Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1957/23

Peculiarità dell’evoluzione storica cinese Pt.1

Al fine di impostare le basi organiche d’uno studio del “fenomeno cinese”, crediamo sia utile fornire un insieme di dati storici fondamentali sulle particolarità dell’evoluzione cinese che hanno un peso diretto e immediato sui problemi attuali.

CONTINUITÀ ETNICA DELLO STATO

In Europa, lo Stato non ha mantenuto, attraverso sconvolgimenti rivoluzionari delle sue forme, che una stessa base razziale. Dalla preistoria il continente è appartenuto allo stesso ramo indo‑europeo, il cui predominio non fu mai scalfito da incursioni devastatrici di uomini appartenenti a razze extra‑europee, come i Mongoli, gli Arabi, i Turchi. Ma la continuità razziale dello Stato non si accompagna ad una continuità nazionale.

Infatti vediamo alternarsi diverse nazioni negli stessi luoghi geografici. Dei popoli nomadi cacciano le popolazioni indigene dai loro territori, o meglio ancora le assorbono; in seguito altre nazioni vincitrici invadono gli antichi invasori ed un nuovo Stato sorge sulle rovine dello Stato vinto. In altre parole lo Stato cambia al tempo stesso forma politica e contenuto etnico, quando non sono gli stessi rapporti di produzione a cambiare.

La disfatta e la distruzione fisica della nazione – che sparisce cedendo il suo territorio ai vincitori – si produce successivamente in ciascun settore geografico del continente: ma, nonostante la sovrapposizione delle differenti dominazioni, l’elemento razziale resta lo stesso. Le nazioni nascono e periscono, la razza rimane.

La storia delle Americhe è ancora più violenta. Su questo continente, la continuità razziale dello Stato fu violentemente frantumata dall’invasione dei “conquistadors” spagnoli, che abbatterono definitivamente le monarchie teocratiche pre‑colombiane. Da allora il potere politico è passato nelle mani della razza conquistatrice. La disfatta della nazione ha coinciso con la disfatta totale ed irrimediabile, della razza.

L’Africa e la stessa Asia – con l’eccezione dell’Estremo‑Oriente – rappresentano un caso intermedio. All’epoca delle invasioni barbariche e a quella più recente della colonizzazione europea, assistiamo al crollo delle basi nazionali e razziali dello Stato. Si sa che in Africa (non solamente nelle regioni affacciate sul Mediterraneo) lo Stato, in quanto frutto della divisione della società in classi, esisteva dall’antichità classica. Ma contrariamente, a quel che si è verificato per le razze indigene delle due Americhe, l’Asia e l’Africa sono in procinto d’essere riconquistate dalle razze che la dominazione coloniale cacciò dallo Stato.

La Cina è il solo caso storico dove la zona geografica, la razza, la nazione e lo Stato sono coincisi dalla preistoria ai giorni nostri, durante molti millenni. Non esiste infatti altro esempio d’un edificio statale che, malgrado profondi stravolgimenti interni ed invasioni di popoli stranieri, ha conservato la base territoriale, nazionale e razziale sulla quale s’era strutturato all’origine. La nazione cinese non ha mai cambiato dimora nel corso della sua esistenza millenaria; le dinastie straniere – mongole e manciù – non riuscirono che ad impossessarsi in modo transitorio dei vertici dello Stato. Ogni volta, l’immenso oceano fisiologico della nazione ha inghiottito i suoi ospiti fastidiosi, che sparivano senza riuscire ad alterare i tratti distintivi – fisici e culturali – del popolo invaso.

La stabilità ininterrotta della nazione cinese si spiega non con la mitologia eroica di sovrani e semidei che detterebbero a loro volta al popolo adorante. I fattori essenziali della sedentarietà straordinaria della nazione cinese sono due. Il primo è d’ordine geologico: l’estrema fertilità della pianura cinese. Come per la Mesopotamia o il bacino del Gange, la potente civiltà agraria cinese affonda le sue radici nelle formazioni geologiche del continente asiatico. I Cinesi, popolo di abili coltivatori, poterono uscire dalla barbarie e dare origine ad una civiltà millenaria grazie ai fini sedimenti dei quali lo Hoang‑Ho (Fiume Giallo) formò la “Grande Pianura” che va dal Hou‑Nan al Ho‑Pé.

Oggi che è provato, contrariamente a quanto si credeva precedentemente, che la conquista dei cinesi non penetrò dal bacino inferiore del Fiume Giallo, ma che ci abitavano dalla preistoria, si può dire che la storia nazionale dei cinesi è il prolungamento della storia geologica dell’Estremo Oriente. Si resta impressionati per la straordinaria vitalità d’una nazione che voltandosi verso il suo passato, può vedere le sue origini confondersi con quelle del territorio nel quale abita da millenni.

Ma ciò che più conta è che la storia passata dimostra che esiste un gigantesco potenziale motore all’interno della nazione cinese, che la rivoluzione industriale è chiamata a trasformare in potenti realizzazioni storiche.

Anche il secondo fattore è d’ordine materiale: la posizione geografica dell’Estremo‑Oriente. Altri popoli furono costretti ad abbandonare il loro territorio perché mancavano delle frontiere sicure a fermare gli invasori. Al contrario la grande pianura cinese aveva delle frontiere insuperabili: il semi‑deserto di sabbia del bacino di Tarim, che forma il Turkestan cinese attuale; l’immensa estensione dell’oceano Pacifico ad est. Completa la fortezza cinese l’altipiano del Tibet, delimitato a Sud dalla formidabile catena dell’Himalaia e a Nord dalle catene del Kouen‑Loun e dell’Altyn‑Tagh; in piena Asia Centrale dalle Thian‑Chan, l’Altai. Solo la frontiera settentrionale era sguarnita: ed è qui che incalzavano popolazioni nomadi che l’estrema povertà del suolo obbligava a nutrirsi di prodotti animali, ma che, quando la siccità o il gelo decimava i loro armenti, erano spinti dalla fame a tentare l’avventura della guerra di rapina contro le buone terre degli agricoltori cinesi.

PRECOCITÀ DEL FEUDALESIMO

In Cina il feudalesimo ha compiuto interamente il suo ciclo storico mentre lo schiavismo dominava ancora sul resto del mondo civilizzato. Con l’avvento della dinastia Tsin, nel III secolo a.C., avviene il passaggio violento dal feudalesimo aristocratico primitivo (organizzato in forme che riappariranno in Europa occidentale molti secoli più tardi) ad una forma che si può definire come “feudalesimo di Stato”, in altre parole che non s’appoggia più sul potere periferico d’una aristocrazia terriera, ma su un apparato burocratico di Stato, centralizzato.

Nell’ultimo secolo ci siamo talmente abituati in Europa a considerare la Cina come un paese arretrato – e certamente è vero se ci poniamo dal punto di vista del capitalismo – ignorando che ci fu un tempo in cui lo sviluppo storico della Cina correva ad un ritmo più rapido delle splendide civilizzazioni del Mediterraneo e dell’Asia occidentale. Il logoramento dei prìncipi feudali in guerre continue gli uni contro gli altri; il ridimensionamento dell’aristocrazia terriera al ruolo di puro strumento – se non di ornamento – della Corte Imperiale; la soppressione della frammentazione del potere politico e la formazione dello Stato unitario – insomma, le condizioni storiche che permisero la nascita degli Stati capitalisti moderni – non furono realizzati in Europa che alla fine del Medioevo. Negli altri Stati d’Asia ed Africa, soprattutto quelli che si sono formati recentemente, il processo è ancora in corso: guardate l’India che, dieci anni dopo aver ottenuto l’indipendenza, è ancora alle prese con tendenze centrifughe delle diverse nazionalità. In Cina, al contrario, quando l’ultima dinastia – quella degli Tsing – fu detronizzata dalla rivoluzione del 1911, lo Stato unitario era vecchio di parecchi secoli e non esisteva più nemmeno l’ombra d’una aristocrazia terriera indipendente.

Non bisogna però credere che il passaggio anticipato al feudalesimo, quando il resto del mondo restava immerso nella schiavitù, sia dovuto al fatto che la civiltà cinese fosse più antica. Potenti imperi, destinati a lasciare una traccia profonda nella storia, avevano già raggiunto il loro apogeo quando i cinesi vivevano ancora lungo il corso inferiore dell’Hoang‑Ho e non avevano ancora osato intraprendere la conquista del bacino dello Yang‑Tsé. Le prime dinastie reali cinesi furono quelle degli Hia e dei Chang, o Yin, che regnarono dal XXII all’XI secolo a.C. Non si tratta, evidentemente, delle monarchie più antiche della storia. È nel 3200 a.C. che Ménos unificò l’Egitto, fino a quel momento diviso in due regni, e fondò lo Stato faraonico; ed è nel 5000 a.C. che sorse nell’isola di Creta una sorprendente civiltà che fu distrutta da un’invasione di “barbari” venuti dalla penisola ellenica.

La civiltà cinese nacque più tardi delle civiltà mediterranee, ma arrivò prima alla tappa storica del feudalesimo, quando decine di secoli furono ancora necessari per l’Occidente. L’anticipo preso dalla Cina è stato reso possibile per l’assenza della fase schiavista nel suo sviluppo storico. Non c’è traccia, in effetti, di una schiavitù cinese. È esatto affermare che esisteva in Cina una forma di schiavitù, ma era piuttosto legata al modo di vita delle famiglie ricche piuttosto che al modo di produzione sociale. È nel III secolo d.C. che gli Imperatori permisero alle famiglie povere di vendere i loro figli che, abitualmente, erano comperati da ricchi signori, da funzionari imperiali, da grossi commercianti, per i lavori domestici. Questa usanza era in armonia con la tradizione familiare che ammetteva il concubinaggio; la famiglia degli ceti superiori della società comprendeva dunque un gran numero di membri e l’amministrazione della casa ne risultava complessa.

E chiaro che questa forma di schiavitù domestica differiva completamente dalla schiavitù faraonica o dalla schiavitù degli imperatori romani. Nell’antichità greco‑romana gli schiavi erano prigionieri di guerra che i vincitori portavano nelle metropoli per cederli all’aristocrazia terriera o allo Stato che li impiegava nella sua organizzazione civile e militare. Questi schiavi costituivano dunque una classe sociale ed un settore importante delle forze produttive, sul quale s’appoggiavano la società e lo Stato. Lo schiavo cinese è un domestico a vita, un servitore che il padrone si procura comperandolo in giovane età ed elevandolo al rango della propria casa. Inoltre, il diritto di possesso dello schiavo non era illimitato, come negli Stati schiavisti d’Occidente; infatti, il padrone non poteva esercitare il diritto di vita o di morte sul proprio schiavo, e la legge e il costume intervenivano per addolcirne la condizione. Per esempio, gli schiavi domestici di sesso femminile passavano dopo il matrimonio sotto l’autorità del marito e divenivano libere se lo sposo lo era; i figli ed i nipoti di schiavi non erano liberi, ma le generazioni successive acquistavano la libertà, ecc.

La civiltà occidentale nacque e si espanse nelle forme schiaviste perché le condizioni fisiche e storiche nelle quali si sviluppò imposero la pratica organizzata della guerra di conquista e la sottomissione dei popoli vicini. In fondo l’imperialismo schiavista e l’imperialismo capitalista – che per molti aspetti si differenziano fondamentalmente – hanno in comune l’organizzazione della “razzia” della forza lavoro. Gli antichi conquistatori che annettevano terre d’oltremare prelevando un bottino di schiavi, e lo Stato imperialista moderno che si assoggetta i popoli delle “zone arretrate” e le ingloba nella propria sfera economica, perseguono un obiettivo analogo: procurare alle metropoli delle masse gigantesche di forza lavoro da sfruttare. La guerra imperialista tra gli antichi grandi Stati è una guerra tra aristocrazie terriere proprietarie di schiavi, a loro volta formate da capi militari che delle esigenze assolute spingono alla guerra di conquista e alla sottomissione di altre nazioni più ricche.

La società cinese, uscita dalla barbarie, può “saltare” lo schiavismo, perché può liberare il suo potenziale produttivo ed organizzarsi nelle forme della civiltà senza dover ricorrere alla guerra e all’imperialismo, e senza doverlo subire dalle nazioni nemiche. Dobbiamo ricorrere di nuovo, per comprendere le leggi dello sviluppo della società cinese, ai due grandi fattori della composizione geologica del suolo – eccessivamente favorevole al progresso d’una società agraria sedentaria – e della posizione geografica. Ben protetta dalle aggressioni esterne, esentata dalla crudele necessità di forgiarsi una tradizione guerriera, la nazione cinese è in grado di vivere quasi isolata dal resto del mondo – la terra, quasi senza fertilizzanti e con il prezioso ausilio di ingegnosi lavori idraulici,produce delle derrate in proporzione al numero, pertanto elevato, degli abitanti. E, malgrado il suo carattere sedentario e agrario, la civiltà cinese dà dei frutti meravigliosi.

Può darsi che in Cina, più che in altri paesi civilizzati, il feudalesimo abbia potuto realizzare tutte le sue possibilità di sviluppo. In Occidente, dopo lo sbocciare della civiltà mediterranea – e in particolare del mondo greco‑romano, dove la tecnica produttiva, la scienza e l’arte raggiungono i massimi livelli – il feudalesimo medievale rappresenta una fase di ripiego dell’attività umana. Bisognerà aspettare il Rinascimento perché le forze creative del lavoro umano s’aprano a nuova vita. Ebbene, quello che si produce in Cina sembra smentire le idee correnti sul feudalesimo, dato che, se la struttura sulla quale si modella la via sociale è interamente feudale, ciò non impedisce, al contrario favorisce il progresso intellettuale, come può testimoniarlo lo splendido periodo artistico che coincide con il regno della dinastia Ming (1368‑1643). Ciò si produce perché lo Stato raggiunge molto rapidamente un alto grado di potenza e riesce a sopprimere il potere dell’aristocrazia terriera, sostituendogli un sistema amministrativo e burocratico fortemente centralizzato nelle mani dell’Imperatore. La soppressione di numerose frontiere interne, specifiche per i paesi divisi in domini feudali, permette un commercio interno intenso, che si sviluppa soprattutto per via fluviale e dunque un intreccio fecondo di relazioni sociali.

Per contro, i secoli dell’alto Medioevo europeo sono sterili, precisamente perché gli uomini vivono chiusi nel feudo, le cui frontiere sono controllate dall’ostinata cupidigia del signore in armi, sempre pronto a prelevare diritti di pedaggio a detrimento della Corona.

Epicedio filosofico su “Layka”

Vorremmo chiudere l’argomento satelliti, ora che una mezza masnada sembra volerne scendere e salire da tutte le parti, e vorremmo rassicurare i lettori che non ci daremo più a calcoli di altezze, tempi e velocità, paghi di avere rischiata la profezia che il secondo Sputnik russo non batterà di gran cosa la durata del primo.

È meglio prenderla un poco in lingua filosofica, dato che pare alla maggior parte di più facile digestione (si fa per dire) di quella matematica, e venire… al concorso di preminenza tra l’uomo e la cagna.

Benché zoofili convinti – e tanto più in quanto ci rifiutiamo energicamente di associarci alle languidità dei “personumanofili” – non è per il sacrificio a fini scientifici o tecnologici della graziosa bestiola che scomoderemo le categorie fondamentali dell’essere e del conoscere.

Vogliamo chiederci se Layka ha battuto l’Uomo nella gara, che tanto ha appassionato, della corsa attraverso lo spazio; e dedurne una strana umiltà e modestia dell’animale-uomo 1957, che si guarda attorno infessito come se, in linguaggio da sportivi, fosse rimasto al palo.

Non ci saremmo davvero stupiti se un tale stato d’animo, diffuso in tutto il mondo umano, quanto alle moderne masse non solo, ma anche quanto ad ambienti di cultura e di scienza, avesse prevalso (alla vista di un satellite prefabbricato), mezzo millennio addietro, quando era ancora nella “coscienza” generale la certezza che la Terra è incrollabilmente ferma al centro dell’Universo ed i cieli le ruotano intorno perfino ogni 24 ore, il che darebbe per la sola Luna una velocità di 100.000 km all’ora, oltre che decupla di quella impressa agli Sputnik. Il Sole correrebbe quattrocento volte di più, e tacciamo del resto.

Ma da quando noi conosciamo i movimenti della Terra rispetto agli altri corpi celesti e non (come sarebbe metafisico dire) nell’’indefinibile “spazio assoluto”, non ci saremmo dovuti considerare secondi a Layka, noi, e le altre bestie. Il nostro corpo attraversa lo spazio cosmico o interplanetario o siderale, come si dice oggi con cento paroloni, con velocità sbalorditive, che per la rotazione diurna del pianeta valgono 450 metri al secondo (una palla di fucile), per quella di rivoluzione attorno al Sole 30.000 metri, e per quella con la nostra galassia, o sotto universo di stelle-soli, cifre ancora più alte.

Ma noi corriamo senza muoverci neppure, a letto, e senza incomodare per questo i nostri muscoli! L’obiezione vale tanto quanto quelle a Galileo: non ci sentiamo girare, e giunti agli antipodi non caschiamo nello spazio vuoto a testa in giù… Non era forse lo stesso per la ammirata cagna, nella sua tomba di metallo?

Bella forza, dice la coltivata opinione pubblica, che farebbe schifo a Tolomeo: noi non portiamo dietro un costoso apparato per darci un ambiente condizionato alla nostra possibilità di respirare e nutrirci. Non lo portiamo? L’aria e il resto sono attaccati alla Terra per lo stesso meccanismo che lo siamo noi, e se stessimo su di un pianeta senza quella appiccicata atmosfera avremmo smesso da tempo di vegetare e filosofare.

Se noi fossimo fideisti e teisti diremmo che il buon Dio ci ha dato uno scafandro e un abitacolo ben più comodi e ricchi di quelli di Layka, caricati ad orologeria per farla fuori dopo poche ore. Ma noi non lo diciamo; perché pensiamo che l’ambiente sociale incollato con noi alla vertiginosa madre Terra è ancora coattivo e mortifero peggio dell’involucro respiratorio e alimentare di Layka.

Ci stupisce però che i credenti non abbiano rilevato le differenze suggestive tra la condizione dell’uomo e quella di Layka, che sono a favore dell’uomo sulla Terra e da tutti i punti di vista lo mettono al di sopra del cane sullo Sputnik. Per il credente la condizione dell’uomo sulla Terra è miracolo di Dio che svaluta il miracolo spaziale dell’uomo e inoltre quello di Dio è fatto ordinario, non evento d’eccezione.Layka è sfuggita alla gravità terrestre? Mostrammo che tanto non era avvenuto che per una ridotta frazione, in modo che il corpo della cagnetta premesse contro la sua scatola solo qualche ettogrammo di meno.

 Il vero miracolo sarebbe che la bestia viaggiante sul “corpo spaziale” fosse attirata dal suo corpo-veicolo con una forza comparabile per ordine di grandezza al suo peso sulla Terra. Questo capolavoro tecnologico si avrebbe, adottando per viaggiatore una pulce, con un corpo volante grosso forse come una montagna – altro che pallone da calcio! Quella nostra, di avere come riferimento di vita il baricentro del nostro veicolo, la Terra, è altra superiorità su Layka.

Che cosa resta alla piccola viaggiatrice spaziale per essere proclamata vincitrice, almeno come pioniera del signor Uomo? Non ci si può rispondere che con un solo argomento: essa non sapeva e non capiva la differenza tra il suo ambiente accompagnatore e il nostro, che era il suo prima di essere allenata inconscia allo incapsulamento mortale.

Non si tema che noi rispondiamo con la conclusione che i miliardi di senescenti ringraziatori di Dio non hanno osato tentare: la superiorità dello “spirito” sulla materia, e della “coscienza” sulla passiva animalità vegetale. Il nostro metro filosofico non è trascendente. Noi notiamo solo che Layka ha battuto solo l’uomo della società pre-illuministica, che non si era accorto che stava nel cielo senza alcun bisogno di morire per arrivarci, cosa a cui i preti condannavano noi, e i russi hanno ridotto Layka. Che non si era accorto di correre per il mondo spaziale e di vincerne ad ogni atto respiratorio le condizioni mortifere, perché la massa di aria e di vita lo travalicava con lui a velocità ineffabile.

La potenza del determinismo filosofico sta nello stabilire che la nostra volontà non può andare oltre dati limiti, e la scienza sociale consiste in una conoscenza più profonda e chiara della natura e del meccanismo di tali limiti. Il romanzo dello Sputnik e di Layka non ha reso la collettività degli uomini più cosciente – e meno schiava – delle determinazioni entro cui si muove.

 Esso ne ha patologicamente annebbiata la chiarezza di visione delle linee limiti facendola esultare perché il cane si fosse liberato da vincoli che da secoli la scienza ancora borghese aveva scoperto inesistenti con la rottura rivoluzionaria di una catena remota di formule inadeguate.

Non è la vittoria sulla scienza dell’epoca capitalista, ma una cattiva sbornia di superstizione, una drogatura di scialbo fanatismo, che ha riportato le masse di oggi assai al di sotto di quella e delle sue lontane classiche aurore.

Credere che il cielo fosse a noi vietato ed estraneo è versione dell’antico balbettio, che figurò una Terra estranea a lui, e deteriore per la chiave del determinismo storico. Eppure quel primo balbettare logico e cosmologico fu più degno e fecondo della penosa chiassata attuale, di questo rock-and-roll cosmico di lestofanti e di fanatizzati.