Internacionālā Komunistiskā Partija

Il Programma Comunista 1958/8

La "pochade" comunitaria

Una espressione della tendenza comune dei moderni programmi sociali della vecchia America e della giovane Russia, fornicanti a vari livelli, ci viene offerta dalla triviale agitazione elettorale del movimento italiano, o meglio piemontese, che si battezza Comunità.

Non è possibile dare formule più aberranti della lotta di classe rivoluzionaria, in cui è la sola salvezza dei lavoratori contro i saturnali di tutti gli opportunismi, di questa, della comunità “della cultura degli operai e dei contadini“.

Questa nuova formula trinitaria sociale è la vera sintesi di ciò che fotte i proletari dell’industria e della terra, e che trova la sua espressione appunto nella cultura.

Cultura, in questo schema affidata ai veri chierici e sacrestani della società borghese: economisti ed architetti, esprime per noi marxisti influenza e dominazione della città, ossia della polis, dello Stato, della classe sfruttatrice di tutte le epoche, che stupra della sua ideologia i cervelli degli affamati. Val bene in questo senso la demagogia della parola: urbanistica.

In questo senso volontarista, in principio era non il verbo ma quella sua espressione truccata di tecnica che è il progetto. Romolo-Caino se lo fece con una pelle di bue tagliata a strisce, questi ruffiani col tiralinee sulla tavoletta da disegno, e con vieti clichés da rivista patinata.

Dato un “piccolo architetto” ed un progetto, si ebbe una città, ed una cultura su misura del cervellino di quello; la sottostruttura delle forme storiche per questi fringuelletti semiaccademici era fatta di carta.

Nel loro zibaldone letterario (l’architetto è per natura rétore e non scienziato; ma regaliamo la stessa disistima alla moderna cultura, scienza e tecnica, e fanta-ingegneria) si vuole giocare sulla consegna marxista di aver trovata la saldatura città-campagma, che è traguardo della rivoluzione comunista.

Il trucco è spregevole; anche se in parte si metterà in concorrenza con quelli del comunismo in Russia, e del marxismo-leninismo nei rinnegati di Mosca.

Santoni di questa “pianificazione” che si adorna degli aggettivi ultrasospetti di “dinamica” e “democratica” sono un bel mazzo di tipi, e meno male che non ci ficcano Marx! Lilienthal, il creatore dell’urbanistica vallata agrario industriale residenziale del Tennessee in America, sciocco falansterio al servizio del Capitale yankee; Beveridge, il lord laburista, super-riformista pioniere della nazionalizzazione inglese, socialitario e sicuritario autore del piano di sicurezza (del capitalismo); Ford, re dello sfruttamento industriale e benefattore dei suoi operai; Keynes, l’economista del pieno impiego e dell’eternità del sistema capitalista.

In Italia, portatore di queste idee, drappeggiate di gramscismo, di democratismo, di cristianesimo ove più conviene, e comunque di sozzo pacifismo sociale, è Olivetti. La macchina da scrivere è il vero triviale simbolo dell’ignoranza della civiltà borghese, a fronte di quelle che scrissero a mano; l’urbanista comunitario Olivetti, che ha un Tennessee-parodia nel Canavese, si cifra per noi al livello dell’armatore Lauro: miliardi sfruttati agli operai italiani, investiti in quell’affare coglione (anche come affare) che è il farsi una base elettorale.

La sua frodata giunzione tra città e campagna (facciamo grazia di quella anche più truffaldina tra il Sud e il Nord) si basa sugli indirizzi opposti a quelli della rivoluzione marxista, e non dovrebbe ingannare per un istante.

Ha una base americanofila mercantile, in quanto tutto dipende da alti salari e impiego totale, perché gli operai divengano dei consumatori pompati di motorette, frigoriferi, televisori, e… strumenti agricoli; dove i pianificatori ed economisti di mestiere fanno una bella insalata tra oggetti di consumo e di arredamento, ed utensili, parti di capitale sminuzzato. Il tu vendi – io compro, che solo quando sarà soppresso darà la forza immane per distruggere la distanza tra lavoro manuale e mentale, e la divisione sociale del lavoro, e l’antitesi tra città e campagna, resta, a delizia dei reggicoda della grande impresa, il supremo motore.

Ha inoltre, quella formula truffata, una base aziendale, perché tutto sta nell’aprire al centro della “vallata” una galera per salariati, o fabbrica.

Ha una base degnamente russofila, ossia colcosiana, il che vuol dire domestica, familiare, codinamente cristianuccia, perché l’ideale posto al contadino (e vada pure questo per il proprietarucolo, rimbecillito da tali secolari innesti di venefica cultura), e anche all’operaio di fabbrica, è la casarella disegnata dall’architetto mangia-a-sbafo, l’home sweet home, la “casa dolce casa”, in cui si assomma la forcaiola costruzione familiare della società, che è necessariamente privatista – ma mentre per il contadino è un privatismo di libertà, per l’operaio salariato è un privatismo di schiavitù moderna e salariale che ne esprime il divorzio forzato dalle condizioni di produzione, dal tenere utensili sul cassettone!

Della parola comunismo si è fatto ludibrio da tutte le sponde, ed è una lotta disperata il rifigurarla senza le potenti incrostature. Ma comunità sta a comunismo come – da un secolo e più – socialista sta a socialismo. La ignobile ideologia canavesana sta al pari della mossa torva con cui tutte le correnti borghesi, quando cominciarono a tremare della parola socialismo, riconobbero una questione sociale, e la trattarono con l’impiastro che si chiama: utopia, riforma, progetto, piano; – dichiarandosi socialitari, che vale comunitari se socialismo vale comunismo, a coro, liberali, clericali, nazionalisti, fascisti, militaristi; come oggi i raffinati esperti di macchine da scrivere e di pianificazioni elettorali, ultimi tra tutti, più falsi e più disgustosi di tutti.

Peculiarità dell’evoluzione storica cinese Pt.4

Nel precedente capitolo si sono cominciati ad illustrare due grandi esempi di evoluzione di Paesi asiatici nel senso del passaggio dal feudalesimo al capitalismo, parallelamente all’analoga evoluzione già in corso in Europa: la Persia cinquecentesca dei Safavidi e l’India pure cinquecentesca dei Mogol sotto Akbar.

Akbar che fu un grande statista oltre che un conquistatore, prese a modello, nella gigantesca opera di ricostruzione da lui intrapresa, la monarchia safawide, anche se i risultati conseguiti risultarono inferiori al paragone. Naturalmente, se l’India dei Gran Mogol risorge a nuova vita, ciò non è dovuto alle qualità personali, anche se eccezionali, di Baber e di Akbar. Al contrario, si assiste anche colà ad uno sblocco degli antichi rapporti sociali. Anche Akbar, come gli Scià della Persia, come i monarchi cristiani dell’Europa, è espressione di un movimento sociale che tende a stroncare, o almeno a limitare sensibilmente, il potere della nobiltà feudale, che si era rafforzata a seguito della conquista musulmana e che pesa insopportabilmente sui villaggi. Anch’egli, all’anarchia del potere feudale locale, cerca di sovrapporre una burocrazia di Stato, responsabile soltanto di fronte al potere regio, e alla vecchia armata feudale sostituisce un esercito permanente. La dialettica della lotta sociale gli impone, come già si è verificato per le monarchie assolute di Europa, di appoggiare il contadiname che da secoli patisce sotto il ferreo giogo dell’aristocrazia militare. Conseguentemente, egli persegue il grande obiettivo di una riforma agraria che reintegri lo Stato nelle sue proprietà e il villaggio nei suoi diritti, cancellando le usurpazioni perpetrate tradizionalmente dalla nobiltà e dai suoi aguzzini. Ma le grandi riforme di Akbar urtano contro la fanatica resistenza del clero musulmano che, come al solito, nasconde sotto l’intransigenza dogmatica la difesa degli inconfessabili interessi dell’aristocrazia, e non esita a predicare e suscitare l’odio di razza tra musulmani e indù. Saranno proprio la divisione razziale – la penisola indiana, per le successive invasioni, è un caleidoscopio di razze e di lingue – e la tenace vitalità delle tradizioni feudali a limitane i risultati. Tuttavia, al momento dello sbarco dei portoghesi nei porti della penisola, l’India non è quel paese crudamente povero e affamato in cui sarà ridotto dall’imperialismo. L’industria è in pieno sviluppo, più ancora il commercio. La penisola indiana è uno dei gangli del commercio mondiale. Navi di piccolo cabotaggio vi fanno scalo, provenendo da tutti gli angoli dell’Asia: dalla penisola arabica, dai porti della Persia, dalla Cina, dall’Insulindia. La marineria indiana stupisce per la sua dovizia i visitatori stranieri. Si sviluppa un’importante classe di mercanti, detti Banias, che, nel secolo XVII, sono operanti in tutte le regioni costiere indiane, a Goa, nel Coromandel, nel Bengala. Essi si occupano di traffici commerciali e di operazioni finanziarie, e i loro fondachi e i loro uffici di cambio si incontrano anche fuori dell’India; nei porti persiani, in Arabia, in tutta l’Africa orientale, da Aden fino al Capo di Buona Speranza. Essi esportano le cotonate fabbricate nel Bengala e nel Coromandel. Grazie ad essi i prodotti dei filatori indiani arrivano fino alle isole della Sonda. La micidiale monocoltura, tipica delle dominazioni coloniali, vi è sconosciuta: agricoltura, artigianato, manifattura, commercio si equilibrano e si compensano reciprocamente. L’India non esporta soltanto tessuti ma anche prodotti industriali. Insomma, è tutto l’opposto dell’India dolorante e depauperata che il feroce colonialismo occidentale ci ha abituati a immaginare. È un paese in fase di ascesa.

Tutti questi avvenimenti parlano chiaro. Essi ci avvertono che la rivoluzione antifeudale non è un fatto esclusivamente europeo: essa travalica gli oceani e mette in moto i continenti. Anche l’Asia è in linea, anche i popoli di colore, non accorgendosi neppure di avere quelle tendenze all’inerzia e alla contemplazione che i filosofi occidentali attribuiranno loro, operano attivamente. Poi, su tutto questo brulicare di attività calerà una mortifera paralisi. Ciò succederà allorché l’Asia, che da millenni è stata la matrice inesausta di popoli conquistatori calati sull’Europa, diventerà a sua volta l’oggetto dell’invasione e della conquista brutale. Ma gli spietati invasori non verranno, come nell’antichità, sui dorsi dei cavalli, ma al contrario sui ponti armati di navi oceaniche. E invano gli aggrediti cercheranno di sfuggire alla morsa, rinserrandosi in un geloso isolazionismo, come faranno la Cina e il Giappone.

Il caso del Giappone è oltremodo eloquente. Bisogna accennarvi rapidamente. Le isole nipponiche partecipano anch’esse al rinnovamento mondiale. Attraverso lotte durissime, il potere imperiale, rappresentato dagli Shogun, una sorta di dinastie ereditarie di primi ministri, atterra il potere dell’aristocrazia feudale. Il Giappone è un paese arretratissimo: basti dire che soltanto adesso, nel sec. XVI, vi penetrano il ferro e l’acciaio, fino ad allora sconosciuti. L’unificazione politica del paese comporta la rinascita dell’economia agricola che la dominazione dei signori feudali – i daimio – tiene ad un livello bassissimo. Le riforme antifeudali avvengono sotto gli shogunati di Nobunaga (1534-1582), di Hideyoschi (1536-1598), di Yeyasu (1542-1616). Sotto di loro, specialmente Yeyasu, si ha la trasformazione del potere imperiale, che assume la forza della monarchia assoluta e riduce la riottosa classe dei daimio al rango di cortigiani.

La religione cattolica importata dai missionari si rivela una insospettata arma ideologica nelle mani dei riformatori antifeudali, scesi in lotta contro il clero buddista che si ostina a difendere accanitamente l’ancienne régime. Viene addirittura un momento in cui le numerose conversioni al cattolicesimo, favorite dagli Shogun, pare debbano trasformare il Giappone in una nazione cristiana. Ma l’invadenza dei portoghesi, per i quali la predicazione missionaria serve unicamente a facilitare la conquista del paese, costringe il governo nipponico a mutare completamente politica. Nel 1638 i successori di Yeyasu chiudono il Giappone agli stranieri e bandiscono il cattolicesimo. Occorreranno, due secoli dopo, le cannonate delle navi da battaglia del commodoro americano Perry per porre fine al risentimento giapponese verso i pirateschi sistemi degli imperialisti europei. Ma non tutti gli Stati asiatici godono dei benefici che vengono al Giappone dalla sua insularità. All’invasione europea sono impotenti ad opporsi non solo gli Stati di recente formazione, ma anche l’antico Impero cinese.

Ripiegamento del capitalismo asiatico

Potrà sembrare che abbiamo dato eccessiva importanza all’esame degli avvenimenti che si verificano nel mondo, all’epoca che stiamo considerando, mentre il presente lavoro è dedicato allo studio delle particolarità del corso storico cinese. Ma è chiaro che non potevamo assolutamente usare un metodo diverso. Ogni accadimento storico, anche se si verifica in sedi lontane dai paesi in cui il ritmo di sviluppo delle forze sociali è più veloce, è condizionato dall’evoluzione della storia mondiale. Tanto più questo discorso vale per la Cina. Abbiamo visto come l’origine della nazione cinese e il suo sviluppo furono strettamente determinati dalle condizioni del continente, dalla posizione geografica del territorio, dalla sua geologia. Sappiamo anche che esistono strette relazioni tra l’evoluzione storica della Cina e del resto del mondo civile. Infatti, la Cina antica ebbe una parte molto importante, sia pure non diretta, nelle invasioni barbariche che distrussero l’Europa romana, in quanto respinse e costrinse a deviare verso occidente le popolazioni mongole nomadi, che a loro volta premettero irresistibilmente sui barbari germanici.

Si pensi a quali conseguenze storiche portarono le invasioni degli unni nell’antichità e quella dei turchi nel basso Medioevo; si rifletta che ad esse è legata rispettivamente tutta la storia del feudalesimo europeo e dell’epoca di transizione al capitalismo; si tenga presente che questi popoli nomadi erano originari della Mongolia, donde moltissime volte uscirono per avventarsi sul baluardo cinese e invariabilmente furono respinti e carambolati verso l’Occidente; si ponga mente a tutto ciò, e si comprenderà come non si possa fare un serio lavoro storico sull’argomento senza considerare globalmente gli avvenimenti mondiali e scoprirne le intime relazioni.

Così, non potremmo comprendere le ragioni dell’enorme ritardo riportato dalla rivoluzione borghese cinese, se non ci rendessimo conto del ristagno e della involuzione che si verificarono in Cina, nella stessa epoca in cui gli Stati atlantici dell’Europa si lanciavano nella via del capitalismo, uscendo definitivamente dal Medioevo. Dobbiamo capire perché accadde che la Cina, che pure era andata avanti a tutte le nazioni del mondo, anticipando di secoli il feudalesimo e la monarchia assoluta si lasciò poi superare piombando in una decadenza irrimediabile dalla quale soltanto ora si sta riscattando. E non potremmo farlo, come il lettore s’è accorto, se non avessimo dato uno sguardo alle condizioni non della Cina soltanto e neppure dell’Asia, ma di tutto il mondo conosciuto all’epoca delle scoperte geografiche. Perciò abbiamo passato in rapida rassegna i rivolgimenti che in quel periodo si verificarono in Europa, e quelli, sostanzialmente identici, che la storia registra per le principali nazioni dell’Asia, come la Persia, l’India, il Giappone. Resterebbero da esaminare le condizioni della Cina. Ad esse abbiamo già accennato nelle precedenti puntate, rievocando l’era dei Ming, che è la dinastia regnante al momento dell’arrivo degli occidentali. Conviene completare il quadro tenendo conto però della ristrettezza dello spazio.

Testimone magnifico della grandezza della Cina fu Marco Polo che visitò il paese dal 1275 al 1291, cioè mentre regnava la dinastia mongola degli Yuan. Occorre ripetere quello che tutti sanno? Marco Polo trovò un paese molto avanzato nell’industria, nel commercio, nella amministrazione. Due secoli e mezzo prima dell’insediamento dei portoghesi a Macao, graziosamente concessa ai “barbari” di Occidente dall’Imperatore, la Cina è un paese dove esiste già una classe di industriali che impiegano mano d’opera salariata nelle loro manifatture. Segno, questo, che l’industria ha assunto forme capitalistiche. Ancora più importante è la classe dei commercianti, che dispone di flotte fluviali e marittime imponenti. “Pel solo Yang-tse-kiang – scrive lo sbalordito Polo – vanno, in verità, più navi cariche di merci di gran valore che non per tutti i fiumi e tutti i mari del mondo cristiano. Il paese vanta un’avanzata metallurgia e consuma grandi quantità di carbone. Il commercio estero è sviluppatissimo e riceve nuovo impulso sotto i Ming“. La Cina importa le spezie dalle isole della Sonda e le rivende ai portoghesi, mantiene relazioni commerciali con la Persia, con l’Arabia, con l’India, col Giappone. Sotto il terzo imperatore Ming, Youg-lo (1403-1424), si intraprende l’esplorazione della Malesia e di Ceylon, viene conquistato l’Annam. Prima di lui, l’imperatore Qubilai aveva tentato la conquista di Giava. Marinai e commercianti cinesi si trovano in tutti i maggiori porti dell’Oceano Indiano, e si spingono fin sulle coste dell’Africa orientale. I banchieri cinesi, come Marco Polo aveva già notato con immenso stupore, usano largamente la carta moneta, del tutto sconosciuta in Occidente.

Ricapitolando, all’alba del secolo XVI le condizioni storiche dell’Europa e dell’Asia, considerando naturalmente gli Stati principali, sono sostanzialmente pareggiate. A parte le diverse vie seguite, a parte le accidentalità presenti nello sviluppo di ciascuno e le differenze degli organismi politici, una tendenza è comune a tutti: la tendenza al rinnovamento delle strutture sociali , all’espansione dei mezzi produttivi, alla ricerca di nuovi modi di vita sociale. In una parola, la tendenza a sotterrare il feudalesimo. Ma la dialettica storica permetterà soltanto ad un gruppo di Stati di percorrere fino in fondo il cammino intrapreso, e cioè a quegli Stati che riusciranno ad imprimere un ritmo mai visto all’accumulazione primitiva, alla costruzione di grandi fortune mercantili e finanziarie che in seguito renderanno possibile la rivoluzione industriale. La grande partita tra l’Asia e l’Europa si deciderà sui mari, sulle rotte oceaniche che apriranno la strada al mercato mondiale moderno.

I persiani, gli arabi, gli indiani, i giapponesi, i malesi, i cinesi sono popoli che vantano antiche e gloriose tradizioni marinare. Sono popoli nei quali il commercio marittimo ha origini remote. Purtroppo i fatti verranno a dimostrare che la loro tecnica delle costruzioni navali e la loro arte nautica sono impari allo sforzo richiesto dalla grande navigazione oceanica. Essi sono audaci al punto di spingersi da un estremo all’altro di un oceano – l’Indiano – ma si dimostrano incapaci di operare la grande impresa del collegamento degli Oceani. La realtà dell’epoca è che il commercio ha assunto un’importanza che supera le nazioni e i continenti: s’è fatto mondiale. Le sue vie restano, però, ancora terrestri. Esistono, è vero, le gradi flotte di Venezia e di Genova che si occupano del commercio Europa-Asia, ma il loro compito si arresta nel porto di Alessandria o in quelli meno importanti della Siria. Le merci provenienti dall’Asia, quando non seguono la lunghissima “via della seta” attraverso il Turkestan cinese, sono trasportate dalle flotte arabe a Suez, e di qui, a dorso di cammello, proseguono verso la metropoli egiziana. Di conseguenza, le spese di trasporto, sulle quali pesano tra l’altro le imposte gravosissime fatte pagare dai turchi che controllano le vie di accesso all’Europa, diventano insostenibili. Occorre trovare una comunicazione diretta tra i due continenti, tra i due mercati. In questa impresa l’Asia è assente; vi partecipano, invece, i nuovi Stati atlantici dell’Europa, le neonate monarchie cristiane che sono emerse da una lotta vittoriosa e tendono irresistibilmente ad espandersi.

Se i disparati principi feudali accettavano con rassegnazione il monopolio commerciale delle Repubbliche marinare italiane, le superbe monarchie che si sono insediate a Madrid, a Lisbona, a Parigi, a Londra, non sono più disposte a tollerarle, anche perché possono disporre dei mezzi finanziari occorrenti alle spedizioni oceaniche. E comincia la lotta per la scoperta e il possesso monopolistico delle nuove rotte interoceaniche. La scoperta dell’America regala immensi imperi coloniali alla Spagna e al Portogallo, ma essa non avrà influenze immediate sulla storia mondiale come la circumnavigazione dell’Africa di Vasco de Gama. Il formidabile raid Lisbona-Calicut del 1497-98 scrolla il mondo: esso segna la smobilitazione del Mediterraneo, la decadenza irrimediabile dell’Italia, l’esplosione della potenza coloniale portoghese; segna soprattutto la sconfitta dell’Asia. Ora il mondo sa chi sono i suoi padroni. E quando un’altra eroica spedizione, condotta da Ferdinando Magellano, si spinge nell’Atlantico australe, riesce a trovare il passaggio di sud-ovest e sbocca nell’Oceano Pacifico che risale fino alle Filippine, la vittoria dell’Europa è piena, è inappellabile: l’accerchiamento navale dell’Asia è completo.

La circumnavigazione del globo, negli anni 1519-1522, sanziona il primato e il predominio mondiale dell’Occidente, poco importa se dalle mani degli iberici esso passerà in seguito in quelle di olandesi ed inglesi. Cambieranno i dominatori, che la tortureranno e la spoglieranno spietatamente, ma non muterà ormai più la sorte dell’Asia: scompariranno dai mari le sue flotte, si inaridiranno le sue campagne, e si spopoleranno le sue meravigliose città. E i suoi popoli piomberanno nella galera infernale del colonialismo capitalista, il più feroce e inumano che sia mai esistito. Non altrimenti si spiegano le cause del ripiegamento e della decadenza dell’Asia, e per essa della Cina.

Ma nulla accade a caso nel dominio della storia come in quello della natura. La superiorità navale dell’Occidente non fu l’effetto di un colpo di fortuna. Nella riuscita delle spedizioni ebbe certo la sua parte la preparazione scientifica, il coraggio e la disciplina degli ammiragli e delle ciurme. Ma la verità è che la tecnica delle costruzioni navali e l’arte nautica dovevano avere maggiore sviluppo in Occidente per la ragione che la civiltà occidentale sorse sulle rive del Mediterraneo, cioè di un mare interno di facile navigazione. Proprio perché questo mare era di facile accesso a tutti i popoli che ne abitavano le coste, ogni grande potenza che aspirava a conquistare la supremazia imperiale dovette innanzi tutto imporsi come potenza navale. La circumnavigazione dell’Africa compiuta dalle navi del Faraone Nino, l’imperialismo commerciale dei fenici, il colonialismo transmarino delle repubbliche elleniche, il grande conflitto tra Roma e Cartagine, le competizioni delle Repubbliche marinare italiane, sono fatti che stanno a dimostrare come la lotta tra le potenze mediterranee fu soprattutto una lotta tra potenze navali.

Al contrario, le nazioni asiatiche non ebbero mai una marina da guerra capace di rivaleggiare con quella dell’Occidente. La stessa Cina non riuscì mai a stroncare la pirateria giapponese. Ciò si spiega col fatto che i grandi Stati asiatici furono costretti a spendere la massima parte della loro energia contro le invasioni dei barbari calanti dalla parte settentrionale del continente e non ebbero da affrontare pericoli di invasioni dal mare. L’Oceano era stato, per millenni, un baluardo insuperabile per loro come per i remotissimi popoli che abitavano l’Occidente. Ma quando l’Oceano fu violato, essi si trovarono senza difesa.

Da allora, l’imperialismo bianco è riuscito a dominare l’Asia dominando gli Oceani. Non a caso è accaduto che appena gli antichi padroni britannici francesi e olandesi ne furono scacciati, nel corso della Seconda Guerra Mondiale le nazioni asiatiche sono risorte a nuova vita.