è data nei primissimi testi anche precedenti al Capitale. Ora il saggio medio si trae dalla somma di tutti i profitti in rapporto a tutti i capitali, delle piccole, medie e grandi aziende, e la semplice grandezza dell’impresa è un motivo di profitto maggiore: quindi le piccole aziende lavorano in sottoprofitto, a meno del saggio medio, le grandi in sovrapprofitto, considerato tutto il quadro della società industriale in una stessa epoca. Mano mano che il capitale si concentra in numero minore di aziende, la cresciuta massa di profitto si divide in un numero sempre minore di aziende profittatrici: ma il capitale totale di queste poche ma vaste aziende nella sua massa cresce ancora di più, e la massa dei prodotti con esso. Quindi: aumento della produzione, diminuzione del numero delle imprese, aumento del capitale medio di ogni impresa, aumento della massa totale dei profitti, ma quest’ultimo meno veloce dell’aumento della produzione – e del consumo sociale per tutti i campi – e quindi discesa del saggio medio.

32. Prezzo di produzione

A parte quindi una trattazione di natura statistico-storica per confermare che la legge di Marx si è in pieno verificata, bisogna capire che tutto il nostro modello rappresentativo del capitalismo tipico integrale ha bisogno del criterio della determinazione, ad un dato momento storico-economico, del profitto medio, del saggio di profitto medio, di tutte le “imprese capitalistiche”, ossia di tutte le aziende industriali, ivi comprese quelle che con impiego di capitale e mano d’opera esclusivamente di salariati agiscono nella agricoltura (industria estrattiva, idraulica, edilizia, ecc. comprese). Infatti senza questo termine, del profitto medio, tutta la nostra dottrina del valore diverrebbe improponibile. Per noi infatti il valore della merce prodotta in un dato ramo industriale non si può dedurre da una ricerca di medie sulle quote delle contrattazioni ai mercati: si deve sapere prima. In questo il passo che fa Marx ben oltre Ricardo: questi identificava valore dedotto dalla teoria del valore-lavoro con valore di vendita, e affermava, in una prima forma che era solo approssimativa, e soprattutto ispirata da un modello di società tutta industriale e senza rendite (ossia senza sovrapprofitto: società che resta l’ideale di ogni economia liberale, ma che è impossibile, e storicamente sempre più lontana): ogni merce si scambia con altra o con moneta in ragione del lavoro medio sociale che occorre a produrla.

La formula di Marx è invece che ogni merce ha un prezzo di produzione, che ne costituisce il valore nel nostro senso. Pur seguitando a chiamare tale valore valore di scambio, conservando la classica distinzione da valore di uso (inerente alle specifiche qualità fisiche della merce e al particolare bisogno umano che è atta a soddisfare), il concetto è che il valore di ogni merce si calcola secondo gli elementi economici dati nella sua produzione. Sicché ben potremmo introdurre l’espressione: valore di produzione, e dire che noi siamo per una teoria economica del valore di produzione, i nostri avversari per una teoria del prezzo di scambio.

Siamo alla data “funzione lineare” della produzione capitalistica (di essa e di essa sola!): si definisce valore del prodotto la somma di tre termini: primo: il capitale costante – secondo: il capitale salario – terzo: il sopravalore o profitto. Per sapere il terzo termine o profitto io non vado a domandare come la merce è stata venduta e nemmeno a quanto in media si vende in dato spazio e tempo; cerco invece il saggio medio del profitto del mio “modello di società” in esame: unisco (addiziono) i primi due termini del capitale costante e variabile, moltiplico il tutto per il saggio medio, e questo è il terzo termine. L’insieme dei primi due l’economia comune lo chiama costo, prezzo di costo. Ora per noi il valore è il prezzo di costo con aggiunto un tanto per cento che è sempre quello, perché è il medio saggio di profitto ricavato da tutto il complesso delle aziende della studiata società. Non siamo ancora andati affatto a prendere lumi sul mercato e a sfogliare mercuriali e listini, e abbiamo trovata la grandezza che ci preme: valore della merce, dato dal suo prezzo di produzione sociale. Capitale costante più capitale variabile più profitto al saggio medio sociale uguale valore del prodotto.

33. Prezzo di scambio

Se ora uscendo dalla nostra calda fucina ove tutti si agitano, il proletario perché tale è la sua condanna, il capitalista perché come capitale personificato, fosse egli pure un Robot, ha marxisticamente parlando “il diavolo in corpo”, ci rechiamo sul mercato ove sogghignano gli scambiatori “alla ricerca di chi far fesso” e ove si “fanno differenze” senza erogazione di energia meccanica e comunque fisica, più o meno come si fanno al borghese tavolino da gioco, noi non ci incomoderemo affatto a fare la teoria di tali svariatissimi alti e bassi. Avvengono degli imbrogli, è certo, e dalle prime pagine Marx dice come la frode sia il clima stesso della società borghese, ma si può enunciare questa legge: il saggio medio sociale delle fregature mercantili è uguale a zero; ossia tutti quegli alti e bassi, quei buoni e cattivi affari nel ciclo generale vengono a compensarsi tra loro. Da tempo era stata dimostrata vana la scuola dei mercantilisti, il cui principio era che la ricchezza si formasse con lo scambio; tuttavia tale scuola, propria dell’epoca delle prime spedizioni europee per il commercio d’oltremare, si riferiva soprattutto allo scambio internazionale e noi, con Marx, non contestiamo che possa sorgere sopravalore – dunque valore – nello scambio tra una società economica capitalista e società non capitalistiche e perfino, nel mondo bianco, tra la sfera capitalistica e quella dei tipi arretrati di produzione (vedi agricoltura parcellare). È una volta stabilita nel modello la società capitalistica pura, che affermiamo che tutto il profitto e il valore che essa socialmente genera hanno origine nel processo di produzione, mai negli atti e giri di scambio. Il mutare quindi la teoria del valore in teoria del prezzo, o il tentare delle due una ibridazione (Labriola Arturo), o il mutare la teoria del plusvalore in una teoria del sovrapprezzo (Graziadei) non è lecito se non a chi faccia strame di Marx e passi armi e bagaglio al campo nemico.

Noi non discutiamo che anche i nostri termini: capitale costante e variabile, e per conseguenza la quota di profitto che aggiungiamo, sono dati con deduzioni rilevate da scambi di merci (materie prime, forza di lavoro) le cui quote a loro volta subiscono quelle tali occasionali oscillazioni. Anche prima di arrivare a stendere, con linguaggio al caso matematico, un “abaco economico di Carlo Marx”, traguardo forse di questo lavoro di gruppo, affermiamo il diritto di scoprire il valore che “sta prima del prezzo” con un’elaborazione su prezzi. La massa fisica è stata trovata e misurata solo partendo le prime volte da pesi, ed anche da pesi grossolanamente noti, ma ciò non ha tolto affatto che si sia costruita con tutto rigore la meccanica delle masse determinandole nelle loro misure indipendenti dagli infiniti pesi che una massa può assumere, così come uno stesso “valore” può assumere infiniti prezzi.

34. Quotazioni di vendita

Riesce quindi ora naturale e familiare l’espressione di Marx che una data merce si venda al di sopra o al di sotto del suo prezzo di produzione, e quindi precisamente al di sopra o al di sotto del suo valore. Molte possono essere le cause degli scarti, nei due sensi, tra valore e prezzo di mercato. Tutte quelle dovute al puro meccanismo mercantile, e alle leggi della concorrenza, dell’offerta e della domanda, all’effetto della moderna abilissima propaganda, pubblicità, réclame dei francesi, alla raffinata arte del marketing degli americani, alla bianchezza della dentatura dei commessi che sorridono al cliente, o alla facondia degli imbonitori da marciapiede, si risolvono in una oscillazione secondaria intorno al valore sociale.

Ma la teoria della questione agraria e della rendita fondiaria è valsa a stabilire che vi sono sistematici scarti del prezzo dal valore; ed ha eretta la formidabile condanna della società capitalistica per cui tutti i prodotti agrari sono venduti e pagati da chi li consuma al di sopra del loro valore, sempre che siano i prodotti di una agricoltura propria al modello puro di società capitalista. In tal caso è venduto al suo valore il solo prodotto del campo più sterile, e tale prezzo fa legge al mercato. Se quindi si passa, come ampiamente vedemmo, da quello a campi più feraci, si avrà che per lo stesso prodotto basteranno meno anticipi di capitale, meno anticipi di salario, e quindi meno profitto di imprenditore agrario al saggio tipo. Ma la legge della distribuzione mercantile è che “tutti i prezzi delle contrattazioni si livellano rapidamente” e quindi quel prodotto non avrà un prezzo di vendita minore. Aveva bensì un prezzo di produzione minore di quello del pessimo terreno: vi sarà un guadagno maggiore. Avendo già calcolato il nostro terzo termine, il profitto normale, che è andato all’industriale agrario, questo margine aggiunto è sovrapprofitto: va come rendita al padrone della terra; se volete allo Stato. Quindi allorché il capitale entra nell’agricoltura e la domina, i prezzi di vendita delle derrate sono al di sopra del valore sociale. Viceversa dato che il piccolo contadino eroga per il suo scarso prodotto spese e lavoro enormi, ed è costretto a venderlo al prezzo corrente di mercato, i prodotti dell’agricoltura minima sono venduti sotto il valore: i piccoli contadini formano uno strato di schiavi della società capitalistica tutta intera.

35. Sopraprofitto e rendite

Benché tutta questa materia ripeta le esposizioni dei Fili del Tempo sulla questione agraria, e le tesi-controtesi che le riassunsero, è bene precisare che il sopraprofitto in agricoltura non è il solo tipo di sopraprofitto che appare nella società capitalistica tipica, e si trasforma in rendita goduta dalla classe dei proprietari fondiari, una delle tre classi base nel nostro modello. Sovrapprofitto e rendite analoghe si hanno per coloro che dispongono, con lo stesso titolo di proprietà della terra agraria, di cadute naturali d’acqua, di miniere, di giacimenti di ogni genere, e di suoli edificatori nonché di fabbricati e manufatti diversi necessari agli imprenditori industriali. In tutti questi casi l’organizzazione della società borghese, fondata sulla sicurezza del patrimonio privato, forma e garantisce una serie di monopoli, che sono insiti alla sua natura. Non è quindi la concorrenza libera il carattere di base dell’economia borghese, ma il sistema dei monopoli, che permette di vendere tutta una gamma di prodotti, tra cui quelli preminenti della terra agraria e dell’industria estrattiva, a prezzi superiori al valore ossia alla somma di sforzo sociale che essi costano, dopo aver anche pagato il normale profitto dell’industria “libera”. La teoria quantitativa della questione agraria e della rendita è quindi la completa ed esauriente teoria di ogni monopolio e di ogni sopraprofitto da monopolio, per ogni fenomeno che stabilisca i prezzi correnti al di sopra del valore sociale. E ciò avviene quando lo Stato monopolizza le sigarette, come quando un potente trust o sindacato monopolizza, poniamo, i pozzi di petrolio di tutta una regione del globo, come quando si forma un pool internazionale capitalistico del carbone o dell’acciaio o, come sarà domani, dell’uranio.

Quindi il senso generale del capitalismo è questo: storicamente comincia con l’abbassare quello che si potrebbe dire l’indice del lavoro sociale per una data quantità di prodotto manifatturato, il che condurrebbe la società a consumare gli stessi prodotti, ed anche prodotti aumentati, con un minore impiego di lavoro, e quindi diminuendo le ore di lavoro della giornata solare. Fin dall’inizio tuttavia, e malgrado la diminuzione del saggio medio di profitto, si stabilisce il sopraprofitto agricolo e cresce lo sforzo medio per i generi alimentari. Quindi, come necessaria conseguenza dell’inseparabile meccanismo del mercato e del prezzo corrente, sorgono tutta una serie di altri sopraprofitti, e malgrado il progresso tecnico e di produttività del lavoro, viene paralizzata la possibilità di ridurre grandemente, pure elevando il tenore generale dei consumi, il tempo medio di lavoro individuale, le ore di lavoro nella giornata. Tale schiavitù umana per un terzo del proprio tempo e per una metà almeno di quello di organica attività (sonno dedotto) non è superabile fino a che si urta nel limite del prezzo corrente, e del sistema mercantile, che sono la causa del sempre maggiore sfasamento tra valore sociale degli oggetti di uso e prezzo a cui li ottiene chi li consuma.

36. Quadro della riproduzione semplice

Dato che tutto insiste sul calcolo di un valore sociale da premettere ai prezzi, nel quale abbiamo già computato i tre termini: lavoro “dei morti”, adoperato e rimpiazzato senza che nessuno abbia prelevato o rimesso – lavoro “dei vivi”, in cambio del quale sono stati pagati salari – premio di classe spettante all’imprenditore in ragione di una tangente fissa sulle due prime partite; e dato che abbiamo bisogno di sapere il quanto sociale di questa tangente, non è possibile prospettare le questioni senza una visione non più aziendale ma sociale. Marx quindi, che nel primo volume del Capitale dette la funzione generale della produzione capitalistica, nei limiti della analisi del valore di una data merce, e nella sua applicazione al ciclo produttivo totale di una determinata azienda capitalistica (con formidabile integrazione di dati storici sullo sviluppo della società per arrivare al capitalismo, e sul programma rivoluzionario della via per uscire da esso, sebbene non solo i soliti intellettuali ma perfino Giuseppe Stalin abbiano detto che a Marx questa parte non descrittiva piaceva poco!), passa, nel corso ulteriore dell’opera, a trattare della circolazione del capitale nella società intera. Non si tratta qui, secondo una solita stantia antifona, di studiare la circolazione (mercantile, monetaria) che prima si fosse lasciata da parte: si tratta, all’opposto (essendo la critica del sistema mercantile contenuta in ogni pagina; e fin dal primo volume nel famoso paragrafo sul carattere feticcio della merce) di presentare il ciclo del capitale nella produzione passando dall’ambito della azienda capitalistica all’ambito sociale: per provare che, come nella prima, nella seconda una sola è la fonte dell’incremento del capitale, ed essa consiste in un passaggio di ricchezza da classe a classe.

Marx quindi forma i prospetti di questa circolazione di tutto il capitale nel suo e nostro modello di società. Ben vero egli inizia col considerare una società senza redditieri, una società binaria, con capitalisti e salariati, e dapprima esamina il caso in cui il capitale (come faceva Quesnay per la ricchezza nazionale) rimane immutato di ciclo in ciclo: riproduzione semplice.

37. Le due sezioni di Marx

Si suddivida la società in due sezioni: una dedita alla produzione di merci che vanno direttamente al consumo dei suoi membri, ed è la Seconda. L’altra invece, che diremo Prima, produce oggetti che servono a loro volta di strumenti per la produzione ulteriore.

Le cifre di questo primo quadro sono famose:

Prima sezione4.000 + 1.000 + 1.000= 6.000
Seconda sezione2.000 +    500 +    500= 3.000
Tutta la società6.000 + 1.500 + 1.500= 9.000

Non abbiamo voluto dire che cosa le cifre significano dopo tante ripetizioni: prima cifra: capitale costante – seconda: salari – terza: profitto – quarta: prodotto.

Ponete che il ciclo sia un anno e sia finito: la società ha prodotto 9.000 e tale è il suo capitale. Si ferma, tira il fiato, fa l’inventario: 3.000 sono consumi, da “mangiarsi”, 6.000 sono strumenti e materie da lavoro.

Nel ciclo seguente è chiaro che questi 6.000 saranno di nuovo impiegati, 4.000 come capitale costante nella prima sezione, 2.000 nella seconda.

I 3.000 di consumi vanno:
 a) 1.000 agli operai della prima sezione, 500 a quelli della seconda: dunque 1.500;
 b) 1.000 ai capitalisti della prima sezione, 500 a quelli della seconda: ancora 1.500.
Totale 3.000. Qui tutto.

Le considerazioni da fare anche su questo schema così semplificato sono numerosissime, e le discussioni che sono sorte anche. Rileveremo solo questo. In una tale società, in ambo le sezioni il saggio del plusvalore è il 100% (nella prima 1.000 su 1.000; nella seconda 500 su 500). Ciò per noi vuol dire che gli operai hanno aggiunto all’inerte capitale costante 2.000 e 1.000 di valore, ma ne hanno avuto e consumato solo metà: l’altra metà l’hanno avuta e consumata i capitalisti. Il saggio del profitto è il 20% (nella prima sezione 1.000 su 5.000, nella seconda 500 su 2.500). Il grado di composizione organica del capitale è 4, ossia 4.000 contro 1.000 e 2.000 contro 500 (capitale costante contro capitale variabile).

38. Quadro ternario

Permettiamoci di fare quello che Marx non ha fatto: facciamo entrare nel suo specchio la terza classe, i proprietari fondiari. Immaginiamo, sempre per amore di semplicità e di chiarezza, che tutti i beni consumati siano alimenti o almeno prodotti dell’agricoltura, e chiamiamo industriale la prima sezione, agraria la seconda. In questa andavano ai salariati 500, agli imprenditori capitalisti 500. Aggiungiamo 1.000 di rendita che vanno ai proprietari fondiari.

Il quadro diventa:

sezione I4.000 + 1.000 + 1.000= 6.000
sezione II2.000 +   500 +   500 + 1.000= 4.000
complesso6.000 + 1.500 + 1.500 + 1.000= 10.000

Tutto il prodotto è salito a 10.000, ma ciò dipende unicamente dal fatto che la stessa quantità di beni di consumo è stata pagata 4.000 al posto di 3.000, e dagli operai, e dai capitalisti, e dai fondiari. Fermo restando il saggio di profitto, nella seconda sezione si è avuto un sopraprofitto 1.000, aggiunto al profitto normale di 500, quindi un margine totale di 1.500 su 2.500 anticipati: il 60%. I capitalisti agrari hanno avuto il 20% come quelli industriali, i fondiari una rendita pari al 40% del puro costo di produzione dei beni agrari, pari ad un quarto (25%) del valore dei prodotti della terra. Questi si vendono, in una tale società, un quarto al di sopra del loro valore, del loro effettivo “prezzo di produzione”.

Che movimento avviene in questa società tra le classi? Come movimento sul mercato, tutto è in pareggio: perciò cattedratici e borghesi vogliono fare i conti sui prezzi. Infatti:

Proprietari: con 1.000 di rendita comprano 1.000 di prodotti da consumare.

Capitalisti: con 1.500 di profitto comprano 1.500 di prodotti da consumare. Ma dalla vendita di prodotti per 10.000 in tutto escono dalle loro mani 8.500: 1.000 le hanno passate ai fondiari, 1.500 le hanno pagate di salari agli operai, con 4.000 rifanno il capitale costante della sezione I, con 2.000 quello della II: il conto è tutto pari. La legge del valore di mercato, o grande ombra di Stalin, è salva.

39. Il conto di classe

Vediamo ora di definire il movimento – che come passaggi da compratori a venditori è tutto in pareggio, in meraviglioso moralissimo equilibrio – come passaggio di valore da classe a classe. Il capitale costante manipolato dagli operai è stato in tutto 6.000. Dopo manipolazione il prodotto è stato 10.000. Dunque: valore aggiunto dal lavoro 4.000. Di queste 4.000 gli operai non hanno avuto come salario che 1.500. Dunque hanno erogato 2.500. Queste 2.500 sono rimaste nelle mani dei capitalisti, in quanto sono essi che sono padroni e venditori di tutti i prodotti di tutte e due le sezioni. Tuttavia i capitalisti ne hanno dovuto passare 1.000 come rendita ai proprietari fondiari. Il loro ricavo di ricchezza è dunque stato 2.500 – 1.000 = 1.500. Bilancio: dalla classe operaia alla classe capitalista 2.500. Dalla classe capitalista alla classe fondiaria 1.000. Alla classe capitalista per suo consumo, al netto del reinvestimento nella produzione successiva di tutto il necessario capitale costante e variabile: 1.500. Alla classe operaia per suoi consumi il capitale variabile totale, ossia 1.500. In una riunione a Napoli, il 1° maggio, si fece di questo un prospetto esplicativo nella forma di “Quadro di Marx” al fine di mostrare il pareggio mercantile e l’appropriazione di classe contro classe, che non si è potuto ancora riprodurre ma potrà esserlo utilmente a suo tempo. Questo quadro può qui essere ridotto ad uno schema rudimentale (evitando di far figurare, come nell’originale, in colonne a parte le “aziende strumenti” e le “aziende sussistenze”, che sono puri punti di passaggio dei valori in quanto si identificano colla classe capitalistica) di movimento fra tre classi.

Classe AttivaClassi Passive
Operai I Operai IICapitalisti ICapitalisti IIFondiari
OperaiI




→1000


Operai II






→500
Capitalisti I




→4000

→2000
CapitalistiII
→1000→

→500→

→1000→

→500→
→1000
Fondiari
1000
Totali (proventi in denaro)1000500600040001000
-Freccia Verticale:
-Fraccia Orizzontale:
Movimento in moneta
Movimento di merce


40. Riproduzione allargata

Non è questo il momento di svolgere la ulteriore disamina della riproduzione allargata con i più complicati schemi che sono stati discussi lungamente a proposito della accumulazione progressiva del capitale, nelle famose polemiche di Hilferding, Luxemburg, Bucharin, Lenin ed altri. Nello schema fin qui dato della riproduzione semplice il capitale investito nei successivi cicli resta costante, essendo sempre di 4.000 + 1.000 + 2.000 + 500 ossia di 7.500 nelle due sezioni, e aggiungendosi il profitto e rendita di 1.000 + 500 + 1.000 ossia 2.500 in tutto, che viene tutto consumato da capitalisti e fondiari.

Ma tanto gli uni che gli altri possono (la famosa “astinenza”) non consumare tutto, ma risparmiare (secondo la teoria borghese possono risparmiare anche gli operai, sul loro salario di 1.000 + 500) una parte, da investire in nuova produzione. Poniamo la metà, ed allora capitalisti e redditieri consumano solo 1.250 ed il capitale si aumenta di 1.250.

L’analisi si complica quando andiamo a formare il quadro del successivo ciclo, ripartendo l’investimento differenziale tra le due sezioni. Infatti le 1.250 risparmiate sono praticamente, fisicamente, sussistenze non consumate, e quindi per reinvestire occorrono non solo minori sussistenze prodotte ma maggiori beni strumentali (capitale costante) per il ciclo che viene. Quindi anche la suddivisione dei numeri nello specchio del primo ciclo, deve essere ricalcolata: molto facile dire dai soliti commentatori che Marx in tale ginepraio si sarebbe perduto.

Sono conti che si faranno in altra sede: qui ci basta ristabilire e ribadire i fondamentali concetti. Il capitale della società considerata, che nella riproduzione semplice resta della stessa grandezza, è misurato dal prodotto di un ciclo – di un anno – dal “costo di produzione” del prodotto del ciclo, e se consideriamo consumati i proventi delle tre classi, in linea generale possiamo dire che resta costante anche il totale valore degli impianti, manufatti, macchine, e resta costante il quantum della terra agraria in coltura: ma queste quantità non figurano tra i nostri numeri.

Per porre il problema della riproduzione progressiva dobbiamo previamente chiederci – fu il punto che preoccupò la Luxemburg – se la società fittizia che prendiamo a modello è chiusa, o aperta. Nel primo calcolo devono chiudere in pari sul mercato sia i conti in moneta che i conti in quantità di merce. Nel caso di società aperta possiamo immaginare che restando un margine di moneta non investita all’interno, o eventualmente non destinata ad acquisto di sussistenze, sia possibile “comprare” strumenti e sussistenze in campi estranei. Secondo la dottrina della grande marxista Rosa Luxemburg solo a tale condizione dell’esistenza di mercati periferici al cerchio capitalista, si possono rendere conclusivi gli schemi di Marx della riproduzione allargata; Bucharin negava la necessità di tale condizione per l’ulteriore accumulazione.

41. Modello e realtà

Tale questione non è certo semplice e non può essere trattata se non si stabiliscono i limiti del problema che di volta in volta è in discussione. Qui stiamo trattando della società capitalista tipo, che tuttavia non può ridursi come Bucharin vorrebbe ad un mondo sociale di soli capitalisti industriali e lavoratori salariati, in quanto devono in essa figurare i redditieri, siano essi i proprietari monopolisti della terra e di altre naturali risorse e forze, siano gruppi di supercapitalisti controllanti settori chiave, sia lo Stato stesso supercapitalista. Questo modello è introdotto certamente a fine di costruire la scienza, la sola vera scienza del capitalismo e della economia sua, ma anche a fini polemici, di combattimento e di partito.

È infatti la scuola apologetica del sistema capitalistico, ed è il partito della conservazione borghese, che assumono che organizzando tutto il mondo reale presente sul tipo fondamentale della produzione salariale, sparirebbero gli scompensi e si risolverebbero le “disequazioni” del problema. Ed allora essi pretendono di dar ragione di tutti i fenomeni del modello e anche della reale società di oggi presentandone le grandezze e le leggi diversamente: partendo dal prezzo e non dal valore, dal mercato e non dalla produzione, considerando l’aggiunta del valore in ogni ciclo non come data da lavoro ma da tre fonti: lavoro, capitale e terra. Essi in conclusione negano la necessità di scoprire una funzione della produzione e studiano le funzioni di mercato e di scambio, ma in realtà pervengono ad una distorta funzione di produzione, in cui sono giustificati da una scienza venduta i borghesi privilegi dell’impresa e del monopolio.

Noi – senza tralasciare mai quel campo grandissimo di interpretazione in cui seguiamo, per tutto il mondo abitato, il gioco del succedersi dei grandi modi di produzione e le lotte rivoluzionarie di ogni grado – dimostriamo che le leggi del modello astratto sviluppate in modo da non nascondere ma porre in luce il passaggio di valore da classe a classe – la estorsione di classe contro classe, la dominazione di forza di classe su classe – presentano tendenze e movimenti, riconoscibili nelle società reali altamente capitalistiche, al termine delle quali non vi è la compensazione ma la inconciliabilità e la rottura.

Poiché si tratta di contrapporre la nostra classica impostazione a quella della sedicente scienza economica ufficiale ed ai suoi vari conati antichi e recenti di torcere lo sguardo dalla rivoluzione che viene, è stato necessario ricordarne le linee, caratterizzare il modello su cui si lavora, la natura delle grandezze che si impiegano, l’espressione delle relazioni che se ne deducono.

A tappe storiche si confronta tutto questo con quanto avviene, ma dopo essersi privati della comoda scappatoia che, dopo avere “cinematografato” sviluppi impreveduti, si sia pronti a smodellare il modello, barattare le grandezze, rabberciare le formule, come da un secolo vediamo fare a esponenti di gruppi i quali – verifica anche questa di ordine altamente sperimentale e materialistico – passano rapidamente alla apologia degli stessi dettami, di cui addottorano i sapienti ufficiali del mondo borghese, contro di noi.

42. La mostruosa FIAT

Scegliamo a chiusura di questa prima parte e per equilibrare, anche nella fatica di chi segue, l’uso di modelli e schemi teorici con un caso concreto, uno che interessa per motivi di località e di attualità. Siamo in Piemonte e qui si vive alla luce o se volete all’ombra della FIAT, il più grande complesso industriale d’Italia e uno dei più quotati in Europa e nel mondo: mentre poche settimane sono passate dalla assemblea degli azionisti e dalla relazione del prof. Valletta sul bilancio 1953.

La FIAT di Torino con le sue vicende è legata alla storia delle lotte proletarie in Italia, ed al passaggio dal tradizionale e cortigiano Piemonte alle più moderne forme di organizzazione capitalistica. Si può dire di più: che essa è legata strettamente alla storia del partito comunista, ed al nascere di quella tendenza che si lasciò suggestionare dalle linee della struttura e della gerarchia di un grande complesso di produzione industriale, fino a farne, senza troppo avvedersene, il modello dell’organizzazione del proletariato in classe e dello stesso Stato proletario, della società futura. Forse l’origine della deviazione giunta poi agli estremi limiti sta proprio nel fatto che Torino urbana, con la FIAT, e senza ormai palazzo Carignano, può presentarsi come un vero modello tipo di società capitalistica, e prestarsi a rapidamente sviluppare i dati della lotta di classe proletaria e a pensarsi alla vigilia dello “Stato Operaio”, anche per gruppi che nella loro evoluzione politico-ideologica immatura non sono ancora fuori da una comprensione “costituzionale” e in certo senso “utopistica” dello Stato proletario, che non è – lui – un nostro modello, non è un sistema, non è una città nuova da fondare, ma un semplice espediente storico più o meno sudicio che dobbiamo togliere dalle mani della borghesia, come si cerca di togliere il coltello dalle mani del delinquente senza avere per questo fondato un partito di accoltellatori.

Fatto sta che questi gruppi, appena messo il naso fuori dai capannoni ordinati e lucenti della torinese fabbrica di automobili, e preso contatto colla parte meno concentrata in senso industriale d’Italia, delle plaghe agrarie e di quelle arretrate, col problema contadino e regionale, caddero di colpo in una difesa delle stesse posizioni dei più scoloriti partiti piccolo-borghesi di mezzo secolo prima, non si occuparono più di rivoluzionare Torino, ma di imborghesire l’Italia, in modo che fosse tutta degna di portare il marchio della fabbrica torinese, ed essere amministrata e governata con l’impeccabile stile di essa.

43. Cifre di bilancio

A noi è utile confrontare le cifre FIAT col modello di presentazione del capitalismo tipo appunto perché esso serve ad individuare quanto vogliamo distruggere e sostituire con una organizzazione economica che ne stia agli antipodi.

Se noi domandiamo in borsa quale sia il capitale della FIAT ci si risponderà colla cifra del totale di azioni sottoscritte dagli azionisti. La storia di tale cifra è commovente: sale con le fortune, non meno che colle fregature d’Italia per due ragioni: perché la fabbrica fisicamente si ingrandisce e la sua produzione si esalta, e perché le lire in cui sono espresse le azioni e il loro totale importo si svalutano a grandi tappe.

La Fabbrica Italiana di Automobili Torino venne fondata nel 1899 col capitale di 800.000 (dicesi ottocentomila) lire in azioni da L. 25, e quindi n. 32.000 azioni. Da allora si sale una significativa scala. In quegli anni di tremenda euforia economica, che preparò il giolittismo – altro prodotto piemontese non meno, dagli attuali capi del partito detto comunista, elevato a modello sociale, ieri contro Mussolini, oggi contro Scelba, e contro ogni futuro deretano in cadrega – le azioni del valore nominale di 25 lire si quotarono nelle borse a oltre 1.700! Era il tempo in cui i titoli di Stato passavano oltre la pari e il cambio era al di sopra della parità con l’oro.

Ben presto si costituì l’attuale anonima col capitale di 9 milioni in azioni da cento lire. Gli aumenti di capitale prima della prima guerra europea furono: 1909, 12 milioni; 1910, 14 milioni; 1912, 17 milioni. Con la guerra, ottimo affare per industrie del genere, si continua: 1915, 25 milioni e mezzo, azioni da 150 lire; 1916, 30 milioni, e quindi 34 milioni, azioni da 200; 1917, 50 milioni; 1918, 125 milioni. La guerra finisce ma la svalutazione continua per la moneta: 1919, 200 milioni; 1924, 400 milioni. Nel 1926 si delibera un prestito obbligazionario in 10 milioni di dollari oro (valevano 19 lire) interamente rimborsato nel 1938.

Ripartiamo dal 1938. Capitale, come sappiamo, per tutto il periodo tra le due guerre, 400 milioni. Passata una nuova guerra e nuova inflazione, nel 1947 il capitale viene portato a 4 miliardi, parte con azioni gratuite per i vecchi azionisti, parte con nuove azioni.

Con ulteriori “rivalutazioni” ed assorbimento di altre aziende minori, siamo nel 1952 a 36 miliardi di lire, nel 1953 a 57 miliardi di lire. Il rapporto al 1938 è dunque 142,50, molto superiore alla svalutazione della moneta. Se questa fosse tra 50 e 60 si potrebbe dire che il valore reale dal 1938 al 1953 è aumentato a due volte e mezza: ma questo come valore nominale di quei pezzi di carta che sono le azioni: comunque una accumulazione a ritmo pauroso.

44. Quello che ci interessa

La remunerazione degli azionisti non ci preme troppo, essa non è che uno dei settori di riparto del plusvalore tra portatori di azioni, che sono in fondo dei prestatori di denaro in partenza, amministratori, capitani di industria, Stato, e simili pescecanesche gole di ogni genere. Comunque nel 1952 sui 36 miliardi si distribuì l’utile del 10%, nel 1953 si sono dati 4,5 miliardi su 57 e quindi meno dell’8%.

Ma nella ultima relazione Valletta noi troviamo la cifra della grandezza che a noi occorre, e che dobbiamo poi scomporre nei vari termini della funzione di produzione. Nel 1953-54 (mentre il dividendo per azione è stato di 63 lire su 500 e quindi il 12,6%) la produzione (il fatturato) è stata di 240 miliardi.

Un utile di distribuzione di soli 7,3 miliardi e un utile dichiarato di soli 9,574 miliardi, se sono alti rispetto alla cifra convenzionale del capitale in azioni, sono assai bassi rispetto al prodotto. Sarebbero il 16,7% nel primo caso, ma solo il 4% nel secondo: e questa è la misura del saggio di profitto, all’incirca, inteso nel senso di Marx.

Ma cerchiamo di scomporre i 240 miliardi di ricavo al mercato, col balzo di 40 miliardi rispetto ai 200 del precedente esercizio. Anzitutto va rilevata la dichiarazione sensazionale che i nuovi investimenti, tratti quindi da profitti e sovrapprofitti, sono stati dal 1946 al 1952 di circa 100 miliardi, e che si va verso un programma di 200 miliardi, destinandovi nel 1954 più di 50 miliardi. Ciò vuol dire che dai 240 miliardi si sono potuti, pagate tutte le spese, togliere 10 miliardi di utili per gli azionisti e almeno 50 da reinvestire (riproduzione allargata), e quindi 60 miliardi. Le spese sarebbero dunque state di 180 miliardi. Dobbiamo dividerle tra capitale costante e capitale variabile.

Senza andare alla ricerca di dettagli di bilancio, che del resto sono di molto discutibile certezza, abbiamo rilevato che il personale consta di 57.278 operai e 13.832 impiegati (decisamente troppi, la FIAT è in gran parte un carrozzone di protezione per clientele di affari ed elettorali, e buona parte di costoro, ognuno dei quali controlla in media 4 veri lavoratori, sono dei pappatori a loro volta di sopralavoro altrui, soprattutto in alto rango). Consideriamo paga media di questi 71.000 dipendenti circa un milione annuo (siamo a Torino!) e allora il capitale variabile è 70 milioni. La nostra scomposizione è fatta, sia pure molto all’ingrosso.

Capitale costante 110 miliardi, capitale variabile 70 miliardi, profitto 10 miliardi, sovrapprofitto 50 miliardi. Prodotto 240 miliardi: 110 + 70 + 10 + 50 = 240. Con queste cifre il saggio del profitto effettivo è 10 diviso 180 ossia il 5,5%; ma il saggio del plusvalore è 60 diviso 70 ossia l’86%.

L’ordine delle nostre grandezze appare ben rispettato.

45. Patrimonio e capitale

Quanto vale la FIAT? Supponiamo che si voglia comprare in borsa tutte le azioni che nominalmente valgono 500 lire e sono 114 milioni: quindi i noti 57 miliardi nominali ultimi. Siccome le azioni hanno toccato il corso di 660, bisogna spendere di più: 75 miliardi.

Un investimento abbastanza comodo: 60 miliardi di profitto e extraprofitto (una vera rendita che la FIAT ha, perché è la FIAT, e fa gioco allo Stato democristiano e alla opposizione comunista) danno l’80%.

Ma Valletta non sarà mai tanto fesso: il solo suo attivo patrimoniale di bilanci cita immobili ed impianti per 225 miliardi di valore di stima, oltre 68 miliardi di crediti, ossia circa 300 miliardi contro i soliti passivi convenzionali. Fermiamoci pure ai 225 miliardi e pensiamo alle intere città-officine della FIAT Motori, del Lingotto e di altri reparti, sui cui tetti corrono piste automobilistiche. Il valore sarà almeno quadruplicato e non inferiore ai mille miliardi ad occhio e croce. Tanti Valletta ne chiederà, e saranno investiti, nel senso dei compratori di proprietà fondiaria, al 6%, anzi al 5% se… si dà in fitto tutto alla Anonima FIAT, tanto per togliersi scocciature.

Corrisponde questo al saggio medio del profitto in Italia? Cominciamo col dire che quei dieci miliardi che abbiamo ritenuto profitto normale nel senso marxista sono il profitto al medio saggio di 180 di capitale (costante e variabile) col saggio del 5,5%. In tal caso noi diremmo che il prezzo di produzione delle macchine FIAT prodotte (160.000 secondo Valletta) è stato di 190 miliardi (media 1.200.000 l’una). Ma il prezzo di vendita è stato 240 e quindi superiore al valore (quale italiano medio non si fa far fesso con una Fiat?) e in ragione di un milione e mezzo (pensate a macchinette e macchinoni).

La nostra calcolazione del valore deriva da: capitale costante 110, lavoro 70, profitto al saggio medio 10: totale 190.

46. Profitto nazionale

Un semplice accenno al saggio medio di profitto delle imprese non privilegiate in tutta Italia. Dovremmo sapere: quanto è tutto il prodotto industriale annuo – quanta la spesa per materie prime e logorii – quanta la spesa per il personale.

Partiamo dal dato che il reddito nazionale italiano alla maniera ufficiale è oggi ormai 10.000 miliardi, da dividere in redditi da capitale, proprietà e lavoro. La divisione non è facile. Gli addetti all’industria sono circa 7 milioni e il loro compenso, con una rata alquanto inferiore a quella della FIAT, sia 5.000 miliardi. Il capitale costante sia in ragione più alta di composizione, almeno 3 e quindi 18.000 miliardi. Questi 25.000 miliardi circa alla nostra rata del 5,50 darebbero la massa di profitto di 1.500 miliardi. Del reddito nazionale resterebbero altri 2.500 miliardi da attribuire ai redditi di agricoltura non industriale, servizi pubblici, ed altro. Un reparto fatto con un sondaggio assai grossolano, ma che certo non è sfavorevole al peso dell’economia industriale nel paese, e che abbiamo esagerato in questo senso appunto al fine di provare che il saggio medio di profitto non è alto: e ciò dovrebbe fare oggetto di altre ricerche sulle statistiche, da leggere sempre cum grano salis.

A noi basta per concludere che con le grandezze del modello marxista e le relazioni della funzione della produzione si vede con sufficiente fedeltà come vanno le cose nei rapporti di classe, in una colossale azienda industriale che non abbiamo nessuna nostalgia di ereditare, e in un paese industriale, come sappiamo, a meno di metà statisticamente, ma le cui velleità di modernità borghese sono sufficienti per augurargli prontamente la cura drastica della dittatura del proletariato, quando sarà possibile cantare funerali ai grandi partiti elettoraleschi.